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Creato il 13/05/2026, 10:54 · Aggiornato il 16/07/2026, 17:19

Capitolo 2: La lettera

@ladyele1991LadyEle1991
MaturoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Bullismo
  • Copertina AI
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*In un angolo dimenticato del giardino, dove l’ombra dei ciliegi si fa più fitta, la terra sembra non voler rivelare nulla. È un silenzio che somiglia a quello di certi pomeriggi in provincia, quando il frinire delle cicale copre i pensieri che non si ha il coraggio di dire a voce alta. In quel buio sottile, la vita non è assente... è solo ancora chiusa in sé stessa.


*

Si dice che non si debba forzare la propria fioritura, un monito che la natura rivolge a chiunque si senta in ritardo rispetto al mondo. C’è una fretta crudele nel modo in cui tutto sembra voler sbocciare subito, ma il destino del seme più silenzioso è diverso. Esso non combatte contro la terra, non cerca di spaccarla con rabbia. Semplicemente, aspetta. Aspetta che il freddo dell’insicurezza si trasformi nella linfa della pazienza, proteggendo il proprio nucleo finché non è pronto.

Perché germogliare non è un atto di forza, ma di fiducia. Sotto la superficie, lontano dagli sguardi che giudicano o che si aspettano troppo, il seme compie il suo lavoro invisibile. Si prepara a diventare un fiore che non avrà bisogno di competere per l'attenzione, poiché la sua grazia risiederà proprio nella calma con cui ha saputo attendere. Quando finalmente la prima foglia bucherà il suolo, non lo farà gridando a squarciagola, ma si solleverà dal terreno con grazia: la prova che anche chi ha temuto l'aperto può, un giorno, abitare la luce e diventare impossibile da ignorare.

«Forza Hinata, con quelle gambe!» disse l'allenatore Ukai, mentre osservava i ragazzi allenarsi.

Il suono dei palloni che cadevano a terra e i richiami concitati dei giocatori riempivano la palestra.

I ragazzi, con lo sguardo concentrato e la pelle imperlata di sudore, si stavano allenando anche oggi con passione e dedizione.

Per l’ennesima volta Kageyama sollevò la palla verso Hinata, deciso a perfezionare ancora la loro velocissima bislacca. Il gesto dell’alzatore era ormai calibrato con attenzione maniacale.

Hinata scattò in avanti quasi nello stesso istante in cui la palla lasciò le mani del compagno. Non chiudeva più gli occhi da tempo, a conferma del livello superiore raggiunto.

Le suole delle sue scarpe stridettero contro il parquet, ma il rumore risultò più armonioso rispetto ai tentativi precedenti, più controllato. I movimenti del suo corpo sembravano finalmente seguire una cadenza precisa, come se i suoi riflessi e il timing di Kageyama stessero iniziando a fondersi.

Il suo sguardo si fece intenso, concentrato in modo quasi feroce sulla palla. Per la prima volta nel corso dell'allenamento odierno, Hinata non si stava limitando a fidarsi ciecamente del compagno: stava osservando. Seguiva la rotazione del pallone mentre si avvicinava, cogliendone la velocità, l’angolazione e perfino il minimo cambiamento di traiettoria.

Poi prese la rincorsa e saltò.

Questa volta colpì come un cecchino la bottiglietta di plastica posta sulla linea parallela.

Yachi era lì che osservava entusiasta, alternando lo sguardo tra il campo e il taccuino degli appunti per segnare i progressi. Anche lei ormai aveva acquisito dimestichezza con alcuni termini tecnici, contribuendo poi con i suoi consigli a guidarli nell'allenamento.

Era una presenza fresca e allegra e, anche se Shimizu non era più con loro, la ragazza si stava dimostrando un'ottima sostituta.

C'era però ancora chi ne sentiva la mancanza, come Tanaka: dopo un paio di schiacciate ben riuscite gli venne spontaneo voltarsi a guardare il punto in cui la senpai era solita sedersi per assistere ai loro allenamenti, per poi lasciarsi andare a un sospiro rattristato.

«Adesso facciamo una partitella fino ad arrivare a quindici punti» disse l'allenatore dai capelli biondi e lo sguardo affilato. «Kageyama, Hinata, Yamaguchi, Narita, Tanaka, Baki contro Ennoshita, Tsukishima, Nishinoya, Kinoshita, Sanzo e Muronaga.»

Poi si girò verso la manager: «Yachi, tu tieni il conto, per favore.»

Yachi annuì sorridendo, pronta a eseguire quanto richiesto.

«Il signor Ukai è davvero determinato» osservò il professor Takeda, sporgendosi appena verso la studentessa. «Ha preso davvero sul personale il fatto che questo ritiro sia una sorta di cospirazione contro il Karasuno.»

«Credo sia lo stesso anche per lei, professore, no? Nonostante la palese provocazione, ha firmato subito le carte di adesione.»

Il professore sorrise e per un attimo le lenti dei suoi occhiali si illuminarono: «Certo, la capacità di un corvo è quella di adattarsi, e per le squadre rivali sarà un'arma a doppio taglio. Se con il ritiro pensano di scovare le nostre debolezze, anche noi ci ricorderemo bene delle loro.»

Il primo a fare servizio fu Yamaguchi, il pinch server della squadra. Come al solito il suo colpo non si basava sulla forza, ma sull'effetto.

Ennoshita e gli altri si abbassarono ulteriormente sulle gambe, piegando le ginocchia in posizione di ricezione mentre seguivano con estrema attenzione la traiettoria della palla. Nessuno di loro si lasciò ingannare dall’apparente linearità del servizio: ormai avevano imparato che il fatto che la palla sembrasse procedere dritta nei primi istanti non significava affatto che avrebbe mantenuto quella direzione.

Il loro compagno aveva quasi completamente preso il controllo di quella tecnica. Ogni volta riusciva a modificare la deviazione della palla con sempre maggiore precisione, scegliendo non solo dove farla cadere, ma anche il modo in cui farlo. E questa volta aveva optato per una delle varianti più subdole.

La palla superò la rete con una traiettoria apparentemente innocua, abbastanza forte da oltrepassarla senza problemi, ma subito dopo accadde qualcosa di imprevisto: la sua velocità sembrò svanire di colpo. Come se avesse perso tutta la spinta accumulata un istante prima, il pallone precipitò verso il basso in una parabola strettissima, cadendo quasi verticalmente oltre la rete, pesante e improvvisa come un sasso lanciato nel vuoto.

Sanzo reagì d’istinto. Si slanciò in avanti con il pugno teso, cercando disperatamente di infilarsi sotto la traiettoria all’ultimo secondo, ma era stato colto completamente alla sprovvista. Le dita sfiorarono soltanto l’aria.

La palla toccò terra un attimo prima che lui potesse raggiungerla.

«Iniziamo subito con il gioco forte, Yamaguchi?» lo canzonò Tsukishima.

Yamaguchi sorrise, in un misto di divertimento e sfida: «Ormai non sono più una timida matricola.»

Subito dopo, con un movimento fluido dei polsi, fece ruotare lentamente la palla tra le mani, lasciando che il cuoio scivolasse contro i palmi in un gesto quasi rituale. I suoi occhi rimasero fissi davanti a sé, concentrati oltre la rete, mentre attendeva il fischio di Ukai. Per un istante nella palestra sembrò calare una tensione sospesa, interrotta soltanto dal lieve stridio delle cicale provenienti dalla porta aperta e dal ronzio delle luci sopra le loro teste.

Non appena il fischio raggiunse le sue orecchie, avanzò con due passi rapidi e misurati, perfettamente sincronizzati con il movimento del corpo. La palla lasciò le sue dita con precisione, salendo in aria senza raggiungere un’altezza eccessiva. Ancora una volta, a un primo sguardo, il suo sembrò un servizio in salto del tutto normale, quasi identico a una comune schiacciata. Eppure, nel momento in cui oltrepassò la rete, la traiettoria mutò improvvisamente: la palla deviò oscillando appena, rendendo difficile prevederne il punto esatto d’arrivo.

Questa volta, però, il servizio non colse impreparato Ennoshita, che si mosse con prontezza, abbassando il baricentro e intercettando la palla con una ricezione solida e controllata. Dopo averla alzata quel tanto che bastava a mantenerla in gioco, rivolsero al compagno uno sguardo fermo, accompagnato da un mezzo sorriso stanco ma determinato, ricordandogli che, anche se ora portava sulle spalle il ruolo di capitano, restava pur sempre un’ala laterale.

Con il bagher passò la palla a Muronaga, il quale la intercettò con un palleggio, alzandola a Tsukishima.

«Ottimo, anche le nostre nuove entrate hanno del potenziale!» esclamò Ukai, vedendo il buon passaggio che il primino aveva fatto allo schiacciatore.

In tutto il suo metro e novanta, Tsukishima staccò i piedi da terra, mentre il suo braccio destro compiva un arco da dietro in avanti. Il suo sguardo brillò appena da dietro le lenti degli occhiali da vista e, quando le dita toccarono la palla, questa venne caricata di una forza secca e inesorabile.

Ma non aveva fatto i conti con Hinata, che non aveva perso di vista l'obiettivo neanche un secondo; anzi, aveva già letto lo schema e, quando Tsukishima schiacciò, sapeva già dove avrebbe mirato.

Ci arrivò con il piede e così la palla venne sollevata in aria verticalmente, ma schizzando all'indietro.

«Mia!» dichiarò Narita, il quale la intercettò spingendola in avanti.

Hinata ancora una volta ne seguì la traiettoria. Era stata lanciata molto in alto e questo gli permise di prendere un respiro sufficiente per ricaricare le forze. L'attimo dopo era già a mezz'aria, con una delle sue solite elevazioni che rendevano onore al motto della loro squadra, "volate". Le pupille del numero dieci erano ridotte a due fessure, mentre il braccio si piegava compiendo un moto semicircolare e laterale. Un colpo secco, rapido e preciso.

Anche Hinata, però, non aveva fatto i conti con il fatto che non era l'unico a essere ulteriormente migliorato. Anche Tsukishima ormai aveva imparato benissimo a leggere le traiettorie e murò l'attacco con un tempismo perfetto.

L'attacco di Hinata, però, era molto forte e il blocco improvviso fece schizzare via la palla, che finì fuori campo.

«Shōyō, ricordati che anche io mi diverto molto a pallavolo, ormai.»

Attraverso la rete il ragazzo biondo fissò quello con i capelli rossi con uno sguardo molto intenso, quasi fulminante. Per quanto fosse il suo compagno di squadra, i due ricoprivano lo stesso ruolo e Tsukishima rifiutava l'idea di risultare il "numero due".

Hinata contraccambiò quello sguardo, in un momento che sembrò eterno: la sfida era chiaramente aperta.

Ma poco dopo entrambi sorrisero. Chiaramente questo non era che uno stimolo reciproco per potersi migliorare ulteriormente.

«Vado a prenderla io!» disse Yachi, lasciando al professore il compito di segnapunti per recuperare la palla che nello sbalzo era finita fuori persino dalla palestra.

Scese un paio di gradini: la palla era lì a pochi metri, appena illuminata dai raggi aranciati del pomeriggio inoltrato. La raccolse con entrambe le mani e se la portò al petto.

In quel momento, avvertendo quel contatto contro il proprio corpo, una strana sensazione la pervase. Un calore sincero, puro. La consapevolezza di far parte di qualcosa e che per essa si stesse impegnando davvero.

Forse non era fantastica come la precedente manager, ma non pretendeva questo. E poi la pallavolo le stava sinceramente piacendo, anche solo con gli occhi di un'osservatrice; attraverso l'entusiasmo dei suoi amici, era come se su quel campo ci fosse anche lei.

Il bel pensiero, però, venne interrotto da un movimento tra i cespugli e da una piccola esclamazione.

«Chi c'è?» chiese la ragazzina bionda, accigliandosi e chinando appena la testa.

Per un attimo ebbe paura che un maniaco li stesse spiando.

Il cespuglio frusciò leggermente, ma chi ci fosse dietro non volle uscire.

Il cuore di Yachi iniziò a martellare: «Esci fuori, ho detto!»

Non se ne rese conto subito, il corpo si era mosso da solo per la paura che l'aveva colta: aveva sollevato le braccia e con forza aveva lanciato il pallone contro il punto di origine di quel mistero.

«Ahi!» disse una voce femminile, che subito dopo venne fuori con alcune foglie secche tra le ciocche arruffate e la polvere.

Yachi divenne viola: «Accidenti, scusa! Ti ho fatto male?»

Mei scosse il capo: «Ma mi sono entrate le foglie negli occhi» disse, stropicciandoseli.

«Aspetta, non fare così, ti può venire un'infezione!»

Yachi corse verso di lei, aiutandola ad alzarsi, e con attenzione la guidò verso la fontanella più vicina.

Lì Mei iniziò a sciacquarsi il viso, rimuovendo la polvere e tornando finalmente a vedere.

«A giudicare dalla tua divisa, non sei del nostro istituto. Che ci fai qui?» chiese poi Yachi, vedendo che la ragazza indossava una camicia bianca con una cravatta nera, dello stesso colore della gonna che arrivava fin sotto al ginocchio, calze bianche e delle scarpe parigine.

Mei distolse lo sguardo e le dita iniziarono a giocherellare con la cravatta: «Ecco... io... qui è dove si allenava mio cugino Asahi, se non sbaglio.»

Lo sguardo di Yachi si illuminò: «Ah, ma tu sei Mei! Hinata e gli altri mi hanno raccontato di essere grandi fan del tuo gioco e di essere andati a vederti.»

L'espressione della manager del Karasuno si fece però subito interrogativa, vedendo che nel pronunciare quelle parole Mei era diventata improvvisamente tesa e preoccupata.

«Mi... mi dispiace... non volevo spiare. Vado via, scusa» disse Mei all'improvviso, facendo per andarsene.

«No, aspetta!» Yachi la prese per il polso, cercando di fermarla.

Mei si voltò con lo sguardo basso: «Davvero, mi dispiace, non volevo fare nulla di male.»

Yachi le sorrise dolcemente: «Guarda che se volevi, potevi entrare tranquillamente. Una parente di Azumane è sempre la benvenuta!»

Mei deglutì a fatica, con gli occhi che le tremavano per l'emozione: «Non sarei di disturbo?»

Yachi scosse il capo: «Pratichi anche tu la pallavolo, no? Mi potresti aiutare a capire meglio alcune mosse, io ho ancora tanto da imparare.»

La studentessa dello Shiroi Chō la guardò per un attimo in silenzio. Poi si sistemò la tracolla sulla spalla e sorrise grata: «Certo, se posso aiutare, volentieri!»

🏐🏐🏐

«Ah, eccoti!» disse Ukai, quando vide Yachi rientrare. «Per un attimo ho temuto che quella palla avesse preso vita e ti avesse mangiato.»

«Qui abbiamo quasi finito» aggiunse Takeda, mostrando che sul segnapunti il punteggio era ormai di dieci a tredici.

«Scusate tanto!» rispose lei, congiungendo le mani a mo' di preghiera. «È che oggi abbiamo un'ospite e mi sono intrattenuta.»

La partita venne momentaneamente interrotta per osservare l'arrivo di quella persona che ai più era sconosciuta. La ragazza aveva le spalle leggermente incurvate in avanti e fece un timido inchino per presentarsi al gruppo.

«Mei! Che bella sorpresa!» esclamò immediatamente Hinata, con un sorriso che arrivava da orecchio a orecchio, per poi andarle incontro con i pugni chiusi ed entusiasta. «Allora, ti stai allenando con le schiacciate?»

Mei si strinse nelle spalle, poi, socchiudendo gli occhi, annuì: «Ci sto provando nel cortile di casa, anche se ancora non riesco a mettere molta forza; dopo un po' mi fa male la spalla.»

«Tranquilla, è un problema comunissimo. Bisogna imparare a coordinare meglio il corpo, così che i rotatori siano meno sotto sforzo. Ma già che ci stai provando, è un gran passo avanti!»

Alla spiegazione il ragazzo accompagnò un gesto del braccio, facendolo ruotare parzialmente e poggiando l’altra mano sulla spalla opposta.

Mei lo guardò con il suo sorriso brillante e genuino, accentuato dai faretti della palestra. Le faceva quasi strano che qualcuno potesse parlarle in modo così cristallino; sembrava davvero che quel ragazzo avesse delle grandi aspettative su di lei.

«Basta chiacchiere, Shōyō» lo riprese l'allenatore. «Ci parli più tardi con la tua amica, ora torna in campo!»

«Sì!» rispose lui, quasi con un gesto militare, poi però si voltò verso Mei. «Osserva bene, tu. Anche imparare a guardare le mosse degli altri può aiutare a crescere.»

La ragazza si andò a sedere accanto a Yachi, che ora era tornata al suo ruolo di segnapunti.

Mei ne studiò il profilo di sottecchi. Aveva un caschetto biondo, liscio e lucido, con un codino laterale. Lo sguardo era acceso e allegro, le spalle piccole e delicate.

Ricominciò a giocherellare con la cravatta, anche se poi l'attenzione passò al campo di gioco, dove i ragazzi di fronte a lei si erano schierati in posizione di difesa, con le gambe divaricate e le ginocchia leggermente piegate.

Questa volta in battuta c'era Kinoshita, l'altro pinch server della squadra. Anche lui, da quest'anno, si sentiva attraversato da una luce nuova. Essendo ormai al terzo anno, sapeva che questa sarebbe stata la sua ultima occasione per distinguersi in uno sport di cui era appassionato. Molto probabilmente, una volta uscito da lì, avrebbe fatto altro nella vita. Ma una cosa la sapeva: non voleva abbandonare quel mondo con il rimpianto.

«Baki, tua!» urlò Hinata, e il primino riuscì a intercettare la battuta con un bagher, anche se quasi cadde all'indietro a causa della forza che Kinoshita aveva impresso a quel servizio.

La palla volò in aria e venne intercettata da Kageyama che, con la maestria che lo contraddistingueva e un'ottima postura, alzò il pallone verso Hinata.

Mei trattenne il respiro nel momento in cui sentì lo stridio delle suole del giocatore, un istante prima che spiccasse un balzo eccezionale. Anche a mezz'aria la sua postura riusciva a essere perfetta e il suo attacco preciso e letale.

«Mia!» urlò però Nishinoya, il libero della squadra, il quale arrivò all'ultimo secondo con un braccio teso, finendo per rotolare fin fuori dalla linea di campo; la palla, però, rimase in gioco. Muronaga la passò con un palleggio a Ennoshita, il quale schiacciò, ma Kageyama e Hinata intervennero per murare.

La palla volò indietro, ma Nishinoya la recuperò con un palleggio, questa volta passandola a Sanzo, il quale la palleggiò a Tsukishima.

«Sapevo che avresti puntato qui, quattrocchi!» esordì Tanaka, che si lanciò con un bagher.

Tsukishima schioccò appena la lingua contro il palato, vedendo come il compagno avesse salvato la palla con tale precisione.

«Per questo il ritiro è importante» disse il professore. «Tra noi ci conosciamo tutti, credo che trovino quasi frustrante il fatto che tutti loro, tra di loro, siano prevedibili.»

Forse Hinata aveva davvero sentito le parole di Takeda, o forse era semplicemente arrivato alla stessa conclusione da solo. In ogni caso, quando Kageyama gli alzò la palla per l’ennesima volta, il numero dieci si mosse con la stessa esplosività di sempre, dando l’impressione di voler eseguire ancora una delle loro rapidissime combinazioni.

Il suo corpo scattò in avanti con precisione istintiva, i piedi colpirono il parquet in una sequenza rapida e il salto sembrò imminente. Per un istante tutti lessero chiaramente le sue intenzioni: un’altra rapida. Anche Baki reagì d’impulso, irrigidendo il corpo e preparandosi a intercettare una schiacciata veloce.

Ma proprio nell’ultimo istante, quando ormai sembrava pronto a spiccare il volo, Hinata cambiò movimento. La spinta delle gambe si trasformò in un semplice balzo leggero e, invece di colpire con forza, accompagnò appena la palla con la punta delle dita, eseguendo un pallonetto laterale leggero ma preciso.

La traiettoria morbida spezzò completamente il ritmo dell’azione. Baki rimase colto di sorpresa: il suo sguardo seguì la palla con un attimo di ritardo, il focus spezzato dall’improvviso cambio di strategia. Cercò di correggersi, ma ormai era troppo tardi.

La palla toccò il parquet con un colpo secco. L'undicesimo punto per la squadra di Hinata.

«Evvai!» esultò quest'ultimo, per poi essere raggiunto dalle pacche dei suoi amici. Persino Kageyama, seppur apparendo come un automa, tentò di fargliene una. Per Hinata andava bene così: da quel re era già tanto che talvolta si ricordasse che anche lui fosse umano.

Lo sguardo di Mei si illuminò e a Ukai non sfuggì il gesto di quella ragazza che si protendeva leggermente in avanti, come se fosse tentata anche lei di unirsi al gruppo.

«Sei la cugina di Azumane, ho capito bene?» chiese poi l'uomo, affiancandosi a lei.

Mei annuì con un lieve sorriso.

Ukai la scrutò ancora una volta. A differenza del cugino, che era un tipo pacifico ma socievole, quella ragazza era decisamente chiusa in sé stessa. La cosa gli cozzava con il sapere che anche lei praticasse la pallavolo, uno sport dove parlare ed esprimere sé stessi sono fattori quasi fondamentali per un buon risultato di gioco.

«Anche la tua scuola parteciperà al ritiro, se non mi sbaglio.»

«Sì, anche noi. Sarà per me la prima volta» rispose, continuando a stuzzicare la punta della cravatta con le unghie.

Ukai sorrise: «Allora preparati, noi corvi neri mostreremo a voi farfalline bianche come si battono davvero le ali.»

Mei gli sorrise a sua volta ma non disse nulla di rimando, e Ukai ebbe la conferma che quella ragazza era davvero un bocciolo chiuso in sé stesso.

I ragazzi, imperterriti e ostinati, continuarono a dare il tutto per tutto, non come se ne andasse della loro stessa vita, ma come un'estensione della loro anima fatta di sudore, movimenti rapidi di piedi e colpi precisi.

Mei si soffermò in particolare su Hinata, che inevitabilmente spiccava tra tutti. Tra il suo Spike Reach che poteva considerarsi da record, la sua velocità nel calcolare traiettorie e il suo tempismo, per la ragazza stava man mano rappresentando tutto quello che avrebbe voluto diventare lei. Per un attimo fu lei a immaginarsi a correre lungo quel campo da pallavolo, a spiegare le ali bianche mentre il braccio si sollevava. Sopra ogni cosa, sopra chiunque, sopra le sofferenze e gli errori.

Un mondo raccolto in un solo colpo, in un solo secondo. E allora non avrebbero più visto il suo aspetto, la sua incapacità di sostenere una conversazione o di rispondere a tono con fare sciolto e affabile. Avrebbero solo visto una farfalla che portava la sua squadra alla vittoria, una persona da stimare e a cui dare una pacca sulla spalla.

Dovette prendere dei profondi respiri affinché potesse trattenere il suo corpo dal mettersi a gridare lì, in quel momento. Strinse appena le dita tra loro, sentendo le nocche quasi dolere sotto la pressione dei polpastrelli.

A un certo punto Ennoshita schiacciò più forte del previsto.

Tanaka urlò: «Fuori!» ma non si rese conto che la palla, schiacciata lateralmente, stava finendo dritta come un proiettile proprio in faccia a Yachi.

Il rumore secco gelò per un attimo la palestra. Ma quel suono non era stato provocato dall’impatto del pallone contro un volto, bensì da quello più ovattato di due braccia che si erano frapposte all'ultimo istante.

Mei si era alzata in tempo, portandosi davanti alla manager, e aveva intercettato la palla con un bagher. Se ne rese davvero conto solo nel momento in cui si ritrovò lì in piedi, con il fiato sospeso. La palla volò semplicemente da una parte, con un paio di rimbalzi.

«Grande Mei!» esclamò Hinata, sollevando il pugno e sprizzando gioia da tutti i pori. «Ottimo tempo di reazione!»

Mei si strinse nelle spalle e sorrise, imporporando le guance e abbassando il capo, mentre riprendeva a giocherellare con la cravatta. «Ma no, non ho fatto niente di che.»

«Whuaaaa, manager, come stai?» Nishinoya era corso in un lampo lì da loro e, con gesti quasi isterici, iniziò a muovere il busto su e giù, a destra e a sinistra, mentre controllava che Yachi non avesse effettivamente nulla.

Yachi agitò le mani di fronte a sé: «Ma no, sto bene, sto bene!» Poi guardò Mei e le sfiorò appena la mano. «Grazie mille, sei davvero molto brava!»

Mei allargò ancora di più il sorriso in risposta a quello di Yachi. Sembrava davvero una persona genuina.

«Brava ragazza!» aggiunse Nishinoya, posandole con fare saldo e energico una mano sulla spalla. «Ti sei comportata proprio come avrei fatto io!» Accompagnò la frase sollevando il pollice e facendole l'occhiolino.

Mei divenne improvvisamente rigida e sentì le orecchie avvampare. Ma Nishinoya non se ne accorse, perché subito dopo si era già voltato furente verso Ennoshita, dicendogliene di tutti i colori.

Ukai si portò una mano sul volto: «Possibile che qui si finisca sempre a starnazzare come le cornacchie?»

Takeda si mise a ridere, in un gesto nervoso.

Alla fine fu la squadra di Hinata ad aggiudicarsi il set, e a mettere il punto conclusivo fu proprio lui. Ancora una volta Kageyama alzò la palla con precisione assoluta e Hinata si lanciò in aria senza esitazione, colpendo con una delle loro rapidissime combinazioni che, nonostante le innumerevoli ripetizioni, continuavano a lasciare chiunque senza fiato. La palla attraversò il campo come un lampo arancione, schiantandosi a terra prima che la difesa avversaria potesse anche solo reagire davvero.

Il fischio finale riecheggiò nella palestra, mentre Ukai e Takeda osservavano il campo in silenzio. Per entrambi quella tecnica rappresentava molto più di una semplice arma offensiva: era una promessa concreta. Ogni volta che vedevano quella rapida andare a segno, intravedevano il potenziale futuro del Karasuno.

Eppure erano anche perfettamente consapevoli dei limiti di quella stessa arma. Squadre come il Nekoma avevano già affrontato quella velocità innaturale, e giocatori come Lev Haiba avevano avuto occasione di studiarla direttamente sul campo. Ancora più temibile era il celebre “Muro di Ferro” del Dateko, una difesa specializzata proprio nel leggere e soffocare gli attacchi avversari con disciplina e coordinazione. Contro avversari del genere, affidarsi soltanto all’effetto sorpresa non sarebbe bastato ancora a lungo.

Ma era proprio lì che risiedeva la loro speranza.

Se quella rapida fosse diventata ancora più veloce, più imprevedibile, più versatile… allora il fatto che gli avversari la conoscessero avrebbe perso importanza. Anche sapendo cosa aspettarsi, fermarla sarebbe rimasto un compito quasi impossibile.

Mancava soltanto un mese al ritiro estivo. Un solo mese per crescere ancora, correggere i propri limiti e trasformare quel talento grezzo in qualcosa di ancora più pericoloso. Un mese appena per compiere tutti i passi necessari a spingere il Karasuno oltre il livello raggiunto fino a quel momento.

Tanaka, Kinoshita e Narita sollevarono di peso Hinata per farlo saltare su e giù: «Guardatelo il nostro amico con le molle ai piedi, ora ti facciamo saltare un po' noi!»

Gli altri si misero a ridere, divertiti, osservando quella scena così genuina e allegra, e Hinata rise così tanto da farsi venire le guance rosse, quasi quanto i suoi capelli.

Hinata era un ragazzo ammirato e stimato, un raggio di sole che accoglieva tutti e li caricava di energia positiva. Un po' sciocco, a volte un po' goffo, ma con una determinazione per cui anche questo aspetto diventava qualcosa di assolutamente apprezzabile.

Mei si portò una mano al cuore e quasi si commosse a quella vista.

🏐🏐🏐

«Mei, aspettaci, veniamo con te. Credo tu faccia il nostro stesso percorso per il ritorno» disse Yachi, quando la ragazza salutò per andare via.

La luce era bassa ma ancora presente; erano da poco entrati nella stagione estiva e così le giornate erano un po' più lunghe.

«Allora, Mei, come ti è sembrata la mia prestazione? Sono andato alla grande, vero?» disse Hinata, cercando di contrarre un muscolo che non aveva davvero, benché ormai le sue braccia non fossero più così secche come quando aveva iniziato.

«Sì, ma ora non montarti la testa!» lo prese in giro Yachi, portando le mani sui fianchi.

Mei, che era nel mezzo, sorrise al ragazzo e annuì: «Mi rendo conto che i racconti di mio cugino erano reali. Sembra quasi che per te la gravità sia irrilevante.»

«Tutto merito di un continuo allenamento, provando, provando e ancora provando!»

«Anche troppo. Devo ricordarti di quando ti è salita la febbre?» Un leggero cipiglio solcò lo sguardo della manager, segno che ancora quell'episodio ce lo aveva legato al dito. Hinata credeva di essere invincibile, ma non aveva fatto i conti con i limiti fisici.

Hinata sospirò: «Beh sì, certo, allenarsi ma con parsimonia, e ricordarsi sempre di coprirsi quando si è sudati.»

«Ecco, torna con i piedi per terra, non è così che ci si fa belli davanti alle ragazze!»

Le orecchie di Hinata divennero rosse: «Pensare che ti credevo una ragazzina timida e esitante. Invece ora sembri diventata la mia mamma.»

Yachi chiuse gli occhi e incrociò le braccia al petto: «È il mio compito di manager, stacci.»

Mei ridacchiò: «Siete davvero una forza voi due!»

Yachi e Hinata risero a loro volta, in maniera genuina e allegra.

«Senti, Mei, come mai sei venuta a trovarci?» chiese Hinata, incuriosito. Poi si bloccò e portò le mani a mo' di preghiera: «Scusa, ti ho chiamato ancora una volta per nome, forse tu preferisci essere chiamata Azumane.»

Mei scosse il capo: «Mei va bene» rispose lei con tono gentile.

Hinata sciolse le spalle: «Ah, meno male! Altrimenti quando sei con tuo cugino avrei fatto un'enorme confusione!»

Ancora una volta Mei lo guardò con curiosità: era proprio un ragazzo spontaneo.

Poi si strinse nelle spalle e si grattò una guancia, abbassando leggermente lo sguardo: «Ecco... volevo vedere con i miei occhi la squadra con cui Asahi ha volato nel suo ultimo anno. Mi ha spesso parlato di te e della schiacciata bislacca. Mi ha parlato anche del forte senso di squadra che vi unisce.» Congiunse le dita dietro la schiena e le strinse appena tra loro. «Ora che vi ho conosciuto, volevo vedere con i miei occhi. Alla palestra che frequento io... non siamo molto affiatati.»

Guardò poi entrambi: «Scusate per l'improvvisata.»

«Hai fatto più che bene a venire!» L'espressione di Hinata era accesa e allegra, e i raggi caldi del sole alle sue spalle avvolsero quella chioma rossa come un'aureola dorata, mentre la luce nei suoi occhi non era che lo specchio dell'animo puro che attraversava quel ragazzo. «Spero che l'averci visto ti abbia ispirata. Il lavoro di squadra è importante, essere coordinati con i propri compagni lo è.» Poi sollevò il pollice: «Vienici a trovare tutte le volte che vuoi e, se qualche volta vorrai unirti, a noi farà piacere.»

«Sì, che bella idea, almeno non sarò più l'unica ragazza lì dentro!» disse Yachi, facendo un saltello sul posto.

«Da quando in qua ti dà fastidio la cosa?» la punzecchiò Hinata.

«Da quando la manager Shimizu se ne è andata! Almeno con lei potevo chiacchierare di cose che non orbitassero solo attorno alla pallavolo... e non puzzava come voi!»

Hinata fece una smorfia e portò le dita sul naso, chiudendosi le narici.

«Mettiti una molletta al naso, la prossima volta! E per il gossip ti porti una rivista!» le disse con tono stridulo e nasale al contempo. Poi, improvvisamente, avvolse un braccio attorno alle spalle di Mei, mentre chiuse a pugno l'altra mano, come se dalle sue nocche stessero per uscire fiamme. «E poi la puzza del nostro sudore è la dimostrazione del nostro grande impegno sul campo di battaglia. Se non si puzza abbastanza, non si ha lavorato abbastanza. Giusto, Mei?»

Mei irrigidì le spalle, un attimo interdetta. Poi, però, incrociando lo sguardo di quel ragazzo che cercava la sua complicità, la sua espressione mutò e si fece per un attimo più sicura.

Tremando, ma in maniera impercettibile, anche lei strinse i pugni e annuì con decisione: «Puzziamo insieme.»

Yachi valutò se fosse il caso di portarsi d'ora in poi uno spray per ambienti.

«Ragazzi, io qui vi lascio, devo prendere il tram» disse Yachi a un certo punto, mentre faceva per imboccare una via parallela. «Mei, mi ha fatto piacere conoscerti, spero davvero che tornerai a trovarci e qualche volta porta con te anche Asahi!»

Entrambe si scambiarono il tipico inchino di saluto.

«Ha fatto piacere anche a me, buon ritorno Yachi.»

«Hitoka. Ora siamo amiche, no?»

Mei deglutì e inarcò appena le sopracciglia. Poi le guance le divennero subito rosse: «Assolutamente! Sì, lo siamo!»

Un vento leggero attraversò la strada, portando con sé la freschezza della sera ma anche qualcosa di più leggero nel cuore di Mei.

Il semaforo divenne verde e Yachi le salutò un'ultima volta, correndo via e agitando la mano.

«Dai Mei, proseguiamo prima che faccia buio» disse Hinata, con le braccia dietro la nuca mentre teneva sollevata la cartella di pelle nera.

Dopo un po' che camminavano, Mei si rese conto di una cosa: dopo essersi scambiati qualche parola di circostanza, ora stavano rimanendo in silenzio troppo a lungo. Avrebbe voluto dirgli qualcosa, intavolare una conversazione leggera e spigliata come aveva fatto Yachi, ma conoscendo appena Hinata, proprio non sapeva come fare.

Si guardò attorno, muovendo gli occhi quasi febbrilmente, cercando tra gli arredi urbani un appiglio di conversazione. Magari quel gatto? No, il Nekoma era l'avversario numero uno del Karasuno, magari l'avrebbe indispettito. Forse quel volantino con l'offerta della palestra? E se avesse pensato che gli stesse dando del secco? La vecchietta che dava il pane ai piccioni... no, ma che gli importava.

«Sai, quando dicevo che l'anno scorso Yachi era molto timida e remissiva, non stavo mentendo» disse Hinata, aprendo finalmente un discorso. Il tono della sua voce era tranquillo, ma non indifferente, e nel suo sguardo passò un'espressione nostalgica, come se nella sua mente in quel momento stessero scorrendo diversi ricordi. «Non so se fosse paura, reale insicurezza, o forse il fatto che la madre sia spesso fuori. Era totalmente sfiduciata, priva della voglia di impegnarsi davvero.»

«Eppure oggi mi è sembrata così entusiasta mentre vi incitava. Credevo quasi che sarebbe entrata lei in campo da un momento all'altro.»

Hinata rise: «Forse prima o poi lo farà!»

«Così alla fine ha trovato fiducia in sé stessa?» chiese Mei che, in quella stessa domanda, intimamente, cercava una speranza.

«Ha capito la bellezza di mettere tutto sé stessa in ciò che le piace, senza il timore di sbagliare o di non essere all'altezza» rispose lui, guardando Mei dritto negli occhi con un'espressione decisa e accesa. «Ci ha creduto veramente.»

La ragazza lasciò depositare quelle parole dentro di sé. Yachi era riuscita in quello che lei ancora non riusciva a fare.

«Io... io ci credo in quello che faccio, mi piace la pallavolo.»

Hinata la guardò per un lungo momento: «Allora accetta anche il fatto che sbagliare fa parte del gioco. Non siamo nemmeno adulti, giochiamo in un club scolastico: se non ci permettiamo di sbagliare ora, quando lo faremo?»

Lo sguardo intenso del ragazzo fece tremare appena quello di Mei. Sapeva che aveva ragione, il suo lato razionale glielo diceva tutte le volte.

Sospirò e poi abbassò gli occhi, sorridendo con una sfumatura malinconica: «Mi stai dicendo questo perché lo hai notato l'altro giorno?»

«Sì... anche se le tue compagne non è che ti abbiano poi alleggerito la cosa. Quando diciamo "scusate" sul campo è una forma di rispetto nei loro confronti, ma allo stesso tempo loro dovrebbero alleggerirti la coscienza, sapendo che siete un tutt'uno in quel momento.»

Mei si strinse di nuovo nelle spalle e sorrise. Dentro di sé sentì come un'ondata, qualcosa che premeva per uscire. Qualcosa, però, continuava a bloccarla come un tarlo: aveva paura che, se si fosse sfogata lì apertamente, non avrebbe ottenuto la risposta che sperava. Del resto Hinata lo conosceva appena; anche se le aveva detto quelle parole di incoraggiamento, non era detto che fosse disposto ad ascoltare tutto quello che si portava dentro per via di quella situazione.

«Chissà, forse un giorno troveremo l’affiatamento» disse infine, mentre la sua mente teneva schiacciato dietro un muro tutto il resto.

Hinata le posò le mani sulle spalle e cercò il suo sguardo. Non fu difficile, perché i due erano pressoché identici in altezza; forse lui aveva giusto un paio di centimetri in più.

«Un giorno sarà così. Tu, però, non avere paura di mostrare gli artigli se qualcuno ti tratta male. Non sei tu quella sbagliata.»

Quelle parole, dette con una sincerità quasi disarmante, le fecero battere forte il cuore. Era qualcosa che desiderava tanto sentirsi dire, forse da una vita intera. Gli occhi le divennero lucidi, ma si impose di non piangere: Hinata non desiderava questo, voleva solo incoraggiarla. Ora capiva perché suo cugino lo stimasse così tanto.

🏐🏐🏐

Passarono un altro paio di giorni.

Mei, durante gli allenamenti, cercò di tenere sempre a mente le parole del numero dieci del Karasuno e, anche se ancora sbagliava, anche se le compagne la guardavano con scherno, fece di tutto per ignorarle.

Era scoordinata, impacciata, ma era anche vero che stava imparando.

Il suo sguardo si fece per un attimo più acceso mentre con una compagna si esercitava nei palleggi, e le sue dita si rivelarono più salde.

All'improvviso, però, qualcosa la travolse con una tale violenza che quasi vide le stelle. Una pallonata le era arrivata dritta in testa e, per la sorpresa, perse l'equilibrio cadendo di lato.

«Ops! Scusa!» disse Sakura, ma dalla risatina che seguì era chiaro che provasse lo stesso dispiacere di un sasso.

Mei la guardò torva, contrasse la mascella e si rimise in piedi. Si diede poi un paio di pacche sui pantaloncini per togliersi la polvere e riprese l'allenamento.

Si sentiva frustrata e umiliata e con tutta la forza si aggrappò alle parole di Hinata. Ci pensò e ci pensò ancora, ricordando quell'aura dorata che gli illuminava i capelli rossi e il suo sguardo accorato.

Infine si portò una mano al cuore. Sì, ne era assolutamente certa.

La campanella del Karasuno suonò, annunciando la fine della giornata scolastica.

Hinata uscì dall'edificio principale, sempre con quel suo fare entusiasta di quando sapeva che subito dopo avrebbe avuto gli allenamenti di pallavolo.

Quella positività veniva trasmessa ai suoi compagni, che ne condividevano la passione. Il ritiro si stava avvicinando e non avevano alcuna intenzione di farsi trovare impreparati. Questa volta la penitenza l’avrebbero fatta fare loro agli altri.

Il pomeriggio così trascorse concitato come sempre, dimostrando che le loro non erano solo parole. Arrivarono a fine giornata esausti ma con il cuore ancora martellante nel petto, cercando di sciogliere la tensione con battute leggere e allegre.

«Ragazzi, allora a domani» disse Hinata, uscendo per primo dall'edificio. A differenza dei suoi compagni, purtroppo non poteva mai intrattenersi troppo a lungo per non perdere il treno.

Il suo passo, però, si arrestò all'improvviso quando, voltandosi, si ritrovò Mei davanti. La ragazza aveva lo sguardo basso e imbarazzato, le mani dietro la schiena.

«Mei» disse stupito, «che ci fai qui?»

«Io... ecco...»

Premette con la punta del piede, facendo scricchiolare appena la ghiaia sotto la scarpa.

I ragazzi guardarono la scena in lontananza, ora incuriositi anche loro.

Un vento leggero passò tra i due adolescenti, mentre un raggio di sole si faceva spazio tra le nuvole.

«Ti... ti prego di accettarla» disse improvvisamente Mei, porgendogli un inchino e sfilando da dietro la schiena una lettera, che gli porse con entrambe le mani. Un piccolo sticker a forma di cuoricino sigillava la busta.

Hinata divenne improvvisamente rosso e saltò sul posto: «Ma, ma, ma, ma... così all'improvviso? Mi conosci da così poco!»

Lo sguardo di Mei tremò e si fece lucido, mentre continuava a guardare verso il basso con quella postura rigida: «Quel poco è stato sufficiente per capire chi veramente fossi e che cosa significassi per me.»

Egli rimase completamente spiazzato. Davvero, non se lo aspettava affatto e non poté fare a meno di immaginarsi lo sguardo giudicante di suo cugino Azumane: se avesse rifiutato quella lettera, forse lo avrebbe preso a pallonate.

Poi guardò la ragazza, rimasta ancora lì in quella posizione. Stava aspettando una risposta e, se aveva capito bene il tipo, probabilmente stava già dando per scontato un suo rifiuto. Quello che provò, però, non fu pietà, perché se Mei gli stava porgendo quella lettera era perché aveva trovato un grande coraggio. Un coraggio che avrebbe anche potuto metterla in ridicolo se avesse rivolto quelle attenzioni alla persona sbagliata.

Infine sorrise e prese delicatamente la lettera.

«Grazie, sei stata molto gentile» le disse infine piano. «La leggerò più tardi con calma e ti prometto che ti darò la mia risposta il prima possibile.»

Mei si drizzò di scatto e lo guardò con stupore. Hinata si stava dimostrando ancora una volta quel ragazzo profondo che gli era sembrato l'altro giorno mentre tornavano a casa. Non si sbagliava sul suo conto allora.

Gli rivolse un sorriso dolce e gentile, per poi annuire: «Grazie a te, Hinata. Ci sentiamo presto allora, buon ritorno a casa.»

Si salutarono con la mano e, in pochi secondi, la ragazza scomparve dietro la colonnina che delimitava il muro della scuola.

Inutile dire che il resto della squadra fu immediatamente addosso al compagno l'attimo seguente e, senza pensarci due volte, lo ritrascinò nello spogliatoio prendendolo di peso, tra le proteste di quest'ultimo.

«Hinata ha la fidanzata, Hinata ha la fidanzata!» lo canzonò Narita, che sapeva che dicendogli così lo avrebbe fatto diventare rosso come un peperone.

«Sei consapevole che se le spezzi il cuore, poi Azumane potrebbe spezzarti le gambe?» disse Tsukishima, mentre con un dito si sistemava gli occhiali sul naso.

«Avanti, ragazzi, volete finirla! Questa cosa riguarda solo me e Mei, voi non c’entrate niente!»

«No, ora la apri davanti a noi!» ordinò Nishinoya.

«Voglio vedere cosa scrivono le ragazze in queste lettere!» aggiunse Tanaka, che lo disse con un tale slancio da procurarsi lo sguardo perplesso di tutti i presenti.

Ennoshita gli mise una mano sulla spalla; lui e Kageyama sembravano i più seri in quel contesto: «Qualunque cosa le risponderai, se la vostra è vera amicizia, lei lo accetterà, non preoccuparti.»

Hinata lo guardò accigliato per un attimo. Deglutì e poi annuì. Infine, staccò lo sticker.

Per un attimo a Tanaka parve che il contenuto della busta brillasse nel momento in cui l'amico l'aprì. Forse era davvero disperato all'inverosimile.

Hinata estrasse il foglio: una carta rosea con stampati dei cagnolini lungo il bordo. La scrittura era un po' pasticciata, segno del grande nervosismo che doveva aver attraversato Mei mentre la scriveva.

I suoi occhi scorsero lenti le righe, mentre in lui si depositava ogni singolo kanji. Attorno a lui il tempo parve sospeso. Tutti stavano attendendo il suo responso.

Improvvisamente Hinata divenne effettivamente rosso come un peperone e si bloccò, come se fosse stato appena folgorato.

Quella reazione non poté che far morire di curiosità tutti i presenti. Che cosa poteva mai aver scritto di così particolare al punto da far reagire così il ragazzo?

Tsukishima, senza chiedere il permesso, gli sfilò il foglio dalle mani e rapidamente scorse anche lui lo scritto. Poi, infine, sorrise e posò una mano sul fianco.

«Ah, ma guarda un po'. Va bene che sei quello che sei, ma chiederti una cosa del genere... ne sarai all'altezza? Dalla tua reazione scommetto che ti è già salita la crisi dell'impostore.»

«Che cosa c'è scritto?» dissero Tanaka e Nishinoya insieme, e per loro avevano parlato anche quelli dall'espressione che di facciata pareva quieta e indifferente.

Tsukishima fece spallucce: «Niente romance, mi dispiace. Il nostro amico rimarrà ancora single.»

Poi girò il foglio, e la richiesta in fondo era chiara e precisa: "Tu sei la persona più abile che io conosca nella pallavolo e ti stimo molto. TI PREGO, DIVENTA IL MIO SENSEI!"

Distesa sul letto, mentre era intenta a leggere un manga sullo sport, la giovane Mei si chiese se Hinata avesse già letto la lettera. Desiderava davvero diventare più brava a pallavolo, ma soprattutto voleva dimostrare alle sue compagne che non era una zavorra e che anche lei esisteva.

Sperò con tutto il cuore che il suo amico accettasse di diventare il suo maestro.

La punta verde di una fogliolina emerse dal cortile sotto casa.


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