Sulla Sogliadel Canone

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Capitolo XXVIII

Copertina di Germoglio
Copertina con AI

Germoglio

di @ladyele1991

Haikyu!! (fandom generico) · Classificazione: Maturo · In corso

203.822 parole · 32 capitoli · 1 lettura · aggiornata il 29 settembre · nessuna recensione ›

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F/M · Drammatico · Introspettivo · Slice of life

Note dell'autore, ispirata a e personaggi

Note dell'autore

LadyEle1991

L'opera è ispirata a

Haikyuu!!

Personaggi originali

Mei Squadra maschile e femminile della Shiroi Cho

Capitoli

32 capitoli, dal 10 maggio al 29 settembre

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Riassunto

Riassunto

Slice of life su un'adolescente che cerca di germogliare, grazie all'amore per la pallavolo e al sostegno dei suoi amici

Capitolo 28

Ma - Parte 6

4.885 parole, circa 24 minuti

Copertina del capitolo 28

La folla era gremita ed esultante all'interno del palazzetto dello sport del Sendai City Gymnasium, mentre le luci dei faretti si muovevano sugli spalti, illuminando e cogliendo l'attimo in cui persone di tutte le età, unite da un'unica grande passione, osservavano con ammirazione quelle giovani atlete dare il massimo sul campo.

Durante i momenti di pausa veniva trasmessa della musica ritmica, così da coinvolgere il pubblico e invitare i presenti a cantare tutti insieme.


Karasuno, Dateko, Fukurōdani, Aoba Johsai, Nekoma e molte altre scuole della prefettura che prevedevano una sezione femminile avevano aderito a quel torneo organizzato alla velocità della luce, accogliendolo con enorme entusiasmo. 


I fotografi facevano fumare le loro macchine fotografiche, mentre i commentatori degli incontri di un'emittente locale parlavano in diretta durante gli scambi di gioco tra le squadre; in questo modo, anche chi non era potuto venire di persona poteva comunque vivere quelle stesse, intense emozioni da casa.


All'esterno, intanto, una moltitudine di persone aveva ormai affollato il parco Kameiwa adiacente alla struttura; così, anche chi non era venuto specificamente per le partite poteva comunque trascorrere una splendida giornata tra la natura e gli stand. Poiché tutto questo si stava svolgendo tra i mesi di luglio e agosto, la fiera all'aperto era stata allestita in tutto e per tutto come un matsuri tradizionale: tra i rami degli alberi e sulle sponde del piccolo laghetto si potevano scorgere lanterne colorate in ogni angolo e tanzaku mossi dal vento.


Madoka Yachi, insieme alla figlia, ad Asahi Azumane e agli altri organizzatori, si trovava tra le tribune; sorridenti e soddisfatti, guardavano tutto quello spettacolo prendere vita sotto i loro occhi.


Il Karasuno maschile si trovava invece dalla parte opposta insieme ai propri allenatori, impegnato a fare un tifo sfrenato e, allo stesso tempo, a lasciarsi andare a commenti tecnici ogni volta che un'atleta eseguiva un'azione degna di nota.


Anche i genitori di Asahi facevano lo stesso, cercando di spiegare al meglio gli schemi ai genitori di Mei, che altrimenti non ci avrebbero capito molto. Toki e Otome stavano scoprendo così che la pallavolo non era un semplice schiacciare la palla, piegarsi sulle ginocchia per ricevere o far passare il pallone dall'altra parte della rete: c'erano strategie precise, c'era azione, c'era un'incredibile velocità di pensiero e la capacità intrinseca di comunicare con i compagni anche senza bisogno di parole. 


«Ma... Mei come può fare qualcosa del genere? È sempre stata così impacciata e non è affatto veloce di gambe» osservò Otome Azumane con aria titubante, mentre si sistemava meglio gli occhiali sul naso.


«Avete visto il numero che porta sulla maglia?» rispose allora la cognata. «Il numero due è quello dell'alzatore titolare. Mei, con quel numero, rappresenta la mente della squadra sul campo, nel ruolo per cui è più portata.»


«Il supporto al prossimo» disse con voce profonda Toki Azumane, stringendo lo sguardo sul rettangolo di gioco.


«E non solo. L'alzatore può ingannare la difesa avversaria effettuando attacchi diretti di seconda intenzione, o essere lui stesso decisivo al servizio. È uno dei ruoli più versatili in assoluto, adatto a una mente lucida che sa adattarsi e reinventarsi in qualsiasi situazione» aggiunse il fratello. «Solo una persona dalla tempra d'acciaio sarebbe in grado di gestire un simile peso sulle spalle. Quel ruolo, per importanza, è secondo solo a quello del capitano.»


I genitori di Mei si guardarono per un istante, poi tornarono a fissare il rettangolo di gioco sottostante, proprio dove la Shiroi Chō stava combattendo con le unghie e con i denti contro il Fukurōdani.


«Forza, Himawari! Fai vedere a quelle inette di che pasta sei fatta!» urlò Takeshi con un piede appoggiato alla balaustra e le mani a imbuto ai lati della bocca. I compagni di squadra erano letteralmente aggrappati a lui nel tentativo di trattenerlo. Essendo un tipo dall'indole boriosa, non si vergognava affatto di far sapere a tutti che la sua fidanzata era una regina, mentre tutte le altre avrebbero solo dovuto inchinarsi al suo cospetto. Ma, poiché un simile comportamento era decisamente antisportivo, i ragazzi non potevano rischiare che il loro capitano li facesse cacciare dal palazzetto a causa di quella foga esagerata.


«Kaori, a te!» urlò Mei, alzando un pallone millimetrico per il terzo asso della squadra.


La numero tre saltò e caricò il braccio in maniera impeccabile. I suoi occhi verdi guizzarono rapidi sul campo avversario, individuando un'apertura e, con un gesto secco, schiaffò il pallone proprio in quella falla, mettendo a segno il punto.


«Certo che la tua ragazza sembra vivere costantemente sulle nuvole, ma sul campo ci sa proprio fare» osservò Ukai, seduto accanto a Chikara Ennoshita.


«Sì, ma non è la mia ragazza!» esclamò imbarazzato il capitano del Karasuno, con le braccia rigide e le mani appoggiate alle ginocchia.


Kinoshita e Narita, a quel punto, si scambiarono uno sguardo annoiato e alzarono gli occhi al cielo. Come mossi da un'unica mente, sulle loro teste apparve la medesima immagine in versione chibi di Chikara e Kaori: il ragazzo ripeteva in loop quella stessa frase, mentre scorreva il carosello della loro intera vita di coppia, dal fidanzamento ufficiale al matrimonio, fino ai figli e al diventare anziani insieme sulla sedia a dondolo.


«Sakura, i laterali!» Si alzò invece in piedi all'improvviso Tsukishima che, con un trasporto mai visto prima, cercava di urlare alla capitana della Shiroi Chō la posizione della loro apertura difensiva.


Nessuno della squadra del Karasuno lo aveva mai sentito sgolarsi in quel modo.


«Lo so benissimo da me» rispose lei a bassa voce e a denti stretti, senza distogliere nemmeno per un secondo la concentrazione dal proprio perimetro di gioco.


Il Fukurōdani femminile era forse meno blasonato della controparte maschile, ma non per questo meno agguerrito. Le avversarie non avrebbero ceduto così facilmente la vittoria, anche se in quel momento le Farfalle erano considerate le favorite assolute dell'incontro.


La Shiroi Chō si riunì a cerchio per un time-out, così che la capitana e il coach Yun potessero aggiornarsi sulla situazione e stabilire come reagire all'offensiva delle avversarie nel miglior modo possibile.


L'allenatore, forte della sua esperienza ventennale, aveva già decifrato lo schema di gioco del Fukurōdani, mentre Sakura, oltre a incitare le compagne, diceva loro a cosa prestare attenzione e chi tenere d'occhio tra le fila avversarie.


Tutte le ragazze avevano lo sguardo attento ed erano cariche più che mai a fare la propria parte per poter vincere il set.


«... E ora, ragazze, andiamo!» concluse la capitana. 


Le loro mani si sovrapposero l'una sull'altra, poi Kaori lanciò il coro e le compagne risposero con assoluto entusiasmo.


Si ridisposero in campo, fissando con determinazione le avversarie oltre la rete.


Grazie al punto precedente di Kaori, era il turno della Shiroi Chō al servizio. La loro numero sette, una ragazza con i codini e i capelli castani, caricò il pallone e lo schiacciò con forza, facendolo volare oltre la rete con una traiettoria tesa.


Le giocatrici del Fukurōdani risposero recuperando la sfera appena in tempo e rimandandola dall'altra parte. Ma Kaori e Himawari reagirono prontamente con un muro a lettura perfetto, bloccando sul nascere l'azione nemica.


Le persone che tifavano per la Shiroi Chō esplosero in un grido di gioia per quell'azione così rapida e ben calcolata.


Nel frattempo, tra gli spalti non c'erano solo tifosi e appassionati, ma anche reclutatori universitari che osservavano con scrupolosa attenzione le giocatrici. Si soffermavano in particolar modo sulla figlia di Nami Ayuhara che, con il suo fisico atletico e la sua fiera presenza sul campo, sembrava davvero la copia speculare della madre. E non solo su di lei: la loro attenzione era rivolta anche a Kaori, la quale non esitava a lanciarsi da una parte all'altra del campo per salvare il pallone — nonostante non rivestisse il ruolo di libero — sfoggiando un'elevazione davvero degna di nota. C'era però anche qualcun altro che aveva catturato i loro sguardi: Mei Azumane. 


I recruiter avevano appreso che si trattava di una primina, ma non per questo la considerarono meno degna di nota. A differenza delle compagne, lei era come una roccia stabile: manteneva la concentrazione ferrea, si prendeva il proprio tempo e non si lasciava mai andare a mosse spettacolari che avrebbero solo fatto sprecare energie preziose. Non cercava la gloria personale; voleva solo essere il massimo supporto per la squadra.


Lo sguardo di Mei era concentrato al limite delle sue possibilità: il pallone era il suo punto sicuro, il suo centro gravitazionale, e questo l'aiutava a non perdere mai di vista l'obiettivo. Non guardava gli spalti, guardava solo le compagne sulle quali sapeva di poter fare totale affidamento. Nella sua mente la voce di Kageyama, che le spiegava quanto piegare le gambe o le braccia e come posizionare le mani, risuonava limpida, e il suo corpo si muoveva di conseguenza, con memoria meccanica. Mei sarebbe stata l'ancora di cui la squadra aveva disperato bisogno, il trampolino di lancio perfetto affinché Kaori o Himawari potessero spiccare il salto e far guadagnare l'ennesimo punto alla Shiroi Chō.


Il Fukurōdani non aveva alcuna intenzione di mollare e ci riprovò con una fiammata offensiva micidiale: una schiacciata violentissima che stavolta superò il muro a due di Kaori e Himawari, deviando la traiettoria del pallone in modo del tutto imprevedibile. La sfera schizzò verso il pavimento, nell'angolo morto del campo, a una velocità spaventosa. Sembrava un punto perso, ma Mei, mossa da un puro istinto di sopravvivenza sportiva, si tese in un tuffo disperato. Si lanciò in avanti a capofitto, allungando il braccio e serrando le dita: impattò il pallone con il pugno chiuso ad un millimetro dal parquet. L'urto contro il terreno fu durissimo; Mei batté il torace sul pavimento, perdendo per un attimo il fiato dal petto, mentre una smorfia di dolore le contraeva il viso. Eppure, la palla era di nuovo in aria, miracolosamente salvata. 


Dagli spalti, Hinata saltò in piedi sulla balaustra, sgranando gli occhi: «Così, Mei! Non mollare, guardala volare!» gridò a squarciagola, seguito dalle urla entusiaste di tutto il Karasuno che fecero tremare la tribuna. 


La palla alta e sporca venne immediatamente agganciata dalla libero della Shiroi Chō che, con un intervento pulito e preciso, riassestò lo scambio offrendo l'alzata perfetta per la prima linea. Sakura era già lì, sospesa in aria come se il tempo si fosse fermato, con il numero uno dorato che brillava sotto i riflettori. Con un colpo secco e devastante, la capitana scaraventò il pallone nel campo avversario, siglando un punto spettacolare che fece esplodere l'intero Sendai City Gymnasium.


Il torneo proseguì spedito per la sezione femminile della Shiroi Chō, che diede così dimostrazione, partita dopo partita, del fatto che non a caso fosse stata selezionata proprio quella squadra come volto dell'evento. Non temevano di farsi male, non esitavano a buttarsi su ogni pallone: erano agguerrite, determinate a spiegare le proprie ali in quel luogo senza alcun timore.


Yamaguchi ricordò che, settimane prima, aveva suggerito a Mei di immedesimarsi in una farfalla monarca; ora, quell'identico spirito era evidentemente presente anche in tutte le sue compagne. Le farfalle monarche, seppur dall'aspetto splendido e delicato, in realtà sono una specie estremamente territoriale e combattiva, incredibilmente resistente grazie alla loro capacità di migrare per chilometri e chilometri. Inoltre, i loro colori sgargianti fungono da monito per tutti i predatori. L'oro della loro divisa speciale, in quel momento, assolveva esattamente a quella funzione: era un avvertimento per le avversarie.


Il Fukurōdani venne infine sconfitto e la loro forte capitana, nota a tutti con il soprannome di "Wall Maria", non si limitò al classico saluto formale che ci si scambia a fine partita. Volle stringere personalmente la mano a Sakura, promettendole che si sarebbero sicuramente riviste, magari proprio come compagne di squadra una volta che fossero andate entrambe all'università, suggellando così un momento di puro e reciproco rispetto sportivo. Sakura contraccambiò molto volentieri quel gesto, augurandoselo con tutto il cuore a sua volta.


Superato quel turno difficile, le Farfalle si ritrovarono in finale contro il Dateko che, fedele alla tradizione del proprio istituto, aveva schierato una formazione composta da giocatrici alte e dall'imponente presenza fisica anche nella sezione femminile.


Se le avversarie del Fukurōdani prediligevano l'attacco, quelle del Dateko puntavano tutto sulla difesa. Una difesa che non si limitava a recuperare il pallone con precisione chirurgica, ma nell'alzare dei muri che sembravano invalicabili.

La loro capitana, inoltre, schiacciava senza pietà, prendendo di mira coloro che potevano sembrare gli anelli deboli della squadra.

Fece però un errore di calcolo credendo di trovarlo proprio in Mei, in quel momento posizionata in seconda linea, convinta che per via del suo aspetto potesse rivelarsi la giocatrice più lenta.

Tra le faticose corse mattutine affrontate con Hinata e la sua ferrea determinazione a non essere un peso per nessuno, Mei diede presto un clamoroso schiaffo morale a colei che credeva di poterla giudicare solo dall'apparenza fisica. Di nuovo si buttò a capofitto sul parquet, diventando per l'ennesima volta "l'angelo custode" della squadra. A quel punto Nishinoya, che fino a quel momento era rimasto il più silenzioso tra tutti, esplose in un boato di pura euforia, salendo persino in piedi sulla sedia.


«Sei grande, Mei! Dimostra a tutti il potere della squadra dei tappetti, avantiiii!»


Mei guardò proprio verso gli spalti con aria stupita, vedendo il ragazzo che le piaceva scalpitare e fare il tifo in quel modo così scatenato per lei. Non avendolo incrociato "dietro le quinte", aveva temuto che lui non volesse più vederla a causa di ciò che era successo al loro appuntamento. Ma ora, vederlo così entusiasta, esattamente come lo aveva conosciuto nei primi giorni di allenamento, fu per lei come bere un sorso d'acqua fresca dopo un lungo viaggio nel deserto. Mei sollevò il pollice in su e annuì con decisione, per poi rialzarsi immediatamente e continuare l'azione di gioco.


«Ah, finalmente ti riconosco, 'Noya! Mi stavi facendo preoccupare!» esclamò Tanaka, sorridente, a un paio di posti di distanza da lui.


Nishinoya, ancora in piedi sulla sedia e ignorando completamente le proteste del professor Takeda, assunse un'aria fiera e si mise le mani sui fianchi.


«Voglio che dia tutta se stessa! Voglio che vinca a tutti i costi, così non se ne andrà via dalla sua scuola e i suoi amici.»


«Dite che alla fine i suoi genitori la faranno trasferire lo stesso? Mi dispiacerebbe moltissimo» disse Shimizu con lo sguardo basso, sinceramente dispiaciuta per il destino dell'amica.


Tanaka, che sedeva alla sua sinistra, seppur in modo visibilmente imbarazzato le appoggiò una mano sulla spalla. «S-sta' tranquilla, Kiyoko... Vedrai che andrà tutto bene e tutto si risolverà!»


Shimizu regalò un bellissimo sorriso al numero cinque del Karasuno, il quale rispose cominciando a grattarsi la nuca, diventando rosso per l'imbarazzo.


«Muro a tre! Sakura, attenta!» urlò Himawari dalla seconda linea, avvisando la capitana.


Sakura saltò con tutta la forza che aveva in corpo, caricando una schiacciata micidiale, ma il muro del Dateko era granitico: sei mani tese intercettarono il pallone, rispedendolo indietro con un tonfo secco e teso. La palla rimbalzò pesantemente a terra, ma la libero delle Farfalle, con un riflesso felino, riuscì a infilare il braccio sotto la sfera, tenendola miracolosamente in gioco.


«Copertura!» gridò Kaori, gettandosi a terra per rialzare quel pallone sporco e rimandarlo verso il centro del campo.


La traiettoria era alta, instabile e viaggiava proprio verso la rete. Era una palla difficilissima da gestire, una di quelle che richiedeva una frazione di secondo per essere corretta. Mei scattò in avanti. Sotto gli occhi attenti di Kageyama e di suo cugino Asahi, la primina saltò, posizionandosi perfettamente sotto la sfera. In quel millesimo di secondo, con le mani protese e il cuore che le batteva in gola, Mei non si fece prendere dal panico.


“Non forzare la giocata, mantieni l’equilibrio”, le ripeté la voce di Kageyama nella mente.


Con un tocco incredibilmente morbido e preciso, Mei ammortizzò la violenza del pallone con i polpastrelli. Finse con lo sguardo di voler servire Kaori sulla banda sinistra, ingannando il muro del Dateko che si spostò immediatamente da quel lato. Invece, con un colpo di polso fulmineo, Mei aprì il palleggio all'indietro, servendo una splendida "fast" sulla destra.


Lì, del tutto smarcata, era già scattata Himawari. La numero dieci delle Farfalle volò in aria e, sfruttando il varco perfetto creato dall'alzata ingannevole di Mei, scaraventò il pallone a terra nel campo del Dateko, eludendo completamente la difesa avversaria.


Il palazzetto esplose in un boato indescrivibile, con Hinata che urlava a squarciagola e le ragazze della Shiroi Chō che corsero ad abbracciare Mei, sommergendola di complimenti per quella lettura di gioco straordinaria.


«Sta davvero facendo la differenza per la sua squadra» ammise Toki Azumane, con voce quasi balbettante per lo stupore.


«Ma dove ha trovato tutta questa...?» Mentre pronunciava quelle parole, Otome ricordò gli sguardi non solo della figlia, ma anche di quell'insegnante che apparteneva al Karasuno e dei suoi compagni che avevano voluto indire per lei un intero torneo.


Mei era sempre stata messa a paragone con il brillante cugino Asahi. Lui era il più studioso, il più forte, il più vincente. Sua figlia, invece, era timida, con voti discreti, silenziosa; qualcuno che difficilmente avrebbe ottenuto titoli e riconoscimenti simili ai suoi e a quelli di suo marito. Di mezzo, poi, si era messa anche quella pallavolo che non sembrava doverla portare da nessuna parte... E che invece era miracolosamente riuscita a liberare il vero animo di quella ragazza, facendola finalmente germogliare e crescere. Forse Mei non era ancora del tutto sbocciata, ma era indubbio che quello sarebbe stato solo lo step successivo del suo cammino.


Le squadre a poco a poco ruotavano e, a un certo punto, al servizio andò proprio Mei. Contro delle avversarie forti come quelle del Dateko, forse la mossa più sicura sarebbe stata una battuta dal basso, ma la ragazza dubitava che un tiro così debole avrebbe potuto produrre alcunché. In quel momento erano in svantaggio e servivano assolutamente dei punti di recupero.


Mei socchiuse gli occhi, concentrando le energie e cercando il silenzio assoluto nella propria testa. Lo trovò ripensando all'appartamentino in cui Asahi abitava a Tokyo. Quando era andata a trovarlo, lo aveva trovato così bello, intimo e silenzioso; c'era una luce splendida che filtrava attraverso le finestre e le fronde degli alberi esterni. Gli orologi, uno appeso alla parete e l'altro posizionato su un mobile basso sotto la finestra, facevano sentire appena il loro ticchettio ritmico, e le piante della casa erano colorate e in piena salute. In quell'ambiente rilassante suo cugino studiava e si concentrava per trovare l'ispirazione; così, Mei immaginò se stessa sdraiata su quel pavimento, avvolta nel silenzio immobile di quegli attimi.

Prese un profondo respiro e, quando l'arbitro suonò il fischietto, seppe esattamente cosa fare.


«Hinata, secondo te anche io sono un buon sensei?» chiese timidamente Yamaguchi, sporgendosi alle sue spalle sulla tribuna.


«P-Perché?» domandò Hinata, colto del tutto di sorpresa.


«Perché Mei sta per fare punto grazie a quello che le ho insegnato io, eheh!» rispose il pinch server del Karasuno, grattandosi la guancia con l'indice.


Il ragazzo aveva riconosciuto nelle movenze della numero due della Shiroi Chō la preparazione per uno dei suoi incredibili servizi fluttuanti. Una battuta float che sembrava avere una direzione precisa, ma che all'ultimo secondo sarebbe deviata in modo imprevedibile.

La palla non solo superò la rete, ma ottenne esattamente l'effetto che Mei sperava di infondere al pallone, ingannando completamente la ricezione del Dateko. 

I suoi occhi erano accesi e colmi di determinazione, proprio come quelli del suo mentore dai capelli rossi.


Di nuovo Mei si ritrovò circondata dalle compagne, con cui si scambiò il cinque. Sapeva bene, però, che un solo punto in più non era affatto risolutivo e che ne serviva immediatamente un altro. Così ci riprovò: ace. E ci riprovò ancora: un altro punto.

Tre punti consecutivi che misero in chiaro la questione una volta per tutte: lei non era in alcun modo l'anello debole di quella formazione.


Ovviamente quella straordinaria serie di battute vincenti non poteva durare all'infinito, ma fu sufficiente per riattivare completamente il gioco della Shiroi Chō. Al quarto servizio, le avversarie compresero finalmente lo schema, salvarono il pallone con precisione e lo rimandarono indietro, conquistando il punto a loro volta.


Ora, quindi, toccava alle Farfalle difendersi. Sakura, con mente lucida, richiamò subito l'attenzione delle sue compagne affinché fossero pronte a ricevere.


La loro avversaria del Dateko era alta e forte, e la sua schiacciata sprigionava pura energia. Ma Sakura era ormai temprata dai durissimi allenamenti extra affrontati con lo sparapalle; così non ebbe alcun timore nel chiamare la palla e intercettare quel colpo violentissimo. Il pallone schizzò quasi verticalmente verso l'alto, permettendo a Mei di penetrare dalla seconda linea per stabilizzarne la traiettoria. Purtroppo la due era ancora affaticata dagli sforzi precedenti, e le sue braccia reagirono con meno prontezza del solito. Quell'alzata per Himawari, di conseguenza, non risultò pulita. La numero dieci stessa prese male il tempo ma, con grande intelligenza tattica, sfruttò il muro avversario colpendolo volontariamente: cercò un block-out affinché, sul rimbalzo all'indietro, le compagne potessero intercettare la sfera con più calma e precisione.


Il terzo tocco andò a Kaori, che provò a penetrare la difesa avversaria con un pallonetto azzardato, ma il libero del Dateko si tuffò salvando miracolosamente la propria squadra.


Si creò così una situazione di totale stallo, in una serie rapida e infinita di passaggi in cui nessuna delle due squadre aveva intenzione di cedere un solo millimetro all'altra. Finché, alla fine, il colpo decisivo non venne sferrato proprio da Sakura.


«Mamma, guardami» pensò rapidamente la capitana, mentre correva in avanti per darsi la spinta e spiccare il volo.


«Con un'elevazione del genere ci vorrebbe la rete che mettono per la categoria maschile... Salta davvero in alto!» osservò Ukai dagli spalti, sinceramente ammirato.


La schiacciata finì proprio tra le due linee del quadrato avversario, segnando il punto del prezioso vantaggio per le Farfalle.


La squadra così ruotò ancora e al servizio tornò la numero sette, che mise a segno un altro ottimo servizio.


A un certo punto, però, accadde l'imprevisto: Kaori, pur di salvare un pallone impossibile, finì per rotolare rovinosamente tra le panchine della sua stessa squadra, facendo volare un paio di sedie a causa della forza d'impatto che ci aveva messo. La palla, incredibilmente tenuta in gioco da quel salvataggio estremo, venne recuperata per il terzo tocco di cui si occupò prontamente la capitana, conquistando un altro punto fondamentale.


Il professor Yun e un assistente aiutarono subito a rimettere in piedi Kaori, la quale però stringeva la mano a pugno e mostrava un'espressione disperata, quasi sul punto di piangere.


Ennoshita scattò immediatamente in piedi con il volto pallido per la preoccupazione, sporgendosi oltre la balaustra; il suo scatto improvviso allarmò anche tutti gli altri, che temettero che la ragazza si fosse fatta seriamente male. I compagni, però, guardarono il loro capitano con stampato in faccia un enorme punto interrogativo quando quest'ultimo si lasciò cadere a peso morto sul sedile, lasciandosi andare a un lunghissimo sospiro di resa.


«Speriamo non si sia slogata il polso, è stata davvero una bella botta» disse Yamaguchi con tono preoccupato.


«Macché polso... Si è rotta...» Ennoshita non finì nemmeno di pronunciare la frase.


«Chikarùcciooooooooo!» urlò infatti la ragazza con tono piagnucoloso, mentre si guardava l'indice a cui mancava l'unghia finta, rovinando quella splendida manicure che poche ore prima aveva sfoggiato al ragazzo con tanto orgoglio. 


Ennoshita si tirò subito su il cappuccio della sua felpa marrone e vi nascose il viso dentro, stringendo con forza i lacci per sparire dal mondo.


«Qualcosa mi dice che, già da questa sera, ti ritroverai il cellulare zeppo di foto di unghie rifatte, eh?» ridacchiò Kinoshita, che in quel momento era davvero felice di non dover più condividere la stanza con Ennoshita dopo tutto quello che aveva dovuto subire durante il ritiro.


Nel frattempo, Hinata era stato letteralmente assalito da Bokuto e Baki, che avevano iniziato a pizzicargli e a tirargli le guance senza pietà: erano furiosi perché, grazie alla sua amicizia con Mei, Ennoshita era riuscito a conoscere uno schianto come Kaori, mentre a loro due non ne era toccata nemmeno mezza.


«Dopo questo torneo mi presenterò a Sakura come si deve!» annunciò Bokuto, circondato da un'aria improvvisamente scintillante.


«Sakura non è interessata» tagliò corto Tsukishima, voltandosi a guardarlo con occhi così freddi che parve uno spettro uscito da un classico film horror giapponese. E quella sola occhiata gelida bastò e avanzò per zittire di colpo sia l'ex asso del Fukurōdani sia il primino del Karasuno.


Il tabellone del palazzetto segnava una situazione di parità. Mancavano solo due punti per chiudere il set e conquistare il turno, e l'aria era diventata così densa da poter essere tagliata con un coltello. 


Il Dateko, intenzionato a non cedere, sferrò un servizio teso e potente. Il pallone superò la rete come una meteora, ma la libero della Shiroi Chō si immolò in una ricezione perfetta, rialzando la sfera proprio sopra la testa di Mei.


«Ora o mai più», pensò la numero due, sentendo il peso dell'intera squadra sulle proprie spalle. 


Mei era ora in prima linea. Sotto lo sguardo concentrato di Hinata e il tifo indiavolato di Nishinoya, la primina saltò. Le sue mani si protesero verso il pallone con precisione estrema. In volo, Mei incrociò per una frazione di secondo gli occhi di Sakura, che si era già staccata da terra per una schiacciata centrale, attirando su di sé l'intero e gigantesco muro a tre del Dateko. Era la trappola perfetta. Con un colpo di polso fulmineo e impercettibile, Mei cambiò la direzione del palleggio a mezz'aria, smarcando la palla lateralmente. Il pallone volò morbido verso la banda destra, dove Himawari, completamente libera da marcature, caricò il braccio e scaraventò la sfera a terra con una potenza inaudita. Il parquet rimbombò: ventiquattresimo punto per le Farfalle. 


Gli spettatori che stavano seguendo la loro partita, si lasciarono a uno scrosciante applauso, ma non c'era tempo per festeggiare. Mancava l'ultimo, decisivo mattone. 


Toccava di nuovo alla Shiroi Chō servire per il match point. La palla passò velocemente tra le mani delle giocatrici, finché le avversarie del Dateko non risposero con un contrattacco disperato. La loro capitana saltò e scagliò un diagonale violentissimo che superò la difesa in prima linea. Ma Kaori, nonostante l'unghia spezzata e il dolore, si tuffò di lato con un riflesso felino, intercettando il pallone con il palmo della mano a un millimetro dal pavimento. 


«Mei, chiudila tu!» urlò Kaori da terra, rimandando in aria una palla alta ma decisamente fuori asse, che viaggiava pericolosamente verso l'esterno del campo.


Mei non ci pensò due volte. Attivò le gambe come non aveva mai fatto in vita sua, ignorando la fatica che le bruciava nei muscoli. Con due falciate rapide raggiunse la traiettoria del pallone prima che potesse toccare terra. Non c'era spazio per un'alzata pulita, la palla era troppo vicina alla rete. Così, ricordando le parole di suo cugino Asahi sulla versatilità del suo essere, Mei decise di rischiare tutto con un attacco di seconda intenzione. 


Invece di palleggiare, Mei saltò e, con uno sguardo freddo e calcolatore, finse di voler colpire forte. Il muro del Dateko saltò in anticipo per intercettarla, ma Mei, all'ultimo istante, ammorbidì il tocco. Con la punta dei polpastrelli sfiorò appena il pallone, imprimendogli una traiettoria a pallonetto che scavalcò morbidamente le mani protese delle gigantesche avversarie.


In quel momento a Hinata, a tutti coloro che credevano in lei e anche ai genitori di Mei, parve che alla ragazza fossero spuntate delle ali bianche.


La sfera fluttuò nell'aria nella frazione di secondo più lunga della sua vita, per poi cadere dolcemente e toccare il pavimento proprio nel centro del campo del Dateko, dove nessuna delle difenditrici poté arrivare. 


Il fischio lungo dell'arbitro squarciò l'aria del Sendai City Gymnasium: set e partita. La Shiroi Chō aveva conquistato il turno, avanzando nel torneo.


In un attimo, Mei venne letteralmente travolta da Sakura, Kaori e Himawari, che le saltarono al collo piangendo e urlando di gioia, sommergendola sotto un abbraccio collettivo. Dagli spalti, il boato del Karasuno e il tifo di Saeko con i suoi tamburi fecero tremare l'intera struttura, mentre sul maxischermo apparve il volto di Mei, spettinata e con le guance rosse, ma con il sorriso più radioso e felice che i suoi genitori le avessero mai visto sul viso.


«Azumane, ma stai piangendo?» osservò Hitoka che, voltandosi verso il cugino di Mei, si era accorta delle lacrime che gli rigavano il viso.


Asahi si voltò verso di lei e gli sfuggì una risata liberatoria. «Anche tu stai piangendo!»


La manager del Karasuno si toccò le guance, rendendosene conto solo in quel momento.


«Sono davvero... davvero felice per lei» ammise Hitoka.


Asahi Azumane annuì, con una bellissima luce nello sguardo. «Mei è davvero cresciuta tantissimo.»

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