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Creato il 04/09/2026, 11:37 · Aggiornato il 04/09/2026, 17:26

Capitolo 27: Ma - parte 5

@ladyele1991LadyEle1991
MaturoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Bullismo
  • Copertina AI
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Aveva amato un ragazzo, a modo suo, perché la sua indole chiedeva molto e donava poco; così, quando quel ragazzo aveva smesso di vederla con gli occhi di prima, lo aveva lasciato, credendo che in quel modo lui sarebbe tornato da lei a supplicarla in ginocchio. Ma quel ragazzo aveva conosciuto un'altra e non era più tornato sui suoi passi; anzi, l'aveva persino ringraziata di averlo piantato, così da aver avuto modo di trovare la sua vera anima affine.

Stronzo.


Quella nuova tipa, poi, si credeva chissà chi, con la sua saccenza e quell'aria sicura di sé. Sembrava proprio della stessa pasta del suo ex... Ma aveva anche un'indole più riservata, e così Akane aveva trovato il modo di farle vedere quali fossero le conseguenze per averle sottratto qualcosa di suo. Come la distruzione di quel suo bel yukata.


Troia.


Poi c'erano quelle che sarebbero dovute essere le sue migliori amiche: insieme costituivano i tre diamanti della squadra, capaci di portare la vittoria in campo molte volte. Ma a un certo punto, a causa di quegli inetti del Karasuno, erano completamente impazzite. A partire dalla sua capitana, che da che pretendeva tantissimo dalla squadra e da se stessa, da che sapeva bene che non tutti erano allo stesso livello degli altri, si era completamente rammollita. Gioco di squadra, supporto per il più debole... Tutte fesserie buoniste e ipocrite con cui si voleva rendere speciali persino delle panzone raccomandate.


Traditrici.


E poi c'era appunto quel sacco dell'immondizia per cui la natura aveva fatto un brutto scherzo, ma che a lei sembrava aver preso proprio per il culo; e che, nonostante questo, continuava a credere di valere davvero qualcosa. Con quel suo amichetto rosso che la illudeva che avrebbe potuto mettere le ali e fare salti di oltre tre metri. Se mai quella avesse combinato qualcosa nella vita, sarebbe stato solo grazie ai soldi di papà. Quella la faceva irritare più di tutti. Era senza talento, viveva costantemente tra le nuvole e mostrava un'ingenuità disarmante. Eppure il coach continuava a tenerla in squadra, e Sakura e Kaori ora facevano le amicone con lei, quando fino a pochi mesi prima erano le prime a maltrattarla. Ora invece si comportavano come se fossero state amiche da sempre, facendo passare lei — che ancora non si era lasciata incantare da quelle lacrime da poppante — come la strega della storia.


Quanto la odio.


Akane si morse con forza l'unghia del pollice quando, quella mattina presto, ore prima dell'inizio del torneo, la squadra si riunì per lo shooting con le divise nuove. 

Nonostante la sveglia fosse suonata per loro prima del solito, l'emozione di essere le protagoniste assolute di quell'evento le aveva caricate a mille. Ovviamente la capobanda era Kaori, che non faceva altro che scattarsi foto da sola e insieme alle compagne.


Asahi Azumane, insieme ai suoi collaboratori, entrò sorridente portando delle scatole di cartoncino lucido e nero, sulle quali erano stampati lo stemma della Shiroi Chō, un pattern di farfalle e il logo della Yachi Create.

Le ragazze lo accerchiarono all'istante, saltellando entusiaste e riempiendolo di complimenti, al punto che il giovane designer divenne visibilmente rosso ma, allo stesso tempo, infinitamente orgoglioso di tutte quelle attenzioni.


Le scatole vennero consegnate a ognuna di loro. Asahi volle dare personalmente la sua a Mei, e i due si scambiarono un sorriso colmo di affetto e di rispetto reciproco. Prima di aprirle, però, attesero tutte l'arrivo di Madoka Yachi, con il suo fedele segretario e del coach Yun per il discorso prepartita.


Madoka Yachi fece il suo ingresso nella stanza con un'eleganza impeccabile, catturando immediatamente l'attenzione di tutte le presenti. I suoi capelli castano chiaro erano raccolti in una raffinata coda laterale, abbinati a una giacca nera dal taglio sartoriale sopra un tubino bianco e a delle scarpe alla moda che rispecchiavano appieno il suo ruolo di CEO della Yachi Create. Madoka incrociò le braccia, scrutando una per una le atlete, lasciando che la tensione salisse, prima di rompere il silenzio con una voce che vibrò di pura energia.


«Ragazze, guardatemi bene» esordì Madoka, e i suoi occhi brillarono di una luce intensa. «So che state fremendo dalla voglia di strappare quei nastri e aprire queste scatole. Ma prima dovete stamparvelo bene in testa: oggi non state per giocare una semplice partita. Non siete qui per un torneo di quartiere. Oggi, voi siete una dichiarazione di guerra ai pregiudizi.»


Fece un passo in avanti, la sua presenza riempì la stanza. «Lì fuori c'è un Paese intero che è ancora convinto che la vera pallavolo, quella che fa emozionare, sia solo quella maschile. C'è un sistema che vi guarda dall'alto in basso, che considera le sezioni femminili come un contorno. Ma oggi quel sistema crollerà. Voi siete qui come donne, come atlete, per dimostrare che il vostro sudore, la vostra grinta e i vostri sacrifici pesano esattamente come quelli di chiunque altro. I media sono fuori da quella porta. Le telecamere della prefettura sono accese. E, credetemi, tra il pubblico ci sono gli occhi attenti dei recruiter delle università e dei club professionistici più importanti del Paese. Se avete un sogno, se puntate alla vetta, oggi è il giorno in cui dovete prendervela. Oggi dovete brillare così tanto da accecarli.»


Un brivido elettrico sembrò percorrere la schiena di tutte le giocatrici. Madoka a quel punto ammorbidì leggermente l'espressione, lasciando spazio a un sorriso complice e ironico. «Detto questo, vi auguro con tutto il cuore buona fortuna! Anche se...» Madoka accennò un sorriso divertito, addolcendo lo sguardo, «forse dovrei dirlo con moderazione, visto che mia figlia Hitoka è la manager del Karasuno, ma per questa volta farò una strappo alla regola. Del resto sono pur sempre una vostra ex-senpai!»


I presenti applaudirono e nello sguardo delle ragazze si leggeva una profonda emozione. In particolare in quello di Sakura, che nutriva quegli stessi sentimenti e condivideva i medesimi obiettivi. Pensare che quel giorno avrebbe potuto compiere un passo decisivo verso il raggiungimento del suo sogno le faceva battere forte il cuore.

Di sottecchi, la capitana guardò Akane. Considerando che quel torneo serviva anche come raccolta fondi per le iniziative contro il bullismo, e sapendo con assoluta certezza che fosse stata lei a lasciarle quei messaggi anonimi, avrebbe voluto svergognarla lì, di fronte a tutti. Ma non aveva prove: la calligrafia sul foglio non era la sua, si era sicuramente fatta aiutare da qualche lacchè.


Quasi con le mani tremanti per l'eccitazione, le ragazze aprirono finalmente le scatole e tutte si lasciarono andare a un'esclamazione di stupore nel vedere le loro nuove, bellissime divise.


Corsero negli spogliatoi e in pochissime frazioni di minuto ne riemersero, saltando e gridando di gioia. Le divise avevano un design minimale che riprendeva i colori della scuola: il nero e l'oro, arricchiti da farfalle bianche. Il modello era studiato per essere aderente, così da assecondare al meglio i movimenti delle giocatrici ed esaltarne il fisico allenato, senza mai sfociare nel volgare. Il pantaloncino era a vita alta, seguendo una moda che stava finalmente tornando dopo anni in cui si era prediletta la vita bassa; in questo modo, anche su chi aveva la pancia prominente e i fianchi larghi, il taglio slanciava la figura donando una forma a clessidra, evitando l'effetto "finto premaman". Per le ragazze particolarmente alte, inoltre, le gambe sembravano ancora più lunghe e affusolate.


Mei prese tra le dita i lembi della maglia, constatando con sollievo quanto il tessuto fosse elastico e comodo, evitando di farla sentire costretta, soprattutto all'altezza del petto e delle spalle. Il materiale era traspirante, perfetto per un'attività intensa in cui si sudava molto. Il numero quattordici spiccava fiero all'altezza del cuore, catturando con la sua stampa dorata i riflessi dei primi raggi del sole del mattino, che facevano capolino dalle alte vetrate del palazzetto dove, di lì a poco, avrebbero disputato i loro incontri.



«Stai molto bene» disse una voce che le fece sollevare il mento di scatto. Himawari si era affiancata a lei, con le mani dietro la schiena, guardandola con un'espressione seria ma rilassata.


«Stai molto bene anche tu» rispose Mei. «Il nero e l'oro ti donano molto.»


Himawari si guardò a sua volta il numero dieci che spiccava sul proprio petto. «Conto su di te per le alzate» disse infine.


Mei sorrise lievemente e annuì. «Puoi contare su di me.»


«Ma grazie, grazie, grazie, grazie! Sono davvero bellissime!» Kaori aveva letteralmente buttato le braccia attorno al collo di Asahi e aveva iniziato a stampargli baci a raffica sulla guancia. L'ex asso del Karasuno divenne rosso come un peperone, mentre balbettava un confuso: «Non c'è di che!»


Il coach Yun guardava le ragazze con un sorriso soddisfatto nel vederle così felici. «Mi raccomando, portate questo entusiasmo anche sul campo di gioco.»


Qualcuno, però, non era affatto soddisfatto. Quando Sakura uscì dallo spogliatoio, il giovane designer poté sentire l'aura feroce della capitana che incombeva alle sue spalle.


«Quando ti ho detto che per me dovevi stampare il numero dodici, credevo di essere stata chiara!» sbottò la ragazza. Era più bassa di lui di appena sei centimetri, perciò poté fissarlo dritto negli occhi per affrontarlo con il suo sguardo di fuoco.


Sulla divisa di Sakura spiccava il numero uno.


«Mi, mi, mi dispiace tanto! Io avevo indicato proprio quel numero per te, ma dato che è inusuale che la capitana di un club scolastico porti un numero così basso, in tipografia hanno pensato a un refuso con il numero dell'alzatore, che è il due!»


«Fammi subito aggiungere il due!»


«E come? Non è possibile, sono stampati a caldo sulle maglie, non sono mica adesivi... Mi dispiace!»


Sakura ringhiò ancora più forte.


«Per favore, sii ragionevole» intervenne Yun, avvicinandosi con calma. «Sei la capitana e sei al terzo anno, un numero del genere di solito lo hanno i primini appena iscritti.»


«Quello era il numero che aveva mia madre quando giocava!» La voce di Sakura, che tradì una nota profondamente dolorosa, riecheggiò in tutta la stanza. 


«Quando si gioca a livello professionistico si può avere il numero che si vuole, ma qui siamo a scuola... Fidati, non le mancherai di rispetto» disse Yun, aggrottando la fronte per poi poggiarle una mano sulla spalla. «Se vuoi renderla felice, fallo sul campo, non portando per forza il suo numero... Anzi, credo che più ti distaccherai dal suo fantasma, più sarai serena, ragazza mia.»


Sakura si scrollò di dosso con un gesto secco la mano dell'allenatore, stringendo gli occhi.


«Vedila così, è un obbligo di contratto» intervenne la signora Yachi a braccia conserte, avvicinandosi a passi decisi. «Dato che voi siete le nostre testimonial, sembrerebbe strano se proprio tu non avessi il numero uno... O preferisci forse rinunciare al tuo ruolo di capitana?»


La ragazza la fissò con lo sguardo tremante. 


«No che non ci rinuncia!» disse Mei, facendo sentire la propria voce e lasciando tutti quanti stupiti. Lo sguardo della giovane era acceso e determinato. «Sakura è la migliore di tutti noi. Senza la sua coordinazione non passeremmo nemmeno il primo turno!»


«Mei ha ragione, non c'è nessuna qui che saprebbe tenere unita la squadra in questo modo» si aggiunse Himawari.


«Ed è anche la più alta e minacciosa!» aggiunse Kaori, che nel suo piccolo voleva sinceramente incoraggiare l'amica, ma ottenne solo il risultato di far sentire Sakura paragonata a un gorilla.


La capitana allora abbassò lo sguardo e strinse i pugni.


«Non preoccuparti. Tutti noi riconosciamo il tuo reale valore» aggiunse Mei, per poi sorridere lievemente. «E come dice sempre il mio sensei... Regola numero uno: scacciare i brutti pensieri!»


Sakura guardò la compagna, che a sua volta la ricambiava colma di fiducia. Si fissò per un attimo il numero uno stampato sul petto e infine annuì. «Va bene, per questa volta farò un'eccezione.»


Le ragazze esultarono contente... Tutte tranne una, che stava osservando l'intera scena in disparte, con gli occhi ridotti a due fessure piene di rancore.

«Vedo che le nostre farfalle sono pronte per spiccare il volo.»

La voce del professor Haruno si avvertì improvvisa nella palestra, e l'uomo non era affatto solo: con lui c'era la squadra al completo della sezione maschile.


«Io e i ragazzi siamo venuti a darvi il nostro in bocca al lupo» proseguì l'allenatore. «Alla fine siamo un'unica squadra e desideravamo mostrarvi personalmente tutto il nostro sostegno.»


L'allenatore Yun accolse molto volentieri il collega e, insieme alla signora Yachi, andò a stringergli la mano.


I ragazzi fecero i ragazzi, acclamando soprattutto il trio di punta della squadra, che era considerato anche il più carino della scuola. Iniziarono a improvvisare applausi e cori di incoraggiamento, e qualcuno tra la folla chiese persino alle tre di sposarlo.

Il capitano della maschile, tuttavia, aveva occhi per una sola ragazza in particolare.


Takeshi e Himawari si andarono incontro quasi in contemporanea, sorridenti, stringendosi le mani.


«Vedo che il nostro desiderio si sta esaudendo» disse Takeshi con aria decisa, anche per quell'occasione aveva la fascia bianca in testa, così come ce l'aveva la sua fidanzata.


«Diventare una coppia di successo? Ovvio. Chiaramente mi sono fatta lasciare tutti i contatti importanti. Questo evento è un'opportunità da non lasciarsi sfuggire.»


«Questa è la mia ragazza... Per l'occasione, tieni. È anche da parte dei miei genitori: saranno presenti sugli spalti a fare il tifo per la loro futura nuora.» Il ragazzo estrasse dalla tasca della tuta un cofanetto di alta gioielleria e, aprendolo, Himawari vide che dentro c'era un raffinato braccialetto con un ciondolo a forma di girasole.


«È davvero bellissimo, grazie» rispose lei, arrossendo vistosamente. Poi poggiò le mani sulle spalle di Takeshi per farlo abbassare leggermente e poterlo baciare affettuosamente sulla guancia. 


I compagni di squadra iniziarono subito a fischiare e a fare versetti complici, urlando che qualcuno avesse effettivamente espugnato il "Takeshi's Castle".


«E fatevi un po' gli affaracci vostri!» sbraitò il capitano della maschile che, nel frattempo, era diventato rosso fino alla punta delle orecchie.


Nel silenzio generale di quel momento dolce, due occhi azzurri fiammeggianti di puro rancore si posarono gelidi sulla schiena della numero dieci.


Lo shooting poté finalmente iniziare e, dopo quello, le avrebbero aspettate le interviste del prepartita. Anche se era stato tutto organizzato in fretta e furia, la CEO della Yachi Create e i suoi collaboratori avevano fatto davvero tutto a regola d'arte.


Le ragazze si dimostrarono assolutamente all'altezza della situazione e anche Asahi Azumane affrontò quel momento con spiccata professionalità. Le domande non erano affatto scontate e i fotografi sapevano cogliere il lato migliore delle giocatrici, nonché le loro doti atletiche, nelle varie pose di gioco. E mentre tutto questo avveniva, anche all'esterno del palazzetto dello sport la folla iniziava ad ammassarsi, non solo per assistere al torneo, ma anche per godersi i banchetti allestiti nel parco adiacente. 


La giornata iniziava a caricarsi dell'energia di tutto ciò che sarebbe avvenuto nelle ore successive.



«Mando subito una foto a Chikarùccio!» disse a un certo punto Kaori, rivolgendosi a una compagna con un sorriso sornione.


«Eh? Ma perché stai correndo in bagno a fartela?» chiese l'amica, del tutto stupita, senza però ricevere alcuna risposta perché ormai la numero tre era già volata via.


Quel mattino Ennoshita stava facendo tranquillamente colazione, pronto a prepararsi a sua volta per incontrarsi con i compagni con i quali sarebbe andato ad assistere al torneo.

La madre, intenta a lavare i piatti, si voltò appena quando sentì per l'ennesima volta il cinguettio del cellulare del figlio, borbottando a bassa voce che ormai quel telefono sembrava un concerto. Si voltò del tutto, invece, quando al ragazzo sfuggì un'esclamazione ovattata.


«Devi mangiare più lentamente il riso, o ti finirà nel naso» disse la donna, chinandosi sul tavolo per recuperare la ciotola vuota, convinta che si fosse semplicemente strozzato.

Solo in quel momento alzò lo sguardo su di lui e, con stupore, notò che era in piena epistassi. Il cellulare, intanto, era già stato infilato alla velocità della luce nella tasca della tuta.


🏐🏐🏐



I botti sparati in aria annunciarono l'inizio ufficiale della giornata. All'esterno del Sendai City Gymnasium, i giornalisti delle emittenti regionali conducevano interviste con gli avventori sempre più numerosi.


Per quel giorno, le scuole che avevano aderito all'evento avevano dato il via libera ai propri studenti per potersi recare al palazzetto a supportare le squadre. Ben presto sopraggiunsero anche i pulmini che trasportavano i club e le tifoserie degli altri istituti, ai quali vennero consegnati immediatamente dei gadget di benvenuto.


Arrivarono anche i genitori di Mei, insieme a quelli di Asahi, arrivati in macchina insieme, pur mantenendo ancora un'aria confusa. In particolare la madre di Mei era la più scettica tra tutti, ma nemmeno lei poté fare a meno di notare che l'evento aveva l'aspetto di qualcosa di estremamente importante e ufficiale. E sua figlia era una delle protagoniste assolute.


«Ah, sapevo che i nostri figli avrebbero fatto carriera, vero Toki?» esclamò il padre di Asahi, passando un braccio attorno alle spalle del fratello mentre attraversavano la strada. «Oggi tutti vedranno la prima collezione ufficiale del mio ragazzo e le capacità sul campo di Mei!»


«Probabilmente la terranno in panchina, essendo una delle ultime arrivate» commentò freddamente la madre di Mei. «Se devono farsi belli davanti alle telecamere, avranno messo come titolari le ragazze più attraenti e le più forti. E anche se la rotazione è d'obbligo, potrebbe essere sostituita da una compagna in qualsiasi momento.»


«Ah, ma allora qualcosa di pallavolo ne sai, Otome!» disse la madre di Asahi, con un sorriso sornione.


Otome si sistemò meglio gli occhiali sul naso, le cui lenti catturarono la luce del sole, mentre una gocciolina di sudore le scendeva lungo la tempia per il caldo. «Mi sembra chiaro. Non è che permetto a mia figlia di frequentare un club qualunque senza prima documentarmi.»


«Comunque sia, perché dovrebbe essere sostituita?» intervenne il padre di Asahi. «Lei e suo cugino sono fatti della stessa pasta. Come lui è stato l'asso della sua squadra, sono certo che oggi lo sarà anche la nostra piccola Mei!»


Toki, il padre di Mei, abbassò lo sguardo, ammettendo a se stesso che suo fratello aveva molta più fiducia nella nipote di quanta ne avessero lui e sua moglie, che pure erano i suoi stessi genitori. Essendo Mei di indole timida e riservata, stentavano a credere che potesse essere di particolare rilevanza per la squadra; erano convinti che l'unica cosa che quello sport le avesse trasmesso fosse l'abitudine di scappare da scuola, sottraendo tempo prezioso agli studi e alla sua carriera futura.


Per questo forse era un bene che da tutto questo l'allontanassero.


«Ragazzi, vi rendete conto che tra meno di un mese anche noi torneremo proprio qui per avere la nostra rivincita?!» esclamò Hinata al colmo dell'entusiasmo, non appena lui e tutta la squadra arrivarono nei pressi dell'edificio.


«Chissà se Kenma starà studiando qualche nuovo schema. Conoscendolo, immagino di sì» osservò Kageyama con aria determinata. «Ma, più di tutto, voglio vedere se pensa davvero di essere migliore di me con le alzate.»


«Mah, io penserei di più ai fratelli Miya» osservò Tsukishima, con le mani nelle tasche della giacca della tuta. «Al ritiro mi sono sembrati belli carichi nonostante la loro apparente flemma, soprattutto quando si mettevano a litigare tra di loro.»


«Speriamo allora che questo vada a loro svantaggio!» ridacchiò timidamente Yamaguchi.


«Largo, fate largo! Oggi voi maschi non mi interessate minimamente!» La voce di Saeko, che irruppe proprio nel bel mezzo del gruppo soffiando a pieni polmoni in un fischietto, fece saltare sul posto i ragazzi, che riuscirono a scansarsi solo all'ultimo momento. Dietro di lei la seguiva a ruota il solito gruppo di accaniti tifosi.


«Sorellona, ma che ti salta in mente?!» sbottò irritato Ryu Tanaka.


«Sei tu che stai in mezzo alla strada, io ho avvisato!» ribatté la ragazza bionda, riprendendo subito a fischiare per farsi largo tra la folla.


«Dopotutto, anche le nostre ragazze meritano il giusto supporto!» La voce del professor Takeda, comparso improvvisamente al loro fianco, li fece sorridere.


«Ah, professore, è venuto anche lei!» esclamò Hinata.


Takeda annuì. «Certo, c'è pur sempre il nome del Karasuno in campo.»


«E noi ne siamo i fan numero uno!» si aggiunse Ukai, che arrivò un secondo dopo.


Il vociare dei ragazzi trasmetteva tutto il loro travolgente entusiasmo. Anche se un paio di loro erano insolitamente silenziosi: in particolare Nishinoya, l'angelo custode della squadra, che camminava a sguardo basso e concentrato. L'altro era Ennoshita, sul cui volto spiccava un cipiglio evidente, sebbene continuasse a interloquire normalmente con il professore e l'allenatore.


Arrivati nell'atrio dell'edificio, anche quelli che di solito erano i più riservati della squadra non riuscirono a rimanere indifferenti allo splendore che si parava di fronte a loro, con tutte quelle belle e giovani giocatrici in divisa da pallavolo, con i loro completi che ne esaltavano le forme.


«Se questo è un sogno, vi prego non svegliatemi» disse Tanaka con le braccia ciondoloni e lo sguardo da pesce lesso. «Una più carina dell'altra, vero, 'Noya?» aggiunse, dandogli una gomitata scherzosa.


«Mhm? Oh certo, certo... uno splendore!» disse il numero quattro, non reagendo subito come suo solito.


«Stai bene?» chiese allora il compagno, alzando un sopracciglio.


«Sì, sto bene!» rispose Nishinoya, pur tradendo una certa nota stridula nella voce. Poi ingoiò la saliva e si guardò nervosamente attorno. «Sentite, voi intanto avviatevi, io poi vi raggiungo!» 


Senza dare ulteriori spiegazioni, lasciando gli altri con un grosso punto interrogativo in testa, il ragazzo uscì di nuovo fuori dall'edificio.


«Maestro, stai arrivando?» chiese Baki, allarmato, mentre faceva una videochiamata con Bokuto.


Bokuto dallo schermo si grattò l'interno dell'orecchio con il mignolo. «Sto arrivando, mi ci vuole ancora un po', con tutto questo traffico penso che farò un po' tardi.»


Baki allora girò il cellulare per mostrare al suo senpai cosa si stava perdendo.


«Eccomi qua, ciao a tutti!»


Yamaguchi saltò sul posto in preda a un forte batticuore, sentendo improvvisamente la presenza dell'ex giocatore del Fukurōdani apparire alle sue spalle con un sorriso radioso. Bokuto si era praticamente teletrasportato lì!


Si scambiò poi una decisa stretta di mano con il suo giovane kohai del primo anno del Karasuno, con cui iniziò subito a confabulare per chiedere se avesse già individuato qualche donzella a cui potersi presentare.


«Bravissimo il mio allievo!» rispose quindi Bokuto alla risposta affermativa di Baki, dandogli una calorosa pacca sulla spalla.


«Ma non ero io una volta il suo allievo?» balbettò sconcertato Hinata.


«Fidati, non vuoi essere suo allievo su questo» gli rispose Tsukishima, poggiandogli una mano sulla spalla.


«Attenzione, fate largo!» la voce improvvisa di una guardia di sicurezza riecheggiò nell'atrio, e un silenzio sospeso si diffuse immediatamente in tutto l'ingresso. 


Degli uomini in giacca e cravatta, facendo da apripista, anticiparono l'arrivo dei fotografi, che a loro volta precedettero l'ingresso di qualcuno di davvero importante.


Lo sguardo di Hinata si illuminò, come se il sole fosse nato nei suoi stessi occhi: i supporter d'eccezione dell'evento erano appena arrivati. La squadra degli MSBY Black Jackals era lì, proprio di fronte a lui. Giovani uomini altissimi, atleti dalle doti eccezionali, avanzarono con sguardo impassibile di fronte a loro, che al confronto non sembravano che delle pulci. Il loro logo, il muso di uno sciacallo stilizzato su sfondo nero, rappresentava una filosofia ben precisa: essere sempre a "caccia", una metafora per chiunque avesse non solo voglia di vittorie, ma una "fame insaziabile" di crescita. Non a caso il loro motto era: "Connettere le persone attraverso il loro duro lavoro". Infine, la fantasia di un artiglio stilizzato alla base della maglia dava un'ulteriore prova che in quel club sarebbero stati ammessi solo i giocatori più agguerriti.


«Presto ne faremo parte anche noi» disse Bokuto con voce profonda, posizionandosi al fianco di Hinata.


Shōyō sollevò lo sguardo, fissandone il profilo. L'espressione del suo mentore si era fatta incredibilmente intensa.


«Un giorno calcherò quel rettangolo di gioco indossando quella maglia» proseguì il ragazzo dai capelli ribelli e grigi, per poi abbassare gli occhi su Hinata. «E quando ti sarai diplomato anche tu, diventeremo gli assi della squadra. Ci stai, mio allievo?»


Hinata sbatté un attimo le palpebre per la sorpresa, per poi sfoggiare un sorriso colmo di determinazione e stringere con decisione la mano del suo senpai. «Certo, maestro!»


Anche Kageyama osservò con ammirazione quei magnifici atleti, ma poi non riuscì a non guardare di sottecchi Hinata e Bokuto. Aveva già dichiarato le sue intenzioni riguardo al suo futuro, quindi, benché Bokuto fosse un amico e Hinata ancora il suo compagno di squadra, non poté fare a meno di iniziare a considerarli dei rivali.


«Ragazzi, eccovi!»


Ristabilitasi una parvenza di normalità, ora la voce di Hitoka Yachi poté levarsi sopra le teste dei presenti.


Gli occhi di Tanaka si fecero subito a cuoricino non appena si rese conto che, accanto alla ragazzina bionda, c'era anche la regina del suo cuore, Shimizu.


«Che bello, ci sei anche tu!» osservò Takeda, mentre tutti quanti andavano incontro alle due ragazze.


Shimizu sorrise lievemente e poi annuì. «Sono pur sempre un membro del Karasuno, anche se mi sono diplomata... E poi c'è Mei che è mia amica. Mi sembrava doveroso darle tutto il supporto.»


I ragazzi non poterono fare a meno di commuoversi: Shimizu aveva parlato con una voce così dolce e timida che ebbero la conferma che ella fosse un serafino.


Con loro c'erano già anche Sawamura e Sugawara, che invece erano lì soprattutto per poter assistere anche loro al successo di Azumane nella prima mostra delle sue opere.


«Vogliamo andare a salutare Mei e la sua squadra?» propose Yachi. «Sicuramente la mamma ci farà passare.»


«Assolutamente, ci sto! Dopotutto, anche se per poco, Mei è stata mia allieva, credo che apprezzerà di sicuro un paio di dritte anche da parte mia» commentò Ukai, incrociando le braccia e sorridendo di contentezza.


Tutti furono d'accordo. Mei si era allenata con loro per un mese intero ed era l'allieva di Hinata, perciò poter fare personalmente loro in bocca al lupo prima del fischio d'inizio era qualcosa che desideravano assolutamente.


🏐🏐🏐


Come ben pensato da Yachi, la madre non ebbe problemi a far incontrare le ragazze della Shiroi Chō "dietro le quinte". Le giovani erano reduci dal discorso motivazionale del loro allenatore e ora si aggiravano nel corridoio che era stato isolato per loro, cariche di emozione.


Non appena però videro tornare Madoka con la figlia al seguito e i ragazzi del Karasuno, il loro sguardo si riempì di stupore. 


«Sensei, sei qui!» esclamò Mei, correndo incontro a Hinata. I due si batterono immediatamente un doppio cinque.


«Wow, Mei! State benissimo, dico davvero!» esclamò Hinata, ammirando sinceramente come la sua amica fosse vestita.


«E dov'è il grande artista?» chiese Ukai, alzando la voce.


Asahi fece capolino da dietro una porta, per poi accogliere i nuovi arrivati con grande calore.


«Accidenti, certo che per i modelli femminili ci sai proprio fare. Hai occhio!» osservò Sugawara, con le sopracciglia inarcate.


«Questo lo devo alle mie migliori modelle: Mei, la sua capitana e soprattutto Shimizu, la mia primissima in assoluto.»


Degli sguardi carichi di tensione partirono dai suoi due ex compagni e da Tanaka, ma parve che anche Tsukishima si fosse unito al gruppo dei gelosi stavolta, cosa che sarebbe stata davvero insolita da parte sua.


«Chikarùccioooo!»


Ennoshita venne letteralmente investito da Kaori, che lo placcò all'improvviso buttandolo a terra e iniziando a strofinare la guancia contro la sua, proprio come un gattino che fa le fusa. La cosa colmò d'imbarazzo il capitano dei corvi, soprattutto quando Narita e Kinoshita si misero a sghignazzare sotto i baffi.


«Kaori, riserva le tue energie per le avversarie» la voce ferma di Sakura si fece largo in quel baccano, avanzando con calma.


«Vedo che hai cambiato numero» osservò Tsukishima.


«Non per mia diretta volontà» disse lei, gettando uno sguardo severo verso Asahi. «Per stavolta ho fatto uno strappo alla regola.»


«Beh... È il numero che ti si addice» concluse Tsukishima, rimettendo le mani in tasca.


I due si scambiarono una rapida occhiata, ma poi l'attenzione venne catturata da Mei. «Tsukishima ha ragione, è quello che ti abbiamo detto anche noi altre!»


Un lieve sorriso affiorò sulle labbra della capitana. «E tu invece vedi di far vedere ai tuoi i frutti del tuo lavoro con quelle alzate.»


«Sta' tranquilla, ha avuto un ottimo insegnante al riguardo» disse Kageyama, e Hinata comprese subito che si stava riferendo a se stesso, cosa che lo fece subito sbottare per far valere la sua posizione. Ma ovviamente il compagno non arretrò di un passo e i presenti scoppiarono a ridere nel vedere quei due bisticciare a quel modo.


«Chikarùccio, ti è piaciuta la foto che ti ho mandato?» chiese nel frattempo Kaori, ridacchiando a bassa voce e approfittando del fatto che gli altri si fossero distratti a parlare e a complimentarsi con Mei e Sakura.


Il ragazzo però rispose con un'occhiataccia che lasciò sorpresa la giovane. «L'ho cancellata! Non mi devi inviare certe foto.»


«Perché? Che c'era di male? Stavo facendo il segno della vittoria e volevo mostrarti la divisa!» rispose lei col labbro tremulo. 


Ennoshita divenne rosso peperone. «Sì, ma... Ma dal basso... E... In quella posizione?»


«Non ti piaceva?»


«Io... Io... Ci conosciamo da poco, non devi inviare così facilmente certe foto!»


Kaori alzò un sopracciglio. «Vuoi dire che non devo fidarmi di te?»


«Sì che puoi... Ma... Ma...!» Ogni cosa che il capitano avrebbe voluto dire gli moriva in gola. Del resto, non erano nemmeno soli in quel momento.


«Pensavo di piacerti così, a voi ragazzi piacciono queste cose!»


Ennoshita si accigliò. «Non so che ragazzi conosci tu, ma non è con questo che puoi farmi interessare a te.»


«Ma vi volete alzare voi due o volete prendervi una stanza?» chiese Kinoshita a braccia conserte, piegandosi su Ennoshita con un sorriso sornione.


«Lascialo stare, sono giorni che non si vede con la sua ragazza, gli era mancata!» si aggregò Narita.


«Vi ho detto che non è la mia ragazza!» sbottò Ennoshita, digrignando i denti.


Kaori abbassò lo sguardo e sorrise mestamente.


Improvvisamente delle urla squarciarono l'aria in fondo al corridoio, nella zona dei bagni, allarmando tutti i presenti.


Accorrendo sul posto, Sakura andò ad aprire la porta del bagno femminile e lì trovò Akane e Himawari che stavano lottando furiosamente, tirandosi i capelli a vicenda. In quella rissa violenta urtarono più volte con i fianchi la ceramica dei lavandini, e Akane andò vicinissima a far sbattere la testa a Himawari contro lo spigolo di una colonna portante.


Sakura si fiondò immediatamente a prendere Akane per le braccia, mentre Mei bloccò Himawari. Le due, però, continuavano ancora a scalciarsi, tanto che Tsukishima dovette intervenire per dare man forte a Sakura e trascinare indietro Akane, mentre Asahi andò in aiuto di Mei.


«Si può sapere che cosa sta succedendo qua?!» intervenne, arrabbiatissimo, il coach Yun, non appena le due ragazze vennero portate fuori nel corridoio e ben distanziate l'una dall'altra.


«Ho sorpreso Akane che stava per gettare nel gabinetto il braccialetto che Kenji mi ha regalato!» sbottò la numero dieci della Shiroi Chō. «Per mesi ho sopportato le tue angherie, ma questo no, non potevo assolutamente permetterlo!»


«Bugiarda, come lo sei sempre stata! Una che si crede chissà chi, quando sappiamo tutti come finge amicizia solo per poi pugnalare alle spalle!»


Mei strinse le labbra per un attimo.


«È vero, e se l'ho fatto è perché avevo paura di te...» ammise Himawari, che ora iniziava a piangere per il nervoso e per il dolore emotivo che finalmente emergeva. «Perché altrimenti mi avresti fatto del male!»


«Bugiarda!» ringhiò Akane, i cui occhi erano diventati due braci ardenti.


«I segni!» disse improvvisamente Mei, realizzando qualcosa e attirando l'attenzione di tutti. Mei si strinse nelle spalle, facendosi coraggio. «Al ritiro io le ho visto dei segni rossi sul polso, come se qualcuno glielo avesse stretto con forza... Credevo fosse stato il fidanzato, ma invece...»


Si scambiò un'occhiata con Sakura, ricordando il discorso del mattino in cui le due avevano fatto jogging insieme, e quest'ultima annuì d'intesa.


«È un sospetto che ho avuto a lungo anche io, dettato da una sua pura gelosia, anche se ancora non potevo provarlo per certo» disse la capitana, drizzando la schiena. «E non è tutto. Credo che ultimamente sia stata lei a scrivermi quelle lettere anonime volte ad abbattermi in vista di questo torneo.»


«Io non ti ho scritto proprio niente!» urlò Akane, con il volto indignato.


«Sei l'unica a conoscenza dei dettagli legati a mia madre, a parte Kaori, Mei e il coach Yun; e non credo che alcuno di loro tre avrebbe mai sfruttato il mio passato per avvilirmi» ribatté Sakura.


«Scommetto allora che sei stata sempre tu a tagliare il mio yukata, vero?!» tornò alla carica Himawari.


«Continuate pure ad accusarmi senza un briciolo di prova! Siete solo delle meschine.»


«Io invece credo proprio che dicano il vero!» La voce di Kaori vibrò, mentre si stringeva nelle spalle. «Io sono una schiacciatrice, ho una buona vista per individuare i punti lontani e...»


«Grazie, non ci interessa» la sottomise Akane, sovrapponendosi alle sei parole con disprezzo.


«Falla finire di parlare» ordinò Ennoshita con tono eccezionalmente duro.


«... E quindi, quando Akane si è allontanata prima che andassimo a cena, l'ho vista chiedere alla reception una chiave» continuò Kaori. «Ma invece della nostra, che era posizionata tutta a destra, si è fatta dare una che stava al centro... Ne desumo si trattasse di quella della stanza di Mei e Himawari.»


«È così, infatti!» esclamò Mei. Quest'ultima poi strinse i pugni e si morse il labbro. «E anche con me Akane è sempre perfida.»


«Su questo possiamo testimoniare tutti noi!» sbottò Hinata. «Bullizza Mei fin dal primo giorno! Non fa che massacrarla di insulti!»


«Non sono certo l'unica a farlo, è solo una raccomandata, dopotutto» replicò Akane. Vedendo che ormai era stata messa con le spalle al muro, smise di nascondersi. «Visto che questo evento è contro il bullismo, allora qui dovreste rimuovere come loro rappresentanti quasi tutta la squadra. A partire dalla sua capitana e dal suo terzo asso.»


«Non diciamo sciocchezze, non caccio via una squadra intera per qualche semplice screzio» disse Yun, scuotendo il capo.


«Sciocchezze, professore?» Takeda fece sentire la sua voce. Normalmente aveva un tono pacifico e affabile, ma questa volta mise bene in evidenza il fatto di essere un uomo adulto sui trent'anni e, soprattutto, un insegnante. «Io stesso sono stato testimone dello stato di grave sofferenza in cui si trovava Mei Azumane quando l'ho conosciuta. Le vessazioni nei suoi confronti erano state così gravi da sconvolgere persino i miei allievi, al punto che ho mandato personalmente una lettera al vostro istituto, la quale però è stata — ed è tuttora — presa decisamente sottogamba.»


«Professore, lei allena una squadra di maschi, che hanno un modo di interagire tra compagni totalmente diverso» rispose l'allenatore Yun. «Ma io, che sono vent'anni che alleno la femminile, so bene che le ragazze sono molto più emotive. Le litigate tra di loro sono all'ordine del giorno, non si può sfasciare una squadra per questioni di gelosie e ripicche.»


«O forse dovrebbe valutare un serio aggiornamento sul suo metodo di insegnamento, professor Yun» ribatté la tigre del Karasuno. «Non siamo più nel vecchio millennio. Le nuove generazioni sono molto più attente e sensibili, e finalmente si è riusciti a capire la differenza tra una marachella bonaria e un vero e proprio atto persecutorio. Soprattutto in questa età in cui i giovani stanno ancora imparando a rapportarsi con il mondo» fece un passo avanti. «Perciò, quello che hanno subito le sue allieve da una loro compagna è gravissimo. Aggressioni, minacce, distruzione di oggetti dal grande valore affettivo e ora persino percosse. Quanto ancora dovrà andare avanti prima che lei apra gli occhi di fronte al frutto di queste angherie, di cui poi sarà il diretto responsabile?!» Si premette una mano sul cuore e alzò di una nota il volume della voce. «Le famiglie hanno il compito di impartire l'educazione a casa, ma anche noi rappresentiamo un modello fondamentale per la loro crescita. Siamo il loro faro, una figura di riferimento, non siamo solo lavoratori che impiegano la loro ora e poi danno i compiti... Siamo i loro maestri! E in quanto tale, io non riterrò mai "sciocchezze" e "screzi" nessun atto volto a ferire un essere umano e a far credere all'altro di poter fare impunemente qualsiasi cosa, solo perché è ancora un ragazzo!»


Un silenzio di ammirazione, ma anche di profonda contemplazione, attraversò il locale. Tutto quello che Takeda si era tenuto dentro in quei mesi, da quando era emersa quella faccenda, esplose come un'unica ondata. Aveva cercato di fare il proprio dovere e, quando Mei aveva mostrato i primi segni di miglioramento, si era rilassato. Ma la muffa rimaneva, insidiata tra le crepe di quella squadra che, per quanto stesse crescendo anche a livello di collaborazione, presentava ancora dei punti critici. E ora che la verità era finalmente emersa, non poteva più tacere. Non gli interessava se il professor Yun fosse più grande o se le ragazze non fossero sue studentesse: quei confini istituzionali erano del tutto irrilevanti per lui.


Chiaramente, l'allenatore della Shiroi Chō non avrebbe fatto un mea culpa lì davanti a tutti, per non perdere l'autorità di fronte alle sue allieve. Tuttavia, una luce diversa attraversò il suo volto dopo che Takeda ebbe finito di parlare.


«Certo che questo è un bel problema... Che figura ci facciamo se emerge che proprio la squadra designata come rappresentante della lotta contro il bullismo è la più bulla di tutte?» si chiese Madoka Yachi, con un cipiglio nervoso.


«Sfruttatelo come motivo per cui è stata scelta proprio la nostra squadra» disse Sakura, facendo un passo avanti. «Ho vessato non solo Mei, ma anche le mie compagne, perché le ho sempre considerate inferiori a me. Punire la capitana per negligenza sarà l'esempio perfetto del fatto che nemmeno una posizione di privilegio può essere una scusante per maltrattare gli altri.»


«No, Sakura, questa è la tua grande occasione!» sbottò Kaori, superandola di slancio. «Ti vedranno le università!»


Sakura mostrò un sorriso incredibilmente dolce. «Che cosa se ne farebbero di una spocchiosa?»


Kaori digrignò i denti e si premette una mano al petto. «Allora buttate via me! Sono la schiacciatrice di punta e mi sono sempre aggregata alle vessazioni solo per stare dentro al gruppo! Sono anche io una del trio più forte, ma io sono sacrificabile.»


«Proprio perché sei una del trio più forte, la squadra ha bisogno di te, Kaori» intervenne questa volta Himawari. Ormai calmatasi, era stata lasciata andare da Mei e Asahi. «Con le mie azioni ho tradito un'amica e le ho rivoltato contro i suoi stessi compagni. Mi sono macchiata di spionaggio e tradimento. La squadra può andare avanti anche senza di me.»


Dopo le dichiarazioni di Himawari la situazione esplose nel caos: anche le altre giocatrici si fecero avanti, chiedendo di essere la pedina sacrificabile. Tutte loro, con l'indifferenza o con i pettegolezzi, avevano contribuito a rendere tossica la squadra, lasciando del tutto di stucco gli insegnanti, la madre di Hitoka e l'intero Karasuno.


«Basta così, ragazze!» ordinò infine Yun, alzando le mani. «Vi ho già detto che non posso privarmi di ognuna di voi.»


«Va bene, allora andiamo, che è quasi ora» tagliò corto Akane a braccia incrociate, convinta di averla passata liscia per l'ennesima volta.


«Anche se un'eccezione posso e devo farla.»


Un brivido freddo corse lungo la schiena di Akane, mentre l'allenatore la fissava con uno sguardo tagliente. «Tu ti sei macchiata di minacce, aggressioni e danni personali. Sono gesti che vanno ben al di là delle classiche dinamiche di rivalità tra ragazze, e su questo io non posso assolutamente soprassedere» fece un passo avanti, e la sua voce si fece più profonda e autoritaria. «Akane Kotetsu, sei ufficialmente espulsa dalla squadra. Riconsegna immediatamente la divisa e vattene da qui. Raggiungi la professoressa Morino sugli spalti e lunedì a scuola parleremo direttamente con il preside.»


«Ma... Non potete farlo!» ringhiò la ragazza, stringendo i pugni. «Io sono la vostra migliore alzatrice! Faccio parte del trio di punta, sono tra le più capaci... Avete bisogno di me per vincere!»


«Meglio perdere ma farlo con delle compagne fidate, che vincere rischiando di sentirci in debito con te!» ribatté Kaori.


«Ma allora le unghie ce le hai davvero» osservò Ennoshita a mezza voce.


Kaori si voltò verso di lui, raggiante. «Ah, lo hai notato? Guarda, ci sono andata proprio ieri per l'occasione!» disse, mostrando fiera al ragazzo la sua nuova manicure.


«No, non intendevo in quel senso...» sospirò il capitano, passandosi una mano sulla faccia.


Akane tentò di protestare, ma più lo faceva e più gli sguardi di disappunto erano puntati su di lei. Era stata isolata, nessuno l'avrebbe appoggiata e così la suo voce, inesorabilmente si affievolì, fino a tacere.


«Vatti a cambiare» ripeté Yun «e poi ti accompagno io stessa. Sei comunque una mia responsabilità.»


Quando Akane venne allontanata, un profondo sospiro di sollievo attraversò l'intera squadra della Shiroi Chō. Tolta di mezzo la loro aguzzina, gli sguardi delle ragazze divennero improvvisamente più distesi, come se un pesante macigno fosse stato rimosso dai loro petti.

Solo su una cosa, purtroppo, Akane aveva ragione: lei era la loro alzatrice di punta e, senza di lei, la squadra rimaneva scoperta in quel ruolo fondamentale.


«Scusate, ma a me risulta che un'alzatrice in squadra l'abbiamo ancora» disse a un certo punto Sakura, rompendo il silenzio.


Hinata e Kageyama compresero subito a chi si stesse riferendo.


«Una a cui potete dare piena fiducia!» esclamò il numero dieci del Karasuno.


«... E allenata dal migliore che potesse mai trovare» aggiunse l'altro, con una punta di vanità mascherata da indifferenza.


Hinata lo fulminò immediatamente con lo sguardo.


Mei divenne subito rossa come un peperone e iniziò a grattarsi la nuca nervosamente, sentendo gli occhi di tutti puntati addosso.


Sakura le mise una mano sulla spalla con calore. «Stai tranquilla. Fai solo del tuo meglio, l'importante è divertirsi, no?» Dicendo questo, sollevò lo sguardo verso Tsukishima, il quale rispose con un cenno di approvazione.


«Bene, allora... Hip Hip Urrà! Hip Hip Urrà!» esultò Kaori, saltellando felice come una bambina e coinvolgendo anche tutte le altre compagne nell'esultanza per scacciare la tensione.


«Sarebbe bene allora che Mei avesse il numero due sulla maglia, ma...» osservò Madoka Yachi, con un lieve imbarazzo.


«Sì, la divisa di Akane non è decisamente della mia taglia» confermò Mei, guardandosi il tessuto. «E non voglio passare tutto il tempo della partita a tirarmi il colletto... Cugino, tu puoi fare qualcosa al riguardo?»


Asahi ci pensò su un attimo, accarezzandosi il mento, ma poi sorrise con fare estremamente determinato. «Contate su di me!»


🏐🏐🏐


Dato che alla Shiroi Chō serviva ancora un po' di tempo, l'inizio del torneo venne anticipato dal discorso degli MSBY Black Jackals in merito alla parità di trattamento tra le sezioni maschili e femminili nel mondo dello sport. Come portavoce venne scelto Shūgo Meian, il capitano della squadra, un giovane uomo che sfiorava i due metri d'altezza e che era considerato il "muro di ferro" del suo club. Era un atleta robusto con i capelli corti e neri dalle ciocche ribelli, e il suo sguardo trasmetteva appieno quella ferrea determinazione che i principi della sua squadra volevano comunicare.

Aveva ventiquattro anni e ancora una grande e lunga carriera professionistica di fronte a sé.


Il suo discorso fu profondo e accorato; si capiva che credeva davvero in ciò che diceva, non si trattava di un semplice testo preparato a tavolino. Parlò della necessità di superare certi vecchi stereotipi, ricordando che la pallavolo femminile sa essere d'intrattenimento tanto quanto quella maschile. Sottolineò come le donne facessero spesso una fatica persino più grande, soprattutto le atlete con figli piccoli, ma nonostante ciò riuscissero comunque ad affermarsi a livello internazionale, vincendo medaglie olimpiche che non erano certo inferiori a quelle conquistate dagli uomini.


Infine, concluse annunciando ufficialmente che anche gli MSBY Black Jackals, a partire dalla stagione successiva, avrebbero introdotto una sezione femminile, proprio perché in un nuovo millennio ormai inoltrato era giusto evolversi e diventare un esempio per tutti gli altri club che ancora lavoravano esclusivamente con il settore maschile.


Gli applausi scossero la platea gremita e Meian, tra i flash dei giornalisti, accennò un cortese e perfetto inchino, da perfetto giapponese.


Tra il discorso di apertura degli ospiti d'onore e la presentazione dei commentatori, Asahi ebbe tutto il tempo necessario per apportare le modifiche alla divisa di Mei. Fece un lavoro di taglia e cuci impeccabile, recuperando dalla divisa di Akane il numero due, sia davanti che dietro, per poi applicarlo sulla maglia di Mei. Essendo comunque osservate a distanza dal pubblico ed essendo la stoffa completamente nera, la toppa non si sarebbe notata affatto.


Così, a un certo punto, le luci del palazzetto si abbassarono e una musica incalzante accolse l'entrata dell'organizzatrice dell'evento, la CEO della Yachi Create, con al seguito il coach Yun e i tecnici ufficiali.


«Andrà tutto bene, Mei, sono davvero orgoglioso di te» disse Hinata a bassa voce, posando una mano sulla spalla della sua amica mentre un rullo di tamburi creava suspense per la presentazione della squadra. «Ti osserverò attentamente dagli spalti.»


«Grazie, Shōyō. Non so davvero che cosa avrei fatto senza di te» rispose Mei, commossa e sorridente allo stesso tempo. 


Il ragazzo le sorrise a trentadue denti, con la sua solita, contagiosa energia. «Ma va'! Sei fortissima anche da sola!»


I due si fissarono con un'intensa luce negli occhi, e un abbraccio forte sopraggiunse spontaneo. 


«Vedrai che volerai sempre più in alto, Mei. Te lo posso assicurare!»


«Lo faremo insieme allora!»


In quel preciso momento, fuori dal palazzetto dello sport, un corvo appollaiato su un ramo gracchiò forte. Lì accanto si posò una farfalla bianca che, incredibilmente, non venne spaventata dalla sua presenza. Quando l'ennesimo botto all'esterno, che annunciava l'inizio ufficiale dell'evento, esplose nell'aria, entrambi gli animali si alzarono in volo, puntando insieme verso l'alto.


Sotto scroscianti applausi venne quindi annunciata l'entrata delle testimonial dell'evento: le Farfalle dell'istituto a indirizzo artistico Shiroi Chō, che per l'occasione indossavano la divisa speciale disegnata e realizzata dall'artista emergente Asahi Azumane.


Fece il suo ingresso per primo proprio Asahi, il quale venne immediatamente investito da una forte ondata di emozione non appena il suo volto apparve sul grande schermo del palazzetto mentre attraversava il campo. Subito dietro di lui sfilò la squadra femminile, con le braccia alzate in segno di saluto verso il pubblico.


«Asahi! Mei! Siete grandi!» esultò il padre di Asahi, scattando in piedi.


«È il mio ragazzo! È il mio ragazzo!» aggiunse la madre, agitando un fazzoletto.


I genitori di Mei, invece, mantennero un certo riserbo, ma anche loro non distoglievano affatto lo sguardo da ciò che si parava di fronte ai loro occhi. In particolare seguirono la figlia, notando con profondo stupore che lei si trovava in prima fila insieme alla capitana e alla numero tre, portando sul petto un numero diverso dal solito.


Nel frattempo, il Karasuno, gli allenatori e Bokuto raggiunsero gli spalti nei pressi della tifoseria della propria scuola. Lì trovarono già seduti Nishinoya e, a sorpresa, anche Aone; il gigante del Dateko se ne stava seduto composto, con la schiena dritta e le mani appoggiate alle ginocchia, intenzionato a non perdersi nemmeno un singolo passo della sua giocatrice prediletta delle Farfalle.


«... E ora, come ultimo intervento prima del fischio d'inizio, chiamiamo a prestare la sua voce Sakura Ayuhara, figlia della compianta e nota Nami Ayuhara, per un discorso sentito riguardo al bullismo nelle scuole e nello sport. Ricordiamo infatti che i fondi raccolti saranno interamente devoluti alle associazioni che si occupano di questo importante argomento, e che sul volantino che vi è stato consegnato all'ingresso trovate il numero per le donazioni, tuttora in corso.»


I fari della palestra si puntarono quindi su Sakura che, dopo aver ingoiato la saliva per l'emozione, avanzò a passi fermi verso il piedistallo con in cima il microfono. Per un attimo la luce accecante le fece stringere lo sguardo, ma la ragazza sapeva bene che, nascoste tra le ombre della platea, diverse paia d'occhi la stavano osservando con fiducia. Sul grande schermo posto alle sue spalle, intanto, apparve in primo piano il dettaglio del suo volto, assolutamente fermo e fiero.


Sakura si sistemò davanti al microfono. Il silenzio nel palazzetto divenne quasi tangibile, rotto solo dal ronzio soffuso delle telecamere. Quando iniziò a parlare, la sua voce risuonò ferma, priva di esitazioni, amplificata dagli altoparlanti in ogni angolo della struttura.


«Grazie a tutti per essere qui oggi» esordì Sakura, guardando dritto verso la platea. «Siamo qui per celebrare lo sport, ma soprattutto per dare un nome e un volto a una realtà che troppo spesso si consuma nel silenzio e nell'ombra dei corridoi scolastici: il bullismo. Spesso pensiamo al bullismo come a qualcosa di lontano, che riguarda sempre gli altri. Ma la verità è molto più cruda. E io oggi sono qui anche per fare una confessione dolorosa.»


Fece una breve pausa, stringendo il fusto metallico del microfono. Sul maxischermo, il suo volto apparve incredibilmente onesto. «Per molto tempo, io stessa sono stata una bulla. Ho usato la mia posizione di capitana, la mia forza e il mio carattere per schiacciare gli altri. Ero convinta che per essere forte dovessi dimostrarmi spietata, che chi non camminava al mio passo non meritasse il mio rispetto. Ho ferito delle persone, ho ignorato le loro insicurezze e ho voltato lo sguardo davanti alle loro sofferenze. Ma la vera forza non sta nel nascondersi dietro una maschera di arroganza. La vera forza sta nell'avere il coraggio di guardarsi allo specchio, riconoscere i propri errori e chiedere scusa.»


Alzò lo sguardo, puntandolo verso la tribuna dove sedevano gli allenatori e i docenti, e il suo tono si fece ancora più accorato e tagliente: «Per questo è fondamentale che gli adulti preposti, gli insegnanti e le guide che hanno la responsabilità della nostra crescita, non si voltino mai dall'altra parte. Non liquidate le sofferenze di un ragazzo come semplici "screzi" o "litigate tra adolescenti". Il vostro intervento, la vostra attenzione e la vostra fermezza possono essere determinanti per salvare una vita e per insegnare a un bullo che le sue azioni hanno delle conseguenze concrete. Una vera squadra, che sia nello sport o nella vita di tutti i giorni, è forte solo se nessuno viene lasciato indietro. Non esistono elementi inutili o sacrificabili: ogni singolo individuo è prezioso e indispensabile per la vittoria.»


Il pubblico rimase sospeso, catturato dalle sue parole. In quel momento, a sorpresa, Sakura si voltò verso la propria squadra. Il suo volto si distese in un sorriso incredibilmente dolce e autentico.


«È davvero fantastica.» si lasciò sfuggire Tsukishima a bassa voce, che aveva il principio di una lacrima nell'angolo dell'occhio.


Tanaka si sporse verso di lui incuriosito, ma il suo compagno, chinato in avanti e con i pugni sotto il mento, non disse più di questo.


Sakura nel frattempo, sollevò un braccio e, con un gesto d'invito, chiamò Mei a sé: «Vieni qui, Mei.»


La neo numero due della Shiroi Chō, colta di sorpresa, avanzò con le gambe leggermente tremanti ma lo sguardo acceso. Non appena la raggiunse, Sakura le passò un braccio attorno alle spalle con calore, stringendola a sé. Le due si scambiarono un profondo sguardo d'intesa, un legame muto e indissolubile nato in campo e cementato nei momenti più difficili. Poi, avvicinandosi insieme al microfono, esclamarono in coro:


«Vi auguriamo buon divertimento!»


Il palazzetto esplose in un boato di applausi e urla di gioia. Ma fu in quel preciso istante che accadde la vera magia dell'evento. Sullo schermo gigante posto alle loro spalle, la regia inquadrò le due ragazze di schiena. L'una accanto all'altra, immobili sotto i riflettori, con Sakura che indossava il numero uno e Mei che indossava la divisa modificata con il numero due, andarono a formare un perfetto e luminoso numero dodici dorato. Il leggendario numero di Nami Ayuhara era di nuovo lì, sul campo, non più come un fantasma del passato da eguagliare con sofferenza, ma come il simbolo di una nuova, incrollabile amicizia.

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