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Tornata a casa, Mei si era mossa in silenzio per non attirare l'attenzione della madre, che altrimenti l'avrebbe riempita di domande su dove fosse andata e con chi. Entrò in camera, lasciò cadere la borsetta a terra e si gettò sul letto, che cigolò leggermente sotto quel peso improvviso. Affondò il viso nel cuscino, cercando quasi di scomparire in esso. Rimase immobile, ascoltando solo il proprio respiro, reso un po' faticoso dal naso schiacciato prima contro la stoffa.
Poco dopo, sentendo il fiocco alla via che le stringeva il busto in quella posizione, se lo allentò per poi lasciare di nuovo le braccia penzoloni, con la punta delle dita a sfiorare il parquet lucido.
In quella solitudine si percepivano solo il ticchettio dell'orologio a parete e i tuoni in lontananza, che annunciavano l'imminente arrivo della pioggia.
A un certo punto sospirò e girò la testa di lato, mostrando uno sguardo spento e apatico.
Aveva passato un bel pomeriggio. Era iniziato in modo strano, certo, ma era pur sempre stata insieme al ragazzo che le piaceva. Trovava incredibile che proprio lui l'avesse invitata a uscire, ma quali che fossero le vere intenzioni di Nishinoya, ovviamente non coincidevano con ciò che lei sperava.
Scioccamente, grazie all'aiuto del sensei Shōyō, di Hitoka e degli altri amici, aveva acquisito così tanta fiducia in se stessa da pensare che persino quel suo desiderio potesse avverarsi. Invece, si ritrovava a dover dare ragione ad Akane, e quel pensiero le stringeva il petto.
Quelle storielle d'amore in cui la ragazzina timida e impacciata alla fine viene notata dal ragazzo figo ed esuberante esistevano solo negli anime e nei manga. E poi, ovviamente, si trattava sempre di protagoniste bellissime. Anche se venivano mostrate come pigre, mangione o con un carattere insopportabile, alla fine la spuntavano sempre. Trovavano uno stuolo di ammiratori per il solo fatto di avere dei begli occhioni, un petto abbondante e nessuna imperfezione fisica.
Lei, invece, era tutto l'opposto...
«Ma... Ma perché dici di te queste cose? Tu sei bellissima!»
Improvvisamente, il ricordo di quelle parole — che all'epoca l'avevano lasciata del tutto stupita, al punto da non sapere nemmeno cosa provare — le fece sgranare leggermente gli occhi.
Le tornò in mente la festa di Tanabata, quando Aone del Dateko le aveva chiesto di aspettarlo per poter diventare un degno pretendente per lei.
La testa iniziò immediatamente a fumarle. Era così abituata al rifiuto, a sentirsi un personaggio secondario mentre tutti gli altri orbitavano intorno a persone fantastiche come Kiyoko Shimizu, ed era così concentrata a cercare le attenzioni di Nishinoya da aver dimenticato che, in realtà, qualcuno che si era dichiarato a lei c'era stato davvero.
Solo che Mei non lo conosceva, non abbastanza... E quel ragazzo della stazza di un armadio la faceva sentire così piccolina da spaventarla. Perciò, come poteva essere lui al centro dei suoi pensieri?
Ma fu proprio questo ragionamento ad aiutarla ad accettare meglio il rifiuto da parte del libero del Karasuno. Lui, a sua volta, era invaghito della sua ex manager; Mei ricordò quanto si fosse mostrato preoccupato e allo stesso tempo arrabbiato quando, sempre alla festa, a un certo punto lei e Tanaka erano scomparsi per un po', per poi tornare insieme. Forse anche lui, in quel momento, si era sentito esattamente come lei adesso.
E che idiota era stata, si disse, a credere che Nishinoya potesse odiarla solo per avergli confessato i propri sentimenti. Se si era innamorata di lui, lo aveva fatto non solo per l'aspetto esteriore ma soprattutto per la sua splendida personalità; Yū non avrebbe mai potuto prendere in giro qualcuno per aver espresso ciò che provava... Almeno così sperava, perché l'idea che lui non volesse più parlarle, infastidito dalla sua presenza, l'avrebbe abbattuta pesantemente.
Si sollevò dal letto e scosse la testa con forza. No, non avrebbe dovuto reagire in modo così spaventato alla stazione. Il suo amico non meritava di sentirsi in colpa per averla ferita, solo perché il suo amore non era contraccambiato. Aveva fatto una scenata e ora doveva rimediare... Doveva farlo assolutamente perché — guardò la porta chiusa della camera e corrugò la fronte — se nemmeno la partita sponsorizzata dall'azienda della madre di Hitoka avesse convinto i suoi genitori, quello sarebbe stati i loro ultimi giorni insieme. Non poteva permettere che si dividessero con quel peso sul cuore.
Decise di concedersi l'intera giornata successiva prima di agire. Aveva comunque le lezioni il mattino dopo e i compiti da fare; purtroppo anche quelli erano incombenti, soprattutto perché non voleva dare alla madre il la per dire che non si impegnava abbastanza o che quel liceo non fosse una scuola seria.
Per quanto si trovasse in un ambiente competitivo, a lei quel posto piaceva. Le piacevano le materie trattate: Mei amava la pallavolo, ma l'animo artistico era l'altra metà della sua personalità. Se era riuscita a realizzare quel bellissimo striscione per il suo sensei, lo doveva proprio a ciò che aveva appreso in quelle aule.
E poi, le cose stavano finalmente migliorando: aveva guadagnato la fiducia di Sakura e chiarito con Himawari. Persino Kaori era diventata decisamente più sopportabile. Ora che non prendeva più parte alle vessazioni nei suoi confronti, Mei aveva capito che quella ragazza aveva semplicemente un modo di pensare tutto suo e, da quel giorno al mare, era davvero cambiata.
Le sfuggì un sorriso tirato. Forse fin troppo cambiata, dato che adesso Kaori aveva sempre in bocca il capitano del Karasuno, al punto da farle il terzo grado per sapere qualsiasi dettaglio su di lui, ricordando i giorni in cui Mei si era allenata con la squadra maschile.
Il giorno successivo, però, Mei non aveva tenuto in considerazione il fatto che, essendo la vigilia del torneo, c'erano moltissime cose da fare. Era stata un'organizzazione lampo, in cui tutti gli attori coinvolti si erano dovuti fare in quattro affinché tutto andasse per il meglio.
Il torneo, grazie al suo obiettivo di sensibilizzare sulla parità di genere nel campo della pallavolo, aveva attirato una grandissima attenzione mediatica. La madre di Hitoka aveva sfruttato al meglio le proprie conoscenze per sviluppare una campagna virale che non facesse apparire l'incontro solo come un semplice torneo di quartiere tra scuole rivali. Da brava esperta di marketing, aveva confezionato un pacchetto capace di attirare non solo un pubblico di appassionati di sport, ma anche attivisti, istituzioni che in vista delle elezioni volevano trattare questi argomenti e semplici curiosi, grazie alla fiera che si sarebbe tenuta nel parco adiacente in contemporanea al mini-torneo.
Così, durante quell'ultimo giorno, Mei e le sue compagne non avevano svolto il solito allenamento, ma lo avevano trascorso tra shooting fotografici e interviste.
Le divise speciali non c'erano ancora: le avrebbero viste per la prima volta il giorno stesso della partita, affinché non trapelasse alcuna anticipazione sul loro aspetto. Anche Asahi si trovava lì, e venne intervistato a sua volta.
Quando i due cugini incrociarono lo sguardo, si scoprirono entrambi colmi di emozione. Quel torneo era nato perché gli amici di Mei non volevano che lei andasse via e, allo stesso tempo, si era trasformato nella più grande occasione per Asahi di iniziare a far conoscere il proprio nome. Andarsi incontro e abbracciarsi forte fu la cosa più naturale del mondo. In quel turbinio di emozioni, avevano un disperato bisogno del supporto reciproco per evitare che il cuore esplodesse loro nel petto.
Non si creò quindi occasione di poter chiamare Nishinoya e fargli sapere che era tutto passato, che non ce l'aveva con lui e che soprattutto le dispiaceva di aver reagito a quel modo. Arrivata a casa, era completamente cotta e per non bastare la madre non le indorò la pillola. Era ancora scettica, ma a questo punto lei e il marito non potevano esimersi. Erano stati coinvolti i media e anche suo cognato con la moglie sarebbero venuti, per assistere a loro volta al successo della nipote e del figlio.
Mei fissò con timore il modulo d'iscrizione che i genitori avevano già compilato per la domanda all'istituto privato. Mancava solo venisse spedito per fax e la sua vita sarebbe cambiata nel giro di un mese e mezzo. Tutto il suo impegno nell'uscire dalla propria bolla vanificato... sì, perché non era certa che con i compagni nuovi sarebbe andata bene. Non era detto che avrebbero avuto la stessa pazienza, la stessa sensibilità, nel comprendere i suoi silenzi e le sue insicurezze e aveva paura di fare dieci passi indietro. Tutto per la volontà dei suoi genitori che si ostinavano a non voler capire che la sua felicità non risiedeva nei prestigiosi titoli di studio, ma in una semplice partitella in un parco con gli amici, in una domenica di sole, a fare pic nic.
Si ripromise allora che con Nishinoya avrebbe chiarito direttamente l'indomani stesso, così da poterci parlare dal vivo. Alla fine la riteneva la soluzione migliore: guardandolo dritto in faccia, gli avrebbe fatto capire per bene che era tutto ok.
Tuttavia, il telefono squillò lo stesso, ma non per una semplice chiamata. Da un paio di mesi era esplosa la moda delle videochiamate, ora che un noto motore di ricerca aveva affinato l'applicazione per cellulare.
Mei sgranò gli occhi quando si ritrovò sullo schermo dello smartphone Hinata, Yachi e Shimizu. Tutti e tre esordirono facendo esplodere un tubo di coriandoli.
«Ragazzi, ma cosa...?»
«Vogliamo augurarti in bocca al lupo per domani, Mei!» esordì il numero dieci del Karasuno. «Domani ti vogliamo carica e pronta a sbaragliare tutti!»
«Faremo il tifo per te» disse Shimizu con un tono più composto, ma accompagnato da un bel sorriso.
«E vedrai che i tuoi genitori si convinceranno che è qui che devi rimanere!» esclamò Yachi, agitando freneticamente i pugni.
Lo sguardo di Mei si fece immediatamente lucido per la commozione. «Siete fantastici...»
«Mei... ricorda tutti gli insegnamenti!» aggiunse Hinata, improvvisamente serio. «La rotazione, i piedi che non devono mai rimanere incollati sul pavimento e, soprattutto...»
«Divertirmi» concluse la numero quattordici della Shiroi Chō, con espressione determinata.
Una cascata di lacrime si affacciò immediatamente sul volto del ragazzo dai capelli rossi. Tirò su con il naso, in preda a un forte moto d'orgoglio. «Ormai non c'è più niente che io debba insegnarti. Sei pronta.»
Mei ridacchiò e scosse il capo. «Ma no, sensei, c'è ancora moltissimo che mi devi insegnare...» Si strinse le labbra. «E perciò non posso andare via senza che il mio addestramento sia stato ultimato.»
La stessa espressione determinata comparve anche sul volto dei suoi tre amici.
«E allora domani sono certo che darai il meglio di te!»
Si diedero virtualmente il pugno e la conversazione sembrava ormai finita lì, finché l'inquadratura di Yachi non prese il sopravvento. La bionda sembrava così arrabbiata che le nuvolette di fumo parevano uscire addirittura dallo schermo.
«"Sensei"... Non c'è mica un'altra cosa che vorresti dire a Mei?!»
Hinata divenne immediatamente viola, mentre Shimizu non sembrava capire a cosa si riferissero.
«Ah sì, scusami tanto!» esclamò il ragazzo, congiungendo le mani a mo' di preghiera verso la telecamera.
«Per cosa?» chiese Mei, inclinando la testa di lato.
Hinata divenne ancora più paonazzo. «Ecco... Te lo spiegherà domani direttamente Nishinoya, anche lui vuole scusarsi... Sappi, però, che mi dispiace tantissimo! Ti prego, io davvero non lo avevo capito che ti piacesse!»
«Questo perché tu non sei affatto un buon osservatore» intervenne improvvisamente nella chat Kageyama, spuntando con la sua solita aria di sufficienza.
«E tu come sei entrato qui?!» sbottò Hinata, colto del tutto di sorpresa.
«Mi hai aggiunto per sbaglio un paio di minuti fa. Stavo aspettando che mi introducessi, ma poi ho capito che non te n'eri nemmeno accorto.»
«Sempre in mezzo tu!» gracchiò il rosso.
«Beh, meglio così! Guarda che Mei è anche una mia allieva, i palleggi glieli ho insegnati io e tu mi escludi dalla chiamata?!» sbraitò l'alzatore del Karasuno.
«Ti ho già detto e ripetuto che il sensei sono io, tu al massimo sei il mio collaboratore!»
«Ma smettila, che senza di me tu e Tsukishima non fareste tutti i punti che fate!»
«Veramente anche Muronaga ormai sa il fatto suo» a parlare questa volta fu Tsukishima in persona, con la sua solita, gelida nonchalance.
«E tu che ci fai qui?!» chiese Yachi con gli occhi sgranati.
«Hinata ha aggiunto anche me per sbaglio.»
«E ci sono anche io, eheh!» Yamaguchi spuntò accanto alla spalla di Tsukishima. Aveva un controller in mano, a indicare che probabilmente i due amici si trovavano nel bel mezzo di una partita ai videogiochi.
«Una videochiamata di gruppo con la nostra splendida ex-manager, davvero?!» Tanaka esplose sullo schermo in tutta la sua ferocia teatrale.
«Shōyō... Hai fatto entrare tutto il Karasuno?!» chiese Yachi, stringendo gli occhi e mostrando un vistoso nervo pulsante sulla tempia.
«No, scusate, Ryu l'ho aggiunto io!» ammise Shimizu, sollevando timidamente la mano.
«Oh Kiyoko! Ora tutti sanno il segreto di Mei!» sospirò Yachi, disperata.
«Veramente credo che fosse un mistero solo per Hinata e per Nishinoya stesso» commentò Tsukishima, grattandosi la nuca con indifferenza. «Insomma, le viene una sincope ogni volta che lui si avvicina troppo. Solo uno scemo non ci avrebbe fatto caso.»
La testa di Mei iniziò letteralmente a fumare e i suoi occhi diventarono due spirali impazzite. «Quindi... Lo sanno tutti.»
«Ma che ci trovi in quel tappetto?» chiese una voce femminile, ma stavolta non era né Shimizu e né Yachi... Ma Sakura.
«C-capitano!?» esclamò Mei, esterrefatta.
Sakura aveva i capelli bagnati e se li stava asciugando con un panno. «Kei sei uno scemo anche tu, mi hai aggiunto nella vostra conversazione tra amichetti del cuore.»
«Non mi sono sbagliato, a differenza di Hinata. Siamo tutti corvi qui, volevo dare supporto a Mei.»
«Allora aggiungi anche il tuo capitano, almeno parlerò con un mio pari.»
Tsukishima, che era nella schermata accanto a quella di Sakura, le lanciò un'occhiataccia di traverso, ma poi fece come richiesto.
Ennoshita rispose, ma anche lui era reduce dalla doccia: era a torso scoperto con un pannetto bianco sulle spalle e si stava lavando i denti.
«Ragazzi... Che cos'è, una riunione?»
«Stiamo dando l'in bocca al lupo alle nostre amiche per domani» spiegò Tsukishima.
Solo Mei, che ormai aveva affinità con Sakura, colse il guizzo nei suoi occhi. Fece per aprir bocca, ma la capitana aveva già mandato l'invio per l'ultimo posto disponibile per partecipare alla conversazione.
«Chikariuccioooooooooooooooooooooooooo!»
L'urlo entusiasta di Kaori costrinse tutti gli altri nove ad allontanare il telefono, nonostante non fosse richiesto avvicinarlo all'orecchio.
«Mi volevi augurare la buona fortuna e in questo modo? Che caro!» Kaori non indugiò affatto nell'ammirare il riquadro del capitano del Karasuno, al punto che quest'ultimo si sentì sopraffatto dall'imbarazzo, fino ad afferrare al volo l'accappatoio della madre, rosa con i fiorellini.
Tsukishima continuò a fissare male Sakura, la quale sembrava del tutto imperturbabile. Altro che confronto con un suo pari, era stato solo un meschino stratagemma per compiacere l'amica. Sotto sotto, Sakura non era poi così diversa da Hinata e Nishinoya, anche se lei il pentimento non sapeva nemmeno dove stesse di casa.
Tra Tanaka che adulava Shimizu, Hinata e Kageyama che disputavano sul titolo di "vero sensei", Kaori che faceva la vocetta stridula affinché Ennoshita tornasse a torso nudo per farla contenta, Tsukishima e Sakura che avevano iniziato a battibeccare — con il povero Yamaguchi che cercava di ricordare al biondo che avevano ancora una partita ai videogiochi in corso — e infine Yachi che cercava di alzare la voce sugli altri per riportare l'ordine, Mei non poté che osservare tutti loro e sorridere bonariamente. Era incredibile come, nel giro di pochi mesi, tutto ciò fosse stato possibile.
No, non voleva perdere tutto quello.
Al termine della chiamata, finalmente, poté tirare un enorme sospiro di sollievo. Ora che era tornato il silenzio, poteva davvero riposarsi in vista dell'importante giornata dell'indomani.
Prima di chiudere gli occhi e lasciarsi andare tra le braccia di Morfeo, nella semioscurità della camera il cellulare si illuminò ancora una volta.
"Buona fortuna per domani, Himawari" scrisse rapidamente Mei.
"Buona fortuna a te" rispose pochi secondi dopo la sua compagna.