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Schiaccia. Salta. Mura.
Schiaccia. Salta. Mura.
«Sei un fallimento».
Schiaccia. Salta. Mura.
Schiaccia. Salta. Mura.
«Per colpa tua non sono andata da nessuna parte e non mi stai dando nemmeno una soddisfazione».
Schiaccia. Salta...
Sakura cadde a terra, allungata in avanti, con il fiatone e il sudore che le scivolava copioso dalle tempie, gocciolando sul pavimento. A un paio di metri da lei, il pallone sembrava attendere che una campionessa lo raccogliesse e lo usasse per la propria gloria. Ma lì non c'era alcuna campionessa, solo una ragazza testarda che cercava di eguagliare qualcuno che, non essendoci più, non avrebbe mai potuto assistere ai suoi progressi. Forse, se sua madre fosse stata ancora in vita, avrebbe apprezzato il fatto che lei, per due anni di fila, fosse stata la capitana dello stesso club di pallavolo che lei stessa aveva frequentato; che sia nei ritiri sia nei tornei fosse sempre colei che faceva la differenza. E ora, addirittura, sarebbe apparsa in televisione a nome di tutte le giocatrici del Paese, per dimostrare che lo spettacolo offerto dalla pallavolo femminile non era affatto secondo a quello della sezione maschile.
Forse lo sarebbe stata...
«Ma perché non mi hai mai detto che mi volevi bene?!» sbottò, premendo la fronte sul pavimento della palestra, mentre un lampo illuminava la stanza vuota.
🏐🏐🏐
Tsukishima, prima di mettere il telefono nell'armadietto dove riponeva anche le scarpe da esterno, diede un ultimo sguardo ai messaggi. Con quel giorno di pioggia, era il quinto consecutivo che Sakura non gli scriveva neanche un "Ciao" e, a questo punto, la cosa iniziava a irritarlo. Poteva comprendere che si stesse allenando duramente per dare il massimo quel sabato; la pressione doveva essere alta, considerando che le foto della sua faccia tappezzavano mezza prefettura di Miyagi, ma da lì a darsi per dispersa ce ne correva.
Scoprì poco più tardi di non essere l'unico, quel giorno, a essere di cattivo umore. Durante la ricreazione si recò sul tetto della scuola insieme a Yamaguchi e vi trovò Hinata, Nishinoya e Kageyama. I primi due avevano un'espressione a metà tra la depressione e la determinazione mentre mandavano giù, con gesti meccanici, le loro palline di riso usando le bacchette; il terzo sembrava più che altro stanco e annoiato.
Dato che stava ancora piovendo, i cinque erano rimasti al riparo, sotto la tettoia, mentre la pioggia battente si riversava sulla terrazza, zampillando e spargendo gocce qua e là.
«Ragazzi, che vi succede?» chiese il pinch server mentre apriva il suo bento.
I primi due non risposero, mentre il terzo sospirò: «Hai davanti la raffigurazione vivente dei sensi di colpa.»
«Sensi di colpa? Per cosa?»
Kageyama allora spiegò loro che cosa fosse successo, del perché Nishinoya il giorno prima non si fosse presentato agli allenamenti e perché Hinata e Yachi, a un certo punto, avessero iniziato ad agitarsi in palestra al punto che il numero dieci aveva persino abbandonato il campo a sua volta.
«Ma davvero?» disse Tsukishima, inarcando le sopracciglia mentre masticava il suo boccone. «E credevate sul serio che fosse una buona idea?»
«Beh, le buone intenzioni c'erano» si giustificò per loro, l'alzatore del Karasuno, scrollando le spalle. «Ma è chiaro che il ruolo di Cupido non fa per loro. E poi, ecco... non mi aspettavo una cosa del genere... e proprio con Nishinoya.»
«Perché, scusa?!» sbraitò improvvisamente il libero, sputando chicchi di riso e dando così segno di essere ancora sul pianeta Terra. «Io non posso avercela un'ammiratrice?!»
Yamaguchi rise. «Mei e 'Noya hanno due caratteri opposti. Lei è molto timida, mentre lui è spavaldo. Sarà rimasta colpita da questo.»
«Per non parlare di tutte le volte che vi ho salvato le chiappe. Solo un'intenditrice saprebbe riconoscerlo!» ribatté Nishinoya, allisciandosi i capelli all'indietro, improvvisamente avvolto dai suoi soliti sbrilluccichii d'orgoglio.
«E allora perché non accetti la sua dichiarazione?» chiese Yamaguchi, con espressione incuriosita. «Si è capito che tra lei e Hinata c'è solo una forte amicizia, e se Aone non è contraccambiato si metterà l'anima in pace.»
Il sorriso di Nishinoya si fece più malinconico e si strinse nelle spalle. «Il punto è che anche per me è solo un'amica. Le voglio bene, ma solo come tale. Non mi piace da quel punto di vista; è carina e gentile, ma non c'è quella scintilla... come spiegarlo...»
«Non devi spiegare niente. Se provi solo amicizia per lei, non potrà fare altro che accettarlo. Non è che viviamo in un film romantico» tagliò corto Tsukishima, per poi bere qualche sorso dalla lattina di aranciata.
Nishinoya strinse lo sguardo mentre si passava una mano sul collo, con espressione confusa. «Il problema è che... non lo so... mi è dispiaciuto moltissimo. Non si è sentita solo rifiutata, è come se...»
«... come se in qualche modo pensasse di averti offeso solo perché aveva "osato" innamorarsi di te?» concluse Hinata.
«Sì, esatto!» confermò l'altro. «Insomma, anche io vengo costantemente rifiutato da Shimizu, ma lo accetto. Siamo comunque amici e a me basta che ogni tanto mi regali un sorriso per essere soddisfatto.»
Hinata corrugò la fronte; sembrava sapere qualcosa che non voleva pronunciare ad alta voce. «È colpa di quella lì. È stata così ed è così cattiva con lei che, nonostante tutto, continua ad avere una certa influenza negativa su di lei. Anche se adesso Mei è diventata più forte, quel rifiuto deve aver scatenato in lei qualcosa di involontario. Conoscendola, si sarà pentita subito dopo di essere scappata a quel modo.»
«La conosci davvero bene!» esclamò Kageyama, sinceramente colpito.
Hinata indurì la mascella. «Beh, sono il suo sensei, no? Ormai ho imparato a capire come ragiona. Anche se è molto migliorata, quando avvengono cose impreviste tende ancora a buttarsi giù.»
«Di chi parlavi con "quella lì"?» chiese Yamaguchi, accigliandosi, mentre si asciugava le labbra con un fazzoletto.
In quel momento, un tuono improvviso gli fece incassare la testa tra le spalle.
Lo sguardo di Hinata si fece più intenso, colmo di risentimento. «Di Akane. L'alzatrice della Shiroi Chō.»
«Quella che l'ha chiamata "cicciona di merda" quando l'abbiamo incontrata al mare, vero?!» sbottò Nishinoya, che in quel momento sembrava avere i capelli dritti non solo per la gran quantità di gel.
Hinata annuì.
«Ma come può dare retta a un'oca del genere, dico?!» si lamentò il libero, incrociando le braccia al petto. «Sarà anche uno schianto, ma dentro è più arida del deserto!»
«Beh, se pensiamo che prima erano persino in tre a...»
«Sakura è cambiata» interruppe Tsukishima, troncando a metà le parole di Hinata. «E non se l'è mai presa veramente con nessuno, se non con se stessa. E a torto.» Detto questo si alzò, stiracchiandosi la schiena. «Questa pioggia mi sta facendo venire la cervicale... Rientriamo, la ricreazione è quasi finita.»
Senza aggiungere altro si avviò verso le scale, lasciando i quattro a guardarsi tra loro, con aria interrogativa.
Quel pomeriggio, prima dell'inizio degli allenamenti, Kei prese da parte il suo capitano per chiedergli un favore: «Chiederesti a Kaori informazioni sullo stato di Sakura, per favore?»
Sulla tempia di Ennoshita emerse un nervo pulsante. «Perché proprio io? Se vuoi ti passo il suo numero e ci parli tu.»
«A te risponderebbe più in fretta. Non è la tua ragazza, dopotutto?»
«Certo che no!» protestò lui a voce un po' troppo alta, attirando per un attimo l'attenzione dei compagni, che tuttavia non si soffermarono molto, concentrati nelle proprie conversazioni. «Comunque, se ci tieni lo faccio. Ma se poi mi risponde con venti messaggi a raffica, come al suo solito, ti riterrò personalmente responsabile.»
«Sì, sì, come ti pare. Chiedile solo se sa cosa stia combinando Sakura.»
«Perché lo vuoi sapere?» chiese Ennoshita, ora con aria sinceramente incuriosita. «Da quando, poi, ti preoccupi per qualcuno?»
«Da quando penso che una scema si stia facendo del male da sola per soddisfare un fantasma.» rispose Tsukishima, tradendo una punta d'irritazione.
Durante quelle tre ore di allenamento, l'apparente controllo di Tsukishima si riversò interamente nelle battute, nei muri e nelle ricezioni. Il cuore gli batteva forte, le gocce di sudore imperlavano il suo corpo e nel suo sguardo c'era un fuoco vivo. Schiacciava e saltava in alto, senza dare un attimo di respiro ai compagni; si buttava di lato, richiamava a gran voce la palla ed era tra quelli che più si scusavano quando ne perdevano il controllo.
Ukai e Takeda si accorsero del suo insolito impegno, mentre notarono che Hinata e Nishinoya erano decisamente giù di corda. Pur non chiedendo spiegazioni dirette, per gli allenatori era chiaro che fosse successo qualcosa il giorno precedente, motivo per cui il libero non si era presentato in palestra.
Tsukishima murò, imponendo tutti i suoi centonovanta centimetri su Baki, che non poté fare altro che giocare sulle mani del muro del compagno biondo per permettere alla propria squadra di riassestare lo scambio. Quando Tsukishima schiacciava, poi, lo faceva con una tale potenza che il pallone quasi rischiava di diventare ovale. Il suono delle sue pallonate rimbombava per tutta la palestra.
Nishinoya, dal canto suo, si buttava a capofitto su ogni pallone. All'apparenza, con il suo iconico Rolling Thunder, sembrava il giocatore di sempre, ma anche lui era preda di un turbinio di pensieri. Pensare di aver ferito un'amica lo faceva bruciare di rabbia. Se lui si sentiva così in colpa non per averla insultata, ma semplicemente perché non ne contraccambiava i sentimenti, non riusciva proprio a capacitarsi di come persone come Akane riuscissero a dormire sonni tranquilli la notte. E quella vipera doveva essere persino uno dei volti principali per l'evento benefico contro il bullismo?
«Ragazzi, tutti qui!» batté le mani Ukai, richiamando i giocatori in un momento di pausa. «Spero non ci sia bisogno di ricordarvi che tra poco più di due settimane si terranno le Inter-High.» L'uomo aveva un profondo cipiglio che gli solcava la fronte. «Perciò, se vogliamo ripetere ciò che abbiamo già dimostrato al ritiro, vi voglio tutti presenti. Ultimamente mi sembrate distratti, presi dalle vostre questioni personali. Ma tenete a mente che siamo una squadra e funzioniamo come degli ingranaggi: se rallenta uno, rallentano tutti.»
«Ritiene che la nostra prestazione sia peggiorata, signor Ukai?» chiese Ennoshita, facendo un passo avanti con espressione seria.
«Non in maniera significativa, ma vi sconsiglio di perdere troppe giornate di allenamento in modo ingiustificato» diede un rapido sguardo a Nishinoya. «Voglio che vi divertiate, sia chiaro, però fare parte di un club significa impegnarsi nel supporto reciproco. Anche io sono stato un adolescente... Il professor Takeda non lo so...»
Il professore reagì con aria scandalizzata, non aspettandosi quell'aggiunta ironica, ma non lo interruppe.
«... perciò so bene che non è un periodo facile. Vi chiedo però di lasciare i vostri problemi fuori da questo campo da gioco.»
«Bene, allora io vado» disse a sorpresa Tsukishima, salutando tutti all'improvviso con la sua solita flemma.
«Dove diavolo pensi di andare?!» esclamò l'allenatore, sgranando gli occhi.
«Devo risolvere una faccenda» rispose semplicemente il ragazzo.
«E devi farlo proprio adesso?!»
Tsukishima allora si fermò, ad appena pochi passi prima dell'entrata dello spogliatoio, guardando verso il gruppo con uno sguardo profondo. «O la risolvo ora, o per queste Inter-High non mi divertirò.»
Ukai fece per ribattere, ma Takeda gli poggiò una mano sul braccio per fermarlo. Nel frattempo, il professore si scambiò un lungo sguardo carico d'intesa con il centrale biondo, finché alla fine non annuì. «Se questa faccenda è davvero così importante, va bene, vai pure. Poi, però, torna in campo più determinato che mai.»
«Glielo prometto, professore» rispose Tsukishima, prima di sparire nello spogliatoio.
«Kaori mi ha risposto, mi ha mandato l'indirizzo della palestra dove Sakura si sta allenando questo pomeriggio» gli aveva detto Ennoshita prima dell'allenamento, al quale la ragazza aveva risposto subito... Anche se, in effetti, una tale rapidità era stata davvero sorprendente.
Tsukishima si tirò meglio su il cappuccio dell'impermeabile di plastica viola trasparente, sopra la divisa nera della scuola, mentre si preparava ad affrontare la strada aperta e il cielo plumbeo. L'aria era fresca, seppur carica di umidità; quella pioggia estiva aveva contribuito a rendere la giornata un po' più vivibile. Un silenzio profondo, appesantito da quel cielo carico di nuvole, sembrò volerlo preparare mentalmente a ciò che lo avrebbe atteso di lì a poco.
Recuperata la bici, si mise a pedalare velocemente. Nella sua mente non c'erano pensieri precisi, ma lo sguardo determinato non lo aveva ancora abbandonato. Le ruote della bicicletta sollevavano spruzzi d'acqua dalle pozzanghere, mentre le goccioline si staccavano dal telaio a ogni pedalata. Conosceva la palestra di cui Kaori aveva mandato l'indirizzo; per fortuna Sakura aveva avuto il buon senso di dire almeno alle sue amiche dove si recasse dopo gli allenamenti ufficiali.
Non sapeva bene che cosa avrebbe fatto una volta arrivato lì. Forse le avrebbe tirato le orecchie, forse le avrebbe fatto ripetere la penitenza del ritiro. La verità era che Sakura era una ragazza forte, ma a volte tendeva a dimenticarsene. Ogni tanto aveva solo bisogno di stringere una mano amica, e quella mano sarebbe stata la sua, ancora una volta.
Quando arrivò alla palestra, gli sembrò di vivere un déjà-vu non appena sentì il suono del pallone che veniva colpito con forza contro il muro. Sembrava non esserci nessun altro a parte il custode. Con un tempo simile, solo chi aveva un motivo davvero serio per allenarsi fino a far tremare braccia e gambe si sarebbe recato fin lì.
Sakura aveva appena scagliato l'ennesimo pallone, questa volta verso l'entrata, quando qualcuno intercettò il suo colpo con un muro perfetto. Il pallone così finì di lato, rimbalzando diverse volte sul parquet.
La ragazza si accigliò all'istante non appena si rese conto di chi fosse arrivato. «E tu che ci fai qui?» gli chiese con il fiatone. Aveva la maglia completamente incollata al corpo per la fatica e la pelle arrossata, soprattutto sui palmi delle mani.
Tsukishima posò il borsone del club a terra e poi estrasse il cellulare dalla tasca. «Mi ghosti per quasi una settimana e poi pretendi che non ti venga a cercare?»
«Avevo da fare» tagliò corto lei, per poi dargli le spalle con un gesto che fece oscillare la sua lunga coda castana, dirigendosi verso la cesta dei palloni.
«Lo vedo» rispose lui con il suo solito sarcasmo. «Ti stai massacrando di fatica proprio prima di un evento importante, che dovrebbe servire a farti notare da chi di dovere. Se cercavi un modo per sabotarti da sola, potevi almeno sceglierne uno meno masochista.»
«Sei venuto fin qui solo per farmi la ramanzina?» ribatté lei, per poi mettersi in posizione di battuta, pronta a cimentarsi nell'ennesima schiacciata.
Ma prima che potesse sollevare il braccio, Tsukishima si portò rapido vicino a lei e bloccò il suo gesto con una presa decisa sul polso. Anche se solo una decina di centimetri di altezza li separavano, in quel momento lui sembrò molto più grande.
«No. Sono venuto a ricordarti che tu non sei tua madre, e a lei non devi proprio niente.»
«Mollami! Vuoi che ti faccia vedere come ho messo K.O. quei tipi sulla spiaggia?»
Il ragazzo, senza dire una parola, allargò le dita per liberarla dalla presa. Poi si mise le mani in tasca. «È che non capisco perché adesso ti comporti così» continuò, guardando verso la rete con un accenno di frustrazione. «L'altro giorno era l'anniversario della sua morte, e lo comprendo perfettamente. Ma adesso hai davanti un'occasione importante. Se la cosa ti agita a tal punto, sai bene che potevi parlarne con me.»
Sakura non rispose subito. Piuttosto riprese ciò che aveva interrotto, mostrando al centrale del Karasuno un'altra battuta impeccabile da parte della capitana della Shiroi Chō. Le luci dei faretti illuminarono il suo sguardo fiero; fu chiaro per il ragazzo che pensieri molto profondi stessero affollando la mente della giovane.
«Hai anche tu i tuoi allenamenti a cui pensare. Adesso ti devi concentrare sulle Inter-High, non a crucciarti per i miei problemi.»
Tsukishima socchiuse gli occhi e fece spallucce. «Sai benissimo che non posso farlo.»
«Non hai di certo un contratto che ti obbliga a starmi appresso ogni volta che ho un problema.»
«E io ti ripeto che sono un kohai testardo.»
In quel momento, un fulmine cadde vicino alla palestra e provocò un blackout immediato, lasciando i due giovani nella semi-oscurità. Sakura schioccò la lingua sul palato con stizza, ma fece comunque un passo verso la cesta.
«Fermati. Sei sudatissima e sai bene che persino il proprio sudore può trasformarsi nel peggior nemico di un giocatore» disse Tsukishima, con un tono più acceso e fermo del solito. «Vuoi forse scivolare e slogarti una caviglia al buio? Aspetta almeno che ritorni la luce.»
«E che facciamo nel frattempo? Ci fissiamo?»
Tsukishima piegò un angolo della bocca in un sorriso beffardo. «Come se ti dispiacesse.»
«Ma smettila, idiota» rispose lei distogliendo lo sguardo, mentre si sistemava una ciocca di capelli dietro l'orecchio.
Sakura poi si diresse verso un angolo della palestra e si sedette a terra, con la schiena contro il muro e il braccio sinistro abbandonato sul ginocchio della gamba piegata. La sua espressione rimaneva corrugata e concentrata.
Kei la raggiunse e si sedette al suo fianco.
«Sei migliorata moltissimo come capitana, ma ancora non ti diverti» le disse con calma.
«Davvero, sei testardo.»
«Per le cose che contano, sì.» Le prese allora la mano e la guardò fissa negli occhi, mostrando di nuovo quella espressione di assoluta determinazione. «Sakura, mi vuoi parlare? E se non vuoi farlo con me, fallo con qualche tua amica, ma smettila di tenerti questo peso dentro.»
Sakura rimase in silenzio ancora per un po', ma Tsukishima lesse nel suo sguardo che le sue difese, finalmente, iniziavano a cedere.
«Se vuoi davvero brillare in quel palazzetto, sabato, allora devi sfogarti» aggiunse, ammorbidendo il tono per farle capire che non la stava rimproverando, ma solo cercando di sostenerla.
Alla fine Sakura sospirò e rilassò le spalle. «Aspetta qui» gli disse solamente, per poi correre verso lo spogliatoio e ritornare un paio di minuti dopo con il suo cellulare, porgendolo al ragazzo.
«Non lo voglio più guardare» ammise. «Anche per questo non ti ho risposto in questi giorni.»
Lo sguardo del ragazzo si colmò di stupore e rabbia non appena iniziò a scorrere le chat: c'erano messaggi su messaggi anonimi in cui le dicevano che era un fallimento, che sua madre si stava rivoltando nella tomba e altre cattiverie di questo genere.
«E tu non hai segnalato tutto questo al tuo allenatore?!» sbottò il ragazzo alla fine.
«E che cosa può fare? Non interviene nemmeno quando litighiamo tra noi davanti a lui, pensi davvero che assuma una squadra di hacker per scoprire chi me li manda? Mi hanno persino infilato nella cassetta delle lettere il volantino con la mia immagine, sporcato con quegli stessi messaggi.»
«E questo ha scatenato la tua reazione di questi giorni?» chiese il centrale con tono decisamente più grave.
Sakura strinse le gambe al petto e digrignò i denti, mostrando un'evidente frustrazione. «Inizialmente ho provato a ignorarli. Ma poi insistevano, insistevano e così, pur lottando con me stessa... è tornata la voce di mia madre.»
Tsukishima la tirò a sé e la strinse in un saldo abbraccio, passandole una mano sulla nuca e l'altra attorno alle spalle. Si chinò su di lei e le disse: «Tua madre purtroppo non è stata un modello, ma guardati, guarda cosa sei diventata. Sei forte, atletica, decisa. Sei l'asso della tua squadra, sei la loro capitana. Chiunque ti guardi non potrebbe che provare ammirazione nei tuoi confronti.»
Ora che era tra le sue braccia, avvertendo il calore di quell'affetto e il cuore di lui che batteva forte contro il suo orecchio, Sakura contrasse il viso, cercando disperatamente di trattenere le lacrime. «Lo so cosa sono, lo so benissimo! Lo so... ma...» la voce le si incrinò. «Perché allora non ci riesco? Perché continua a rimbombarmi nella testa la voce di mia madre che dice che sono solo un fallimento?»
Il ragazzo la strinse ancora di più, socchiudendo le palpebre e contraendo le sopracciglia per cercare di rimanere saldo mentre lei si sfogava. Restando così in silenzio, con il solo suono della pioggia che fuori aveva ricominciato a battere forte, in quella penombra Tsukishima le accarezzò lentamente la schiena. Le sue dita sfiorarono quel numero dodici dorato sulla divisa che lei non aveva mai voluto abbandonare: un segno di rispetto verso una madre a cui voleva bene, nonostante quella donna avesse sempre e solo preteso da lei, senza mai donarle un briciolo di calore.

Restarono così forse per cinque minuti, o forse per un'ora. Di certo del tempo non si preoccuparono, finché alla fine la luce non tornò nel locale.
Sakura aveva ancora gli occhi arrossati, ma almeno era riuscita a sfogarsi e, quando risollevò la schiena, Tsukishima non vide più in lei quella profonda tristezza che l'attanagliava.
Le diede un pizzico leggero e sfuggente sulla guancia e questo la fece sorridere dolcemente, poi però la ragazza tornò ad accigliarsi. «Scusa, ma tu oggi non avevi gli allenamenti?»
«Sì, e tecnicamente mi aspettava ancora un'ora.»
«Vuoi farti uccidere dal tuo coach?»
«Ieri il nostro libero si è preso una giornata intera ed è sopravvissuto. Io non posso prendermi un'ora?»
Sakura si alzò in piedi e si diede qualche pacca sulle gambe per togliersi la polvere di dosso. Sembrava aver ritrovato le forze, a giudicare dalla sua postura decisamente più rilassata.
«Beh, anche io in realtà avrei ancora un'oretta prenotata» ammise. Si avvicinò a uno dei palloni a terra e lo sollevò all'altezza del petto. «Ti va di fare qualche scambio con me?»
Tsukishima la studiò per qualche secondo, poi sorrise e annuì. «Però sappi che neanche a te riserverò un trattamento di favore» le disse, sfilandole accanto per andare a recuperare il borsone, così che potesse rimettersi la divisa del Karasuno. «Io gioco sempre per vincere.»
Sakura sorrise di rimando. «Perché, io no?»
Sotto la luce bianca dei faretti appena tornata, i due iniziarono a scambiarsi il pallone con una naturalezza disarmante, dando vita a una conversazione muta fatta solo di traiettorie e impatti perfetti. A ogni ricezione di Sakura, pulita e precisa, corrispondeva un'alzata calibrata di Tsukishima, che sembrava anticipare al millimetro ogni millesimo di secondo del movimento della compagna. Non servivano indicazioni, né sguardi prolungati: il corpo di Sakura si tendeva nell'aria seguendo l'istinto, mentre le dita di Kei accompagnavano la sfera con una fluidità inusuale per il suo ruolo, quasi volesse offrirle il trampolino perfetto per riscattarsi. Il suono netto delle schiacciate e il rimbalzo ritmico sul parquet riempirono la palestra vuota, cancellando i residui di ansia e paura. In quel palleggio serrato ed elegante, l'uno l'ancora dell'altra, i due atleti comunicavano una fiducia incrollabile, dimostrando che l'affiatamento più profondo non ha bisogno di voce per dichiararsi, ma si misura nella forza con cui ci si sostiene a vicenda, passaggio dopo passaggio.
Allo scadere dell'ora, quando il custode avvertì la ragazza che era tempo di chiudere, i due erano sudati e con il fiatone, ma sorridenti e soddisfatti per quel tempo passato insieme a sfidarsi senza esclusione di colpi. Entrambi, con le mani puntellate sulle ginocchia, si scambiarono un deciso sguardo d'intesa.
Una volta tornati in abiti civili e pronti a uscire, Sakura aprì il suo ombrello di plastica trasparente e lo passò a Tsukishima, affinché potesse coprire entrambi. Il ragazzo lo prese, passando prima un braccio attorno alle spalle di lei così da poterla riparare il più possibile dall'acqua.
Sotto le loro scarpe la ghiaia scricchiolava appena, mentre attraversavano il vialetto che li avrebbe condotti al parcheggio delle biciclette.
«Senti, prima che ci separiamo» disse Tsukishima, tornando serio, «mi dispiace ritornare sull'argomento, ma te lo devo chiedere. Hai idea di chi possa essere stato a lasciarti quei messaggi?»
Sakura scosse il capo. «Lo avrei affrontato immediatamente, altrimenti.»
Tsukishima annuì. «Chi è che sa della questione legata a tua madre?»
Sakura corrugò la fronte. «Beh, a parte te, Kaori, Mei e il mio patrigno, ovviamente... Forse un paio di parenti e...» Si interruppe di colpo.
Lo sguardo del ragazzo si accese. «Anche Akane, per caso?»
Sakura si morse il labbro e strinse i pugni lungo i fianchi. «Sì, anche lei.»
«E potrebbe avere i mezzi per compiere gesti del genere?»
Sakura scoccò di nuovo la lingua sul palato, con stizza. «Con mezza scuola che le va dietro? È possibilissimo...»
«Allora troveremo un modo per smascherarla. Questa storia deve finire.» La voce di Tsukishima non dava spazio ad alcuna esitazione.
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