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Creato il 04/09/2026, 11:36 · Aggiornato il 04/09/2026, 11:36

Capitolo 24: Ma - parte 2

@ladyele1991LadyEle1991
MaturoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Bullismo
  • Copertina AI
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Asahi Azumane ricevette la chiamata da Hitoka Yachi, e quasi gli scivolò il dispositivo di mano. Non poteva credere che fosse vero: la sua grande occasione, e per qualcuno in vista come la Yachi Create. Quasi fosse in trance, accettò che l'amica gli passasse la madre per discutere della commissione.


«... per questo speciale evento, avevo intenzione di proporre una nuova linea per tutte le squadre che parteciperanno, ma da collega a collega, so bene che in una settimana è già tanto se si riesce a tirare una linea sul foglio...»


"Collega". La fondatrice di un'importante agenzia pubblicitaria lo aveva appena chiamato "collega".


«... per questo ti chiedo se puoi almeno occuparti della creazione delle divise a edizione limitata della Shiroi Chō. So che sei un Corvo, ma la tua committente è un'ex Farfalla; per una volta puoi fare uno strappo alla regola, sì?»


«M-ma certo, signora Yachi! Mi impegnerò... mi impegnerò come se si trattasse della mia ex scuola, e poi lì ci studia mia cugina» rispose il ragazzo, che era talmente emozionato da sentire la propria voce come provienisse da lontano.


«Perfetto. E per aiutarti il più possibile, avrai a disposizione uno studio da me, per dedicarti alla loro realizzazione e allo shooting fotografico. Si tratta di beneficenza, tutti gli sponsor si muoveranno su donazione. Va bene per te una commissione no-budget, ma con la possibilità di mettere l'esperienza nel tuo portfolio? Lo so, essere pagati in visibilità non...»


«Va bene, accetto! Se verrà messo in evidenza il mio nome, sia all'evento che con la copertura mediatica, allora va bene.»


«Ti ringrazio, Azumane» rispose Madoka Yachi, sollevata che il ragazzo avesse accettato anche senza un reale compenso. «Ovviamente non divulgherò il fatto che è un atto volontario. Questo è il tuo primo lavoro professionale e non voglio che il tuo biglietto da visita sia che accetti anche lavori gratuiti.»


Dopo essersi accordati sugli orari, Asahi appoggiò la schiena alla parete e lentamente vi scivolò giù. Quella era stata la sua prima chiamata di lavoro ufficiale. Aveva parlato con una professionista del settore che conosceva i costi, i sacrifici e anche la consapevolezza che essere pagati in visibilità era un puro atto di generosità e non un dovere per fare gavetta. Sentì le gambe molli, proprio come quando aveva partecipato al primissimo torneo di pallavolo e com'era stato per l'ultimo, con la folla che lo acclamava, lo guardava e lo giudicava. Ma stavolta non sarebbe stato per la pallavolo, ma per il suo più grande sogno.


Non riuscì a dire una parola, se ne stette solo lì, in quel salotto illuminato da un bel sole del mattino che si appoggiava sul parquet, sul giradischi e sulle foto esposte sui mobili. L'orologio ticchettava, scandendo l'ora. Fuori, dalla finestra semiaperta, entrava una brezza leggera che smuoveva le tende. Lui era lì, in quella stanza, in quel momento, ma il suo cuore era già altrove.


🏐🏐🏐


Quello stesso pomeriggio, Asahi Azumane non si limitò a presentarsi al club di pallavolo della Shiroi Chō come un aspirante stilista alle prime armi che doveva dimostrare le proprie qualità. No. Mei fu assolutamente certa che Miranda Priestly avesse preso possesso del cugino. Meno male che in quel momento indossavano tutte la divisa del club, che era nera e non cerulea come quella di una decina di anni prima.


Pensare che fino a un mese prima il ragazzo era in preda a una crisi, convinto di non essere all'altezza. Mei sorrise fra sé, vedendo che invece Asahi aveva finalmente trovato fiducia in se stesso.


Il club femminile sarebbe stato il volto ufficiale della Yachi Create, nota agenzia pubblicitaria la cui fondatrice era stata una studentessa dello stesso liceo. La CEO aveva intenzione di organizzare, per la fine del trimestre prima delle vacanze estive, un incontro di pallavolo di beneficenza per la lotta contro il bullismo e per dimostrare al pubblico che in quello sport anche la sezione femminile poteva regalare emozioni, tanto quanto quella maschile. 


Hitoka aveva raccontato alla madre ciò che aveva passato Mei in quei mesi: il desiderio di riscatto e la forza di volontà per affermarsi nonostante i pregiudizi sul suo corpo. Inoltre, le aveva spiegato la differenza di trattamento tra le squadre femminili e quelle maschili, nella speranza che un domani gli investimenti su entrambe le sezioni possano essere più equi.


Madoka apprezzò molto l'entusiasmo della figlia. Stava crescendo, stava scegliendo le sue battaglie e, in quanto madre, era suo dovere supportarla.


Kaori fu chiaramente la prima a offrirsi come modella e a fornire le proprie misure, ma anche il resto del gruppo si mostrò più che entusiasta di partecipare a quell'iniziativa. Mei, tuttavia, non poté esimersi dal guardare di sottecchi Akane e dal pensare a quanto lei fosse ipocrita. Ormai non la intimoriva più, le faceva solo una gran pena.


Dal punto di vista di Akane, invece, lei non poté esimersi dal fissare le spalle di Sakura e Himawari. La prima l'aveva tradita, la seconda aveva osato mettersi con il suo ex. La rabbia che covava dentro ribolliva, sempre di più: quell'evento poteva essere l'occasione perfetta per vendicarsi. Per non parlare di Mei. Quel cesso pensava davvero di potersi atteggiare a quel modo solo perché quell'idiota di suo cugino era lo stilista designato?


🏐🏐🏐


Considerando il poco tempo a disposizione, una campagna su internet non bastava. Nel 2013 i social erano ancora in ascesa e non coprivano l'ampia fetta di pubblico che avrebbero conquistato appena sette anni più tardi. Così Hitoka Yachi, quello stesso giorno, anche se non c'era scuola per il Karasuno, grazie al supporto del professor Takeda chiamò a rapporto sia la squadra maschile che quella femminile. L'obiettivo era distribuire i volantini fin dal weekend in tutta la prefettura di Miyagi, coinvolgendo tutti i loro amici nel farlo.


«Una sfida tra squadre femminili? Potete contare su di me!» esclamò Saeko Tanaka, alla guida della tifoseria del Karasuno, battendosi il petto con forza. «Non sfuggirà neanche a un sasso l'imminenza dell'evento!»


L'evento si sarebbe tenuto al palazzetto dello sport di Sendai, il Sendai City Gymnasium. Di lì a qualche settimana si sarebbero disputate le interscolastiche e successivamente il torneo primaverile. Il Karasuno aveva già calcato quel terreno, aveva già versato al suo interno sudore e lacrime. Ma stavolta lo facevano non solo per se stessi, ma per aiutare un'amica.


Tuttavia, lo sport non sarebbe stato l'unico focus. La mamma di Hitoka aveva previsto che una partita tra sole studentesse, seppur per una buona causa, non avrebbe attirato abbastanza pubblico generico. Così, attorno al palazzetto sarebbero stati allestiti degli stand commerciali nell'adiacente Parco Tonizawa. Inoltre, avendo Madoka curato la loro campagna pubblicitaria, all'evento avrebbero partecipato come supporter d'eccezione anche i professionisti della MSBY Black Jackals. Non appena Hinata apprese la notizia, i suoi occhi si illuminarono. Avere la possibilità di essere così vicino alla squadra in cui ambiva a entrare era come un sogno a occhi aperti che diventava realtà.


Al termine della riunione, i ragazzi iniziarono immediatamente a discutere tra di loro su come organizzarsi. Il mattino seguente si sarebbero dovuti presentare a scuola per recuperare i volantini e le locandine da distribuire o far affiggere nelle attività locali. Avevano già testato una cosa simile l'anno prima, durante la raccolta fondi per raggiungere Tokyo, quindi i giovani avevano piena fiducia nella generosità dei loro concittadini. Soprattutto perché, questa volta, c'era anche una nobile causa da supportare.


«Hinata senti... Ehi Hinata, psss!» disse a un certo punto Nishinoya, prendendo da parte il suo amico dai capelli rossi e approfittando della concitazione del momento.


«Yū, che c'è?» chiese il numero dieci del Karasuno, con un sopracciglio inarcato.


Nishinoya aveva un sorriso sornione. «Credo che questa sia l'occasione perfetta.»


«Perfetta per cosa?» Proprio non riusciva a seguirlo.


«Parlo di Aone e Mei, ovviamente! Hai visto con che trasporto lui si è dichiarato al festival, no?»


Hinata divenne rosso e si guardò attorno per assicurarsi che gli altri non sentissero. Poi si chinò verso l'amico. «Ma che hai in mente di fare?»


«Quei due sono la timidezza in persona. Se vogliamo che le cose vadano per il meglio, dobbiamo impegnarci noi, che siamo i loro amici, a farli frequentare di più.»


«Non vorrai davvero che tra quattro anni quei due si sposino?»


Nishinoya rise e si portò le braccia dietro la nuca. «E perché no? Sarebbe divertentissimo se poi alla festa potessimo dire che è tutto merito nostro, no?»


Hinata lo fissò un po' titubante.


«Voglio solo che accanto a Mei ci sia qualcuno a cui potersi davvero affidare. Non dico che debbano fidanzarsi adesso, ma credo che se il suo cuore battesse per qualcuno, allora sarebbe ancora più incentivata a crescere e darebbe dimostrazione ai suoi genitori di non essere una ragazzina spaventata e sottomessa.» 


Nishinoya aveva pronunciato quelle parole con una tale convinzione e una luce così accesa che Hinata non poté fare a meno di provare ammirazione.


«Vuoi eleggerti a cupido, quindi?» concluse Hinata, ridendo.


«Beh, il posto da sensei l'hai già preso tu, e come "trio dei tappetti" dobbiamo essere uniti e supportarci a vicenda!» rispose il libero, stringendo il pugno destro con determinazione.


«Hai ragione! Sono tutto orecchie!»


🏐🏐🏐


«Ennoshita, se fisserai ancora quei volantini, finirai per consumarli» disse Ukai, trattenendo una risata, quando il mattino dopo, come da accordi, gli studenti del Karasuno si diressero in palestra per ritirare il materiale da distribuire.


«Non... non capisco perché abbiate rifilato solo a me quelli di Kaori. Volevo sapere solo questo» disse il capitano con una vena pulsante sulla tempia, mentre Narita e Kinoshita se la sghignazzavano alle sue spalle.


I volantini raffiguravano le giocatrici della Shiroi Chō in varie pose, mentre eseguivano schiacciate, battute, o in momenti di dinamismo e di squadra. Benché fossero state coinvolte anche altre squadre femminili, e non più solo quella del Karasuno, i loro sarebbero stati i volti principali che avrebbero girato per le strade della prefettura per convincere le persone a partecipare.

Kaori era l'unica — e su questo Ennoshita ci avrebbe scommesso l'anima — che, a differenza delle compagne mostrate come guerriere, aveva preferito fare la figura della dolce fanciulla, abbracciando il pallone e guardando verso l'osservatore con i suoi occhioni verdi per intenerire le folle.


«Hai ragione, dalli a noi» disse Kinoshita, allungando il braccio verso di lui. «Tu ci tappezzeresti solo la camera.»


«Ma per chi mi avete preso?! Sono il vostro capitano!»


«Sì, ed ha appena perso le staffe in un modo che non gli avevo mai visto fare prima» sussurrò Tsukishima, chinandosi verso Yamaguchi, il quale concordò annuendo.


Alla fine, Ennoshita decise che sarebbe stato proprio lui a distribuire i volantini in cui era ritratta Kaori solo perché ormai li aveva già in mano.


All'appello risposero anche le altre scuole le cui squadre femminili avrebbero partecipato. Un grande spirito di solidarietà sorse tra gli studenti di ogni istituto, dimostrando che il desiderio di supportare il prossimo e di crescere insieme non era limitato alle sole parole. Con la diffusione sempre più capillare di internet, alcuni temi stavano finalmente ricevendo l'attenzione che meritavano, e professori come Takeda osservavano ciò che si stava svolgendo di fronte ai loro occhi con assoluta commozione. Avere l'onore di crescere generazioni più consapevoli e sensibili dava ottime speranze per un futuro migliore.


Solo pochi non condividevano certi sentimenti. C'era chi tendeva invece a trarre vantaggio dalle debolezze e dagli svantaggi altrui, persone che sceglievano determinati comportamenti per loro libera scelta, anche se la possibilità di fare diversamente e di migliorarsi era stata loro offerta più volte.


Un evento così importante dava la possibilità di mettersi in mostra alle atlete che desideravano farsi notare dalle università e dai club professionistici. Ciò costituiva per Sakura un'occasione d'oro... ma anche per Akane. Quest'ultima aveva intenzione di mettere in ridicolo la capitana o di impedirle del tutto di partecipare. Nell'istante in cui Sakura si era schierata con Mei, iniziando a difenderla, per Akane era stata una vera e propria dichiarazione di guerra.


Tutto iniziò domenica stessa, con una mail anonima in cui era riportata una frase che fece raggelare il sangue a Sakura: "Sei un fallimento - tua madre".


«Stai bene? Sei pallida» le chiese Kaori che, insieme a lei e ad altre compagne, era intenta a distribuire le locandine presso uno stand informativo fuori dalla scuola.


«S-sì, non preoccuparti» tagliò corto lei.


Tuttavia, quello sarebbe stato solo l'inizio di una serie di messaggi, e non solo. A volte, lungo i corridoi della scuola, capitava che un ragazzo o una ragazza pronunciassero la parola "fallimento" o "inetta" proprio mentre la incrociavano. Non erano gesti eclatanti, ma tanti piccoli spilli che le si conficcavano nella testa.


Questo, seppur involontariamente, iniziò a inficiare le sue prestazioni atletiche: battute scagliate con meno potenza del dovuto e vistose imprecisioni nella ricezione. E più sbagliava, più si sentiva frustrata: la voce di sua madre che in punto di morte le dava del fallimento tornava a ripresentarsi con forza. Che razza di capitana sarebbe stata se non avesse saputo dimostrare di essere l'asso di spicco? 


Il culmine fu raggiunto quando si ritrovò nella cassetta della posta il volantino in cui era ritratta intenta a fare una schiacciata. Lo sguardo era fermo, la postura impeccabile. Ma sopra qualcuno ci aveva scritto: "Tua madre potrebbe vomitare".


Si portò all'improvviso una mano alla bocca, appoggiandosi alla parete con lo sguardo tremante. Le mancava il respiro; tutti i brutti ricordi riaffiorarono come un'onda crescente: il senso di colpa per non essere stata all'altezza di sua madre, lo sguardo severo della donna che aveva rinunciato alla carriera per crescere da sola una figlia, abbandonata persino dal padre biologico. Lo spirito guerriero e razionale di Sakura si ribellava a tutto questo, le gridava di reagire, di strappare quel pezzo di carta e andare avanti. Ma chi la stava tormentando conosceva fin troppo bene i suoi punti deboli.


La cosa migliore sarebbe stata parlarne con qualcuno. Sapeva che era la scelta giusta, ma il blocco emotivo aveva ormai raggiunto il culmine e la capitana reagì nell'unico modo che conosceva: allenarsi fino allo sfinimento.

Tra gli allenamenti extra con il suo coach personale e quelli a scuola, decise di aggiungerne altri in una palestra privata. Se voleva essere notata dai recruiter, non poteva permettersi di mostrare falle. Doveva essere perfetta, doveva dimostrarsi degna di quella donna con il numero dodici sulla schiena, che aveva riposto così tante aspettative su di lei.


Tsukishima guardò gli ultimi messaggi scambiati con Sakura sul cellulare e, per un attimo, il riflesso della luce sulle lenti gli nascose lo sguardo. Erano quattro giorni di seguito che la ragazza non gli rispondeva. Sapeva che, se ci fosse stato qualche problema, lei glielo avrebbe detto direttamente. Questo improvviso silenzio lo stava preoccupando ma, finché la situazione non fosse stata più chiara, preferì concederle lo spazio di cui aveva bisogno.


🏐🏐🏐


In quei giorni un silenzio pesante aleggiava anche a casa di Mei, dove si era creata una sottile ma costante tensione. Gli ultimi giorni di scuola prima delle vacanze estive si facevano sempre più vicini: dopodiché, se i suoi genitori non si fossero convinti della bontà delle sue scelte, dall'inizio del nuovo trimestre la ragazza avrebbe dovuto ricominciare in una scuola privata. Lì non avrebbe avuto alcuna possibilità di iscriversi a club che richiedevano un grande impegno, senza lasciare nulla in mano per la prospettiva di carriera che i due avevano in mente per lei.


Perlomeno il fatto che questa fantomatica partita — organizzata per dimostrare loro che la sua passione non era solo un capriccio adolescenziale o una scusa per non studiare — non si fosse limitata a un semplice incontro tra scuole ma fosse stata addirittura patrocinata dalla prefettura di Miyagi, servì a portare l'attenzione dei coniugi Azumane sulla questione. Mei, però, non riusciva a fare a meno di chiedersi se il loro reale interesse fosse dovuto al fatto che la figlia sarebbe apparsa in televisione, o se fossero semplicemente felici per loro nipote Asahi che, grazie a quell'occasione, poteva iniziare a far conoscere il proprio nome tra gli atelier e le sartorie più importanti della prefettura.


Quello stato di isolamento, attanagliato dai dubbi e da speranze schiacciate dal pessimismo — convinta com'era che nulla avrebbe smosso i suoi genitori —, ebbe un improvviso momento di luce. Mei ricevette un messaggio e, quando lo lesse, quasi le scivolò il dispositivo di mano: Yū Nishinoya le stava chiedendo di uscire. Lo lesse e lo rilesse, ma la domanda era diretta e non parlava di gruppi. Solo: "Mei, ti va se oggi pomeriggio usciamo insieme?". Si autoconvinse che forse avesse scritto la stessa cosa anche ad altri amici, quindi gli rispose che andava bene, aggiungendo: "Chi altri ha già confermato?".


"Siamo solo io e te. Sempre che non sia un problema."


Un problema? Un problema?! Si disse Mei che, per la troppa emozione, iniziò a correre per la stanza come un'ossessa. Mandò persino lo screenshot della conversazione nella chat di gruppo con Hitoka e Kiyoko per avere conferma che i kanji letti sullo schermo corrispondessero effettivamente a ciò che aveva interpretato. Temeva di aver capito male uno di essi, stravolgendo del tutto il senso della frase. Ma la pioggia di faccine sorprese, sconvolte ed emozionate di entrambe le diede la conferma che non si era sbagliata affatto.


Rimase ferma come una statua di sale per diversi minuti, cercando ancora di elaborare ciò che forse era solo il frutto di una pallonata in testa un po' troppo forte. Poi, però, recuperò immediatamente gli appunti con i consigli di bellezza che Himawari le aveva dato giorni prima affinché potesse presentarsi al meglio.

Nishinoya non le aveva detto il motivo di quell'uscita. Sicuramente non c'era niente di romantico dietro, e non si sarebbe stupita se l'avesse chiamata solo per farsi aiutare a scegliere un regalo per l'ex manager del Karasuno; ma questa era senz'altro una di quelle occasioni d'oro in cui dare retta alla voce determinata di Sakura che le diceva di metterci grinta.

Strinse i pugni al petto, quasi facendo fumo dalle narici. Non diede spazio ai suoi castelli in aria, in cui immaginava se stessa e il ragazzo come i protagonisti di un drama romantico, ma poteva essere comunque un'ottima opportunità per farsi notare.


Si affacciò alla finestra. In quei giorni le era sembrato che le nuvole si stessero addensando: con il caldo si stava preparando la pioggia, ma sperò in cuor suo che non si mettesse a piovere proprio quel pomeriggio.


Un'ora e mezza più tardi, Nishinoya era vicino alla fontana fuori dalla stazione di Kotodai-Kōen, della Linea Namboku, mentre scorreva il cellulare in attesa dell'arrivo della sua amica. Per l'occasione aveva indossato una normale t-shirt arancione con scritte nere in giapponese e dei pantaloncini di stoffa marrone; i capelli erano ben dritti come sempre, grazie alla generosa quantità di gel che lui e i suoi coetanei erano soliti usare in quel periodo.


«Yū, eccomi, scusa se ti ho fatto aspettare» disse una voce a lui familiare.


Non appena Nishinoya alzò lo sguardo, il suo viso si illuminò per lo stupore. Mei indossava un vestito bianco con un fiocco stretto alla vita, caratterizzato da una gonna con un doppio strato ricamato in pizzo e da maniche che le lasciavano leggermente scoperte le spalle. Aveva inoltre i capelli ricci raccolti in un'alta coda di cavallo, mentre sul viso aveva applicato un velo di trucco per coprire l'acne e un lucidalabbra rosato per esaltare la bocca naturale. Aveva con sé una borsetta in finta paglia, che stringeva forte per scaricare la tensione.


«Ehi Mei, che sorpresa, stai benissimo!» si complimentò il ragazzo, mostrandole il pollice in su in segno di approvazione, come suo solito.


«G-grazie» rispose lei, abbassando lo sguardo con un velo di timidezza che già l'attanagliava. «Manderò i tuoi complimenti ad Asahi».


«Spero non ti abbia imbarazzato questa mia richiesta. In effetti, anche per me è la prima volta che esco da solo con una ragazza» disse grattandosi la nuca, mostrando un velo di rossore.


Mei ingoiò la saliva e irrigidì la schiena, mentre nella sua mente risuonava in loop l'espressione "uscita da soli". «No, no, ma ti pare? Ci conosciamo da tempo ormai!» Peccato che il suo passo da "schiaccianoci", non appena si mise a camminare, tradì all'istante il suo reale stato d'animo.


Nel frattempo, al Karasuno si stavano svolgendo i soliti allenamenti in vista delle inter-high. Il suono delle schiacciate sul pallone e i richiami tra compagni saturavano l'aria di azione e dinamismo. Hinata e Kageyama erano come al solito le punte di diamante, anche se non mancavano i continui battibecchi tra loro. Yamaguchi aveva ormai assunto il ruolo di senpai nei confronti di Sanzo, al quale spiegava con dovizia di particolari il modo migliore per posizionare il corpo, affinché potesse effettuare una battuta a effetto.


Ukai guardò l'orologio al polso e poi l'entrata della palestra. «Ma insomma, oggi Nishinoya ha dato buca? Stava male per caso?» si chiese, alzando un sopracciglio e storcendo la bocca. 


Yachi, seduta vicino a lui mentre prendeva appunti sui progressi dei ragazzi, si lasciò sfuggire una risatina nascosta dalla mano destra. A quell'ora il libero del Karasuno e Mei dovevano già essersi incontrati, e probabilmente erano nel pieno della loro passeggiata tra le bancarelle allestite al parco di Kotodai, vicino all'entrata della stazione della metropolitana.


L'allenatore notò l'ilarità della studentessa e si incuriosì. Allora Yachi si limitò a dire che forse, quel giorno, un Corvo e una Farfalla avrebbero spiccato il volo insieme. Ukai inarcò le sopracciglia, spostando poi lo sguardo su Ennoshita e Tsukishima, concentrati nel loro gioco, e incrociò le braccia al petto. «Pensare che si dice che corvi e farfalle siano agli antipodi, per simbolismo e intenzioni. Ma qui stiamo proprio dimostrando che gli opposti si attraggono. Spero solo di non ritrovarmi gli inviti di matrimonio tutti quanti insieme.»


Yachi divenne rossa come un peperone. «Ma no, signor Ukai, ma che dice?!»


In quel momento una palla rotolò vicino ai piedi della manager e Hinata la raggiunse poco dopo. Yachi ne approfittò per prenderlo per la manica, affinché il ragazzo si sporgesse verso di lei.


«Ehi, ti sei chiesto perché oggi Nishinoya non c'è?» disse lei, cercando di trattenere l'emozione.


La risposta di Hinata, però, la lasciò stupita. Il ragazzo annuì e disse con un bel sorriso: «Sì, si sta vedendo con Mei.»


«Eh? Lo sapevi anche tu? Te lo ha detto lui?»


«Oh sì, è dal giorno della riunione che aveva questa intenzione, ed è determinato nel raggiungimento del suo obiettivo.»


Yachi ingoiò la saliva e, con quelle ultime parole, iniziò a farsi diversi film mentali. Se lei si sentiva così emozionata e imbarazzata, non osava immaginare come stesse la sua amica in quelle ore. Forse in quell'istante Yū la stava tenendo per mano, forse avevano comprato un gelato, forse lui stava cercando di vincere qualcosa per lei a una bancarella e magari, a fine giornata, al tramonto davanti alla fontana della stazione, le avrebbe dato un bacio.


La testa della bionda iniziò a fumare per il forte batticuore.


«Ma... ma... quindi si dichiarerà?»


Ora era Hinata ad assumere un'espressione confusa. «Dichiarare che cosa? Mica è un appuntamento galante, piuttosto è una missione per aiutare Aone affinché Mei possa conoscerlo meglio.»


Il tempo per Yachi si arrestò. Aveva sentito chiaramente le parole del numero dieci del Karasuno, ma le sembrarono ovattate, del tutto fuori posto rispetto a quello che sapeva e che credeva stesse succedendo.


«Il fatto che Aone abbia messo in chiaro i suoi sentimenti, ovviamente, non può limitarsi a questo» continuò Hinata. «Se vuole conquistarla e rassicurarla sulle sue intenzioni, è bene che metta in mostra le sue qualità.»


Yachi si morse un labbro e cercò di mantenere il respiro regolare. Il baccano di sottofondo della palestra certo non aiutava, ma prima di urlare voleva capire la questione fino in fondo.


«Quindi... quindi Mei ha trovato Aone al posto di Nishinoya? Questo mi stai dicendo?»


Hinata scosse il capo: «No, l'appuntamento inizierà con 'Noya, ma lui si comporterà in maniera così noiosa e scostante che, conoscendo Mei, lei non fuggirà via solo per cortesia. Sarà lì che allora incroceranno "casualmente" Aone, e così lei vedrà in lui un salvatore. Chiaramente ci siamo raccomandati che Aone si mostrasse al meglio delle sue capacità relazionali, o quella poverina si ritroverà bloccata con un finto indifferente e un vero musone per tutto il pomeriggio, ahahah!»


«Ma che razza di piano idiota è questo?!» sbottò Yachi alzandosi in piedi, con le fiamme negli occhi. La sua voce rimbombò per tutta la palestra, attirando l'attenzione di tutti i giocatori e degli allenatori.


La ragazza si guardò rapidamente intorno, poi prese Hinata per un braccio e lo costrinse a uscire fuori nel cortile. Il ragazzo non capiva perché improvvisamente la manager fosse diventata una furia, ma si congelò sul posto quando lei sbottò: «Secondo te, perché Mei ha accettato un appuntamento da sola con Nishinoya, eh?»


Hinata sbatté velocemente le palpebre. «Perché sono amici e perché stiamo cercando di fare pubblicità all'evento di questo sabato...»


A quelle parole Yachi si irritò ancora di più. «Voi maschi a volte vivete proprio tra le nuvole!» disse dandosi una manata in faccia, del tutto esausta.


«Ehi, calmati! Non c'è bisogno di offendere ora, perché ti stai infuriando così?»


«Perché tu, avallando questo piano scemo, hai appena toppato clamorosamente come "sensei", ecco perché!»


Hinata fece un passo indietro, ancora più confuso dopo che Hitoka gli aveva sputato addosso quelle parole. «Ma... perché?»


«Non te l'ha mai detto?» chiese allora Yachi, sospirando. «Non ti ha mai detto Mei che ha una cotta tremenda per Yū?»


Hinata cadde letteralmente dal pero e divenne pallido. «N-no... cioè, noi parliamo di allenamenti, su come diventare più forti... mica di queste cose...»


«Beh, in effetti è una cosa che più che altro sono stata io a farle confessare...» sospirò Yachi. «Altrimenti non lo avrebbe ammesso neanche sotto tortura.»


«Quindi... mi stai dicendo che per Mei il fatto di uscire con 'Noya...»


«Sì! Se ora lui la tratterà male solo per poi smollarla ad Aone, lei ci rimarrà malissimo!»


In quell'istante, Shōyō comprese la gravità del proprio errore con la stessa certezza di chi incrocia le braccia convinto che la palla stia andando fuori, e invece quella bacia la linea di fondo.


Mentre Nishinoya camminava con la sua amica al fianco, non poté fare a meno di chiedersi dove si fosse nascosto il loro amico. Quando lo aveva contattato per raccontargli del piano di conquista, il gigante del Dateko doveva essere nel bel mezzo di una rampa di scale, perché a giudicare dai rumori di sottofondo sembrava quasi ruzzolato a terra.

Lì tra le bancarelle c'erano diversi stand che vendevano di tutto, oltre quelli dedicati al tiro a segno; in una situazione normale, 'Noya avrebbe volentieri preso per mano la sua amica per portarla ovunque a divertirsi insieme. Ma per quella volta doveva andare contro il suo naturale istinto. Mei doveva arrivare al punto di chiedersi perché mai avesse accettato di uscire con lui, e solo a quel punto sarebbe spuntato Aone, pronto a farle passare un bellissimo pomeriggio.


«Yū, ti va di andare a prendere un gelato per iniziare?» chiese Mei, tormentandosi gli indici tra loro per l'imbarazzo.


«Uh, mi chiami per nome ora?»


La ragazza si allarmò subito, diventando rossa come un pomodoro. «Ah, scusa! È che visto che tu mi chiami per nome, io... ecco, pensavo...»


«Ahahah, ma stai tranquilla, ti prendevo in giro! Stai sempre sull'attenti tu, eh?»


Mei tese le braccia lungo i fianchi, quasi facendo uscire fumo dalle orecchie per il disagio. «C-comunque... ti va il g-gelato?»


«Nah, non mi va. Non ho proprio voglia di gelato» rispose lui facendo spallucce.


«Oh... va bene.»


Continuarono a passeggiare in silenzio per qualche minuto, superando una bancarella dopo l'altra. Mei si soffermava su alcune con occhi sognanti, soprattutto alla vista di certe collane con il ciondolo a forma di cucciolo, ma non faceva in tempo a chiedere il prezzo che l'altro era già andato avanti.

Cogliendo l'occasione, la ragazza lasciava i volantini dell'evento ai vari commercianti, chiedendo se gentilmente potessero esporli per fare un po' di pubblicità.


«Yū, guarda un giocoliere!» esclamò entusiasta a un certo punto, indicando un artista di strada che con maestria e allegria stava intrattenendo la folla.


«Oh no, che noia. Non li sopporto proprio» tagliò corto lui. Fece spallucce e, con le mani in tasca, proseguì dritto. Mei lo fissò in silenzio, leggermente interdetta, ma continuò a camminargli dietro.


Il piano stava funzionando: ogni volta che Mei proponeva qualcosa, lui smorzava il suo entusiasmo sul nascere. Se fosse stato lui a subire la compagnia di qualcuno così avvilente, sarebbe già fuggito a gambe levate, ma Mei, a quanto pare, era un osso duro. Il problema principale per Nishinoya era proseguire a oltranza con quella pantomima; così, ormai esausto, iniziò a guardarsi attorno in maniera febbrile... dove diavolo era finito Aone?!


Hinata e Yachi si attaccarono al telefono, ignorando le proteste di Ukai che richiamava il ragazzo sul campo; in quel momento la missione era decisamente più importante persino delle loro "veloci".

Purtroppo nessuno dei due rispondeva. Mei era troppo incantata all'idea di essere finalmente uscita con il ragazzo dei suoi sogni, mentre Nishinoya era talmente concentrato sul suo piano che nulla avrebbe potuto distrarlo.


«Aone! Avvisiamo almeno lui!» disse Hinata, con una lampadina che gli si accese improvvisamente sulla testa.


Il gigante del Dateko, per fortuna, rispose dopo appena un paio di squilli. Hinata gli spiegò rapidamente che, se si trovava già sul posto, doveva assolutamente interrompere il piano, perché altrimenti avrebbero ottenuto l'effetto opposto.


«In realtà, non ci sono andato» rivelò lui con la sua solita calma dall'altra parte della linea.


Sia Yachi che Hinata tirarono un enorme sospiro di sollievo. «M-ma come mai?» chiese quest'ultimo, stupito.


«Perché ci ho pensato su e non è in questo modo che voglio farmi notare da Mei. Quando uscirò con lei, sarà perché sarò pronto a chiederglielo io direttamente, senza piani ingannevoli.»


I ragazzi provarono una profonda ammirazione per la maturità di Aone e furono sollevati dal fatto che, almeno da quel lato, la situazione si fosse risolta sul nascere.


«A-accidenti! Ma allora questo significa che non ci sarà nessuno a interrompere il loro incontro!» esclamò Yachi, tornando di colpo rossa e allarmata. Si era appena resa conto che, senza l'intervento di Aone, quello sembrava a tutti gli effetti un vero appuntamento romantico che Nishinoya aveva organizzato solo per stare da solo con lei.


Nel frattempo, al parco di Kotodai la situazione iniziava a complicarsi. Aone non si stava facendo vedere e Nishinoya, dicendo sempre di no e mostrandosi contrario a qualsiasi cosa Mei proponesse o facesse, iniziava davvero a sentirsi a disagio. Se avesse insistito ancora a comportarsi in quel modo, l'unica cosa che avrebbe ottenuto sarebbe stata passare per un pazzo che prima organizza un'uscita e poi fa di tutto per sabotarla.


Una volta giunti a una panchina, stanchi di camminare, si ritrovarono immersi in un silenzio del tutto imbarazzante. Mei teneva lo sguardo basso e si tormentava una ciocca di capelli. Probabilmente, ipotizzò Nishinoya, dentro di sé gliene stava dicendo di tutti i colori per averla fatta scomodare e arrivare fin lì solo per farle passare un pomeriggio di noia. Se Aone non si fosse presentato entro dieci minuti, avrebbe posto fine a quel supplizio...


«Scusami» disse improvvisamente Mei, catturando l'attenzione del ragazzo. Sul suo viso c'era un sorriso leggermente malinconico. «Sono una frana, vero? Tu magari speravi di uscire con qualcuno più affabile, che sapesse tenere viva la conversazione, mentre io mi sto comportando come una ragazzina.»


Nishinoya, allarmato, iniziò ad agitare freneticamente le braccia. «No, no, tranquilla! Non è affatto così, davvero!»


Mei allora lo guardò dritto negli occhi. «Non preoccuparti, lo so bene di non essere la regina della festa.»


Nishinoya sentì una campana a morto rimbombargli nella testa. Aveva tirato così tanto la corda che Mei, con la sua naturale bontà d'animo, stava dando quasi per scontato che il problema fosse lei.


«Ma no, davvero! Tu... tu sei un'ottima compagnia! Sono io che...» Iniziò a grattarsi la testa con nervosismo, riprendendo a guardarsi intorno.


«Che cosa stai cercando?» chiese allora la ragazza, notando il suo stato di forte agitazione.


«Ness... niente, niente! Lasciamo perdere, eheh!» rispose lui, con una risata per nulla spontanea.


Calò di nuovo il silenzio, colmato solo dal vociare dei passanti, dai loro passi sul selciato e dal cinguettio degli uccellini. Era un bel pomeriggio estivo, in cui famiglie e coppie passeggiavano spensierate, organizzandosi per le ferie imminenti o semplicemente godendosi quel parco curato e tranquillo.


A un certo punto, Nishinoya guardò di sottecchi Mei, soffermandosi in particolare su come si fosse preparata. Aveva indossato per l'occasione un vestito davvero carino e si era persino sistemata i capelli; la cosa gli fece uno strano effetto, dato che, per quanto lei ne sapesse, doveva essere solo un'uscita con un amico per distribuire qualche volantino e staccare un po' dagli allenamenti. Se Aone si fosse sbrigato ad arrivare, scommetteva che sarebbe diventato rosso come un peperone nel vederla sistemata in modo così grazioso.


Improvvisamente, un sonoro brontolio interruppe quel momento. Mei si voltò verso Nishinoya con espressione stupita, e quest'ultimo si strinse lo stomaco, totalmente imbarazzato.


«Scusa, è che con tutto questo camminare deve essermi venuta una certa fame.»


Mei rise al riguardo. «Ho fame...» si strinse nelle spalle e si morse il labbro, «cioè, se hai fame, se vuoi ti accompagno a prendere un gelato.»


Nishinoya gettò un'ultima occhiata annoiata verso il circondario, poi guardò Mei, che lo stava fissando con una certa apprensione. Si soffermò un attimo più del solito sui suoi occhi castani e alla fine corrugò la fronte. Si era stancato.


Mei sobbalzò quasi sul posto quando il libero del Karasuno si alzò di colpo dalla panchina, pieno di fervore. Aveva soppresso il proprio vero spirito troppo a lungo per portare avanti quella messinscena, e ora la sua tipica aura di energia lo avvolgeva come se avesse appena trovato la via per diventare un Saiyan. Con una luce di assoluta determinazione negli occhi, annuì alla sua amica e le prese con decisione il polso per esortarla ad alzarsi. «Andiamoci a mangiare la coppa gelato più grande del mondo!»


Raggiunsero il primo gelataio ambulante lungo la strada e il ragazzo ordinò immediatamente due gelati. 


«Tu quale vuoi, Mei?»


Mei, ancora frastornata per essere passata all'improvviso da una situazione lenta e fiaccante a quel travolgente picco di energia, non rispose subito. C'erano diversi gusti, uno più invitante dell'altro.


«Ciocc...» Si bloccò di colpo. «Fragola!» La sua amica Shimizu preferiva i gusti fruttati. Se voleva fare colpo su Nishinoya, dovendo competere con una bellezza del genere, non poteva assolutamente apparire troppo golosa.


«Uno al pistacchio e uno al cioccolato, grazie!» disse invece il ragazzo all'ambulante.


Mei drizzò la schiena. «Ma... ma no, ho detto fragola!»


«Ah sì?» disse lui, alzando un sopracciglio. «Ma il cioccolato è il tuo preferito, no?»


«Mhm... sì.»


«E allora cioccolato va più che bene» rispose lui, sorridendo a trentadue denti con l'atteggiamento allegro che lei aveva imparato a conoscere. Finalmente lo stava riconoscendo.


Tornarono di nuovo alla panchina per fare merenda con calma e, se lei non era poi così loquace, ci pensava Nishinoya a parlare per entrambi. Le parlò un po' di tutto, come del fatto che, pur amando tantissimo la pallavolo ed essendo particolarmente dotato, in realtà una volta diplomato avrebbe girato il mondo. Voleva fare qualcosa che rispondesse al suo vero animo, magari il travel blogger o qualcosa del genere. Comunque sia, nulla che lo tenesse ancorato a una sedia o a una città troppo a lungo.


Mei ne osservò il profilo mentre il ragazzo le parlava dei suoi sogni, e poté scorgere in lui una luce particolare. Credeva davvero in ciò che diceva e ce lo vedeva in effetti: a visitare le piramidi in groppa a un dromedario, a farsi una foto mentre faceva finta di sorreggere la Torre di Pisa o a inzupparsi d'acqua mentre esultava di fronte alle Cascate del Niagara.


«Ti auguro davvero di riuscirci, neanche io ti vedo relegato a una scrivania» ammise la ragazza, sorridendo.


«E se vuoi, qualche volta puoi venire con me!»


Mei divenne rossa e iniziò a balbettare.


«Sai che ne parlo spesso con tuo cugino Asahi?» proseguì il libero. «Anche a lui piacerebbe viaggiare, dopotutto se vuole sfondare nel suo settore una tappa a Parigi o a Milano è d'obbligo. Perciò non sarebbe male viaggiare qualche volta insieme. Chissà, fra un anno a quest'ora, quando ormai mi sarò lasciato la scuola alle spalle, potremmo già essere su un aereo diretti chissà dove.» Sollevò il dito e assunse all'improvviso un'aria da maestro: «Però prima devi studiare, poi potrai venire con noi. Non devi fare la fine del tuo senpai al quadrato, che per ogni esame trimestrale ha dovuto sudare sette camicie!»


Lei drizzò immediatamente la schiena e gli fece il saluto militare. «Certamente, senpai!»


«No, accidenti, mi sono sporcato! Mia madre mi ammazza!» sospirò il ragazzo, vedendo che una goccia di pistacchio gli era finita dritta sulla maglia. 


«Aspetta!» rispose prontamente Mei, tirando fuori una salvietta umida dalla borsa. 


Le guance di Nishinoya si fecero leggermente color porpora quando lei, con estrema cura, iniziò a tamponargli la t-shirt per cercare di salvare il salvabile, prima che la macchia attecchisse sul tessuto.


«G-grazie» disse infine lui. «Sei davvero piena di premura.»


Mei sorrise timidamente e si mise ad arricciare una ciocca di capelli con l'indice. «Ma... ma no, è che anche io sono una pasticciona... Anzi, il mio è stato un vero atto di coraggio a vestirmi di bianco, oggi.»


«Per me hai fatto benissimo. Ti sta proprio bene.»


Di nuovo il silenzio calò tra loro. Questa volta, però, Nishinoya avvertì che c'era qualcosa di diverso nel comportamento di Mei. Diventava rossa facilmente e sorrideva con timidezza, ma ora sembrava una reazione totalmente differente dal solito. Era come se avesse particolarmente apprezzato quel complimento, che lui le aveva fatto semplicemente perché lo pensava, senza vedere alcun motivo per tenerlo nascosto.


Questa volta ad alzarsi all'improvviso fu Mei che, dopo aver finito di gustarsi il gelato, propose di riprendere la passeggiata. Voleva assolutamente tornare a quelle bancarelle dove aveva visto quelle deliziose collanine, intenzionata ad acquistarne una.


Ora che non doveva più fingere indifferenza, anche lui si lasciò attirare dai banchi esposti, dagli artisti di strada e dai cagnolini dei passanti. Prima di raggiungere la bancarella designata, Nishinoya si fermava ogni due secondi, attratto da questo o quello, trascinando e coinvolgendo Mei in ogni sua scoperta. Tanto che quest'ultima fu sollevata nel trovare il banco delle collanine ancora aperto quando finalmente ci arrivarono, visto che il sole iniziava ormai a calare.


Ne scelse una a cui era appeso un gattino e, dopo essersi fatta dire il prezzo, recuperò subito il borsellino; ma quando lo aprì, diventò viola per l'imbarazzo.


«Oh no, non mi bastano i soldi!» esclamò sconsolata.


«Quanti te ne mancano?» chiese il ragazzo.


«1000 yen.»


«E che problema c'è? Ecco qui» disse Nishinoya, estraendo il portafoglio con un gesto fluido.


«Ma no! Hai già voluto offrire il gelato!»


Nishinoya fece spallucce. «E allora? La vuoi, no?»


Mei si strinse nelle spalle. «S-sì... Prometto che te li restituisco sabato.»


Nishinoya schioccò la lingua sul palato. «Non mi devi ridare proprio niente, mi fa piacere. Tu mi prepari sempre i mochi al gusto Gari Gari Kun senza chiedere mai nulla in cambio!»


Non appena la bustina fu nelle mani di Mei, la ragazza si rivolse all'amico facendogli mille inchini di ringraziamento, tanto che lui, tornando a grattarsi la testa per l'imbarazzo, non seppe nemmeno dove guardare.


Cercarono di sfruttare le ultime ore di luce il più possibile, ridendo, scherzando, sfidandosi al tiro al bersaglio per il puro gusto di vincere qualche cianfrusaglia e godendosi così un pomeriggio di pura allegria. Nishinoya si dimenticò persino del vero motivo per cui si era recato lì con Mei.


Le lancette, però, scorrevano in fretta ed, essendo lontani da casa, convennero entrambi che fosse il momento di rientrare. Nishinoya così la riaccompagnò alla stazione della linea Namboku per farle prendere il treno. Ma, già una volta fuori dai confini del parco, notò che la giovane era di nuovo sprofondata in uno strano silenzio. Sorrideva con lo sguardo basso e stropicciava la tracolla della borsa con entrambe le mani.


«Beh, allora ci vediamo sabato» disse il ragazzo, una volta giunti all'altezza della fontana. «So che dovrei fare il tifo solo per le mie compagne Corvette, ma dato che tu fai parte delle Farfalle farò un'eccezione!» Portò entrambe le mani dietro la nuca e incrociò le gambe in piedi, iniziando a ridacchiare.


Mei si limitò ad annuire, cosa che lo impensierì.


«Stai bene? Il gelato ti ha fatto venire i crampi?»


Mei deglutì rumorosamente e iniziò a fare dei profondi respiri. Un turbinio di pensieri le ruotava nella mente, soprattutto quelli che la incitavano a essere più proattiva. Le tornò in mente persino quella volta al picnic con gli amici, in cui aveva capito che anche una conversazione poteva essere paragonata a una partita di pallavolo. Se si voleva vincere, bisognava muovere le gambe, tenere lo sguardo fisso sulla palla e chiamarla, al fine di mantenere il controllo del gioco.


Nishinoya l'aveva invitata a quell'uscita di coppia; inizialmente erano forse partiti arrancando, ma poi il pomeriggio era diventato davvero coinvolgente. Le aveva persino offerto il gelato e l'aveva aiutata con l'acquisto della collanina. Forse, dopo che Aone aveva palesato i suoi sentimenti al festival, il libero del Karasuno si era accorto dei propri e non voleva rischiare di perdere la ragazza che... no, non riuscì nemmeno a finire di formulare la frase nei suoi pensieri. Era quasi impensabile. Sarebbe stata una svolta degli eventi fin troppo bella.


Viaggiare insieme, mano nella mano, nei luoghi più romantici del mondo...


«Mei?»


La ragazza si rese conto di essersi persa troppo nei propri castelli in aria, lasciando Nishinoya in attesa senza alcuna risposta.


«Ecco...» disse lei, portando le mani dietro la schiena e iniziando a grattare con la punta del sandalo le mattonelle dell'ingresso della stazione. «Io...»


«Sì?» Nishinoya alzò un sopracciglio, assumendo un'aria interrogativa.


Mei prese un profondo respiro. Stava facendo praticamente "all in", ma se davvero voleva dare una svolta a quella situazione doveva essere coraggiosa. Dopotutto l'aveva invitata lui a quell'incontro, forse non si trattava solo di una fantasia. 


«Tu mi... mi piaci, Yū.»


«Anche tu mi piaci!» annuì il ragazzo, sorridendo spontaneamente.


Mei si lasciò andare a un'esclamazione di stupore, tornando di colpo color pomodoro, al punto che lo stesso Nishinoya saltò sul posto per quella reazione improvvisa. Poi la ragazza prese un profondo respiro per cercare di calmarsi. «Sì, ma io non dico come persona... cioè, certo, anche come persona, ma tu mi piaci... ecco... come Orihime prova sentimenti per Hikoboshi... come Giulietta li prova per Romeo... non so se mi spiego! Tu, tu sei fantastico e io ti ammiro molto, ma non come il mio sensei... Per me Hinata è solo un amico. Tu, invece, ecco... vorrei prenderti per mano, vorrei fare altre passeggiate con te.»


In realtà, quello che giunse a Nishinoya fu per la maggior parte una specie di borbottio confuso, ma riuscì a cogliere qualche parola chiave. Quando capì esattamente che cosa Mei intendesse, deglutì a sua volta rumorosamente, iniziando a sudare freddo.


«Perciò ecco...» proseguì Mei, riprendendo a giocare con la ciocca di capelli e sorridendo. «Visto che mi hai invitata tu a questa uscita... spero che...»


Nishinoya spalancò la bocca e divenne di pietra. Non solo non aveva capito assolutamente nulla dei reali sentimenti della sua amica, ma con quell'appuntamento combinato le aveva appena dato persino false speranze.


«Ma... ma sei sicura? Sono del tutto l'opposto del modello che i tuoi si aspetterebbero per te!»


Mei corrugò la fronte. «Ora i miei dovrebbero persino comandarmi su chi frequentare?»


Nishinoya divenne ancora più paonazzo. «E poi siamo alti uguali! Alle ragazze questo non piace, non possono mica mettersi i tacchi con uno come me!»


Mei inarcò un sopracciglio. «E chi li vuole, quei trampoli?»


«Sono... sono troppo grande per te, ecco! Io e Aone siamo coetanei e, così come ho detto questa cosa a lui, la penso anche per me!»


Mei si strinse di nuovo nelle spalle. «Beh, tu farai diciotto anni ad ottobre e io ne compirò sedici tra un mese... E poi comunque saremmo ugualmente minorenni fino ai vent'anni» rispose lei, guardandosi le punte delle scarpe. «E poi ecco... a me basta uscire insieme come abbiamo fatto oggi, di certo non...» Si interruppe e rimase in silenzio. Un lungo silenzio, finché improvvisamente le spalle non le tremarono e si portò le mani al viso. «Ho preso un granchio, non è vero? Che stupida, ti ho messo in imbarazzo... Ti chiedo immensamente scusa.»


Al ragazzo sfuggì un urlo di agitazione talmente acuto, seguito da un gesto così convulso, che persino qualche passante si fermò a fissarlo.


«No! No, non devi scusarti assolutamente! L'idiota sono stato io che non ci ho capito niente! Ma di chi ti vai a innamorare tu, di un cretino come me? Ahah!»


Mei, però, rimase ferma in quella posizione, come se si fosse congelata. Nishinoya si accigliò immediatamente, diventando serio.


«Ehi Mei, guarda che dico davvero, non ti preoccupare. Non è successo niente di male.»


Si avvicinò e la studiò per un attimo. Poi, leggermente esitante, sollevò le braccia per scostarle le mani dal viso. Lei fece un po' di resistenza, ma lui fu più deciso e, quando ne vide l'espressione, quasi gli salì il cuore in gola. Sembrava davvero sconvolta, come se avesse confessato un crimine innominabile piuttosto che essersi semplicemente dichiarata al ragazzo che le piaceva.


 «Tranquilla, certo che è solo un tuo amico. Del resto, quale ragazzo potrebbe mai provare qualcosa per te, oltre a questo?»


In quell'istante, non appena Mei si rese conto di essersi sbagliata, tutte le parole di incoraggiamento dei suoi amici vennero risucchiate in un buco nero. Nella sua testa, le frasi aspre di Akane arrivarono dirette e taglienti come lame. 


 «E tu, non essere troppo gentile con lei o potrebbe farsi dei castelli in aria e attaccarsi come una cozza.»


«Ti prego, non odiarmi... Io, io non voglio darti in alcun modo fastidio» gli disse con la voce tremante. «Mi dispiace, ti chiedo scusa.»


Ora Nishinoya stava sudando freddo, ma non più per l'imbarazzo. «Ma che sciocchezze vai farneticando?! Perché dovresti scusarti? Perché dovrei odiarti?»


«È che io... io...» Mei strinse improvvisamente i denti e si liberò bruscamente dalla sua presa. Non ce la faceva più a sostenere quella conversazione. Si sentiva patetica, ridicola. Si odiava per aver creduto che le favole potessero esistere, che tutte le fantasie su di lei e Yū potessero diventare vere... Ma la cruda realtà le era stata sbattuta in faccia come uno schiaffo e, ancora una volta, non era stata nemmeno capace di reggere il colpo. Lei non era forte come Sakura.


🏐🏐🏐


Solo quando Nishinoya tornò a casa si ricordò di non aver mai controllato il cellulare. Alla fine aveva passato un così bel pomeriggio con la sua amica da essersene totalmente dimenticato; solo allora notò le numerose chiamate e i messaggi da parte di Hinata che lo avvertivano proprio del malinteso. Pensò che fosse stato un bene che Aone non si fosse presentato, altrimenti le cose sarebbero state ancora peggiori. Tutto quello che riuscì a rispondere a Hinata fu un'unica emoji che piangeva; l'altro dovette capire al volo la situazione, dato che rispose inviandone tre dello stesso tipo.


Passò l'intera serata a svolgere le mansioni più basilari. Sua madre rimase persino stupita del fatto che il figlio avesse acconsentito a lavare i piatti senza mettersi a sbuffare come al suo solito. Il mattino dopo, svegliarsi con un bell'acquazzone battente — che di lì a poco avrebbe dovuto affrontare per andare a scuola — di certo non lo aiutò a sollevare il morale.

Lo attanagliarono mille pensieri e rimase persino stupito di quanto anche lui ci fosse rimasto male: una buona azione che credeva di compiere gli si era clamorosamente ritorta contro. Gli venne anche il tremendo dubbio che, dopo quella batosta, Mei avrebbe accettato passivamente il trasferimento alla scuola privata; questo l'avrebbe portata lontano, rendendo quasi impossibile continuare a vedersi.


Premette la fronte contro il vetro freddo della finestra, strizzando gli occhi e stringendo i denti, lì nel silenzio della sua cameretta, con solo lo scrosciare ovattato della pioggia nelle orecchie.


A un certo punto, le sue spalle iniziarono a tremare. Sempre di più, sempre di più. «Aaaaahhh! Risolverò questo pasticcioooooo!»


«Ma che ti strilli, scemo?!» lo rimproverò la madre dall'altra stanza, che probabilmente si era spaventata a morte per quell'urlo disumano.


Yū la ignorò completamente. Non sapeva ancora bene come, ma avrebbe trovato il modo di far tornare il sorriso sulle labbra di Mei. Fece una solenne promessa a se stesso.

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