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Creato il 04/09/2026, 11:35 · Aggiornato il 04/09/2026, 11:35

Capitolo 23: Ma - parte 1

@ladyele1991LadyEle1991
MaturoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Bullismo
  • Copertina AI
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La luce del pomeriggio disegnava quadrati dorati sul pavimento, muovendosi lenta nello spazio vuoto tra un mobile e l’altro. Fuori dalla finestra, i rami del vecchio ciliegio lasciavano che l'azzurro del cielo respirasse tra le foglie. Nell'aria restava l'eco sospesa di una melodia appena svanita. Quel silenzio non era deserto. Sembrava colmo di tutto ciò che era stato e di tutto ciò che doveva ancora accadere, come i margini bianchi di una vecchia fotografia che proteggono i ricordi dal tempo.


Questo spazio invisibile è il cuore del Ma, la filosofia giapponese dell'intervallo e della pausa. Essa insegna che il vuoto non è un errore da correggere, ma il luogo in cui le cose trovano il proprio significato. C’è una fretta invisibile nel voler riempire ogni momento, eppure la musica esiste solo grazie al silenzio tra le note. Rispettare il Ma significa dare respiro alle giornate. Permette di capire che proprio dove sembra non esserci nulla, la vita si prepara a ricominciare.



La pioggia estiva cadeva fitta sulla prefettura di Miyagi. Yū, con la fronte appoggiata al vetro della finestra di casa sua, osservava quelle gocce scivolare lungo la superficie trasparente e le strade scurirsi a vista d'occhio. Rigagnoli d'acqua scorrevano lungo la carreggiata, portando con sé foglie e altri piccoli detriti. Ed era proprio così che si sentiva in quel momento: un detrito.


Come aveva potuto essere così cieco? Come aveva potuto non accorgersi degli sguardi sfuggenti e di quei piccoli tremori dovuti alla profonda timidezza di lei ogni volta che le stava accanto? Per non parlare del fatto che aveva persino voluto fare da cupido, quando Mei, in realtà, sperava solo che fosse lui a confessarsi. Il punto, però, era che lui la vedeva unicamente come un'amica: le voleva un gran bene, ma non ne era innamorato. Tuttavia, gli dispiaceva immensamente averle causato quella delusione. Lei magari sperava solo in un po' di vicinanza in più, in un maggiore impegno da parte sua. Purtroppo si era andata a infatuare di uno scemo che non si accorgeva mai di nulla. E ora, in quel silenzio colmato solo dal picchiettare della pioggia, Yū sperò con tutto se stesso di trovare un modo per aiutarla a rimanere.

🏐🏐🏐


Era ormai passato qualche giorno dal ritiro a Tokyo e per i ragazzi del Karasuno la normalità era tornata a farsi sentire. Dopo l'encomiabile prestazione nel plesso del Fukurōdani, ora la prossima tappa erano le nazionali estive che, se vinte, avrebbero ufficialmente confermato che i Corvi non solo erano tornati a volare a piena potenza, ma sarebbero stati considerati i numeri uno della prefettura. Questo, per chi aveva sogni e ambizioni grandi come Hinata e Kageyama, rappresentava un importante biglietto da visita per il futuro sui campi di gioco dei professionisti.


«Scusate!» urlò Tanaka, dopo che una palla gli era sfuggita, permettendo alla squadra di Ennoshita di fare punto.


«Tanaka, di' la verità, hai di nuovo fatto le ore piccole?» lo rimproverò Ukai, con le mani sui fianchi.


«No, no! Stavolta sono andato a dormire all'orario giusto!» rispose il numero cinque.


«Sì, come no» si intromise Nishinoya alle sue spalle, con un'espressione annoiata e le mani appoggiate alle ginocchia per prepararsi alla nuova ricezione. «Da quando siamo tornati dal ritiro, sembri diventato un pesce lesso.»


«Non è vero!»


«Silenzio in campo!» li riprese l'allenatore.


In realtà Tanaka aveva la testa davvero da tutt'altra parte. Da quando Shimizu gli aveva regalato quel bacio sulla guancia, aveva provato un vero tormento interiore il mattino successivo, sapendo di doversi lavare la faccia. Forse la ragazza era stata posseduta dallo spirito di Orihime solo perché lui si era aggiudicato il ruolo di Hikoboshi; doveva essere stato un incantesimo temporaneo. O forse era stato solo un sogno e si era immaginato tutto.


La pallonata che però ricevette dritta in pieno viso per essersi distratto ancora una volta, quella non fu affatto frutto dell'immaginazione.


Nonostante tutto, sembrava un pomeriggio di allenamento come tutti gli altri. Goccioline di sudore sfuggivano dai corpi atletici dei giocatori, impegnati in ricezioni, battute e schiacciate; Yachi prendeva appunti a bordo campo, mentre il professor Takeda e Ukai osservavano la situazione, intervenendo quando necessario.


Ennoshita, in quanto capitano, coordinava con dovizia la sua squadra, mentre il "duo bislacco" continuava a dargli parecchio filo da torcere. Hinata e Kageyama sembravano ormai parti di un unico ingranaggio perfetto; pareva quasi che riuscissero a leggersi nella mente.


Ma quello non era affatto un pomeriggio come tutti gli altri.


«Chikariuccioooooooo!» 


Fu questione di un attimo. Tutti gli altri riuscirono solo a vedere una saetta bionda fare irruzione all'improvviso in palestra, correndo dritta verso una persona precisa.


Al capitano del Karasuno sfuggì un urlo di puro spavento quando si sentì improvvisamente abbracciare da dietro, bloccato in una presa salda.


Un'espressione di totale sorpresa passò sui volti dei presenti per quella bizzarra interruzione, tanto da lasciare l'intera squadra senza parole.


«Ennoshita, quando inviti la tua ragazza a vedere gli allenamenti ci devi avvisare» sospirò Ukai, passandosi una mano tra i capelli.


«Non è la mia ragazza!» esclamò il giovane, al culmine dell'imbarazzo. Poi si girò di scatto e afferrò Kaori per le spalle, mentre una vena gli pulsava visibilmente all'altezza della tempia. «Che cosa c'è?!»


Lo sguardo di Kaori si fece subito lucido. «Una brutta notizia... Io non pensavo che mi avrebbe colpita così tanto, ma ormai mi sta simpatica e mi dispiace da morire!»


«Quale brutta notizia?» chiese il capitano, accigliandosi e scambiando un'occhiata preoccupata con i compagni.


Hinata fece un passo avanti, d'istinto, per cercare di ascoltare meglio. In qualche modo lo avvolse un brutto presentimento... E quel presentimento si rivelò essere drammaticamente esatto.


«Mei se ne va dal club... E non solo, lascerà la scuola stessa!»


Un'esclamazione di puro sconcerto passò tra i presenti. Kaori si sporse in avanti per cercare rifugio tra le braccia di Ennoshita che, completamente rosso in viso, si limitò a darle delle leggere pacche di conforto sulla nuca e sulla spalla.


A Hinata e Yachi bastò un'occhiata d'intesa per correre immediatamente negli spogliatoi e recuperare il cellulare, nel tentativo di mettersi in contatto con l'amica. 

Tentarono di chiamarla diverse volte, ma il telefono squillava sempre a vuoto. Ritornarono così in palestra, dove Kaori si stava ancora facendo consolare da Ennoshita.


«Che cosa è successo?! Perché Mei dovrebbe trasferirsi?» chiese Hinata, correndo verso la numero tre della Shiroi Chō con gli occhi fuori dalle orbite.


«Un trasferimento di lavoro dei genitori?» ipotizzò Yachi, stringendo una mano al cuore.


Kaori scosse il capo in segno di diniego. «È per via della nota disciplinare che ha preso durante il ritiro, per essere scappata» spiegò, stringendosi nelle spalle. «Non ne so moltissimo, ma credo di aver capito che ai suoi genitori non vada più bene che giochi a pallavolo. Se la sono presa con la scuola per aver permesso che accadesse una cosa simile.»


Hinata strinse immediatamente i pugni, furioso. Quando Mei era sola e affranta, non avevano mosso un dito per proteggerla; ora che aveva finalmente degli amici e le cose stavano andando per il verso giusto, avevano intenzione di distruggere tutto?


«Professore, può fare qualcosa?!» chiese il ragazzo, rivolgendosi a Takeda con disperazione.


L'insegnante si grattò la nuca, visibilmente in difficoltà. «Non saprei come intervenire, Hinata... Lei non fa parte di questo istituto.»


«Ma lei è un professore! Ci sarà pur qualcosa che può fare!»


«Potrei provare a parlare di nuovo con la famiglia, ma già l'altra volta erano stati irremovibili. Avevamo ottenuto quel permesso solo perché il padre aveva visto con i propri occhi le sue reali difficoltà.»


«Ora invece che si è integrata, pensano che stia diventando una sorta di teppista?» sbottò Ukai, contrariato e con le mani affondate nelle tasche. «Bella me...»


«Linguaggio, signor Ukai!» lo riprese subito Takeda, fulminandolo con lo sguardo.


Erano ancora nel pieno della sessione, quindi non potevano concedersi una pausa troppo lunga, anche se l'interruzione era stata causata da quella sconvolgente notizia. I ragazzi ripresero a giocare, ma sul volto di ognuno di loro era evidente un profondo cipiglio. In particolare Hinata non riuscì più a trovare la concentrazione necessaria e, più di una volta, il pallone gli sfuggì di mano in modo banale. Comprendendo lo stato d'animo del giovane, Ukai per quella sera preferì lasciar perdere e non rimproverarlo: anche lui era sinceramente dispiaciuto per quella ragazzina che, seppur per poco tempo, era stata una sua allieva.


Al termine dell'allenamento non si sollevò il solito vociare allegro e concitato di sempre. Perdere un'amica in quel modo era un duro colpo per tutti.


«Sei riuscito a sentirla? Ha risposto almeno ai messaggi?» chiese Kageyama all'amico dai capelli rossi, mentre si asciugava il collo con un asciugamano.


Hinata allontanò di nuovo il cellulare dall'orecchio, scuotendo il capo affranto: Mei continuava a ignorare le sue chiamate. Doveva essere davvero sconvolta. Solo pochi giorni prima era al settimo cielo per lo splendido ritiro, culminato con il festival, e ora si ritrovava di nuovo da sola a fare i conti con le pretese della sua famiglia.


Anche Tsukishima si immerse in un fitto scambio di messaggi con Sakura per chiedere delucidazioni, ma neanche la capitana ne sapeva più di Kaori, venuta direttamente nella loro palestra per avvisarli.


«Hinata, vogliamo provare a parlarci stasera stessa?» chiese il professore, affacciandosi allo spogliatoio. «Poi ti riporto io a casa.»


In un attimo il dieci del Karasuno era già in piedi con il borsone in spalla, pronto a scattare.


«Posso venire anch'io?» domandò Nishinoya, imitando il compagno e mettendosi a sua volta lo zaino in spalla.


Takeda contrasse appena le sopracciglia, pensieroso, e poi annuì. «Va bene. Non posso però riportarvi tutti a casa, dopo.»


«Non si preoccupi per me, professore! Io non abito mica sperduto tra i monti come Hinata!» rispose il libero con la sua solita sfrontatezza, cercando di smorzare la tensione.


🏐🏐🏐


Al viaggio si unì anche Yachi, profondamente in apprensione per la loro amica. Durante il tragitto, il silenzio rimase una costante tra i passeggeri dell'auto: i pensieri di tutti erano unicamente concentrati su cosa sarebbe accaduto di lì a poco.


Hinata poggiò la tempia al finestrino, osservando le nuvole scure addensarsi e fare capolino tra le palazzine residenziali della prefettura. A causa del forte caldo afoso, in quel periodo estivo era iniziato un continuo alternarsi di sole e pioggia battente. Quel cielo plumbeo sembrava quasi un cupo presagio.

«Oh, ma insomma! Voi del Karasuno siete una persecuzione!» sbottò la madre di Mei, quando si ritrovò il gruppo davanti alla porta di casa. «Professore, davvero, non capisco tutta questa dedizione nei confronti di una ragazza che non è nemmeno una vostra studentessa.»


«Siamo qui infatti in veste di amici, signora Azumane» disse il professore, stringendo lo sguardo. «I miei studenti desiderano capire perché a vostra figlia non solo sia stata vietata la pallavolo, ma abbiate addirittura intenzione di trasferirla.»


La donna di mezza età si sistemò meglio sul naso gli occhiali a goccia. «Non è ovvio? È diventata indisciplinata, anziché impararla. Ora ha una brutta macchia sul registro; quel provvedimento disciplinare rimarrà comunque impresso sul suo curriculum scolastico e questo potrebbe inficiare il suo futuro universitario.»


«Si è trattato solo di un grande equivoco!» esclamò Hinata, facendo un passo avanti. «Voleva solo andare a trovare suo cugino Asahi!» aggiunse, ricordando la scusa che i cugini Azumane avevano provato a imbastire per proteggerla.


«Quali che fossero le sue intenzioni, si è procurata quella nota e adesso è in punizione. Mai più pallavolo, e quella scuola ci ha profondamente deluso. Le cercheremo un istituto di livello superiore, dove siamo certi che non perderà tempo in sciocche frivolezze adolescenziali.»


«Sciocche frivolezze?!» ringhiò a sorpresa Nishinoya. Le orecchie gli erano diventate bordeaux per la rabbia che lo stava attraversando. «Lei non ha assolutamente idea dell'enorme lavoro di sua figlia per cercare di dimostrare le proprie qualità sul campo!»


«Le uniche qualità devono risaltare nello studio, non nel sapere come colpire una palla!»


A quel punto Yachi non ci vide più dalla rabbia: con un autentico urlo di battaglia afferrò Nishinoya e Hinata per i polsi e scattò all'interno dell'appartamento, scansando la madre di Mei di netto. Quest'ultima, per l'indignazione, iniziò a urlare che avrebbe chiamato immediatamente la polizia, costringendo il povero professor Takeda a inventarsi qualunque scusa pur di calmarla.


I tre fecero letteralmente irruzione nella cameretta di Mei; Yachi spalancò la porta con un colpo deciso. Mei, che era rannicchiata sul letto abbracciata a un cuscino, sobbalzò per lo spavento.


«R-ragazzi?! Che ci fate qui?» domandò con gli occhi spalancati dallo stupore.


«Cerchiamo di mettere un po' di sale in zucca ai tuoi, ecco cosa facciamo!» esclamò il libero del Karasuno.


Yachi fu la prima a correre incontro a Mei per stringerla in un forte abbraccio. «Non è giusto che per un singolo errore tu debba perdere tutto ciò che hai costruito!»


Mei sospirò, affranta. «Purtroppo non posso farci niente... Sono loro ad avere il potere decisionale.»


«E allora ribellati! Smetti di fare le faccende o di mangiare le verdure!» esclamò Nishinoya con foga. «Fai capire loro che questo club non è solo un passatempo, come se stessi facendo un puzzle! I tuoi amici e la tua passione sono importanti tanto quanto lo studio!»


Mei provò una forte sferzata di agitazione quando il ragazzo si posizionò proprio davanti alla sua bacheca di sughero; lì, sulla fotografia scattata al compleanno di Hinata, era rimasto attaccato uno sticker a forma di cuore posizionato proprio tra lei e il libero. Si rese conto solo a scoppio ritardato che il ragazzo di cui era innamorata si trovava nella sua camera e la stava spronando a combattere contro quell'ingiustizia.


«Ci siamo allenati così tanto» aggiunse Hinata, che tra i tre aveva il volto più contratto dallo sdegno. «Hai fatto così tanti passi avanti e sei diventata una risorsa importante per la tua squadra. Troveremo una soluzione, te lo prometto! Non lascerai la scuola e non lascerai le tue compagne!» Si avvicinò di un paio di passi, con una luce viva e fiera nello sguardo. «E questa estate sarai al loro fianco sul campo per ottenere la vittoria ai tornei estivi!»


La giovane era così immensamente grata ai propri amici per essere venuti fin lì a cercarla che tutto ciò che riuscì a fare fu affondare il viso nella spalla di Yachi e scoppiare a singhiozzare, liberando tutta la tristezza accumulata.


«G-grazie...» balbettò tra i singhiozzi. 


Hinata allora si sedette dall'altro lato del letto e le appoggiò una mano sulla spalla con un sorriso incoraggiante, mentre Nishinoya, con le mani sui fianchi, sorrideva con aria decisamente più battagliera.


«Quanto tempo ti è rimasto prima che i tuoi rendano definitiva questa decisione?» chiese il libero.


«Entro l'inizio delle vacanze estive, quindi entro il venti luglio.»


Ciò significava che avevano appena otto giorni di tempo per convincere i genitori di Mei a cambiare idea. Nishinoya strinse i pugni per la frustrazione, ma si sforzò subito di rimanere propositivo per non abbatterla.


«Allora abbi totale fiducia nei senpai qui presenti! Per quella data, questa storia sarà solo un lontano ricordo!»


Gli occhi castani e lucidi di Mei si posarono dritti in quelli di Nishinoya. Gli sorrise timidamente, e il libero allargò ulteriormente il proprio sorriso, trasmettendole tutta la sua carica.



Fortunatamente la signora Azumane non chiamò davvero la polizia. Anzi, dato che ormai quei tre le avevano letteralmente invaso casa, l'unica cosa che poté fare fu offrire loro una tazza di tè.


Takeda ringraziò la signora per l'ospitalità, ma si sentì subito piccolo e in pericolo quando l'austera donna lo fulminò con lo sguardo.


«Mio marito arriverà tra poco, ma tanto siamo già d'accordo sulla decisione» disse la donna, mentre metteva al centro del tavolo un piatto di biscotti assortiti.


Mentre il gruppo li intingeva nella propria tazza di tè, i ragazzi non poterono fare a meno di notare i diversi diplomi e i riconoscimenti appesi alle pareti, appartenenti a entrambi i genitori. Svolgevano dei lavori importanti, e quegli attestati erano la dimostrazione del loro grande impegno. Non si stupirono, quindi, che pretendessero lo stesso rigore anche dalla loro unica figlia. Solo che Mei aveva obiettivi completamente diversi e non era ambiziosa come loro; non al punto da trascurare ogni cosa pur di affermarsi, in un ipotetico futuro, in qualche settore aziendale.


«Eppure l'altra volta suo marito mi era sembrato convinto, quando aveva visto con i propri occhi la situazione di vostra figlia» disse Takeda, mentre si asciugava compostamente le labbra con il fazzoletto.


«Perché lei ci aveva detto che Mei era bullizzata. Che la maltrattavano.»


«Ed era esattamente così» intervenne Hinata, con la voce contratta. «Io stesso ho assistito a quei maltrattamenti.»


«Allora non ci saranno problemi se lascerà il club di pallavolo. Se deve andare lì solo per farsi insultare, tanto vale che dedichi quei pomeriggi allo studio.»


«Ora, però, non ci sono più problemi... O quasi» mormorò Mei, stringendo le dita attorno alla tazza. «Adesso ci vado con ancora più piacere.»


«Sì, al punto che sei arrivata addirittura a scappare! Come posso affidarti a una struttura che non sorveglia i propri alunni? E poi ho saputo che la tua fuga non è stata l'unico problema in quel ritiro. C'è stata persino una rissa che ha coinvolto la squadra maschile della tua scuola con un'altra...» guardò i tre amici della ragazza «E proprio un vostro compagno non si è fatto male al naso?»


«Sì, ma sono episodi che purtroppo capitano, per quanto non debbano accadere, e sono stati risolti in fretta dai responsabili» cercò di spiegare il professore, tentando di mediare.


La donna, però, sembrò solo più indispettita da quella giustificazione. «A me non interessa che siano solo dei ragazzi. È un brutto ambiente, e mia figlia non ne farà più parte.»


«Ma ho deciso io di scappare, non mi ha influenzata nessuno!» esclamò Mei. Subito dopo, però, si morse la lingua, temendo di aver parlato troppo. 


«Per andare a trovare Asahi? Nel bel mezzo di un allenamento collettivo?» sbottò la madre, attraversandola con uno sguardo che lasciava intendere chiaramente come non se la bevesse affatto.


Sul volto di Hinata e Nishinoya apparve un velo di profonda tristezza. In realtà, una sorta di influenza c'era stata eccome: avevano dubitato di lei e della sua lealtà, spingendola a quel crollo emotivo, e lei li aveva persino perdonati alla fine.


«Mamma, ma io, oltre a prometterti che mi impegnerò con tutta me stessa, cos'altro posso fare?!» Si alzò improvvisamente in piedi Mei, con gli occhi lucidi ma con una fiera determinazione a illuminarle il volto. 


La signora Azumane sgranò gli occhi, colta del tutto di sorpresa da quella reazione improvvisa.


«È vero, ho sbagliato e non si ripeterà mai più! Ma non puoi condannarmi per un singolo errore!»


«Io sono tua madre e so bene cosa sia meglio per te» rispose imperativa l'altra, stringendo le labbra.


«Non è così!» ribatté la quattordici. «Se veramente fosse così, mi lasceresti fare ciò che mi appassiona!» Si voltò verso Hinata, il mentore che in quelle settimane le aveva trasmesso l'amore viscerale per la pallavolo. «Io voglio stare su quel campo, voglio sentire il sudore scendere lungo le tempie, sentire che ci sono... Che esisto!»


Hinata contraccambiò lo sguardo, con gli occhi quasi tremanti e il cuore che gli batteva all'impazzata nel petto. Era davvero riuscito a trasmetterle quelle stesse, identiche sensazioni che lui provava ogni volta che scendeva sul parquet? L'impegno, il desiderio viscerale di vincere, di mostrare al mondo quanto in alto si possa saltare nonostante la bassa statura. Se il muro davanti a sé era alto, allora ciò che c'era da fare era solo saltare ancora più in alto.


«Organizziamo una partita!» esclamò infine il dieci del Karasuno, balzando in piedi con tale foga da far quasi cadere la sedia, carico di entusiasmo. «Entro questi pochi giorni che ci rimangono!» Guardò dritto in faccia la signora Azumane. «E lei e suo marito dovrete venire ad assistere. Non siete mai stati a un suo incontro... Beh, adesso è arrivato il momento di farlo!»


La donna si sistemò meglio gli occhiali sul ponte del naso, scettica. «E credi davvero che assistere a una partitella tra adolescenti possa farci cambiare idea?»


«Io credo di sì, signora» intervenne il professor Takeda, annuendo con convinzione. «Sua figlia vi lascerà a bocca aperta.»


La madre scosse il capo, indurita. «Me la state vendendo come se mia figlia fosse una campionessa professionista o come se ne andasse della sua stessa vita... Ma la verità è che questo resta solo un passatempo.»

«Forse perché Mei ha davvero la stoffa della campionessa!» stavolta fu Nishinoya ad alzarsi in piedi, con una luce di assoluta determinazione ad attraversargli lo sguardo. «Mei è altruista, dolce e gentile, dotata di un profondo senso del sacrificio. Non ha mai una parola cattiva per nessuno e cerca sempre di essere un valido supporto. Le sue compagne non facevano che vessarla, ma alla fine è stato solo grazie alle sue forze, alla passione e all'impegno che si è fatta rispettare. E io sono felice se in tutto questo ho potuto contribuire anche solo con una briciola, anche se a un certo punto ho rischiato di non meritarlo più» si batté con forza una mano sul petto. «Sono il suo senpai al quadrato, e le dico, signora, che la mia kōhai è l'elemento più valido che io conosca! Se lei, per pura testardaggine, si rifiuterà di vedere tutto questo, sarà l'unica a perderci!»

Mei, da sotto il tavolo, strinse la mano di Yachi, come a voler sfogare tutta l'emozione per il modo in cui proprio il ragazzo che le piaceva stesse prendendo le sue difese con così tanto fervore. Si sentì avvampare ancora di più quando quest'ultimo si voltò a guardarla, sollevando il pollice con un sorriso radioso.


La signora Azumane era rimasta completamente senza parole. Tutto quel calore, quel forte desiderio da parte degli amici della figlia pur di non farle lasciare il club e la scuola la lasciavano spiazzata. Socchiuse gli occhi, mantenendo la fronte corrugata. «Rimane il fatto che sia il Karasuno a chiedere una cosa simile, e non la Shiroi Chō. Dove sono queste sue fantomatiche compagne? Dov'è il suo allenatore?»


«Ci parlerò io stesso con il professor Yun, e sono certo che anche lui accoglierà la richiesta» intervenne Takeda con assoluta fermezza. «Organizzeremo una sfida tra la nostra rappresentativa femminile e la loro. Senza favoritismi, ovviamente» guardò Mei, e un bagliore improvviso catturò le lenti dei suoi occhiali. «Anzi, chiederò espressamente alle nostre ragazze di non avere alcuna pietà.»


Mei strinse i pugni lungo i fianchi e, con aria decisa, annuì. «Non voglio alcun trattamento di favore.»


«Vedrà, signora! Quando vedrà sua figlia giocare si ricrederà, e magari anche lei diventerà un'appassionata!» concluse Hinata, con il suo solito contagioso entusiasmo.


Mei e Hinata si strinsero con forza la mano: la ragazza si sentiva finalmente pronta ad affrontare una nuova sfida.


Poi la ragazza guardò la madre con una luce viva e fiera negli occhi, mentre quest'ultima continuava a rimanere del tutto impassibile. Le avrebbe dimostrato quanto valeva sul serio, e cosa fossero capaci di fare la determinazione e l'impegno costante.


Tuttavia, Mei comprese che non sarebbe stato affatto facile quando, una volta che i suoi amici se ne furono andati, in casa tornò il padre. La madre si mise immediatamente a raccontargli ciò che era accaduto poco prima nel loro salotto, e la frase che più di tutte le fece raggelare il sangue nelle vene fu: «L'hanno completamente deviata. Quei ragazzi non hanno fatto altro che spararle in testa un mucchio di sciocchezze idealiste.»

Mei scrisse immediatamente a Yachi, confessandole che probabilmente neanche così si sarebbero convinti. Forse, ai loro occhi, non sarebbe stata che una partitella al massimo di un'ora e mezza, fatta solo di passaggi e punti. Non avrebbero mai percepito la dinamicità, il calore, i battiti del cuore; la sensazione che oltre quel rettangolo arancione non esistesse nient'altro che la palla. Probabilmente avrebbero passato il tempo persino sbadigliando o facendo qualche chiamata di lavoro, mentre lei avrebbe messo tutta se stessa in ogni battuta e in ogni alzata, e al termine del confronto le avrebbero semplicemente chiesto: «Tutto qui?»


Quando Hitoka lesse quelle parole, che sentiva essere colme di profondo dolore, anche lei percepì le lacrime montarle agli occhi. Come si poteva trasmettere a qualcuno, che vedeva la realizzazione personale solo nel denaro e nella posizione sociale, che cosa significasse davvero per la sua amica la pallavolo o qualsiasi altra passione in generale?


Persino Madoka Yachi, sua madre, si accorse del turbamento della figlia mentre erano a cena e le chiese spiegazioni. Così la ragazzina bionda le raccontò tutta la storia. 


«La Shiroi Chō? Oh, che nostalgia...» disse la donna, dai lunghi capelli castano chiaro raccolti in una coda bassa. «È l'istituto dove mi sono diplomata e, pensa, alcuni professori mi hanno persino supportata, quando sono uscita, per aiutarmi nella fondazione della Yachi Create. Se non fosse che all'epoca non prendevi gli impegni sul serio, ti avrei iscritta senz'altro lì.»


Yachi fu felice che la madre non l'avesse fatto, sapendo ormai quanto quella scuola fosse spietata e competitiva. Se lei stessa non avesse conosciuto Shōyō Hinata, probabilmente non avrebbe mai trovato la forza di impegnarsi in qualcosa e sarebbe diventata cibo per farfalle.


«Sarebbe un peccato se la tua amica fosse costretta a lasciare un'ottima scuola come quella, soprattutto se nel suo futuro c'è il mondo del design.»


«Ma i genitori di Mei si può dire che siano il tuo opposto, mamma» ribatté Hitoka, stringendo i pugni sotto il tavolo. «Tu hai provato a farmi mollare il mio ruolo nel Karasuno perché ritenevi che, se le tue stesse parole mi avessero fiaccata, allora i miei obiettivi non erano abbastanza importanti per me. Per Mei, invece, è il contrario: i suoi, in particolare sua madre, vogliono fiaccarla proprio perché ritengono i suoi sogni solo delle inutili sciocchezze!»


Madoka Yachi indurì leggermente lo sguardo a quel paragone, ma scelse di non esprimere giudizi affrettati.


«Tu vuoi davvero aiutare la tua amica?» chiese infine Madoka.


«Certo che lo voglio!» rispose Hitoka, sollevando di colpo il mento, mentre un paio di lacrime le sfuggivano dagli angoli degli occhi. 


La donna la fissò per qualche istante, poi socchiuse le palpebre e sorrise dolcemente. «Questo per me è sufficiente.»

Posò le bacchette sul proprio hashioki e allungò la mano destra verso quella della figlia. «Voglio dare una mano anch'io, allora... In fin dei conti, mi sento un po' una senpai per questa tua amica.»


«D-davvero?! E come?»


Madoka allargò il sorriso. «Beh, dobbiamo fare in modo di rendere memorabile quella che altrimenti ai loro occhi sembrerebbe solo una partitella tra adolescenti. Sono una pubblicitaria: far brillare ciò che all'apparenza sembra grezzo è il mio mestiere, no?»


🏐🏐🏐


Madoka Yachi non perse tempo, era come se l'idea le fosse nata dal cuore. Il tempo era poco, ma con la collaborazione di tutti era sicura che anche l'impossibile sarebbe stato possibile.


Hitoka, con una luce viva negli occhi, guardò sua madre fare tutte quelle telefonate a raffica, decisa ad aiutare lei e la sua amica. Un forte calore le invase il petto e, nel momento in cui finalmente la madre poggiò il telefono, si gettò su di lei, abbracciandola come faceva quando era piccola. Madoka se ne rese conto e anche il suo sguardo si fece commosso: contraccambiò l'abbraccio, tenendola stretta a sé. L'avrebbe sostenuta per sempre.




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