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Creato il 04/09/2026, 11:35 · Aggiornato il 04/09/2026, 11:35

Capitolo 22: Ichigo Ichie - Parte 7.2

@ladyele1991LadyEle1991
MaturoIn corso

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Vola, Fly High!

Spicca il volo, più in alto che puoi!

Con ali che brillano del sudore, del sangue e delle lacrime,

lasciati tutto alle spalle.

Vola... vola sempre più in alto,

verso il futuro che attende all'orizzonte.


«Meiiiii!» gridò Yachi, non appena vide la sua amica varcare il cancello.


«Hitokaaaa!» rispose l'altra di rimando, allargando le braccia. Fece per andarle incontro, ma Sakura la fermò con un gesto.


«Aspetta.»


Il fermaglio con il fiore che Mei aveva tra i capelli si era posizionato male e, con cura, la capitana glielo sistemò. 


Mei arrossì leggermente per quella premura inaspettata e la ringraziò con un cortese inchino. Subito dopo si abbracciò con l'amica, saltellando sul posto, allegre e spensierate.


Poco dopo, loro due, Azumane, Hinata e Tsukishima si ricongiunsero con il resto del gruppo. I ragazzi comunicarono che si erano già visti con il Nekoma e che con loro c'era anche Kuroo, che li salutava.

Alla comitiva, inoltre, si era unito anche Bokuto, pronto a organizzarsi al meglio con il suo nuovo allievo. Baki aveva già preparato una storia strappalacrime sull'impegno e la dedizione culminati in quell'infortunio, e su come Bokuto, suo mentore, lo avesse aiutato a rialzarsi. Nel momento in cui i due si strinsero la mano, ai presenti parve quasi di vederli sulla cima di una scogliera affacciata sul mare al tramonto... Probabilmente, quella sera, tutti avrebbero fatto finta di non conoscerli.


«Ah, ma allora lo yukata te lo sei portato, alla fine!» esclamò Kaori, andando incontro a Sakura per prenderle le mani.


«S-sì... Non avevano comunicato molto bene la cosa e, per sicurezza, l'ho portato dietro» balbettò lei.


«A me invece questa cosa era sfuggita proprio» ammise Mei, sospirando. «Per fortuna mio cugino mi ha salvata, o sarei venuta in divisa!»


«Tranquilla, non saresti stata l'unica in caso» le rispose Kaori, scrollando le spalle. «Ho visto Himawari e anche lei è senza yukata. Ce lo hanno comunicato male.»


«Ah, sì?» Mei rimase pensierosa. Era certa di averle visto qualcosa di simile a un abito tradizionale con i girasoli quando la compagna aveva disfatto la valigia, ma forse aveva visto male.


«Bene, ora che ci siamo tutti, direi che possiamo anche dividerci!» esclamò sempre la numero tre della Shiroi Chō, prendendo improvvisamente il braccio di Ennoshita. «Tanto non è un posto enorme. Ci ritroveremo.»


«Giusto» confermò Bokuto. «E con voi in mezzo il nostro piano non funzionerebbe, quindi...» prese a braccetto Baki. «Arrivederci, signori!» L'ultima frase venne pronunciata in contemporanea da entrambi che si allontanarono agitando la mano, pronti a cacciare sguardi.


Gli altri si guardarono tra di loro, restando in silenzio per un attimo. Poi a prendere la parola fu Daichi che fece un sorriso tirato, mentre si grattava la nuca nervosamente. «In effetti, tutti insieme potremmo non goderci appieno la fiera. Vogliamo divertirci e poi, verso la fine, ci ritroviamo? Tanto abbiamo i telefoni, in caso.»


Tutti quanti concordarono e così fecero.


Kaori iniziò a trascinare via Ennoshita. Kinoshita e Narita lo salutarono con la mano, mentre sui loro visi era dipinto un sorriso sornione: almeno per un po' non avrebbero dovuto sentire quel continuo cinguettare del suo cellulare.


Al trio di ex studenti del Karasuno bastò un'occhiata per dirsi che loro avrebbero fatto gruppo. Lo chiesero anche a Shimizu, ma lei venne letteralmente rapita da Mei e Yachi, che chiesero di unirsi a loro anche Hinata, Nishinoya e Tanaka.


Yachi strinse un po' di più il braccio di Mei, lanciandole un'occhiata eloquente. Ma dagli occhi a stella che Nishinoya aveva, forse lui era molto più felice di stare facendo gruppetto con Shimizu piuttosto che con lei. Lo sguardo di Mei si velò leggermente di tristezza.


Yamaguchi fece per voltarsi per chiedere al suo socio di unirsi a lui ma, quando lo fece, Tsukishima si stava già avviando da solo con Sakura, che aveva espresso la voglia di mangiare uno zucchero filato.


Anche Narita e Kinoshita si erano allontanati per i fatti loro. 


Kageyama volle seguire il signor Ukai e il professor Takeda, intenzionato a parlare di questioni tecniche inerenti al torneo estivo.


Per un attimo Yamaguchi si sentì solo e abbandonato sul posto, ma poi la voce di Sanzo lo colse di sorpresa.


«Senpai, vuoi venire con noi?» gli chiese.


Lui e Muronaga lo stavano guardando, in attesa di una risposta.


«S-senpai?» Una luce improvvisa si affacciò nello sguardo di Yamaguchi.


Era vero: lui era al secondo anno e loro al primo. Lui era il senpai e loro due i kōhai.


«Sì, molto volentieri!» esclamò il pinch server, forse anche con troppo trasporto. Credette infatti di aver esagerato, ma il suo cuore iniziò a battere forte quando Sanzo prese a tempestarlo di domande sulle sue straordinarie battute a effetto. Yamaguchi non poteva essere più felice di così.


Un giovane uccello, coperto di ferite,

fissa il cielo con ostinazione.

Lascia pure che chi vola rasoterra rida di lui:

ciò che desidera è vedere

cosa si nasconde oltre il confine del mare.



Con l'inizio del festival, molti momenti unici ed irripetibili nacquero e si consumarono tra quei banchi colorati e quelle stelle filanti. Ma essi, pur essendo effimeri, sarebbero stati congelati per sempre nel tempo, custoditi nei cuori di quei giovani che giorno dopo giorno stavano crescendo, cambiavano ed imparavano ad affrontare la vita.


«Uff... Che dolore» disse a un certo punto Kaori, portando le mani alla zona lombare e inarcando la schiena.


«Che hai?» le chiese Ennoshita, accigliandosi leggermente per la preoccupazione. 


Kaori individuò una sedia libera accanto a un'esposizione di bamboline tradizionali, posizionate sotto una veranda al riparo dalla folla.


«Oggi in campo sono caduta malamente e mi fa ancora male la schiena.»


«E scommetto che, invece di riposarti, sei andata correndo da una parte all'altra!»


«Beh, oggi è il mio compleanno, non potevo mica stare ferma!» esclamò lei, come se la cosa fosse assolutamente ovvia. Poi contrasse il viso in un'espressione quasi piagnucolante. «Mi faresti un massaggio?»


Il capitano del Karasuno divenne all'istante rigido come un palo della luce. «Ma io non sono capace...»


«Beh, provaci! Mi fa davvero male» gli rispose la ragazza, mentre si dava dei leggeri pugnetti sulle spalle, socchiudendo le palpebre.


Il ragazzo proprio non sapeva come fosse finito in quella situazione. Forse non avrebbe dovuto accettare di andare al mare quella volta; così non si sarebbero mai conosciuti e lei non avrebbe iniziato a tartassarlo. Alla fine, però, sospirò e si posizionò alle spalle di Kaori.


La numero tre della Shiroi Chō sentì un fruscio di stoffa e, qualche secondo dopo, un sacchetto color magenta con decorazioni ricamate, chiuso da un bel fiocchetto, le sventolò proprio davanti agli occhi.


«Tieni... Non potevo prenderti tutto quello che mi hai chiesto nei messaggi, mica lavoro» disse Ennoshita cercando di mantenere la calma, anche se le sue guance stavano andando a fuoco. «Ho preso... Solo quello che credevo ti sarebbe piaciuto di più.»


Kaori prese delicatamente il regalo con entrambe le mani e lo rigirò tra le dita, ammirandolo come se le avesse consegnato l'oggetto più prezioso del mondo.


Poco dopo, la sua espressione mutò in una decisamente più rilassata, non appena il ragazzo posò le mani su di lei e iniziò a massaggiarle le spalle.


«Ma sai che sei proprio bravo? Dovresti fare il fisioterapista, una volta preso il diploma!»


Ennoshita incassò la testa tra le spalle per l'imbarazzo, ma dentro di sé dovette ammettere che quella prospettiva professionale non gli dispiaceva affatto. In effetti, si accorse lui stesso che le sue dita stavano esercitando la giusta pressione, trovando in modo del tutto naturale i punti più contratti.


«Se deciderai di intraprendere questo mestiere, sappi che diventerò la tua cliente numero uno!»


Ennoshita spalancò la bocca e mosse di scatto la testa a destra e a sinistra, terrorizzato, per assicurarsi che né Narita né Kinoshita fossero nei paraggi ad ascoltare quella conversazione.

Sakura e Tsukishima dovettero sgomitare un po' ma alla fine, grazie anche al fatto di essere entrambi più alti rispetto alla media dei presenti, riuscirono a recuperare il famigerato zucchero filato.


«Ti piace?» chiese poi Tsukishima, quando la ragazza iniziò a mangiarne qualche pezzo.


«Ne ho assaggiati di migliori, ma è passabile... Ne vuoi un po'?»


«No, grazie, questo è il tuo.»


Ma Sakura non lo ascoltò e gli sventolò lo stecco sotto il naso. «Ma che fai, i complimenti con me, quattrocchi?» gli chiese, con una punta d'irritazione.


«I tuoi modi sono sempre così gentili, capitana» ironizzò l'altro, per poi allungare il collo e addentarne un pezzo.


Sakura guardò altrove, osservando i vari gruppi allegri e spensierati che affollavano la fiera.


«Davvero avresti passato tutta la serata a lanciare palloni, piuttosto che stare con i tuoi amici?» gli chiese poi al biondo. «Molti di loro l'anno prossimo nemmeno li rivedrai più, non avresti avuto un'altra occasione.»


«Certo... E poi sei al terzo anno anche tu. Questi sono i tuoi ultimi ricordi come studentessa.»


«Beh... In quanto senpai non te lo avrei comunque permesso.»


«Mi dispiace, ma al di là delle apparenze, sono un kōhai piuttosto indisciplinato» rispose Tsukishima. Le prese la mano senza alcuna esitazione e intrecciò le dita alle sue. «E, se voglio, posso essere perfino più testardo di te.»

Svuota il cuore da ogni esitazione,

prendi la rincorsa contro il vento,

e con un solo slancio...

supera il limite e librati.

Il Fukurōdani Academy Group aveva allestito diversi stand per quella sera e il gruppo di Mei volle provarli tutti: dallo street food fino ai vari laboratori di origami e calligrafia. Per quanto riguardava la calligrafia, Tanaka, Hinata e Nishinoya si dissero fortunati che Ennoshita non fosse venuto con loro; memori del trauma dell'anno precedente con gli esami di recupero, sapevano bene che lo studio sugli idiomi non facessero al caso loro. Mei, in quel frangente, si improvvisò insegnante per il laboratorio di origami, che le riuscivano con una naturalezza, a dimostrazione di come le sue abilità fossero orientate verso le discipline artistiche. A Nishinoya non riusciva proprio a dare la forma corretta al fiore di loto, così lei, con infinita pazienza, gli mostrò passo dopo passo come dovesse fare.


«Accidenti, ma certo che sei piena di risorse! Complimenti!» esclamò il libero del Karasuno.


Mei avvampò all'istante, agitando le mani. «Eheh... Solo tanto esercizio, tutto qui!»


L'occasione d'oro, però, arrivò quando decisero di esplorare la casa degli orrori. In realtà a Mei quei luoghi non avevano mai fatto paura, anzi, le facevano quasi ridere. Tuttavia, se voleva provare ad apparire agli occhi di Nishinoya come una ragazza indifesa da proteggere, doveva fare per l'occasione la parte della fifona.


Yachi e Hinata si tennero vicini, cercando di farsi coraggio a vicenda e posizionandosi in prima fila. Tanaka e Nishinoya stavano per giocarsela a morra cinese pur di accaparrarsi il ruolo di cavaliere di Shimizu ma, prima che i due potessero muovere un dito, Mei si aggrappò timidamente allo yukata del libero, chiedendogli se potesse affiancarla perché terrorizzata. Gli occhi di Tanaka saettarono di puro trionfo: sapeva che il compagno non avrebbe mai potuto rifiutarsi, a meno di non voler apparire egoista. Nello stesso istante, nello sguardo di Tanaka si accese una luce colma di stupore quando Shimizu gli rivolse un dolce sorriso e si aggrappò delicatamente al suo braccio, come se le facesse davvero piacere averlo come accompagnatore.


Tuttavia, i sogni a occhi aperti in cui Mei si immaginava protetta tra le braccia del suo Yū sfumarono molto rapidamente. Sì, un abbraccio ci fu ma solo perché, poco dopo aver varcato la soglia di quel corridoio oscuro pieno di ragnatele, bastò il crollo del primo scheletro finto di fronte a loro perché il libero urlasse dal terrore, avvinghiandosi alla ragazza come se spettasse a lei fargli da guardia del corpo.


Alla fine il suo tentativo di apparire come una fanciulla impressionabile dovette essere accantonato per rassicurare l'amico e fargli da apripista in ogni stanza che esploravano. Perlomeno Mei fu felice per Tanaka perché, nel loro caso, era Shimizu a spaventarsi e a nascondere più volte il viso contro la spalla del numero cinque del Karasuno, il quale, seppur esitante per l'imbarazzo, le avvolse delicatamente la schiena con il braccio.


Nel frattempo, Himawari raggiunse Takeshi, abbracciandolo con un saltello da dietro. Il ragazzo si voltò sorridente per accogliere la fidanzata, ma la sua espressione mutò immediatamente non appena notò che la ragazza non stava indossando lo yukata con i girasoli, bensì una semplice casacca viola con una fantasia floreale e un paio di pantaloncini di jeans.


«Perché non hai indossato lo hai indossato?»


Himawari distolse per un attimo lo sguardo, poi cercò di sfoggiare un bel sorriso. «Oh, avevo caldo... E poi era macchiato, non era il caso che lo mettessi stasera.»


Ma Takeshi non sembrò affatto bersela. «Non lo avevi ancora indossato prima di stasera, non puoi averlo macchiato. E poi non fa così caldo.»


«D-davvero! Non mi andava di metterlo, mica è un obbligo!»


Takeshi allora la prese per le braccia e si chinò su di lei, serio. «Guardami negli occhi e dimmi la verità. Ti conosco, so bene quando menti.»


A quel punto lo sguardo della giovane tremò, incapace di sostenere gli occhi accesi e grigi di Takeshi. Come sempre, il forte carisma del capitano riusciva a mettere a nudo chiunque, persino la sua fidanzata.


«Ecco...» Himawari non riuscì a pronunciare più alcuna parola, così prese il cellulare e gli mostrò in che condizioni avesse trovato l'abito una volta estratto dalla valigia.


Il leader della Shiroi Chō ringhiò immediatamente. «Che cosa gli è successo?»


Himawari si strinse nelle spalle. «Non lo so...»


«Come, non lo sai?!»


«Davvero, non lo so... Il giorno prima era perfetto e stasera, quando l'ho preso, era a brandelli!»


Takeshi la fissò per un lungo momento, mentre lei continuava a tenere il capo chino. 


«Tu condividi la stanza con quella sfigata a cui hai tirato un tiro mancino. Non ti sei fatta due domande?»


«Ma no, Mei...»


Takeshi rinsaldò la presa e la strattonò leggermente per esortarla a parlare. «Non vorrai mica proteggerla? A me non me ne frega niente che sia maschio o femmina: chi ti tocca lo prendo a calci, hai capito?!»


Proprio in quel momento passò Mei con il suo gruppo, reduce dalla casa degli orrori. La ragazza stava ancora ridendo nervosamente per Nishinoya che per tutto il tempo aveva fatto il fifone, ma che una volta uscito aveva iniziato a vantarsi dell'unico momento in cui si era effettivamente frapposto per proteggerla, anche se solo perché lei era stata presa in contropiede. Quell'unico istante, però, era bastato affinché il libero se ne vantasse come se avesse ucciso un drago.


Mei si fermò improvvisamente, assistendo da lontano alla scena di Himawari strattonata da Takeshi. Non sentiva cosa si dicessero, ma la situazione era abbastanza eloquente, unita a quanto aveva già raccolto.


«Ehi, tu! Lasciala stare!» esclamò, correndo verso la coppia senza pensarci un attimo.


Si mise in mezzo e, con un gesto secco, staccò una delle mani del ragazzo dalla salda presa sul braccio della fidanzata.


Non appena Takeshi la riconobbe, i suoi occhi si riempirono di collera. Mollò immediatamente Himawari per dare una spinta a Mei.


«Eccola!» sbottò il capitano. «Come ti sei permessa, bastarda? Per vendicare quei dannati corvi, sei arrivata persino a lacerarle vigliaccamente lo yukata?!»


Mei rimase del tutto sbigottita. «Io non ho fatto niente!» Provò di nuovo ad avvicinarsi alla compagna di squadra. «Hima, diglielo tu che...»


Ma Takeshi si mise rapidamente in mezzo per darle una spinta ancora più forte. Mei sarebbe sicuramente caduta all'indietro se qualcuno, alle sue spalle, non l'avesse afferrata al volo con due grandi mani salde.


«Che succede qui?» chiese Aone, che Mei vide troneggiare sopra la propria testa, immenso.


«E tu che vuoi? Fatti gli affari tuoi» ribatté Takeshi, fissando dritto negli occhi quel tipo dalla corporatura massiccia, i capelli bianchi e alto quanto lui.


«No, se fai del male alla mia amica.»


Sopraggiunsero immediatamente anche Hinata e gli altri, mettendosi subito al fianco dei loro due amici.


Yachi afferrò all'istante le mani di Mei per rassicurarsi che stesse bene, tirando un sospiro di sollievo quando lei fece un cenno affermativo con la testa.

L'aria si riempì immediatamente di tensione, con quei due colossi che si stavano affrontando muso a muso, sull'orlo di darsele di santa ragione.


Mei guardava incredula la scena e anche tutti gli altri erano sbiancati. La situazione sarebbe potuta esplodere da un momento all'altro. Ma fu proprio quello il momento in cui le parole che Sakura le aveva detto sull'importanza di tirare fuori la grinta fecero finalmente sbloccare la quattordici.


«Io non ho fatto assolutamente niente!» ripeté Mei, facendo un passo avanti e accostandosi ai due contendenti con un'espressione decisa e accesa. «Siete voi ad essere stati scorretti. Entrambi» e, nel dirlo, guardò anche Himawari con severità. «Io non mi abbasserei mai al vostro livello. Non so cosa sia successo, ma non c'entro nulla. E se proverai ancora a creare scompiglio, lo riferirò immediatamente ai professori Yun e Haruno.»


Nonostante quelle parole accorate, Takeshi non si lasciò affatto intimidire e cercò di nuovo di spingerla via, ma stavolta Aone fu più rapido e gli afferrò saldamente il braccio a mezz'aria.


«Fermi!» esplose Himawari, richiamando l'attenzione di tutti i presenti. La ragazza aveva gli occhi chiusi e le braccia tese lungo i fianchi. «Sono stata io! Mei non c'entra niente!»


«Che cosa?!» disse Takeshi, del tutto scettico di fronte a quell'affermazione, ma quando vide gli occhi colmi di lacrime della fidanzata si bloccò all'istante.


«È così. Ho fatto una sciocchezza. Pensavo di poterlo ulteriormente abbellire con delle modifiche, ma ho finito per rovinarlo. Non avevo il coraggio di dirtelo perché era un tuo regalo e, purtroppo, tacendo ti ho fatto credere una cosa sbagliata.»


«Ma se mi hai appena detto di non sapere come fosse successo!» esclamò il capitano, prendendole una spalla per costringerla a guardarlo in faccia. 


Himawari scosse il capo, affranta. «Stavo cercando ancora una volta di svignarmela, facendo ricadere su qualcun altro le mie colpe» strinse di più i pugni. «Ma non posso permettere che le mie bugie provochino tutto questo. Non puoi rischiare una squalifica per me, e Mei non si merita questa accusa. Se c'è qualcuno da rimproverare, quella sono solo io.»


Takeshi fece per ribattere, ma lo sguardo disperato che Himawari gli lanciò lo costrinse al silenzio. Voltò allora il capo in direzione della numero quattordici della Shiroi Chō, la quale, con le mani strette al petto, aveva sul viso un'espressione visibilmente smarrita. Innocente.


Aone si accostò di nuovo a Mei, rimanendo alle sue spalle come un'ombra protettiva, pronto a intervenire di nuovo qualora la situazione fosse degenerata ulteriormente.


«M-mi dispiace, Kenji... Non volevo mentirti.»


"Ma stai continuando a farlo" pensò tra sé e sé il numero uno della Shiroi Chō, confuso sul perché di quella reazione.


«E mi dispiace per averti messa in mezzo, Mei. Non meritavi tutto questo.»


Mei fissò dritta negli occhi quella ragazza che credeva essere sua amica, ma che invece aveva sfruttato la sua buona fede. Prese un profondo respiro e, a passo fermo, si avvicinò a lei.


La fissò con un'espressione talmente seria e severa che, alla fine, fu Himawari ad abbassare lo sguardo per la vergogna. Quest'ultima, però, si lasciò andare a un'esclamazione di puro stupore quando si ritrovò sotto il naso la mano tesa della compagna.


«Ricominciamo da capo» disse Mei.


Himawari sollevò il capo, confusa, senza sapere cosa dire.


«Siamo compagne di squadra» proseguì allora l'altra «perciò è fondamentale che andiamo d'accordo. Mi basta che tu abbia capito i tuoi errori... E per quanto riguarda il tuo fidanzato» saettò lo sguardo su Takeshi «se mai proverà a farti del male, ricordati che puoi sempre contare su di me!»


«Eh? Lui farmi del male?» esclamò Himawari, del tutto smarrita.


«Ma stai scherzando?! Io la amo!» aggiunse Takeshi. Il capitano aveva pronunciato quella dichiarazione con un trasporto tale che fu lui stesso a immobilizzarsi, rendendosi conto solo a scoppio ritardato di ciò che aveva appena urlato ai quattro venti, provocando il totale imbarazzo di tutti i presenti.


Takeshi e Himawari si guardarono per un istante, quanto bastò per far avvampare entrambi i ragazzi e costringerli a distogliere subito lo sguardo, paonazzi.


Mei rimase ferma, attendendo ancora una risposta. Passarono secondi di interminabile silenzio, finché alla fine anche Himawari sollevò la propria mano, contraccambiando la stretta.


«Ti chiedo scusa» ammise Himawari a bassa voce. «Per tutto...»


Mei mantenne un'espressione seria ancora per un attimo, ma poi sorrise e annuì. «Voglio darti fiducia.»


«S-sei sicura?» balbettò Himawari, accigliandosi. «Te l'ho detto... Non devi essere troppo buona, o la gente si approfitterà di te.»


«Ed è proprio perché me lo stai ripetendo anche adesso che voglio credere che tu, al contrario, sia una delle poche persone a cui valga la pena concedere un'altra possibilità» lo sguardo di Mei si fece più profondo e colmo di affetto. «Mi hai dedicato del tempo, mi hai dato consigli su come migliorarmi e mi hai aiutata ad aprire gli occhi. Anche se lo hai fatto per uno scopo preciso, a me quelle parole hanno aiutato tanto... Pensa che ora sto attentissima a lavarmi il viso con un panno a parte anziché con l'asciugamano generico, e la mia pelle è migliorata sul serio!» sorrise dolcemente. «Questi erano i consigli di un'amica, non di una manipolatrice.»


Himawari si morse il labbro inferiore, nascondendo gli occhi lucidi dietro la frangia corvina. La mano che stringeva quella di Mei tremò appena, ma non accennò ad allentare la presa.


Non aggiunse altro; così Takeshi, comprendendo il momento di totale fragilità della sua fidanzata, le avvolse un braccio attorno alle spalle e, con delicatezza, la spinse a ritirare la mano per stringerla a sé.


Nel voltarsi per andarsene, il capitano diede un'ultima occhiata a Mei. «Scusa per la spinta di prima... Sei davvero una buona amica per Hima.»


Ora che la tensione era scemata, Mei sentì improvvisamente le gambe farsi molli, ma per fortuna le sue due amiche furono subito lì per sostenerla.


«Ma... Ho davvero pronunciato io quelle parole?» balbettò Mei, che solo adesso sembrava essersi resa conto del coraggio che aveva tirato fuori per farsi finalmente rispettare.


«Sì, e li hai letteralmente ammutoliti!» confermò Yachi. «Ora non ti daranno più fastidio, ne sono certa!»


«Beh... Ero stanca di farmi accusare ingiustamente, eheh!» 


«Complimenti. Ti sei comportata molto bene» aggiunse Aone, facendo un passo avanti e guardandola con il suo solito cipiglio duro, ma colmo di sincera ammirazione.


Mei lo fissò tra lo sbigottimento e la confusione. Il ragazzo che al compleanno di Shōyō l'aveva presa in giro, poco prima aveva preso le sue difese e l'aveva persino definita una sua amica?


In tutta risposta, gli porse un cortese inchino. «G-grazie per il tuo aiuto... Io... Io non lo dimenticherò.»


«Ragazze, andiamo a prendere il gelato adesso?» propose Yachi, saltellando in avanti per abbracciare Mei e Shimizu con tono entusiasta.


«Ci sto! Avevo proprio voglia di fragola!» esclamò Shimizu, sorridente.


«Io invece lo voglio al cioccolato!» si accodò Mei.


Non appena le tre corsero via verso lo stand, Tanaka estrasse un piccolo taccuino per appuntarsi immediatamente che a Shimizu piaceva il gelato alla fragola.


«Capito? Non se ne dimenticherà!» disse Nishinoya, dando di gomito al fianco di Aone con un sorriso sornione.


«Ti sei comportato da vero cavaliere» si accodò Hinata, imitando il gesto del compagno.


Aone divenne rigido come una colonna e rosso come un peperone.


«D-dite che ho delle possibilità?» chiese poi a bassa voce, tradendo una nota di speranza.



Vola, Fly High!

Quelle ali forgiate da sudore, sangue e lacrime

possono portarti ovunque.

Lascia che il tuo impeto,

l'istinto e la determinazione

mostrino finalmente gli artigli.


Anche il viaggio più duro

varrà la pena di essere affrontato,

ancora e ancora,

finché il sogno non diventerà realtà.

Anche il Nekoma aveva raggiunto la stessa conclusione del Karasuno riguardo al dividersi per esplorare meglio la fiera. Nel loro caso, Kuroo e Kenma decisero di fare una passeggiata da soli, per aggiornarsi a vicenda su come stessero andando le cose.


Camminando, alla fine decisero di entrare in uno degli edifici scolastici per dirigersi verso la terrazza, dove era stato allestito un angolo per il Tanabata, ma con molta meno calca. I due ex compagni poterono così affacciarsi al muretto e godersi la serata, risparmiandosi gli spintoni e il gran vociare del cortile.


Il vento soffiava lento, agitando appena i loro capelli.


Kenma si voltò a guardare il profilo di Kuroo, che aveva un'aria decisamente nostalgica.


«A che pensi?» gli chiese, con un lieve sorriso.


Kuroo appoggiò la guancia sul palmo della mano e sospirò. «A questo posto... Al fatto che tre anni siano volati troppo in fretta.»


«Guarda il lato positivo: niente più compiti, niente più interrogazioni.»


«Ma non potrò nemmeno più giocare con te e con i ragazzi» rispose l'altro.


Kenma allora gli appoggiò una mano sulla spalla. «Beh, con me puoi sempre giocare. Ti ricordo che ho ancora una partita di Iper Smash Bros salvata sulla console che dobbiamo assolutamente finire.»


Kuroo sorrise di cuore. «Hai ragione! Con tutti gli impegni universitari che ho adesso, spero solo di riuscire a finirla prima di andare in pensione!»


«Beh, stai cercando di inserirti nell'ambiente, è normale dedicarcisi al cento per cento.»


L'amico abbassò lo sguardo, stringendosi nelle spalle. «In realtà, più vado avanti e più credo di essere portato per l'amministrazione. La pallavolo mi piace, ma preferisco coordinare dietro le quinte piuttosto che rimettermi in prima linea. Lo so che, essendo stato il capitano, sembra quasi un voler mollare, ma...»


«No, Tetsurō. Io non lo credo affatto.»


Kuroo si voltò, sorpreso nel vedere lo sguardo acceso del suo amico.


«Essere il capitano non ti eleva a eroe indomito. È solo un riconoscimento per la grande fiducia che ispiri, non significa che tu appartenga a una categoria a parte o che debba rispondere a chissà quale aspettativa. Se preferisci essere un tecnico o un dirigente anziché un giocatore, va benissimo così.»


«E tu questi discorsi da vecchio saggio dove li hai tirati fuori?» rispose l'altro, passandogli una mano tra i capelli e scompigliandogli il tipico caschetto biondo e moro.


«Aaaah, fermo!» protestò Kenma, scherzando. «È che dopo quello che è capitato l'altro giorno, ho capito che essere il capitano non significa essere perfetti, ma solo essere in grado di prendere la migliore decisione possibile» si morse il labbro inferiore. «E io ti ringrazio ancora per aver fatto il mio nome come tuo successore.»


Kuroo lo guardò con un misto di profondo orgoglio. «Perché non avrei potuto trovarne uno migliore.»


Improvvisamente gli poggiò entrambe le mani sulle spalle, costringendolo a guardarlo dritto in faccia. «Io ti ho sempre ammirato. Anche se all'apparenza sembri annoiato e perennemente stanco, sai benissimo quando è il momento di tirare fuori gli artigli. Ci conosciamo da tutta la vita e, se sei all'altezza di guidare un club scolastico adesso, posso solo immaginare cosa farai una volta diplomato.»


«Se mi conosci, sai che potrei semplicemente cercare un lavoro in un fast food e farmela andare bene così, purché a fine giornata io possa mettermi davanti ai videogiochi» rispose l'altro, con ironia.


«Saranno allora i panini più buoni di tutto il distretto!» replicò Kuroo, senza la minima esitazione.


Sarà stata l'aria fresca, l'atmosfera magica del festival o lo sguardo colmo di assoluta fiducia del suo amico d'infanzia, ma Kenma si sentì avvampare le guance e distolse gli occhi dal suo viso.


«Beh... In effetti non voglio limitarmi a fare panini. A me piacerebbe aprire un'attività tutta mia e affermarmi nel mondo del gaming» confessò, grattandosi una guancia con tono imbarazzato.


«Ah, col cervello che ti ritrovi non ho dubbi che, una volta diplomato, farai i milioni! Ricordati solo del tuo caro Tetsurō che ti ha sempre sostenuto!»


Kenma socchiuse le palpebre. «Ho capito... Ti stai già immaginando su uno yacht tra champagne e belle ragazze in bikini.» 


Kuroo sospirò, sollevando gli occhi al cielo. «Un uomo non può nemmeno sognare?» Poi lo fissò di nuovo negli occhi. «Ma anche uno yacht dove ci siamo solo io e te che giochiamo ai videogiochi e ci godiamo il sole sarebbe una prospettiva altrettanto accattivante» gli porse la mano. «Questa è solo una fase della nostra vita che ci ha aiutati a crescere. Diventiamo grandi insieme, Kenma. Questa è la serata ideale per desiderarlo.»


Il capitano del Nekoma rimase per un istante in silenzio, poi strinse la sua mano e annuì. Lì vicino c'era una pianta di bambù con dei tanzaku che attendevano solo di essere riempiti dai pensieri di quei giovani che volevano crescere insieme e sostenersi a vicenda. Nel giro di pochi secondi, i foglietti vennero scritti e appesi ai rami.


Potevano anche scendere e riunirsi agli altri, ma Kuroo preferì fermarsi a guardare il cielo ancora per un po' insieme al suo amico, passandogli un braccio intorno alle spalle.


«Sono davvero felice di passare questa serata con te.»


«Anche io» confermò Kenma, sorridendo sereno.


Dopo qualche secondo di silenzio, lo sguardo di Kuroo si fece leggermente più luminoso. «È bella la luna stasera, vero?»


Kenma inarcò un sopracciglio, confuso. «Ma se non si ve...» si bloccò di colpo, realizzando il vero significato di quella frase, e poi si lasciò andare a un sorriso allegro. «Sì. È davvero bellissima.»



Vola...

sempre più in alto,

verso il futuro più lontano.


Poi cade la pioggia,

e le ali iniziano a vacillare.

Davanti a te si addensano nuvole nere:

sta arrivando una lunga notte di tempesta.


Trasforma il fragore dei tuoni

e le onde che si infrangono

nell'applauso che accompagna la tua corsa.

Accelera ancora...

una marcia dopo l'altra.


Vola, Fly High!

La fiamma che arde nel profondo del tuo cuore

diventerà il faro

capace di illuminare la strada.


Perché è proprio la luce

che precede l'alba

a far sbocciare il fiore del tuo talento.


Finché avrai vita,

supera ogni tuo limite

e lanciati alla massima velocità.

Vola...

Così, tra emozioni condivise, i ragazzi trascorsero una serata fatta di colpi di scena o anche solo di quotidianità, che però li avrebbero segnati per il resto della vita. Promesse, ambizioni per gli obiettivi che in quel presente contavano e che nel futuro avrebbero perseguito o accantonato per inseguirne di nuovi. Nuovi amori nacquero tra la luce delle lanterne colorate e le foglie di bambù: alcuni già dichiarati, altri timidi e incapaci di confessarli persino a loro stessi. Per altri ancora serviva tempo, ma le basi erano ormai state gettate.


Mei e i suoi compagni continuarono a girare tra i banchi, scattandosi fotografie e raccogliendo piccoli oggetti da riportare a casa come ricordino. Stava davvero bene e, dopo aver alzato la testa di fronte all'ennesima angheria, si sentiva ancora meglio.


A un certo punto, però, si ritrovò da sola. Approfittando della concitazione, Hinata e Nishinoya avevano detto agli altri di seguirli, così da permettere ad Aone di potersi finalmente avvicinare a Mei senza venire disturbato. Yachi e Shimizu si guardarono in faccia, confuse: anche loro avevano avuto un'idea del genere, ma per lasciare da sola l'amica con Yū; quest'ultimo, invece, stava "complottando" per cercare di far nascere l'amore tra Mei e l'ex capitano del Dateko.


Mei continuò a guardarsi intorno, spaesata, quando voltandosi di nuovo sobbalzò, ritrovandosi davanti Aone che la fissava con aria seria.


«Ti ho spaventata?» chiese lui, contraendo leggermente le sopracciglia.


Mei si grattò la nuca per l'imbarazzo e rise nervosamente. «No, no, scusami... È che non vedo più gli altri. Forse tu, con la tua altezza, riesci a individuarli.»


Aone spostò lo sguardo come se li stesse cercando, poi scosse il capo in segno di diniego.


«V-vuoi che li andiamo a cercare insieme?» Leggermente esitante, le porse la mano.


Mei la guardò, ma anziché accoglierla si chiuse ancora più in se stessa.


«Ti faccio paura, non è così?» disse allora lui, socchiudendo le palpebre e accettando quella possibile realtà. «Purtroppo non è una novità per me.»


«N-no, non mi fai paura!» esclamò lei con le guance leggermente imporporate. Incrociò le braccia e iniziò a giocherellare con un lembo della manica dello yukata.


«Davvero?»


Mei annuì.


Aone tirò un enorme un sospiro di sollievo. «Meno male. Altrimenti, per quando ti chiederò in moglie...»


«Smettila!» sbottò Mei, che ora aveva lo sguardo tremante e il cuore che le batteva a mille. Ma ora che aveva imparato a tirar fuori ciò che sentiva dentro, non volle più trattenersi. «Anche se sembro un rinoceronte e sono timida, non hai il diritto di dirmi queste cose! Perché insisti con questa cattiveria di fare il finto innamorato, solo per potermi prendere in giro qualora cedessi?!»


Quando vide un paio di lacrime scenderle da quegli occhi che aveva notato fin da subito essere così luminosi, Aone trasalì.


«Ma... Ma perché dici di te queste cose? Tu sei bellissima!»


«Che?» rispose Mei, colta alla sprovvista da quella reazione che sembrava così sentita. 


Aone, vedendo che la giovane era ancora esitante, armeggiò con la tasca interna dello yukata. Una goccia di sudore gli scese dalla tempia e si vedeva che stava cercando di mantenere il controllo con tutte le sue forze.


Mei sollevò un sopracciglio quando il gigante del Dateko estrasse una busta bianca verticale.


«Io sì, ho lasciato la squadra perché sento che costruire cose sia la mia vera strada e, quando cercavano addetti per montare questa fiera, mi sono immediatamente offerto... Ma da quando ti ho conosciuta, non è solo il desiderio di fare carriera nel settore edile a spingermi a migliorarmi» le porse solennemente la busta con entrambe le mani e la guardò dritta negli occhi. «Qui c'è il mio primo guadagno, e sarà il primo di molti altri. Io lo so che, per adesso, seppur ci separino un paio d'anni di differenza, per ora possono essere molti. Ma ti prometto che per quando sarai anche tu adulta, io per allora avrò ottenuto un lavoro stabile, così da essere per te un buon partito e chiedere ufficialmente la tua mano. Abbi solo un po' di pazienza, per favore.»


Mei rimase totalmente senza parole. Dal modo in cui Aone la guardava, così fermo e fiero, stentò a credere alla voce maligna dentro di sé che provava a suggerirle che fosse solo una mossa per farsi beffe di lei. 


Per chi stava ascoltando nascosto tra le fronde delle piante di bambù, conoscendo il ragazzo che normalmente si esprimeva più a grugniti che a frasi complete, quel discorso così lungo era la prova inconfutabile dei sentimenti che egli provava nei confronti di Mei.


Aone rimase in attesa di una risposta o di una qualsiasi reazione da parte della ragazza, pronto a non muoversi di un millimetro finché lei non lo avesse fatto.


«Ecco...» Mei abbassò lo sguardo, completamente rossa in viso, e si portò la manica dello yukata all'altezza del mento. «Non... Non so che dire... Quindi eri serio anche l'altra volta?»


Aone strinse lo sguardo. «Lo giuro sulla mia vita.»


Lo disse con una tale fermezza nella voce che la testa della ragazza iniziò quasi a fumare per l'imbarazzo, spingendola a coprirsi completamente il viso con entrambe le maniche.


Aone strabuzzò gli occhi, temendo di essere stato troppo diretto. Sapeva che la sua amica era molto timida, del resto. Rimise la busta in tasca e strinse i pugni lungo i fianchi; anche il suo sguardo ora tradiva palesemente una certa tensione, concentrandosi sulle corde delle proprie geta.


«Per caso... Per caso posso anche io chiamarti per nome, come fanno i tuoi amici?» chiese chiudendo gli occhi. «Lo so... Ci siamo visti talmente poco...»


«V-va bene» rispose a bassa voce lei, mantenendo il volto nascosto. «Puoi chiamarmi per nome.»


Aone trasalì, gli occhi spalancati per la gioia. «Ti ringrazio... Mei.»


«Sìììì!» urlò Tanaka che, per la troppa emozione, sbucò da dietro il nascondiglio a pugni levati. 


Gli altri provarono a tirarlo giù, ma ormai il numero cinque del Karasuno li aveva fatti scoprire in pieno.


«Ah, ma sei un pezzo di scemo, Ryu!» sbottò Nishinoya, su tutte le furie, mentre delle nuvolette di rabbia sembravano spuntargli dalla testa. «Proprio sul più bello!»


«E non l'ho fatto apposta, la tensione era alle stelle!»


I due premettero il proprio muso l'uno contro l'altro, ringhiando come due cani pronti a mordersi.


Mei si scambiò uno sguardo sorpreso con Yachi e Shimizu. Conoscendo la reale cotta della ragazza, tutto quello aveva dell'incredibile, ma era innegabile che Aone si fosse dimostrato davvero sincero ed onesto con i propri sentimenti.


Quest'ultimo, a causa dell'improvvisa apparizione dei compagni, aveva perso, però, ogni coraggio di guardare ancora verso di loro; come se l'incantesimo che gli aveva permesso di tirare fuori quelle parole così sentite si fosse spezzato di colpo. Si limitò infatti a bofonchiare qualcosa e, senza dare il tempo a Mei di rispondergli, il gigante si dileguò rapidamente tra la folla.

Forse per quella sera non avrebbe più trovato il coraggio di appendere il biglietto dei desideri insieme alla ragazza che gli piaceva, ma il fatto di aver ottenuto la possibilità di chiamarla liberamente per nome e di aver messo in chiaro la realtà dei suoi sentimenti fu per lui più che sufficiente.


Ma la catena di episodi coraggiosi non si concluse così. Il gesto di Aone aveva in realtà ispirato qualcun altro a fare chiarezza nel proprio cuore, dimostrando sentimenti che non si limitavano al semplice sbavare per un visetto grazioso, ma a un amore serio e sincero. L'occasione arrivò quando Mei e i suoi amici decisero che fosse giunto il momento di appendere i propri tanzaku. Tanaka portò di nuovo la mano nella tasca interna dello yukata, tastando qualcosa sotto la stoffa, poi proiettò lo sguardo su Shimizu e deglutì.


Approfittò del momento in cui tutti gli altri erano intenti a scrivere per prenderle il polso ed esclamare: «Oh, guarda! Stanno regalando gelati alla fragola giganti!»


Shimizu non ebbe il tempo di capire cosa Tanaka avesse detto che si ritrovò trascinata tra la folla e le stelle filanti, fino ad arrivare a un'altra pianta di bambù. Appena si fermarono, la ragazza lo guardò con un grosso punto interrogativo in testa, non comprendendo perché si fossero dovuti allontanare così all'improvviso.


«Perdonami, manager» esclamò Tanaka, porgendole un profondo inchino di scuse. «Ma avevo assoluto bisogno di rimanere da solo con te» le sue orecchie erano diventate di un rosso pomodoro.


«Nessun problema. Volevi dirmi qualcosa?» chiese lei, stringendosi nelle spalle e sistemando meglio gli occhiali sul naso.


Tanaka rimase con la schiena bloccata e i denti digrignati. «Ecco... Sì!» deglutì di nuovo. «Anche io vorrei chiamarti per nome, e non Shimizu o manager!»


Shimizu inarcò le sopracciglia dallo stupore, ma la sorpresa non era affatto finita lì. Leggermente esitante, Tanaka estrasse due biglietti a forma di gattini: un maschietto con un occhio offeso a forma di X e l'aria da gatto di strada, e una femminuccia elegante con un fiocchetto rosa al collo.


«Io... Io volevo appendere il mio desiderio solo con te, stasera, senza che quegli altri mi prendessero in giro» stava palesemente sudando freddo. «Non so cosa farò da grande, io vivo alla giornata... Ma so... So...» si bloccò. Non ce la faceva a dire più di così. Avrebbe voluto sbraitare quanto l'amasse, proprio come aveva fatto "Takeshi Castle" con la sua fidanzata, o prometterle che un giorno sarebbe diventato un partito degno. Ma in quel momento avrebbe preferito schiacciare mille palloni da pallavolo piuttosto che confessare apertamente i suoi sentimenti.


L'emozione, però, raggiunse il suo apice quando Shimizu abbozzò un sorriso dolce, lievemente arrossita a sua volta. Accolse con entrambe le mani il foglietto a forma di gatto randagio e cercò lo sguardo dell'amico. «Certo che puoi chiamarmi per nome, se anche io posso fare altrettanto.»


«O-ovviamente!» balbettò Tanaka, il quale raggiunse il paradiso quando Shimizu, all'improvviso, lo baciò sulla guancia.


In quel preciso istante, il biglietto dei desideri non serviva più.



Vola, Fly High!

Le ali illuminate dal sudore,

dal sangue

e dalle lacrime

ti porteranno ovunque vorrai arrivare.


Lascia emergere

l'istinto,

l'impeto della giovinezza

e la forza che porti dentro.


Lascia tutto alle spalle.



Così quella sera si compì l'Ichigo Ichie: una filosofia che non era costellata di azioni eclatanti, ma solo da quei momenti unici e irripetibili. Quella notte, tutti loro affidarono i propri desideri alle stelle.


I tre assi storici del Karasuno sperarono in un futuro sempre in crescita nella loro vita adulta, unito alla speranza di non perdersi mai di vista.


Takeda e Ukai indirizzarono i propri pensieri ai loro allievi – anche se il coach, di nascosto, aggiunse una preghiera per la vittoria alla lotteria.


Kageyama e Hinata espressero praticamente lo stesso identico desiderio, sperando con tutto il cuore di diventare dei professionisti nello sport che più amavano al mondo. Erano ambizioni condivise anche da molti altri, sebbene non tutte fossero strettamente legate alla pallavolo: successi nella vita come il sogno di Kenma di diventare milionario o quello di Takeshi di diventare il degno CEO dell'azienda di famiglia, intraprendendo quella scalata sociale accanto alla ragazza che amava.


Altri tanzaku erano più frivoli, ma non per questo meno degni di essere espressi: come il desiderio di diventare il più figo della scuola per Baki, o quello di essere l'asso più amato di sempre per Bokuto.


Altri ancora, invece, erano più semplici e sinceri; non cercavano un successo su scala globale, ma speravano semplicemente che le amicizie coltivate in quei mesi potessero rimanere intatte per sempre. Mei sorrise, vedendo il proprio bigliettino girare leggermente su se stesso tra le foglie di bambù, sperando che le stelle ascoltassero la sua voce.


Vola, Fly High!

La fiamma che non smette mai di bruciare nel tuo petto

diventerà il faro della tua strada.


La luce che precede il sorgere del sole

farà finalmente fiorire il talento che custodisci.


Finché il tuo respiro continuerà,

supera ogni limite,

corri alla massima velocità

e vola...


sempre più in alto,

verso il futuro che ti aspetta oltre ogni orizzonte.

Tuttavia, la gioia genuina di Mei non era accettata da tutti...


Le immagini presenti in questa storia sono generate tramite strumenti di intelligenza artificiale e hanno esclusivamente finalità illustrative. Non rappresentano materiale ufficiale e non sono destinate a diffusione o utilizzo al di fuori di questo contesto.

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