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Creato il 04/09/2026, 11:34 · Aggiornato il 04/09/2026, 11:34

Capitolo 21: Ichigo Ichie - Parte 7.1

@ladyele1991LadyEle1991
MaturoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Bullismo
  • Copertina AI
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Giorno 6.


Quella mattina, all'alloggio del Karasuno, gli ospiti dell'albergo vennero buttati giù dal letto quasi all'alba. Kinoshita sbraitava alla finestra come un forsennato, minacciando di lanciare di sotto il cellulare di Ennoshita; il capitano si era infatti dimenticato di silenziare le notifiche, pur sapendo benissimo che la numero tre della Shiroi Chō lo avrebbe tempestato di messaggi fin dalle prime luci dell'alba per ricordargli che fosse il suo compleanno. Accanto a lui, Ennoshita stesso e Narita cercavano in tutti i modi di trattenerlo a stento, poiché nella concitazione il ragazzo si stava sporgendo decisamente troppo oltre il davanzale.


A colazione non andò meglio: Kinoshita e Narita, con due occhiaie profonde fino agli zigomi, mangiavano i loro cereali in silenzio, continuando a guardare in cagnesco un Ennoshita che, dal canto suo, stava sudando freddo dietro alla propria tazza.

Nessuno dei compagni ebbe il coraggio di approfondire l'argomento.

Quella stessa mattina, un piccolo di corvo aveva deciso di battere le ali per la prima volta. Era forse in ritardo, rispetto a tutti gli altri suoi compagni, ma questo non aveva importanza. Tutto quello che era accaduto lo aveva portato a quel determinato momento e finalmente ora era pronto per spiccare il volo.

Ukai e Takeda diedero a tutti loro il buongiorno, per poi prepararli a quell'ultima mattinata di allenamento. Il pomeriggio sarebbe stato libero, così da dare modo agli studenti di prepararsi a dovere per il festival di Tanabata.


«Sapete, ragazzi...» spiegò Takeda, guardando i suoi allievi. «La festività, una delle più importanti del Giappone e che rientra nei gosekku, affonda le sue radici nell'unione tra l'antica usanza cinese Qīxī e le tradizioni autoctone giapponesi. Narra il mito che la principessa Orihime, intenta a tessere abiti celesti, e Hikoboshi, che pascolava le sue mandrie, si innamorarono perdutamente trascurando i propri doveri. Il Re del Cielo, adirato, li separò ponendoli ai lati opposti del fiume celeste, la Via Lattea; concesse loro, tuttavia, di potersi ricongiungere esattamente il settimo giorno del settimo mese.» Poi fece una breve pausa. «Sebbene in gran parte del Giappone il Tanabata si celebri il sette luglio, molte zone seguono il calendario lunisolare, facendo slittare la festività ad agosto. Tra le celebrazioni più famose c'è sicuramente il Sendai Tanabata Matsuri, che si tiene dal sei all'otto agosto.»


I ragazzi, che avevano ancora la testa nel letto, ascoltarono le spiegazioni del professore con gli occhi piccolissimi e senza il minimo cenno di curiosità.


Takeda ricevette quel silenzio e rise nervosamente. «Vedo che a nessuno interessano le tradizioni del nostro Paese...»


«Certo che sono interessati, ma non ha utilizzato le giuste parole» disse Ukai, posandogli una mano sulla spalla in tono comprensivo. Poi si schiarì la voce, rivolgendosi alla squadra: «In poche parole, non si tratta solo di attaccare bigliettini dei desideri. Questa è la serata ideale per rimorchiare!»


I ragazzi esplosero all'istante in un gran vociare, svegliandosi di colpo mentre le parole si sovrapponevano le une alle altre.


Ukai portò le mani ai fianchi, carico di soddisfazione. Takeda, invece, si voltò verso di lui con un nervo che gli scaricava visibilmente sulla fronte. «Signor Ukai! Devo ricordarle che i ragazzi sono sotto la mia responsabilità e che non tollero questo genere di insegnamenti?!»


Ukai rise a bocca larga e gli diede una potente pacca sulla schiena che per poco non gli fece volare via gli occhiali. Non lo fece per una reale risata di cuore, ma solo per scaricare l'ansia di sentire quella tigre dormiente con il fiato sul collo.


«Trovi una bella professoressa a cui offrire i dango e per una volta si diverta anche lei, professore!»


🏐🏐🏐



Rimasero tutti a bocca aperta quando, arrivando al plesso scolastico, i giocatori locali e gli ospiti si trovarono davanti il cortile e le varie ali della struttura addobbati a festa. Tra stand tradizionali, vasi con piante di bambù a cui erano appesi biglietti vuoti che aspettavano solo di essere riempiti con i desideri dei ragazzi e decorazioni varie, quello era solo il preludio di una serata che si preannunciava magnifica.


«Signorinella, avete fatto un lavoro straordinario!» si complimentò Ukai, rivolgendosi ad Yachi, quando lei e le altre manager andarono loro incontro per presentare lo splendido lavoro ottenuto.


«Aone ci ha dato una mano non da poco. Molti degli stand li ha montati lui» disse la ragazzina bionda, voltandosi verso il gigantesco amico del Dateko, che rispose con un mezzo grugnito imbarazzato.


«Hai davvero un mestiere in mano, ragazzone!» si congratulò Ukai, dandogli una forte pacca sul braccio.


«Ricordati, però, che per te c'è sempre posto nella nostra squadra, qualora volessi tornare» aggiunse Takurō Oiwake, il coach del Dateko.


Proprio perché quella era la loro ultima mattinata di allenamento – l'ultima di una settimana che era letteralmente volata tra alti e bassi, decisamente movimentata non solo per le distinte prestazioni di tutte le squadre –, gli atleti di tutti gli istituti partecipanti diedero il meglio delle proprie possibilità.


Il "duo bislacco" mostrò una nuova raffica di veloci micidiali. Anche i loro compagni, con le battute a effetto, i muri efficaci e una coordinazione magistrale, diedero dimostrazione delle loro grandi abilità, nonostante fossero privi del trio di punta a causa del sopraggiunto diploma.


Hoshiumi mostrò ancora una volta a tutti che poteva concretamente ambire al ruolo di Piccolo Gigante. I suoi colpi erano rapidi e precisi e, più di una volta in quella settimana, aveva segnato il punto decisivo che aveva portato alla vittoria della squadra. Era davvero il fiore all'occhiello del Kamomedai.


L'Inarizaki poteva invece vantare il duo coordinato in modo quasi telepatico dei fratelli Miya, nonostante questi ultimi non perdessero occasione di rimbeccarsi per qualsiasi sciocchezza. Quella mattina, in particolare, Osamu accusava Atsumu di avergli rubato a colazione l'ultimo pesciolino alla griglia che gli spettava di diritto, dato che il gemello dalla cresta dorata ne aveva mangiati ben tre, mentre lui solo uno.


Il Muro di Ferro, anche senza Aone, continuava a rafforzare le proprie fondamenta. Essendo consapevoli di non potersi affidare unicamente alla difesa, i ragazzi avevano lavorato molto anche sull'attacco. Il coach Oiwake era forse tra i più determinati a far diventare la propria squadra una delle più temibili per la favorita di quella stagione.


Il Nekoma, con pazienza ma tanta determinazione, aveva ormai un solo obiettivo in testa: battere il Karasuno, che in quel ritiro lo aveva già sconfitto due volte, oltre ad aver vinto contro di loro alle nazionali primaverili. La Battaglia del Cassonetto non sarebbe mai terminata.


Poi c'erano corazzate come la Shiratorizawa e l'Aoba Jōsai: a causa della mancanza delle loro vecchie punte di diamante, la critica pensava che la loro forza fosse ormai dimezzata, ma la loro era solo una fase di transizione prima di sfornare altri nuovi e potenti assi.


La Johzenji era più carica che mai e, infine, c'era la Shiroi Chō, che aveva dato dimostrazione di grande freddezza e abilità sul campo. Caratteristiche che, in silenzio, le altre squadre si erano appuntate e di cui avrebbero tenuto conto durante il corso della stagione.


Al termine di quella intensa mattinata, i loro cuori erano più che soddisfatti. Questo stato d'animo venne ulteriormente alimentato dal discorso del presidente del Fukurōdani Academy Group, che si congratulò con tutti i ragazzi per le splendide prestazioni e con gli allenatori che, ancora una volta, stavano formando degli atleti eccezionali. Giovani promesse che non solo avrebbero portato grande onore ai rispettivi istituti, ma che sarebbero diventate risorse preziose per l'intero Paese, sia per le sfide nazionali sia per quelle internazionali. E quando l'uomo nominò addirittura le Olimpiadi, che si sarebbero tenute da lì a tre anni, per gli occhi di Hinata, di Kageyama e di tutti coloro che volevano fare della pallavolo il proprio mestiere, quella tappa non fu più solo un sogno, ma una solenne promessa.


Quando ci fu il "tana libera tutti" all'ora di pranzo, i ragazzi si liberarono delle divise pregne del sudore della fatica per mettersi in abiti un po' più comodi. Si godettero un po' di pace sotto gli alberi del giardino della scuola, chiacchierando del più e del meno e dei desideri che avrebbero appeso di lì a poco.


«A me piacerebbe entrare nei MSBY Black Jackals, proprio come sta cercando di fare Bokuto!» disse Hinata, entusiasta. «Ma mi piacerebbe andare anche all'estero. Ad esempio, in Italia ci sono dei giocatori fortissimi.»


«Mi chiedo come ti chiamerebbero lì» scherzò Kageyama. «Tanto ne hai già collezionati pochi di soprannomi...»


«Lì amano molto il Giappone. Probabilmente diventerebbe una specie di mascotte e avrebbe ammiratori capaci di sbucare anche da sotto i sassi» disse Tsukishima, socchiudendo appena le palpebre e sorridendo divertito.


«Wow! Io non riesco nemmeno a immaginarlo!» esclamò Yamaguchi. Insieme a Hinata, Kageyama e Tsukishima si erano sdraiati vicini, formando un cerchio sul prato. «A me diverte la pallavolo, ma vorrei qualcosa di meno impegnativo. Magari, uscito da qui, chiederò al signor Shimada se ha un posto per me.»


«Sei un ragazzo semplice, dopotutto» gli disse Tsukishima, sorridendo.


«Tu, invece, andrai all'università, immagino» ipotizzò il pinch server, sollevando il mento per cercare di guardarlo.


«Sì, è così. Anche se pure lì voglio continuare a giocare. Ma non punto a diventare un professionista, per me la pallavolo deve rimanere solo un hobby.»


«Quindi coloro che vedremo in televisione nei prossimi anni saranno Hinata e Kageyama... Perché anche tu vuoi diventare un professionista, vero Tobio?» Ora Yamaguchi era sporto verso l'alzatore di punta della squadra.


Lo sguardo di Kageyama si fece acceso. «Certo» confermò senza alcuna esitazione, per poi puntellarsi sui gomiti. «E io farò domanda per gli Schweiden Adlers.»


In quel momento anche Hinata si sollevò a sedere. I due ragazzi si guardarono dritti negli occhi, scambiandosi un'intensità particolare. Un'ennesima promessa silenziosa. Un ennesimo desiderio che quel giorno di Tanabata avrebbe appeso nella propria costellazione.


«Poi, però, vorrei andare anch'io in Italia. Mi sembra ci sia la Ali Roma che è molto quotata. E voglio assolutamente provare la loro famosa carbonara!»


«Che cos'è?» chiese Yamaguchi, incuriosito.


«Un piatto tipico romano molto pericoloso.»


«Perché "pericoloso"?» Yamaguchi deglutì, e anche gli altri due sembravano sinceramente curiosi ora.


«Perché ci tengono moltissimo alla sua composizione originale. Potrebbero uccidere se qualcuno prova a variare gli ingredienti e a dargli comunque lo stesso nome!»


I tre divennero viola dalla paura.


L'uccellino dalle ali nere osservò tutto questo con i suoi occhietti vispi.


🏐🏐🏐

Le ragazze della Shiroi Chō si batterono le mani a vicenda al termine di quella mattinata carica di emozioni, che aveva visto la loro squadra e tutte le altre dare il massimo come nota finale di una settimana così intensa.


Mei provò un forte batticuore nel momento in cui le compagne batterono il cinque anche con lei. Stentava ancora a credere che finalmente l'avessero notata, che qualcuno avesse voluto condividere con lei quelle emozioni. E proprio perché ora si era creata quell'affinità tra di loro, le venne quasi spontaneo accorgersi che, al contrario, Sakura quel giorno appariva spenta. Si era mossa energicamente e aveva assunto il proprio ruolo di capitana diligentemente; eppure, era come se fosse assente.

Persino Kaori, che si era svegliata al settimo cielo perché era il suo compleanno, quando si trovava a passare vicino alla capitana si spegneva in un rispettoso silenzio.


🏐🏐🏐


Quel pomeriggio, una farfalla, dopo settimane che era chiusa in un bozzolo, in attesa di essere pronta, uscì finalmente dalla crisalide, mostrando le sue graziose ali bianche che avrebbe agitato poi al vento, con tutte le sue forze.


L'arrivo del cugino di Mei, venuto a portarle un pacco, causò un discreto scalpore tra le compagne. Appreso che i due fossero parenti, le ragazze iniziarono a tempestarla di domande, interessate soprattutto a sapere se il giovane fosse single.


Asahi Azumane aveva mantenuto la promessa e le aveva procurato uno yukata. Quando Mei, in camera, tirò fuori l'indumento, rimase a bocca aperta: l'abito tradizionale era fatto di una stoffa bianca tendente al rosato con sopra stampate delle canne di bambù e delle farfalle bianche. 


Senza pensarci due volte, la ragazza abbracciò il cugino per ringraziarlo di quel graditissimo regalo. Ma Asahi non si era limitato a confezionarle l'ennesimo vestito – a sua detta, Mei era ormai diventata la sua modella preferita –, era passato anche in gioielleria per comprarle un fermaglio per capelli a forma di fiori di ciliegio, con una piccolissima campanellina di vetro pendente.


«Ho pensato al bambù perché tu me lo ricordi molto, Mei. Anche le farfalle bianche sono cariche di significato sul piano della crescita personale» le spiegò, mentre l'aiutava a legarsi l'obi. «Per molto tempo il bambù rimane nascosto sotto il terreno; nonostante le cure costanti, continua a celarsi al mondo. Ma non è timidezza: semplicemente si sta ramificando per far attecchire al meglio le proprie fondamenta. E quando è pronto, ecco che buca la terra e cresce senza fermarsi mai. Arriva in alto, fino a toccare il cielo. È duro, ma allo stesso tempo flessibile, così da adattarsi a ogni tempesta.»


«E io... Io ti ricordo tutto questo?» chiese Mei, guardandolo con gli occhi sgranati.


Uno sguardo carico di commozione passò negli occhi del cugino, prima che lui annuisse.


«Noi siamo degli Azumane, Mei. Nel nostro stesso nome è racchiusa la forza della rinascita e, anche se l'ansia ci coglie o crediamo di non farcela, una forte determinazione si nasconde sempre sotto la nostra pelle.»


«Grazie, Asahi. Detto da te, poi... Per me ha un valore immenso» gli rispose tra le lacrime, mentre Azumane finiva con cura di raccoglierle i capelli nel fermaglio. 


Andarono poi in bagno, dove la giovane poté specchiarsi. In quelle vesti nuove, il cuore tornò a martellarle nel petto. Sentiva che in qualche modo stava cambiando. Dopo tutto il percorso fatto finora, dopo le lacrime, la tristezza e il forte senso di inadeguatezza, in quello yukata che suo cugino le aveva preparato con tanto amore si sentì finalmente forte e sicura di sé.


La farfallina, nel frattempo, spiegò le sue ali al sole, lì sul davanzale della finestra della sua camera d'albergo, per scaldarle, prima di spiccare il volo.

Himawari non si era avvicinata alla sua stanza. Quando aveva visto Mei e suo cugino entrarci per provare lo yukata, aveva preferito aspettare. Probabilmente anche lui sapeva cosa fosse accaduto, visto che due giorni prima Mei era corsa proprio da lui nella sua fuga. Così aspettò nella hall tutto il tempo necessario, finché i due non ebbero finito.


Quando Asahi e la cugina giunsero a loro volta nella hall, la numero dieci delle Farfalle rimase stupita nel vedere Mei così luminosa in viso. Sembrava come se, in quel lasso di tempo intercorso, fosse accaduto qualcosa capace di cambiare l'animo della giovane nel profondo. Possibile che nemmeno il tiro mancino che le aveva tirato fosse riuscito a fiaccarla? Strinse i pugni e abbassò lo sguardo mentre una strana sensazione invadeva il suo cuore: un profondo senso di colpa.


Fortunatamente i due non si accorsero di lei, seduta su un divanetto: Asahi e Mei andarono dritti verso l'uscita. In quel momento le arrivò un messaggio da parte di Takeshi. Era una foto che qualcuno gli aveva scattato, in cui si mostrava vestito di tutto punto con lo yukata, con le braccia conserte e lo sguardo affabile. Himawari sorrise, perché probabilmente il ragazzo non si era nemmeno accorto, quando aveva cliccato invio, che un suo compagno, alle sue spalle, lo stava prendendo in giro imitando l'Urlo di Munch. Subito dopo, Takeshi le scrisse di mandargli a sua volta una foto con lo yukata che le aveva regalato, ma lei rispose che non gli avrebbe concesso alcun anticipo. Tuttavia, visto che ora la camera era libera, ritenne fosse il momento buono per andarselo a provare.


Proprio non immaginava cosa avrebbe trovato, una volta aperta la valigia.


«Ma che cosa... Cosa è successo?!» Gli occhi della giovane divennero vitrei quando, andando a recuperare il vestito e tirandolo fuori, lo trovò completamente massacrato, tagliato di netto e sfilacciato in diversi punti.


Il cuore iniziò a batterle all'impazzata e cadde all'indietro per lo stupore. Essendo stato un regalo del suo fidanzato, il dolore era doppio. Come avrebbe potuto confessargli che il suo dono aveva fatto quella fine?


«Chi può essere stato...?»


Girò di scatto il collo verso lo yukata che Mei aveva lasciato disteso sul proprio letto. Si alzò e si diresse verso di esso a passi rapidi. Con mani furiose lo afferrò, accennando il gesto di strapparlo... Ma al primo scricchiolio dei fili si bloccò, lasciando cadere le braccia molli lungo i fianchi.


Con il viso nascosto sotto la frangia corvina, si disse che in fondo se lo meritava. Un paio di lacrime silenziose caddero a terra, prima che sollevasse di nuovo il mento. Poteva essere stata davvero Mei a farle una cosa del genere?


🏐🏐🏐



Il sole compiva il suo arco sulla metropoli di Tokyo. Le vetrate rimandavano i riflessi del tramonto, mentre i cittadini si preparavano a trascorrere una domenica sera all'insegna dei festeggiamenti. I tabelloni mandavano a rotazione le pubblicità e, così, diverse volte l'immagine di Kiyoko Shimizu appariva per le vie principali, invitando le potenziali acquirenti ad acquistare quella marca di costumi, così da poter essere belle come lei. Tutto quindi trascorreva nella norma, in quel presente che non aveva né passato né futuro, in quel tempo fatto di emozioni reali e irripetibili.


Tutti gli studenti che dovevano fare gli ultimi acquisti prima del festival rientrarono ai propri alloggi così da prepararsi per la serata, mentre nel frattempo gli ospiti iniziavano a presentarsi.


Arrivò Kuroo all'albergo del Nekoma, il quale venne accolto dai suoi ex compagni con molto calore. 


Ritornò Bokuto, questa volta non in vestiti casual, ma con uno yukata grigio con ghirigori neri e i capelli freschi di barbiere. Dall'odore di dopobarba di cui si era impregnato, era evidente che anche lui sapesse cosa comportasse il festival di Tanabata per un gruppo di giovani che si immerge nelle prime esperienze e dichiara i propri primi amori.


Quello che lasciò stupiti quelli del Karasuno è che il ragazzo non era passato dai suoi ex compagni del Fukurōdani, ma al loro hotel, per chiedere senza giri di parole ad Hinata di fargli da spalla, da bravo allievo. Con il suo aspetto minuto e la sua cresta rossa, era secondo lui un ottimo aggancio per spingere le ragazze ad attaccar bottone.


Hinata si rifiutò solennemente di prestarsi a una cosa del genere. Ma per Bokuto il malumore durò poco, perché a sorpresa arrivò anche Baki, che non aveva alcuna intenzione di passare il suo primo festival scolastico a casa. Aveva un tutore sul naso che lo faceva parlare in modo nasale, ma questo non lo aveva scoraggiato. A sorpresa disse che ringraziava "Takeshi Castle" – il soprannome con cui ormai girava il capitano della Shiroi Chō per il suo modo di giocare duro – per quella ferita: poteva figurare come un "sopravvissuto di guerra" e attirare la commozione delle ragazze.


Bokuto, capendo che Baki era sulla sua stessa linea d'onda, scambiò con lui una semplice occhiata, quanto bastò affinché nascesse un'alleanza suggellata da una decisa stretta di mano.


Dopo un po' arrivarono anche Shimizu e Daichi. Loro si sarebbero cambiati più tardi; Shimizu aveva bisogno dell'aiuto di Yachi, e viceversa, per potersi vestire.


Tanaka non aveva idea se quella sera sarebbe sopravvissuto e chiese per sicurezza ai suoi amici se qualcuno eventualmente conoscesse le manovre di primo soccorso.


«Devo ammetterlo, sta più sotto di me per la nostra ex manager» confidò Nishinoya a Kageyama, il quale annuì concorde.

Le stesse emozioni passavano anche nelle squadre femminili, i cui alloggi divennero presto un atelier di yukata, trucchi e profumi. 

I rispettivi allenatori erano forse ancor più in apprensione rispetto a quelli dei maschi. Il coach Yun riempiva di mille raccomandazioni ognuna di loro: come non seguire gli sconosciuti, non accettare drink sospetti e non condividere il proprio biglietto della fortuna con qualche mascalzone. 


Kaori correva da una parte all'altra degli alloggi, cercando gli angoli più artistici e afferrando persone al volo per farsi dei selfie.


«Ma... Ma dov'è Sakura?» si chiese a un certo punto, girando il capo da una parte all'altra in maniera quasi febbrile.


Mei, che stava passando di lì proprio in quel momento, si voltò, attirata dalla voce preoccupata della numero tre.


«Mei, tu hai visto Sakura?» le chiese, chinandosi su di lei e fissandola con i suoi occhioni verdi, contornati di ombretto e eyeliner.


«No, non l'ho vista» rispose lei. 


Kaori si sollevò e si portò una mano alla bocca. «Forse si è nascosta perché per lei è un giorno triste...»


Mei corrugò la fronte. Non sapeva nulla al riguardo. «Triste per cosa?» azzardò a chiedere.


Lo sguardo di Kaori si fece più profondo. «Oggi è l'anniversario della morte di sua madre.»


In quel preciso istante, la numero quattordici provò un forte dispiacere per la capitana. Non doveva affatto essere facile sopportare la vista dei propri amici, dei compagni e delle persone in generale in una giornata in cui tutti si divertivano, mentre per lei quella ricorrenza rappresentava un momento di lutto.


«Sicuramente sarà qui da qualche parte» disse Mei, provando a rincuorare la ragazza.


Kaori si strinse nelle spalle e annuì, per poi correre altrove.


Da quel momento, anche se sarebbe dovuta entrare in camera sua per prepararsi a sua volta, Mei proprio non riuscì a togliersi quel pensiero dalla testa. Dove poteva essere finita? 

Setacciò ogni angolo: bagni, sale private, il cortile interno. Ma Sakura non era da nessuna parte. Una forte ansia iniziò a salire dentro di lei e, per un attimo, si chiese se questa stessa sensazione non l'avesse provata anche Sakura quando era stata lei a sparire. 


Poi, però, a un certo punto le si accese la lampadina: non doveva ragionare nel modo in cui lei stessa avrebbe reagito. Sakura non era come lei, non si sarebbe depressa in un angolo in attesa che passasse abbastanza tempo per tornare a respirare. Sakura era un tipo orgoglioso, non avrebbe permesso alla tristezza di sopraffarla, così come non lo aveva permesso alla paura quando, la domenica prima, quei maniaci avevano provato ad aggredirla. Doveva ragionare diversamente... Cosa avrebbe fatto Sakura per resistere a quella giornata? Dove avrebbe cercato il suo luogo sicuro?


«Sapevo di trovarti qua» disse Mei con calma, non appena ebbe raggiunto la palestra dell'istituto femminile.


Mentre si avvicinava ai locali, la ragazza aveva sentito il sordo rimbombo di un pallone riecheggiare con forza; a quel punto non aveva più avuto dubbi che la sua intuizione fosse corretta.


Sakura si fermò a guardarla, subito dopo aver eseguito l'ennesima schiacciata contro il muro.


«Che ci fai qui?» chiese accigliandosi. «Non dovresti prepararti? Farai tardi all'appuntamento con i tuoi amici.»


Mei non rispose subito, avanzando a passi lenti con le mani infilate nella giacca della tuta del club. «Andiamoci insieme.»


«Non ne ho voglia, grazie» rispose secca Sakura, per poi avvicinarsi alla cesta dei palloni e recuperarne uno nuovo. 


La luce bianca dei faretti posti sulle loro teste metteva in risalto il cipiglio cupo della capitana.


Sakura fece girare il pallone sul palmo, poi avanzò di qualche passo per darsi la rincorsa, lanciò in aria la sfera e la colpì in modo preciso e letale. L'oggetto impattò con forza sulla parete, provocando un'eco che si diffuse in tutta la palestra, occupata solo da loro due.


«Kaori mi ha detto che per te non è un giorno felice» ammise Mei, avanzando ancora.


«Kaori vive tra le nuvole e non sa farsi gli affari suoi» sentenziò Sakura, avvicinandosi di nuovo alla cesta.


«Però mi è sembrata sinceramente provata dalla tua assenza.»


«Non mi interessa. E ora, se non ti dispiace... Sparisci. Vai ad appendere qualche biglietto con i tuoi amici corvetti, augurati un futuro felice e sognante con il tipo che ti piace, vatti a mangiare qualche caramella.»


Mei rimase ferma sul posto, senza dire una parola, mentre Sakura continuava a colpire il pallone, emanando attraverso di esso tutto il proprio dolore e la propria rabbia.


A un certo punto, però, la capitana si bloccò quando avvertì il suono di una zip: Mei si era tolta la giacca, mostrandosi con la divisa da allenamento della Shiroi Chō. Si fermò con uno sguardo scettico, misto a sorpresa, mentre la compagna si avvicinava a sua volta alla cesta.


«Sai, in realtà non amo stare in mezzo alla gente» spiegò con calma la numero quattordici. «Mi sento soffocare, le persone non fanno altro che darmi spallate. Preferisco un luogo tranquillo come questo, in cui siamo al massimo in due.»


Detto questo, la giovane provò a schiacciare a sua volta contro il muro, ma era ancora ben lungi dal raggiungere quel livello. Il primo tentativo andò a vuoto: non colpì in tempo la palla, che ricadde semplicemente a terra facendo qualche rimbalzo. Mei, tuttavia, non si arrese. La recuperò e ci riprovò, ma anche questa volta fallì.


Riprovò ancora e ancora, finché l'irritazione della capitana non si impennò.


«Ma la vuoi smettere, che non sei capace?!»


Mei non si scompose minimamente per quell'urlo. Non più. E con calma le rispose: «Non posso fermarmi, altrimenti non imparerò mai a farlo.»


In quel preciso istante una morsa al cuore attanagliò Sakura, e parole aspre sulla propria incapacità riaffiorarono violente nella sua mente. Una voce fredda, che non lasciava alcuno spazio al fallimento; e, schiacciata da quella delusione, lei se ne era andata per sempre.


Avvertendo un tonfo sordo, Mei si voltò di scatto e vide Sakura in ginocchio che dava pugni furiosi al pavimento.


«Accidenti! Accidenti!»


In un attimo Mei le fu subito accanto, afferrandola per le spalle. «Che hai?»


Sakura la scacciò via malamente. «Lasciami stare, dannata pappamolle!»


La capitana si congelò non appena sentì il rumore della caduta. Si voltò lentamente e si rese conto di aver utilizzato troppa forza: Mei era finita a terra. Quest'ultima si sollevò a fatica, leggermente dolorante, massaggiandosi il fianco.


Sakura desiderava scusarsi. Lo voleva davvero. Ma ai suoi occhi anche quella era una forma di intollerabile debolezza. 


«È meglio che tu te ne vada. Io, del resto, sono una delle tue bulle. Lasciami perdere e goditi quella maledetta festa dei desideri» disse infine distogliendo lo sguardo, completamente svuotata dall'interno.


«Non lo farò» rispose Mei. E Sakura si stupì nel cogliere nei suoi occhi quel particolare sguardo acceso che, fino a quel momento, aveva visto in lei solo quando si trovava a difendere i suoi amici. «Non ti lascerò da sola in queste condizioni.»


Si chinò di nuovo su di lei e, sebbene fosse leggermente esitante, poggiò nuovamente una mano sulla sua spalla. 


«Se vuoi sfogarti, io ci sono.»


In quel momento, la mente di Sakura venne invasa da un'autentica ondata di ricordi...


Sakura era figlia di Nami Ayuhara, una pallavolista dalle eccellenti doti che si era distinta fin dalle scuole medie. Alle superiori aveva guidato la Shiroi Chō alla vittoria in diversi campionati ed era stata notata da prestigiosi club professionistici. Era rimasta incinta molto presto, però, e il padre non aveva voluto riconoscere la bambina: Sakura. Così, per un periodo, Nami l'aveva cresciuta da sola, finché alla fine non si era sposata. Tuttavia, quella situazione aveva inesorabilmente rallentato la sua carriera, compromettendone l'ascesa a ruoli ben più importanti. La frustrazione per un futuro negato si riversò come rabbia e pretese ossessive su quella figlia che, crescendo, dimostrava di avere un fisico adatto per gli sport in cui era richiesta una notevole altezza e una naturale propensione per la pallavolo. 


In quel momento, la mente di Nami proiettò l'occasione persa sulla bambina, costringendola ad allenarsi senza sosta. Sakura, tuttavia, non aveva ancora sviluppato la stessa determinazione: era alta, sì, ma anche particolarmente esile, inadatta a sopportare a lungo uno sforzo fisico così intenso. Di conseguenza, la rabbia di Nami crebbe fino a trasformarsi in rancore verso una figlia che non solo le aveva tarpato le ali, ma che ai suoi occhi appariva persino come un'inetta. Ma restava pur sempre carne del suo sangue, quindi non poteva accettare che lo fosse davvero: doveva mutare, diventare una seconda lei. Doveva apparire forte, retta e dalle doti straordinarie. Non c'era spazio per la debolezza o per i sentimenti.


Sakura faceva del proprio meglio per rispondere a quelle aspettative. Dotata a sua volta di un'ambizione naturale, finì per fare proprie quelle frasi continue secondo cui non fosse mai all'altezza, e che le persone o erano efficienti come lei o erano solo delle zavorre di cui liberarsi. Era ancora una ragazzina dal fisico allampanato quando alla madre venne diagnosticato un tumore al cervello in una zona del tutto inoperabile. Nemmeno di fronte a quel brutto male, però, i sentimenti della donna mutarono: se ne andò nell'insoddisfazione totale, sussurrando a Sakura, nei suoi ultimi respiri, che aveva fallito.


Quando la madre chiuse gli occhi per sempre, era il giorno della festa di Tanabata. Sakura, seduta accanto al letto d'ospedale, si era voltata verso la finestra lì dove, illuminata dal sole, c'era una finta piantina di canne di bambù a cui lei stessa aveva appeso un biglietto; un tanzaku in cui si augurava che la mamma guarisse e che, da quel momento in poi, iniziasse a volerle bene sul serio.


🏐🏐🏐


«Ma dove sono?» si domandò a bassa voce Tsukishima, mentre controllava l'orologio.


Era ormai passato diverso tempo dall'orario stabilito per l'appuntamento.


Tutte le squadre si erano ormai recate al festival e un grande andirivieni di giovani riempiva il cortile e l'edificio scolastico. Il vociare era alto e si mescolava alle luci, alle risate e al fruscio degli abiti tradizionali. 


Tra bagliori e allegria, ragazze e ragazzi vivevano il proprio presente, le loro prime esperienze, e quei tanzaku vuoti andavano via via riempiendosi dei loro desideri.


Sulle loro teste il cielo era terso e la Via Lattea si riusciva a intravedere, nonostante l'inquinamento luminoso. Era come se i due amanti celesti, anche in quel frangente, volessero imporre la forza del loro amore sul mondo e desiderassero condividerla con chiunque altro avesse voluto accogliere quel bellissimo sentimento nel proprio cuore.


Il Karasuno era tutto riunito, e ognuno di loro indossava uno yukata. I maschi lo portavano scuro o dalle tinte piatte, con al massimo qualche elemento minimale; quello delle ragazze, invece, era una sfilata di colori e fantasie. I fermagli, intrecciati tra i capelli acconciati, catturavano i riflessi delle lanterne appese in fila sopra di loro, attraversando tutta la fiera.


Tanaka e Nishinoya quasi si commossero per l'emozione non appena Shimizu e Yachi si presentarono. Shimizu indossava uno yukata azzurro con dei fiorellini bianchi, e un pettinino con pietre candide era infilato nel suo chignon. Yachi, invece, ne indossava uno che rispecchiava appieno la sua personalità e semplicità: bianco con dei fiorellini azzurro pastello, mentre i capelli erano legati alla solita maniera con un ciuffetto laterale e un elastichino con la stellina.


Tanaka si portò una mano nella tasca interna dello yukata, come ad assicurarsi di non aver perduto ciò che aveva con sé.


«Mia cugina non è ancora arrivata?» si chiese Azumane, grattandosi la nuca nervosamente.


«Forse si starà finendo di preparare» ipotizzò Yachi. 


«Chikarucciooo!»


Ennoshita non fece in tempo a voltarsi che qualcuno lo abbracciò improvvisamente da dietro, facendolo sobbalzare sul posto.


Non ebbe alcun dubbio su chi potesse essere e, quando il capitano si voltò, gli occhioni allegri di Kaori lo stavano fissando colmi di gioia. Essendo alti uguali, se la ritrovò a un millimetro dal naso.


Kaori indossava uno yukata blu scuro con sopra stampate diverse farfalle bianche, che si sovrapponevano tra loro in vari livelli di opacità. I capelli biondi erano raccolti anch'essi in uno chignon, e un fermaglio pendente con diverse pietruzze emergeva tra le ciocche.


Ad Ennoshita non sfuggirono i commenti sarcastici detti a mezza voce dai suoi compagni. Alcuni lo prendevano in giro per il suo continuo negare di avere una fidanzata; altri si chiedevano come facesse quella bella ragazza a stare appresso a un tipo così serio e intelligente, ma dall'aria costantemente svogliata. La cosa lo mise in totale imbarazzo, ma lo irritò allo stesso tempo.


«Kaori, Sakura e Mei sono con te?» chiese Tsukishima, prima che Ennoshita perdesse la pazienza e lanciasse in orbita la ragazza e tutti gli altri che stavano commentando.


Kaori si portò un dito dall'unghia ben curata alla guancia e sollevò lo sguardo.


«Non vedo nessuna delle due da diverso tempo. Prima è scomparsa Sakura, poi Mei. Magari sono insieme adesso.»


«Come... "magari"?» sbottò il biondo. «O sono insieme o non lo sono! Come puoi essere così approssimativa? Sono tue compagne!»


Kaori si rifugiò immediatamente dietro la schiena di Ennoshita, causandogli ancora più imbarazzo, senza però accennare a scostarsi.


«È che Sakura... Oggi per lei non è un bel giorno» disse poi Kaori, abbassando la voce e chinando appena il capo. «La conosco da anni... E se la conosco bene, credo di sapere dove si trovi. E se Mei non era all'albergo, è perché forse lo ha capito anche lei.»


«Dove si trovano?» le chiese Ennoshita, voltando leggermente il collo verso di lei con tono calmo.


🏐🏐🏐


Il suono dei palloni che volavano in aria, impattando sui muri e sul pavimento, diede la conferma a Tsukishima, Hinata e Azumane che quanto Kaori avesse ipotizzato fosse corretto. Quando si affacciarono dagli spalti, trovarono Sakura e Mei intente ad allenarsi insieme. In particolare, la capitana stava istruendo la compagna a schiacciare con la rincorsa; dalle perle di sudore che imperlavano il corpo di Mei, doveva starlo facendo da diverso tempo ormai.


«E pensare che credevo fosse Hinata il vero stacanovista tra tutti noi» commentò Tsukishima.


La sua voce riecheggiò nella palestra, facendole fermare all'istante.


«Persino io, però, so quando è il momento di fermarsi!» aggiunse Hinata stesso, anche se in cuor suo sapeva benissimo che non fosse vero.


«Mei, ti ho preparato quel bel vestito... Non lo vuoi più indossare?» le domandò il cugino.


Mei si strinse il pallone al petto, a disagio. «Scusa, cugino. Lo indosserò in un'altra occasione.»


«E invece no! Lo indosserai stasera stessa!» esclamò il suo "sensei" con aria decisa. «Regola numero dieci: svagarsi!»


«Ma io...»


«Ha ragione, Mei. Ti sei trattenuta troppo a lungo. Va' con loro» disse Sakura, incrociando le braccia.


«Questo vale anche per te, Sakura» le disse Tsukishima, mentre scendeva i gradini degli spalti per raggiungerle sul parquet. «Non passerai la serata qui da sola a deprimerti.»


«Non mi sto deprimendo» rispose lei a tono, piccata.


«E allora vieni con noi. Non perderai il tuo grande talento se per una sera ti mangi uno zucchero filato, anziché lanciare una palla.» E, senza pensarci due volte, le prese il polso per spingerla a camminare.


«Lasciami! Ho già deciso che non ci vengo!»


«Allora resto qui con te.»


«Vai con i tuoi amici.»


«Non ci penso nemmeno.»


«Sakura, vieni con noi.» Questa volta a parlare, nel tentativo di convincere la capitana, fu di nuovo Mei, che le si avvicinò con un sorriso dolce. «Mi hai detto cosa è successo e ci siamo allenate per sfogare insieme la rabbia. Ma, secondo me, il modo migliore è concederti un respiro. Se la tua mamma fosse qui, ti avrebbe detto di divertirti.»


Sakura digrignò i denti e si girò di scatto, curvando le spalle. «Se lei fosse qui, mi avrebbe detto di fare solo il mio dovere.»


Ci fu un attimo di profondo silenzio. La capitana era sicura che Mei non potesse ribattere. "Pasciuta" com'era e raccomandata, chissà in quale bambagia era cresciuta.


«Anche la mia.»


La voce della compagna le fece inarcare le sopracciglia per la sorpresa.


Si voltò lentamente, vedendo Mei ora chiusa come in un bozzolo, aggrappata a quella palla con tutte le sue forze pur di non crollare.


«Anche la mia non fa che ripetermi questo. Per lei viene prima il dovere, i risultati... Poi forse, se avanza ancora tempo, mi è concessa un'oretta d'aria. La mia ora d'aria è passarla con te e il resto della squadra... Perciò credo di sapere che cosa significhi» si inumidì le labbra. «La differenza, però, è che per te la pallavolo è diventata un dovere, quindi questa palestra non è la tua ora d'aria, ma la tua prigionia.»


Provò a fare un passo avanti verso di lei, con gli occhi ormai lucidi.


«Perciò vieni con noi alla fiera. Divertiti con noi.»


Hinata si avvicinò alla sua allieva, guardandola con sincera ammirazione per le parole appena pronunciate. Mei arrossì appena, grata per quel riconoscimento silenzioso.


«L'hai istruita bene» disse infine Sakura, fissando Hinata da sotto le palpebre.


«Non è istruzione. Mei ha sempre avuto dentro questa enorme sensibilità. E io, che sono suo amico, l'ho solo aiutata a tirarla fuori. Lei vuole essere felice, e credo che anche tu lo voglia... Ma hai paura di deludere tua madre, non è così?»


Lo sguardo di Sakura tremò e, in quel preciso istante, le lunghe e affusolate dita di Tsukishima si intrecciarono delicatamente alle sue.


«Andiamo a divertirci, Sakura» le disse a bassa voce, con un tono insolitamente caldo. 


La ragazza sollevò lo sguardo, incrociando gli occhi marrone dorato del centrale del Karasuno.


«Siamo in macchina. Vi portiamo all'albergo, vi rinfrescate, vi cambiate e poi andiamo» intervenne Azumane, con un cenno della testa e un lieve sorriso di incoraggiamento.


«Ah, meno male! Ho le gambe a pezzi a furia di saltare» sospirò Mei, per poi guardare in modo più serio la sua capitana, in attesa di una risposta definitiva.


Sakura si prese ancora un momento per raccogliersi in se stessa. Quella voce dura e materna rimbombava ancora nella sua testa. Ma quando Kei Tsukishima strinse un po' di più la presa sulla sua mano, la ragazza piombò all'istante nel tempo presente. In quel momento non era più in una stanza d'ospedale con una madre morente che l'accusava dei propri fallimenti; quel momento non sarebbe mai più esistito. Ora si trovava in una palestra, circondata da persone che desideravano unicamente la sua felicità.


Infine, strinse a sua volta la mano del ragazzo e, alla fine, annuì.


«Va bene, and...»


Non fece in tempo a finire la parola che si ritrovò Mei avvinghiata al collo, che l'abbracciava forte, al settimo cielo perché lei avesse accettato.


«Puzzi di sudore» disse la capitana, visibilmente imbarazzata da quell'effusione.


«Anche tu!» rispose prontamente l'altra.


«In effetti...» si intromise Tsukishima, arricciando il naso con finto disgusto.


«Ma... Ma pensa per te! L'altro ieri, quando sono venuta da voi nella vostra palestra, stavo per sentirmi male!»


I ragazzi risero di cuore. Sakura abbassò lo sguardo su Mei, che ancora non accennava a mollare la presa.


Per la capitana quella manifestazione d'affetto spontanea era ancora un po' troppo da gestire, quindi si limitò a darle qualche leggera pacca sulla spalla, che la compagna fu ben felice di ricevere.

Come anticipato, l'ex asso del Karasuno, insieme a Tsukishima e Hinata, riportò le due ragazze in albergo e rimase in macchina ad attendere il loro ritorno. Nell'attesa, i tre avvisarono i compagni che tra non molto li avrebbero raggiunti, poi si misero a parlare del più e del meno. Finché, in un momento di silenzio, Azumane si mise a fissare con particolare attenzione Tsukishima di sottecchi.


«Kei, senti una cosa... Scusa se sono indiscreto... Ma tu e quella ragazza...» Non terminò la frase che il biondo era già improvvisamente uscito dalla macchina, andando incontro alla capitana della Shiroi Chō.


Sakura ora indossava uno yukata rosa con sopra stampati dei delicati fiori di ciliegio e nella sua coda alta era infilato un fermaglio a forma di farfalla con dei fili pendenti.


«Se non volevi venire, come mai te lo sei portato dietro?» la canzonò Tsukishima.


Sakura distolse lo sguardo, arrossendo appena. «Non ne ho proprio idea.»


Il ragazzo l'accompagnò, facendola salire al posto passeggero.


Quando Azumane se la ritrovò al fianco, vedendola in abiti così curati, arrossì leggermente a sua volta. Poi, però, prese il sopravvento il suo animo da designer.


«Sakura, un giorno ti andrebbe di farmi da modella?»


«Ma sei uno stilista?» chiese lei, con una punta di curiosità.


«Aspirante tale.»


Sakura ci pensò su. «Beh... Ho visto il vestito di Mei al compleanno del tappetto... Se hai bisogno di una modella per una linea dedicata a noi ragazze fuori dalle misure standard della moda, puoi contare su di me.»


L'animo di Azumane si colmò di gioia. Con Sakura era arrivato già a tre modelle: il suo grande sogno stava mano a mano diventando realtà.


«Oh, ecco anche Mei!» esclamò Hinata, scendendo di scatto dall'auto per andarle incontro.


«Stai benissimo!» le disse immediatamente, prendendole le mani e agitandogliele per l'entusiasmo. 


Mei gli sorrise, raggiante. «Dici che ho messo tutto bene? A un certo punto credevo di non farcela.»


«Tutto perfetto! Vedrai, farai un figurone!»


Gli occhi di Mei divennero immediatamente lucidi e, per un attimo, Hinata ebbe paura di aver detto qualcosa di sbagliato. Poi, però, capì che le sue non erano affatto lacrime di tristezza.


«Grazie, Shōyō. Davvero. Senza di te non sarei la persona che sono ora.»


Hinata sorrise dolcemente. «Come ti ho detto prima, era già tutto dentro di te. Avevi solo bisogno di una mano amica per aiutarti a tirarlo fuori.»


Mei lo abbracciò all'improvviso e Hinata ricambiò calorosamente.


I loro amici, che stavano osservando l'intera scena dal finestrino dell'auto, sorrisero inteneriti.


«Sembrano una bella coppia» ipotizzò Sakura.


«No, a mia cugina non piace Hinata, si vogliono solo un gran bene. Ma nulla che vada oltre l'amicizia» le rispose Azumane.


«Quindi non è lui il ragazzo che le piace? Però lui le sta molto appresso, magari a lui piace e non se ne rende nemmeno conto.»


«Ah, non ne ho idea. Ma quello che piace a Mei nemmeno lo sa, quindi...»


«Per favore, la smettiamo con questa telenovela e andiamo?» sbottò Tsukishima, seduto ora sui sedili posteriori, al culmine della pazienza.



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