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Creato il 04/09/2026, 11:34 · Aggiornato il 04/09/2026, 11:34

Capitolo 20: Ichigo Ichie - Parte 6

@ladyele1991LadyEle1991
MaturoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Bullismo
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Quando Mei tornò all'albergo, ricevette la ramanzina più intensa che avesse mai subìto in vita sua e che l'allenatore Yun avesse mai impartito a memoria d'uomo.


Vennero elencati tutti i pericoli in cui sarebbe potuta incorrere, i problemi legali a cui avrebbero potuto andare incontro i suoi supervisori e l'angoscia che avrebbe potuto far provare alla propria famiglia. Alla fine si prese anche una nota disciplinare sul registro; non venne rimandata a casa solo perché sarebbe stato troppo dispendioso riaccompagnare una singola alunna a soli due giorni dalla fine del ritiro, ma quel provvedimento sarebbe rimasto comunque macchiato sul suo curriculum scolastico.


Mei accettò in silenzio tutto ciò che il suo gesto avventato comportava. Tuttavia, le sarebbe piaciuto che il coach, oltre a puntarle il dito contro, le avesse chiesto anche il motivo di quella fuga; quel momento di ascolto, però, non arrivò mai.


Quando uscì dall'aula in cui si era svolto il colloquio, era affranta e con un macigno sul petto. A mente lucida, riconosceva che non avrebbe mai dovuto fare una cosa del genere. Avrebbe dovuto affrontare di petto ciò che le era capitato, forte della propria coscienza pulita... Ma chissà cosa le era passato per la testa in quel momento. Fortunatamente tutto era andato per il verso giusto e l'allarme era rientrato senza nemmeno il bisogno di coinvolgere le autorità.


Mentre attraversava il corridoio camminando lentamente, quasi si scontrò con una figura alta che indossava la sua stessa divisa. Sollevò il capo fino a incrociare lo sguardo furioso della sua capitana, che la attendeva con le braccia incrociate sotto il petto.


«Pezzo d'idiota!» le disse Sakura, senza mezzi termini. «Ti rendi conto di ciò che hai fatto e di che cosa ci hai fatto passare?!»


Mei si limitò ad annuire, un atteggiamento che irritò ancora di più la numero dodici.


«Almeno di' qualcosa! Non comportarti sempre come un cucciolo maltrattato!»


«E che cosa dovrei dire?» rispose lei, mesta. «Ho sbagliato, e il professore me lo ha fatto capire chiaro e tondo.»


«Almeno il motivo di questo tuo gesto!»


Mei inarcò le sopracciglia, guardandola. Poi abbassò gli occhi e si morse il labbro.


«Credevo di avere un'amica e invece ho scoperto che la nostra intera amicizia era solo una bugia... Mi sono sentita... Mi sono sentita...»


«Basta così» tagliò corto Sakura, stringendo lo sguardo. «Su questo è evidente che non siamo affatto sulla stessa linea d'onda. Non ti do della pappamolle unicamente perché so che ti deprimeresti e basta.»


«Scusa.»


Sakura strinse i denti. Non sapeva proprio dove trovasse la forza di non riempirla di pugni in testa. «Sappi che non avrai la mia pietà. Sei rientrata con tuo cugino e il tuo sensei, giusto? Significa che sei stata consolata a sufficienza. Ora, quindi, è il momento di tirare fuori un po' di amor proprio.»


«Cioè?»


«Reagire veramente a questa situazione. Dimostrare che non sei solo una piagnucolona che subisce passivamente e che fugge alla prima avversità. Non lo hai fatto solo oggi, ma anche ieri con i tuoi amici, quando avresti dovuto gridare chiaro e tondo le tue ragioni» portò le mani ai fianchi e il suo sguardo si fece ancora più intenso. «Altrimenti dalla vita prenderai solo calci, e l'unica persona che potrai commiserare sarai te stessa.»


«Ed è proprio per questo che la gente continuerà ad approfittarsi di te» le aveva detto la sera prima Himawari, senza mezzi termini.


Mei abbassò il capo e si strinse le braccia al petto.


«Tu mi hai detto che uno dei tuoi sogni è diventare una professionista in questo sport, giusto?» riprese Sakura. «Ma ti sei guardata attorno?»


Mei la guardò con aria interrogativa. Sul volto della capitana c'era ora un'espressione di sdegno.


«Per noi ragazze non è facile e lo si nota già dai dettagli: le squadre femminili non hanno un manager e, anziché allenarci nell'istituto principale, ci è sempre stata assegnata la succursale, molto più piccola e di nicchia. I recruiter cercano i maschi per la maggiore; tutto ruota intorno al loro gioco, che tende a essere basato sulla potenza, mentre noi puntiamo più naturalmente alla difesa. Di conseguenza, loro fanno molto più spettacolo di noi. E ti sto parlando solo dei club scolastici! Sai questo che cosa vuol dire?» strinse lo sguardo e si chinò di qualche grado verso di lei. «Che noi dobbiamo lavorare sodo il doppio per farci notare e che se ci mostriamo timide e impacciate, quelli ci mangiano vive o, nel migliore dei casi, ci metteranno semplicemente nel dimenticatoio.»


Tornò dritta con la schiena.


«Quindi, quali che siano le tue fragilità – che tu voglia diventare una professionista nella pallavolo o nel campo del design, come tuo cugino –, non ti dico di sopprimerle, ma di non farti comandare da esse.»


Mei rimase del tutto esterrefatta da quelle parole così accalorate. Non aveva mai visto Sakura sotto quella luce.


«Ma tu... Tu dove hai imparato queste cose?» Del resto la capitana aveva solo un paio di anni più di lei, eppure aveva parlato come un'adulta.


Lo sguardo di Sakura si fece più cupo, al punto che distolse gli occhi. «È stata mia madre... Anche se credimi: se ci sono andata così morbida con te, non è certo merito suo.»


Si voltò e fece qualche passo in avanti, per poi fermarsi di nuovo, dandole le spalle.


«Il coach ti ha messo in punizione? Non puoi giocare domani?»


Mei ci pensò un attimo, poi scosse il capo. «Non mi ha detto nulla al riguardo, quindi credo di poter giocare.»


«Bene. Allora domani ti aspetto carica sul campo. Non voglio vedere la prestazione pietosa di oggi o giuro che non ti permetterò di stare nemmeno in panchina, ai tornei estivi.»


«Sì, capitano!» rispose la numero quattordici, drizzando la schiena e mettendosi quasi sull'attenti.


Sakura fece un cenno con la testa.


«Comunque, è stata Himawari a fare la spia» le disse infine Mei, a sorpresa. Sakura si voltò appena, mentre lo sguardo di Mei tremò. «Ma non ce l'ho con lei. Secondo me Takeshi l'ha costretta, anche se non lo vuole ammettere. Devo trovare il modo di difenderla.»


Sakura corrugò la fronte, diventando molto pensierosa al riguardo. Per il momento, però, non aggiunse altro.


🏐🏐🏐



Giorno 5.


Fuori dalle palestre il festival di Tanabata, indetto dal Fukurōdani Academy Group e che si sarebbe ufficialmente tenuto il giorno dopo, prendeva sempre più forma. Le lanterne erano già state posizionate e i vari stand venivano montati uno dopo l'altro. Erano state disposte anche diverse piante di bambù, pronte per accogliere i tanzaku che gli studenti avrebbero appeso per esprimere i propri desideri. Una fortissima emozione collettiva investì addetti e partecipanti in quell'atmosfera in fermento.


Kaori era al settimo cielo. Quel giorno sarebbe stato anche il suo diciottesimo compleanno e la prima cosa che fece, appena sveglia, fu tempestare Ennoshita di messaggi, stilando un elenco infinito di tutto ciò che desiderava.


Il telefono di Ennoshita iniziò a vibrare a ripetizione molto prima della sveglia ufficiale, svegliando di soprassalto lui, Kinoshita e Narita a causa di quella raffica di notifiche.


«Chikara, io la tua ragazza prima o poi l'ammazzo!» si lamentò Kinoshita, soffocando un ringhio sotto il cuscino.


«Non è la mia ragazza!» ribatté lui, al culmine dell'imbarazzo.


Per qualcun altro, invece, quel giorno aveva note ben più dolorose.


Il ritorno in palestra del Nekoma venne accolto dal Karasuno e dalle altre scuole con grande gioia. I Gatti vennero immediatamente circondati dai loro amici, tutti pronti a chiedere come stessero e se fossero carichi per affrontare quel penultimo giorno di allenamento.


«È vero che domani ci sarà anche Shimizu al festival?» chiese Yamamoto a Tanaka.


«Sì, me lo ha detto proprio questa mattina» confermò il numero cinque del Karasuno.


Lo sguardo di Yamamoto si fece improvvisamente truce. «Allora oggi combatteremo per stabilire chi attaccherà il desiderio insieme a lei!»


Tanaka assunse immediatamente la stessa espressione. «Credi davvero che sarai tu il suo Hikoboshi?»


«Beh, l'acqua pura nasce dalla montagna, non posso che essere io la sua anima gemella!»


«E allora sappi che il riso e l'acqua hanno da sempre un legame secolare!» rispose senza alcuna esitazione Tanaka. «Senza di essi non ci sarebbe alcun nutrimento!»


Scintille elettriche sembrarono scaturire dai corpi di entrambi i contendenti.


«Ma Shimizu non verrà accompagnata da Daichi, domani?» chiese a bassa voce Yamaguchi a Tsukishima, nascondendo la bocca con la mano.


«Lasciali sognare» rispose il centrale biondo.


(*Shimizu = acqua pura; Tanaka = in mezzo alla risaia; Yamamoto = base della montagna)


La prima sfida della giornata vedeva proprio il Nekoma e il Karasuno, e i ragazzi si disposero sul campo di gioco più carichi ed entusiasti che mai.


Chikara Ennoshita prese posto a fondo campo, facendo rimbalzare un paio di volte il pallone sul parquet prima di concentrarsi sulla linea di ricezione avversaria. Al suo fianco, la formazione titolare del Karasuno vedeva schierati Nishinoya, Sanzo, Tanaka, Hinata e Kageyama, tutti con lo sguardo fisso oltre la rete. Dall'altra parte del campo, il Nekoma rispose schierando una linea difensiva d'acciaio composta da Kenma, Yamamoto, Lev, Shibayama, Inuoka e Fukunaga.


L'arbitro portò il fischietto alla bocca e il capitano dei Corvi scagliò in aria il pallone, dando ufficialmente il via ad una nuova attesissima "Battaglia del Cassonetto".


La battuta di Ennoshita superò la rete con una traiettoria tesa, ma la difesa del Nekoma si fece trovare subito pronta. Shibayama scattò in avanti con tempismo perfetto, posizionandosi sotto il pallone e ammortizzando il colpo con un bagher impeccabile.


La palla si impennò morbida e precisa, diretta esattamente verso la zona di prima linea dove Kenma attendeva a braccia alzate. Con una ricezione così pulita, il palleggiatore dei Gatti ebbe tutto il tempo di studiare il posizionamento del muro del Karasuno, pronto a orchestrare il primo contrattacco della partita.


Kenma, però, conosceva lo schema dei suoi avversari e non concesse alcun punto di riferimento al muro del Karasuno: con un movimento impercettibile delle dita, scoccò un'alzata tesa e velocissima verso l'ala sinistra.


Ad avventarsi sul pallone fu Yamamoto che caricò il colpo con tutta la forza che aveva in corpo. L'asso del Nekoma saltò altissimo, incrociando lo sguardo di Tanaka sotto rete, e scaricò una schiacciata di pura potenza che impattò contro le mani protese del muro del Karasuno.


Il pallone, rallentato dal tocco passivo, rimbalzò alto sopra il parquet, dando inizio a un'azione difensiva concitata.


Nishinoya si fiondò sul pallone con un riflesso felino, esibendosi nel suo spettacolare ed esuberante "Rolling Thunder": intercettò la palla un istante prima che toccasse il pavimento e concluse l'azione con una capriola perfetta, rimettendola in gioco.


Il passaggio arrivò preciso nelle mani di Kageyama. Il palleggiatore non perse un decimo di secondo e stampò una delle sue celebri alzate millimetriche per Hinata.


Il dieci del Karasuno scattò in avanti, pronto a colpire con la solita velocità fulminea, ma proprio nel momento in cui staccò da terra per schiacciare, si ritrovò davanti l'imponente sbarramento di Lev, che aveva letto l'azione ed era saltato a rete con le braccia protese, sfruttando tutta la sua altezza.


Hinata non si lasciò prendere dal panico: con un riflesso fulmineo, ammorbidì il tocco all'ultimo istante, facendo scavalcare le lunghe braccia di Lev con un pallonetto d'astuzia. La palla superò il muro e scese rapidamente verso il centro del campo avversario, ma Shibayama si fiondò in tuffo con disperazione, riuscendo ad ammortizzare il colpo un millimetro prima che toccasse terra.


Il pallone si impennò nuovamente, tornando tra le mani di Kenma. Questa volta il palleggiatore non cambiò obiettivo: servì un'alzata tesa proprio al centro per Lev che saltò e scaricò una schiacciata violentissima. La traiettoria fu così angolata che la palla baciò l'estremo limite della linea laterale, rischiando per un soffio di finire fuori area, ma rimbalzò nel punto giusto regalando il primo punto al Nekoma.


«Fiuu per un pelo!» esclamò il centrale del Nekoma.


«Già, per un pelo!» rispose ironicamente il suo capitano.


Grazie a questo punto il Nekoma ottenne il cambio palla e procedette con la rotazione.


Kenma scalò in seconda linea e, come da strategia, lasciò momentaneamente il posto a Tamahiko Teshiro, che entrò in campo come pinch server. Il nuovo innesto si posizionò a fondo campo e, concentrato, fece partire una battuta dall'alto tesa e mirata, diretta verso la retroguardia avversaria.


La seconda linea del Karasuno rimase salda: uno dei ricettori si posizionò perfettamente sotto la traiettoria, eseguendo una ricezione solida che recapitò il pallone dritto nelle mani di Kageyama.


Fu questione di una frazione di secondo.


Il duo bislacco si attivò all'istante: Hinata scattò come una scheggia al centro della rete e Kageyama gli scagliò un'alzata fulminea con precisione millimetrica. Il dieci dei Corvi impattò la palla a mezz'aria, scaricandola violentemente nel rettangolo del Nekoma prima che il muro potesse persino comporsi, conquistando un nuovo punto e ristabilendo la parità.


Da quel momento la partita si trasformò in un flusso continuo di scambi mozzafiato, dove il tempo sembrò quasi dilatarsi. Sul parquet della palestra, i cuori di quei dodici ragazzi iniziarono a battere all'unisono, sincronizzati dallo stesso identico ritmo frenetico del pallone che volava alto. Erano dodici anime colme di passioni brucianti, atleti che si stimavano profondamente e che si consideravano avversari, ma mai nemici. Ognuno di loro era presente in quel dato istante con l'unico obiettivo di dare tutto se stesso, gettandosi su ogni pallone sporco e saltando oltre i propri limiti fisici. Non era più solo una partita di preparazione: era una dimostrazione di esistenza pura, un modo per urlare il proprio valore al mondo, ma soprattutto a sé stessi.


«Ma perché... Perché sto piangendo?» si disse Takeda, commosso, sollevando gli occhiali per asciugarsi le lacrime.


«Perché stiamo assistendo al futuro, professore» gli rispose Nekomata. «Esso sta scorrendo in questo istante, proprio davanti ai nostri occhi. E noi siamo i custodi di questo splendido avvenire.»


Anche il coach del Karasuno aveva i lucciconi.


«Se deciderà di continuare ad allenare, mi creda, collezionerà dei ricordi che le rimarranno impressi.» Davanti a sé stavano scorrendo immagini su immagini di tutti i ragazzi che negli anni aveva allenato. Da che erano timide matricole, a giocatori forti e coraggiosi. E se anche non tutti loro, al termine della scuola, avevano proseguito su quella strada... Nessuno... Nessuno avrebbe mai dimenticato quei giorni. «Ogni generazione è unica, ma la passione per la pallavolo, il senso di unione e di lealtà, quello è senza tempo ed io mi emoziono ogni volta, nel veder nascere questi sentimenti.»


«È per questo che ci seppellirà tutti, professore!» rise Ukai.


«Certo che vi seppellirò tutti, teppista biondo!» rispose a tono Nekomata, facendo fumo dal naso.


«Sono davvero felice» disse Takeda, sorridendo dolcemente. «Felice di essere qui e non vedo l'ora anche io di collezionare tutti questi bei ricordi.»


In quel momento, Kageyama ancora una volta passò la palla ad Hinata, il quale si alzò in volo per un'ennesima schiacciata formidabile. Ma Kenma rapidamente coordinò i suoi e Lev e Fukunaga saltarono per murare. Tutto questo avvenne, come se il tempo scorresse a rallentatore.


Sanzo, Muronaga e le nuove leve del Nekoma osservarono quella scena, rimanendo a bocca aperta dallo stupore, sperando che un giorno in cuor loro quantomeno di eguagliare i loro incredibili senpai.


«Comunque è vero» ammise Nekomata, mentre continuava a osservare gli scambi. «Voi del Karasuno quest'anno siete davvero i numeri uno.» 


In quel preciso istante, Tanaka schiacciò con forza, segnando il punto della vittoria definitiva contro il Nekoma.


«Sììì!» gridò il numero cinque, felice di aver firmato proprio lui quell'ennesimo trionfo contro gli acerrimi Gatti.


Kageyama, Hinata e gli altri compagni sul campo gli andarono incontro, sollevandolo di peso per festeggiare.


«Sono io Hikoboshi, hai capito, mio caro City Boy?! Sono iooo!» urlò Tanaka esultante, mentre gli amici lo lanciavano in aria.


Yamamoto divenne rosso come un oni e ne assunse persino le sembianze mostruose. Kenma, rassegnato, gli diede qualche pacca sulla schiena per consolarlo.


«Secondo te è un buon momento per dirgli che domani al festival starò con sua sorella?» sussurrò Lev all'orecchio di Yūki Shibayama, piegandosi verso il compagno.


«No, no! Tienitelo per te, o riverserà su di te la maledizione dello Shuten-dōji!» rispose il libero terrorizzato, agitando freneticamente una mano.


«Non potremmo, come penitenza, tornarcene nelle nostre stanze?» sospirò Tamahiko Teshiro, mentre si spostava di malavoglia verso la zona in cui fare i tuffi.


«Magari potremmo rompere un altro vas...» Shōhei Fukunaga non fece in tempo a completare la frase, perché in quel preciso istante l'aura furiosa di un altro mostro si scatenò su di loro: quella del loro allenatore, che aveva sentito ogni singola parola.


I due ragazzi ebbero il reale terrore che lo yōkai reincarnato li avrebbe uccisi lì su due piedi, solo per poi resuscitarli e trasformarli nelle sue marionette.


«Shōyō, fai tu la penitenza al posto mio?» chiese Kenma con tono lugubre, apparendogli alle spalle e aggrappandosi a esse. «Io non ne ho la minima voglia.»


Il dieci del Karasuno si voltò stupito. «Ma se ho vinto io!»


«Ma io sono stanco... Sii di supporto al tuo anziano senpai» gli disse Kenma, appoggiando la tempia sulla sua nuca mentre due buffe orecchie da gatto sembravano spuntargli tra i capelli.


«No! Prenditi le tue responsabilità!» rispose Hinata con il naso all'insù, assumendo anche con lui il ruolo di maestro. «E poi domani viene anche Kuroo, giusto? Riserva a lui queste moine» aggiunse, ridacchiando.


«Ma che idiota...» gli rispose Kenma, dandogli un finto pugno sulla spalla, senza imprimere alcuna forza, per poi allontanarsi leggermente arrossito ma con un lieve sorriso sul volto.


«Ragazzi, stiamo facendo passi da gigante» disse Ukai ai ragazzi dopo un po', radunandoli in un angolo appartato della palestra. «Continuiamo così e le prossime Interhigh saranno nostre!»


Sui volti dei ragazzi passò la stessa espressione entusiasta. Avevano fame di rivalsa, avevano fame di vittoria. I Corvi ormai sapevano di nuovo battere le ali e lo avrebbero dimostrato a tutti (in particolar modo a quel vecchietto lunatico che a volte tifava per loro, altre li criticava aspramente, ma non aveva mai mancato a una loro partita).


«Le altre scuole ci hanno potuto osservare molto bene in questi giorni» aggiunse Takeda, stringendo una cartelletta al petto e con un cipiglio che gli solcava la fronte. «Abbiamo fatto il loro gioco, accettando di partecipare a questo ritiro. Ma tutto questo è andato a nostro vantaggio. Tra tutti, in questi giorni, noi annoveriamo il più basso numero di penitenze e le azioni in area più incisive.»


«Ciò non vuol dire che ora dobbiate abbassare la guardia» aggiunse Ukai, stringendo appena lo sguardo e incidendo maggiormente le parole. «Anzi, proprio perché hanno visto di cosa siete capaci, sfrutteranno queste settimane di tempo per affinare le loro tecniche, chiudere le loro falle e rispondere a qualunque colpo.»


«E noi risponderemo a nostra volta» disse Kageyama sollevando il mento con fierezza, per poi guardare Hinata. 


Hinata contraccambiò lo sguardo fiero e i due si scambiarono un cenno d'intesa.


«Professore, coach Ukai, grazie per il vostro supporto» disse Ennoshita con la schiena dritta, facendosi avanti e emanando la sua solida aura di capitano. «Vi promettiamo che metteremo tutto noi stessi e onoreremo il nostro motto.»


Ukai e Takeda annuirono in segno di approvazione. Poi l'allenatore fece un paio di passi avanti a sua volta per poggiare una mano sulla spalla del capitano. «E mi raccomando: divertitevi fino all'ultimo.»


«Sì!» rispose in coro la squadra.

🏐🏐🏐

Gli stessi sentimenti di crescita e di vittoria erano condivisi anche dalla squadra femminile della Shiroi Chō, che non vedeva l'ora di dimostrare alle proprie avversarie quanto anche loro valessero. Appartenevano a un istituto competitivo, e questo veniva insegnato loro fin dai primi giorni tra quei banchi di scuola. Vittoria o niente: questo faceva sì che il loro gioco fosse sempre diretto, rapido e preciso.


L'allenatore Yun osservava e annotava tutto, per poi comunicare alle sue allieve cosa dovessero ancora affinare e come leggere gli schemi delle formazioni rivali.


La capitana coordinava le altre ragazze, consigliava loro a cosa prestare attenzione e faceva del proprio meglio per apparire come la solida colonna portante di cui le compagne avevano assoluto bisogno.


Tuttavia, all'interno del gruppo c'erano due crepe che si stavano lentamente ma inesorabilmente allargando: Akane e Sakura non erano più amiche. La prima non sopportava più il nuovo atteggiamento della capitana, soprattutto nei confronti di Mei, che sembrava ormai la sua nuova favorita. Lo stesso valeva per Himawari e Mei. Da quando la numero dieci aveva mostrato il suo vero volto, le due nemmeno si guardavano più in faccia, sebbene la quattordici lo facesse di nascosto, ancora convinta che l'altra fosse sotto il controllo del fidanzato. Di conseguenza, l'intesa tra l'alzata di Himawari e la schiacciata di Mei era andata scemando, svuotandosi di quella grinta che avrebbe dovuto guidare le due atlete.


A un certo punto Himawari, nel tentativo di fare muro, ricadde malamente e la caviglia le cedette. Si lasciò andare a un'esclamazione di stizza, sedendosi sul parquet mentre si portava le mani alla gamba dolorante.


«Stai bene?» le chiese Mei, andandole subito accanto, mossa dall'istinto.


«Stai lontana da me!» le rispose immediatamente l'altra, gelida.


Mei, con il cuore stretto in una morsa, fece un passo indietro, lasciando che fossero il coach Yun e un'altra compagna a prendersi cura di lei.

Per evitare che la caviglia si gonfiasse e compromettesse anche l'ultimo giorno, Himawari venne messa in panchina per il resto della giornata.

Mei, memore delle parole di Sakura della sera precedente, impose a se stessa di non cedere alle emozioni. Decise di mettere da parte la sofferenza che provava per dedicarsi con ogni energia al supporto delle compagne durante i match: eseguì delle ottime alzate, attaccò con decisione ogni pallone a seconda di come si sentisse più sicura, cercò di controllare al meglio i suoi bagher e di rimanere concentrata sull'obiettivo. Il sudore le colava dalle tempie, impregnando la sua divisa, che iniziava ad odorare di sudore, ma per lei quella fatica non era una vergogna; era, al contrario, la dimostrazione tangibile che ci stava mettendo tutta se stessa per essere una vera risorsa per la squadra.


E così, focalizzata sulla palla e nel sostenere il gruppo, non si accorse che Himawari la stava guardando di sottecchi, con una flebile e inedita luce negli occhi.



Avendo finito prima i propri allenamenti, questa volta fu la squadra maschile della Shiroi Chō ad andare a trovare le compagne, per fare il tifo per loro.


Akane si voltò verso il gruppo di ragazzi che si era avvicinato alla panchina, proprio nel momento in cui Takeshi aveva poggiato sul proprio ginocchio la caviglia di Himawari per farle un massaggio. Il suo sguardo si accese di una profonda gelosia, soffermandosi soprattutto su quelle fasce bianche che entrambi portavano in testa da quando si erano messi insieme.

Takeshi era suo e, anche se era stata proprio lei a lasciarlo l'estate prima, non sopportava che una primina smorfiosa glielo avesse portato via.


«Come puoi esserti messo con quella?!» gli aveva urlato a ricreazione, sul tetto della scuola, quando aveva scoperto la loro relazione. «La conosci appena, è appena entrata nel nostro istituto!»


«Mi conosci. Sono un tipo deciso e le persone le riconosco a pelle» aveva risposto lui, senza battere ciglio. «Himawari sembra un tipo tranquillo, ma in realtà è risoluta. Ha degli obiettivi saldi per i quali è disposta a fare tutto il necessario pur di raggiungerli. Tu, invece, umili gli altri non per guardare al futuro, ma solo per un effimero piacere personale. E l'avermi lasciato, dandomi modo di vedere chiaramente la differenza tra le due cose, è l'unica cosa di cui ti ringrazio.»


«Quindi quella fascia in testa che ora porti...»


«È un pegno della mia fedeltà alla persona che amo.»


In quel momento il vento aveva soffiato forte sulla terrazza, agitando i lunghi capelli mori della ragazza e le ciocche ribelli del ragazzo, i cui occhi la fissavano con assoluta freddezza, ma anche con una determinazione autentica.


Terminata l'ennesima partita in cui per questa volta si erano risparmiate la penitenza, l'allenatore Yun si avvicinò a Sakura, seduta su una sedia a bere da una borraccia viola.


«Le tue prestazioni sono ulteriormente migliorate» le disse, sollevando alcuni fogli dalla cartelletta. «Quegli allenamenti extra fuori scuola che ti sei imposta stanno dando i loro frutti.»


«Sì, ma ancora mi sembra che la portata del mio braccio non sia al suo massimo.»


«Con l'esperienza migliorerai anche quello e raggiungerai il calibro di tua madre.»


Sakura si rabbuiò all'istante, senza dire nulla.


«Mi sembra ieri quando lei era esattamente al tuo posto» aggiunse l'allenatore, con lo sguardo perso nei ricordi. «Già allora avevo capito il suo enorme potenziale, e tu hai ereditato davvero tanto da lei.»


Si soffermò a guardare il numero dodici stampato sulla maglia della giocatrice.


«Sì, ma tutto il suo potenziale non l'ha comunque salvata» rispose con stizza la giovane, per poi scattare in piedi e andarsene altrove.

🏐🏐🏐

Quella sera stessa la squadra maschile e la femminile della Shiroi Chō, insieme ai loro insegnanti, sarebbero andati fuori a cena, così da augurarsi buona fortuna a vicenda in vista del prossimo torneo. E fu proprio in quel frangente, mentre tutti si stavano radunando davanti all'albergo delle ragazze, che Akane ne approfittò per tornare di soppiatto nella hall. Con la scusa di aver dimenticato un oggetto in camera, la giovane chiese alla reception di poter avere la chiave della stanza.


Subito dopo salì rapidamente le scale ma, invece di girare a destra, andò a sinistra. Camminò fino a raggiungere la camera corrispondente e, quando entrò, si ritrovò in un ambiente raccolto, con due letti singoli posti sui lati opposti.


Guardò prima nella valigia di destra, ma trovò una divisa con sopra stampato il numero quattordici; controllò quindi quella di sinistra e, dal ritrovamento della maglia numero dieci, ebbe la conferma che si trattasse del bagaglio di Himawari. Sollevò qualche indumento, finché non estrasse un pezzo preciso: uno yukata bianco con sopra stampati dei grandi girasoli. 


Sorrise maleficamente, mentre tirava fuori dalla tasca un paio di forbici.




Le immagini presenti in questa storia sono generate tramite strumenti di intelligenza artificiale e hanno esclusivamente finalità illustrative. Non rappresentano materiale ufficiale e non sono destinate a diffusione o utilizzo al di fuori di questo contesto.

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