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Quando Mei si era ritrovata investita da quegli sguardi delusi, aveva sentito come se il mondo le cedesse sotto i piedi. Lei non aveva fatto nulla di male, eppure per il Karasuno ora era solo una traditrice o, comunque, una persona del tutto inaffidabile.
Non aveva fatto la spia alla squadra maschile della propria scuola, non ne aveva alcun motivo e non lo avrebbe mai fatto. Non aveva rivelato a nessuno i loro segreti... o forse sì. Una persona in realtà c'era, ma le aveva parlato solo perché assolutamente sicura di potersi confidare, con l'unico scopo di migliorarsi a vicenda e non certo per rivoltare quelle informazioni contro i suoi stessi amici.
«Hima» disse con tono cupo Mei, non appena rientrò nella loro camera. «Hai raccontato al tuo fidanzato quello che ti ho detto l'altra sera?»
Himawari non sollevò nemmeno lo sguardo, totalmente concentrata a digitare un messaggio sul cellulare. «Sì, l'ho fatto.»
Mei strinse i pugni, furiosa. «Perché?! Sapevi benissimo che quello che ti avevo confidato sarebbe dovuto rimanere soltanto tra noi due!»
«Non pensavo che glielo andasse a dire.»
«Non mentirmi!» sbottò la numero quattordici. «Per quale motivo lo hai fatto? Noi siamo amiche!»
A quel punto, Himawari sollevò pigramente lo sguardo verso di lei, restando del tutto impassibile di fronte al fatto che Mei stesse piangendo. «No, non lo siamo.»
Questo fu l'ennesimo colpo per Mei, che si sentì ancora più smarrita. Barcollò all'indietro, finché non fu costretta a cercare il materasso per potersi sedere.
«Ma come... e tutti questi giorni passati insieme? I pranzi, gli allenamenti, i consigli di bellezza...»
«Serviva solo per avvicinarmi a te e farti sputare il rospo su ciò che mi serviva. Non ti è mai venuto il minimo dubbio sul perché, dall'oggi al domani, io avessi stretto così tanto con te?»
Lo sguardo di Mei tremò, colmo di lacrime. «Ma io pensavo... credevo fosse perché ora sto migliorando a pallavolo...»
«In quale mondo di favole vivi, Mei? Secondo te, mi importa qualcosa dei tuoi progressi? Sei davvero di un'ingenua imbarazzante.»
«Imbarazzante» ripeté Mei. Sì, era esattamente così che si sentiva.
Prese il cuscino del letto e se lo strinse forte al petto, mentre lacrime calde e pesanti le rigavano le guance senza sosta.
«Perché lo hai fatto?! Io avevo finalmente degli amici e ora mi odiano. Il sensei mi odia. Nishinoya mi odia!»
«Begli amici, se ti hanno mollato al primo sospetto. Quelli hanno solo la pallavolo in testa, sono dei fissati.»
«Non ti permettere di parlare così di loro!» ringhiò Mei. «Tu non li conosci affatto!»
«Eppure intanto sei qui a piangere da sola.»
«Io sto piangendo per colpa tua!»
Il cuore di Mei perse un battito nel vedere come Himawari rimanesse del tutto impassibile. Poi, come un fulmine a ciel sereno, le parole che Sakura aveva pronunciato la mattina precedente le ritornarono in mente. A quel punto scattò in piedi, con aria improvvisamente apprensiva.
«Ti ha minacciata? Ti ha costretta a farlo?»
Himawari sollevò il mento, inarcando un sopracciglio. «Chi? Di che cosa stai parlando?»
«Il tuo fidanzato! Ti maltratta, vero?! Ti ha costretta a fare da spia... L'altro giorno credevo di aver visto male, ma alla luce di questi fatti non ho più dubbi: ti ha fatto del male, vero? Avevi il polso tutto arrossato!»
Himawari strinse i denti, spingendosi leggermente indietro con la schiena. «Ma che dici? Lui non mi torcerebbe mai un capello, noi ci amiamo.»
Mei allora la afferrò per le spalle di getto, scuotendola. «Non devi avere paura, Hima! Diciamolo immediatamente al professore!»
Himawari la scacciò malamente, liberandosi dalla presa. «La vuoi smettere?!»
Mei fece un passo indietro con il respiro irregolare e lo sguardo completamente esterrefatto.
«Lui non mi ha fatto proprio niente» proseguì la numero dieci della Shiroi Chō. «Mi ha semplicemente chiesto di carpire tutte le informazioni possibili, visto che tu eri vicina ai favoriti di quest'anno, e io l'ho aiutato volentieri. Non mi ha costretta in alcun modo.»
«Ma allora il polso...?»
«Mi sono fatta male per un altro motivo, ma non è affatto ciò che credi tu. Kenji sarà anche uno dalla voce grossa a cui piace capeggiare, ma con me è sempre gentile. Se qualcuno provasse a minacciarmi, al contrario, si trasformerebbe in una belva.»
Mei strinse di nuovo i pugni, irrigidendo la schiena per lo sdegno. «E tu, solo per compiacere lui, mi hai tradita?»
«Non mi sento affatto in colpa per questo» rispose Himawari.
Mei era piegata in due dal dolore e scossa dai singhiozzi. «Ti credevo mia amica...»
«Io non ti ho mai considerata tale. Mai.»
Mei sollevò il capo, completamente incredula. «Come... mai?»
Himawari decise di non nascondersi più, mostrando finalmente il suo vero volto: una maschera carica di risentimento. «Mi hanno sempre costretta a frequentarti, e tu mi sei sempre ronzata attorno come una mosca fastidiosa.»
«Quindi i pomeriggi passati insieme a fare i compiti? Le merende...?»
Himawari fece una smorfia di puro disgusto. «A scuola sei sempre andata bene, e mia madre non perdeva occasione per farmi notare come il mio rendimento fosse insufficiente rispetto al tuo. Se io prendevo sette, tu prendevi otto. Se io prendevo otto, tu prendevi nove. Così, per soddisfare le pretese della mia famiglia, sono stata costretta a uscire con te, solo per cercare di copiare il tuo metodo di studio e diventare finalmente degna delle aspettative dei miei genitori» strinse i denti, gli occhi ridotti a due fessure. «La verità è che non ti ho mai sopportata. Anche adesso ragioni con un cervello da bambina. Scommetto che quando pensi a quel libero del Karasuno che ti piace tanto, il massimo che riesci a sognare è lui su un cavallo bianco che ti fa il baciamano.»
Mei rimase in silenzio, incapace di trovare le parole. Quella confessione era stata persino peggiore di uno schiaffo in pieno viso. Tutte le sue certezze crollarono all'istante.
Nascose lo sguardo dietro la frangetta.
«Visto che mi conosci da anni, sai bene che non ho chissà quale metodo segreto, se non quello di bruciarmi le diottrie sui libri» disse Mei con un filo di voce. «Anche adesso che torno stanca dagli allenamenti, alla fine mi metto a studiare solo per soddisfare le aspettative di mia madre. Quando sono partita per questo ritiro, anziché augurarmi di fare delle belle esperienze, si è limitata a dirmi: "Non perdere tempo e studia".»
Questa volta fu Himawari a restare in silenzio, così Mei proseguì.
«E forse sì, io non sarò sveglia come te. Sei sempre stata molto più matura e pragmatica, e io questo l'ho sempre ammirato. Ma anche se non mi sento ancora pronta ad affrontare certi argomenti, chi sei tu per giudicarmi? Come puoi darmi della bambina solo perché scelgo di cercare il buono nelle persone?»
Himawari scosse il capo. «Ed è proprio per questo che la gente continuerà ad approfittarsi di te.»
Un'aria pesante riempì l'intera stanza. Mei fissò a lungo Himawari che, all'ennesima notifica ricevuta sul cellulare, preferì ignorarla per tornare a concentrarsi sullo schermo. A quel punto, la numero quattordici non seppe davvero più cosa dire. In silenzio si tolse i vestiti del giorno e si infilò il pigiama. Recuperò poi il libro di storia e cercò di riversare tutte le proprie energie sullo studio.
🏐🏐🏐
Giorno 4.
Quell'anno il ritiro pareva essere nato proprio sotto una cattiva stella. Il presunto tradimento di Mei, infatti, non era l'unica cosa che aveva sconvolto il Karasuno.
Il giorno successivo, la squadra avrebbe dovuto sfidare nuovamente il Nekoma, ma quella mattina i loro avversari non si presentarono in palestra. La squadra era in punizione.
La diatriba con la Shiroi Chō, iniziata sul campo da gioco, era proseguita fino all'albergo in cui alloggiavano entrambe le formazioni. A quanto si era capito, uno dei giocatori delle Farfalle aveva fatto un commento triviale nei confronti della sorella di Lev. Quest'ultimo aveva reagito in modo acceso, e da una discussione verbale era esplosa una vera e propria rissa.
I tafferugli avevano causato il danneggiamento di alcuni arredi dell'hotel, oltre a disturbare gli altri ospiti. Poiché era stato il Nekoma ad attaccare per primo, la direzione del ritiro aveva imposto una punizione esemplare: oltre alla sanzione formale che aveva colpito entrambi i club, ai Gatti era stato vietato l'accesso alle palestre per l'intera giornata. Come se non bastasse, i responsabili stavano valutando se interrompere definitivamente il loro ritiro e infliggere una penalità in vista del torneo estivo.
La giornata quindi trascorse senza troppo entusiasmo, semplicemente facendo ciò che riusciva meglio a ognuno di loro. Tuttavia, i Corvi proprio non ce la facevano a trovare la giusta concentrazione, sapendo che i loro amici erano confinati nelle proprie stanze a rimuginare sull'accaduto.
«Professore, possiamo andare a trovarli?» chiese Hinata, al termine di una partita contro il Johzenji.
«Quando? Adesso? Non potete sempre andarvene in giro come vi pare» rispose Takeda, leggermente accigliato. «Specialmente ora che la direzione, a causa di questo grave episodio, ha preteso un controllo ancora più rigoroso da parte di noi insegnanti.»
Hinata contrasse le sopracciglia, stringendo i pugni. «Ma hanno bisogno di noi! Kenma è un mio amico, sarà sotto un treno!»
«Dovevano pensarci prima di agire in quel modo. Vi avevo avvertiti che non era il caso di provocare quella squadra, che adesso passerà persino dalla parte della vittima.»
«Però il fatto che uno di quelli abbia insultato la sorella di Lev non conta niente?!» sbottò Tanaka, furioso.
«Anche se un comportamento è inopportuno, lo si riferisce al proprio responsabile, che avrebbe poi agito di conseguenza» spiegò Takeda con fermezza. «Non ci si fa giustizia da soli e infatti, alla fine, la situazione si è rivoltata contro di loro.»
I ragazzi assunsero un'espressione torva, stringendosi nelle spalle.
«So che la considerate un'ingiustizia, ma dovete capire che la violenza non è mai la soluzione» proseguì il professore, addolcendo il tono. «State crescendo e state vivendo esperienze che vi segneranno. Cogliete questo episodio e traetene un insegnamento prezioso. Vi servirà per il vostro futuro come adulti, credetemi.»
Tuttavia, pur comprendendo il punto di vista del professore, il desiderio di rimanere accanto ai propri amici non si attenuò. Quel giorno i Corvi giocarono anche per loro, nella speranza che l'indomani li avrebbero rivisti in palestra, pronti a scendere in campo nel pieno delle energie.
Fu verso la seconda metà della giornata che Hinata, durante la pausa tra una partita e l'altra, trovò una sorpresa camminando sotto i portici. Girando l'angolo, scorse Kenma seduto su un muretto al centro del cortile, completamente immerso in un gioco sulla sua console portatile.
«Ehi! Vi hanno lasciato andare, finalmente?» chiese il dieci del Karasuno, andandogli incontro tutto trafelato.
Kenma lo guardò e accennò un sorriso, senza troppa enfasi. «No, macché. Siamo ancora in prigione senza passare dal via.»
Hinata si sedette accanto a lui sul cemento.
«Il coach è tornato a parlare con la direzione per cercare di convincerli almeno a non penalizzarci ai tornei. Alla fine nessuno si è fatto male sul serio, se escludiamo un paio di vasi della hall.»
«Davvero? Non vi siete fatti niente?» domandò per sicurezza Hinata, studiandogli attentamente il viso alla ricerca di qualche segno o ferita.
Kenma rise piano. «No, neanche un graffio... Forse spunterà fuori qualche livido nei prossimi giorni, ma niente di che.»
Il cinguettio degli uccelli, il rumore del traffico in lontananza e gli effetti sonori della console riempirono quel momentaneo silenzio.
«Immagino che i lividi più grandi ve li abbia lasciati il professor Nekomata. Quanti giri di campo vi ha assegnato stavolta?» chiese Hinata, ridacchiando. Subito dopo, però, assunse un'espressione grave quando, in tutta risposta, a Kenma sfuggì un singhiozzo strozzato.
Immediatamente Hinata gli passò un braccio dietro le spalle, stringendolo a sé. «Ehi, che c'è? Parlami.»
«Perdonami, Shōyō, non volevo piangerti addosso.»
«Sta' tranquillo! Potrai sempre piangere sulla mia spalla! Tu mi sei stato di grande conforto l'altro giorno, lascia che ricambi» lo rassicurò Hinata.
Kenma gli sorrise grato, sebbene i suoi occhi apparissero scavati dal dolore.
«Sai, penso che rinuncerò al mio ruolo. Non credo di essere tagliato per questo.»
«Vuoi rinunciare alla fascia da capitano?!»
Kenma si limitò ad annuire, affranto.
«Non farlo! Cosa direbbe Kuroo se lo sapesse?»
Il palleggiatore si strinse nelle spalle. «Andrebbe su tutte le furie.»
«E farebbe bene, perché lo sono anch'io!» rispose Hinata con assoluta fermezza.
Kenma abbassò lo sguardo e mise in pausa il videogioco; non aveva più la concentrazione per poter continuare.
«Avrei dovuto gestire la mia squadra in maniera più matura, e invece ho permesso persino a me stesso di perdere il controllo.»
«Quelli della Shiroi Chō sono solo dei bastardi.»
«È così... Ma abbiamo permesso loro di trascinarci nel loro gioco. Io l'ho permesso» constatò Kenma, stringendo lo sguardo su un punto impreciso del terreno ghiaioso. «E il professor Nekomata si è persino sentito male per lo stress. Lo abbiamo deluso profondamente.»
«Davvero?!» domandò Hinata, sgranando gli occhi per lo shock.
Kenma si coprì il volto con le mani. In quel momento, i ricordi della sera precedente riaffiorarono cristallini e dolorosi nella sua mente.
🏐🏐🏐
La sera prima.
Era passata circa un'ora dallo spiacevole fatto che aveva coinvolto i due club maschili. Tutti i giocatori erano stati confinati nelle proprie stanze con l'assoluto divieto di uscire, ma dato che di lì a poco si sarebbero riuniti gli insegnanti per discutere dell'accaduto, Kenma proprio non ce la fece a starsene lì fermo. Si appostò dietro la porta della sala riunioni, teso ad ascoltare ciò che si sarebbero detti.
Chiaramente, la discussione più accesa fu quella tra Nekomata e Haruno. L'anziano allenatore accusò il collega di gestire un gruppo che, fin da subito, si era dimostrato ostile nei confronti degli altri. Haruno, dal canto suo, sostenne con fermezza che fare amicizia con gli avversari non fosse un obbligo: se i suoi atleti preferivano concentrarsi sull'obiettivo anziché fraternizzare, nessuna legge lo vietava.
Haruno poi ripartì alla carica, facendo presente che non erano stati i suoi ragazzi ad alzare le mani per primi.
Takeda allora intervenne, ricordandogli che comunque l'intera faccenda era nata da un atteggiamento sbagliato di uno dei suoi.
«Sono adolescenti, sparano idiozie tutto il giorno, o mi volete far credere che i vostri dicano solo cose corrette e socialmente accettabili?» rispose lui. «Ho già provveduto a strigliarli al riguardo e a fargli capire che certe frasi non si dicono neanche per scherzo. Se gli alunni del Nekoma avessero optato per una protesta formale anziché scegliere di menar le mani, tutto si sarebbe risolto senza alcuna sanzione e senza che il Nekoma subisse questo danno d'immagine.»
A quel punto, Nekomata accusò un improvviso malore e si accasciò, venendo prontamente sorretto da Ukai e Murphy, che intervennero per farlo sedere su una sedia. Takeda riempì subito un bicchiere d'acqua e glielo porse.
La mano dell'anziano allenatore tremò mentre si portava il vetro alle labbra. «Io credo... che dopo questa stagione mi ritirerò» disse, passandosi una mano tra i capelli grigi.
«Ma coach, lei è una forza della natura, i ragazzi contano su di lei!» esclamò Ukai.
Nekomata scosse il capo con forza. «Ho fatto il mio tempo. Le generazioni sono cambiate. Trent'anni fa i giovani erano più disciplinati, ora sembrano animali fuggiti dalle gabbie. Io non ce la faccio più a stargli appresso.»
«Deve fare ciò che si sente» replicò Haruno, rimanendo fermo sulla sua posizione. «Mi creda, svolgo questo mestiere da anni e so cosa significa gestire ogni volta elementi nuovi nel pieno della pubertà. Sono bombe a orologeria.»
«Io invece credo che lei sia solo stanco» intervenne Takeda. «È vero, gestire degli adolescenti non è facile, e persino io che ho appena trent'anni ne riconosco le difficoltà... Ma mi creda: il suo Nekoma è composto da bravissimi elementi. Se lei li mollasse adesso, ne rimarrebbero sconvolti.»
«E allora perché mi hanno deluso a quel modo?!» sbottò Nekomata, in un doloroso momento di sfogo.
Dall'altra parte della porta, Kenma si rannicchiò su se stesso con la schiena contro il legno, portandosi le mani alle orecchie.
«È vero, quando c'era Kuroo lui li sapeva tenere in riga. Credevo che, essendo il suo migliore amico, Kozume riuscisse ad adempiere allo stesso dovere... Ma forse ho fatto un errore di valutazione.»
A quel punto, Kenma dovette portarsi una mano alla bocca per soffocare tutta la rabbia e la tristezza che lo stavano sopraffacendo. Corse via verso la sua stanza e rimase nascosto sotto le coperte per il resto della notte.
🏐🏐🏐
Hinata, al termine del racconto, lo fissò con profondo dispiacere. Kenma era veramente a pezzi.
«Non preoccuparti... Il professore... Il professor Nekomata non lo pensava veramente. Tu sei un tipo intelligente e versatile. Scommetto che nessuno dei tuoi compagni si è mai lamentato della tua nomina quando sei diventato capitano!»
Kenma strinse lo sguardo, tormentandosi le mani. «Allora perché non mi sono frapposto? Perché ho permesso che tutto questo accadesse?»
«Perché non siamo degli eroi, Kenma! Siamo solo dei ragazzi e non sempre si è in grado di pensare lucidamente. Sono sicuro che anche gli altri si siano pentiti di ciò che hanno fatto, e nessuno te ne dà la colpa.»

Kenma sorrise amaramente. «Pensare che, invece, nei miei videogiochi non sbaglio mai nulla. E se succede, posso sempre ricominciare daccapo.»
«Allora lascia che ti ricordi ciò che tu stesso mi hai detto: siamo nel mondo reale. Non c'è alcuna stazione di salvataggio, e nella vita faremo delle sciocchezze, così come faremo tante cose buone. Il prof. Takeda ce lo ripete sempre» rispose Hinata, fermo nelle proprie convinzioni mentre cercava lo sguardo dell'amico. «Non ti dico di correre a scusarti con loro, ma accetta il fatto che le cose brutte possano accadere e impara qualcosa da questa esperienza. La prossima volta, ne sono certo, farai la scelta giusta.»
Kenma ci riflettè su, prendendosi tutto il tempo necessario. Poi la linea delle sue labbra si ammorbidì in un sorriso più dolce.
«Sai Shōyō, te lo devo proprio confessare... Tu mi piaci davvero tanto.»
I caldi raggi estivi, catturarono il suo sguardo luminoso.
Hinata si irrigidì all'istante, diventando rosso Nekoma.
Kenma avvampò a sua volta e si voltò verso di lui, visibilmente allarmato. «Ma non in quel senso, scemo!» Poi tornò a fissare il terreno e il suo sguardo si fece più profondo, quasi commosso. «Mi piaci come persona. Per la tua spontaneità e per la tua incredibile forza di rialzarti nonostante le difficoltà, nonostante gli ostacoli.»
«Fidati, se mi avessi visto ieri sera non lo penseresti affatto» rispose Hinata, ripensando al momento di totale sconforto che lo aveva travolto.
«Poi, però, ti sei ripreso, no?»
«Kōtarō ha saputo trovare le parole giuste.» confermò Hinata, annuendo.
Kenma allargò il sorriso. «E ora le hai trovate anche tu... E questo mi fa ben sperare. Avere degli amici veri ti salva: dal mondo e da se stessi.»
In quel momento, Nekomata avanzò lungo il selciato per andare incontro ai due studenti. Un profondo cipiglio gli solcava lo spazio tra le sopracciglia, ma non sembrava emanare un'aura minacciosa.
«Kozume, si è risolto tutto. Non ci sarà alcuna penalità. È bastato il risarcimento dei danni all'hotel e le scuse formali a nome della scuola.»
Kenma e Hinata si guardarono, tirando un enorme un sospiro di sollievo.
«Tuttavia, spero che questo sia l'ultimo atto increscioso. Altrimenti, non solo vi riporto tutti a casa, ma vi farò correre venti giri di campo tutti i giorni finché campo, persino dopo che vi sarete diplomati!» sentenziò l'anziano allenatore.
Il capitano del Nekoma, a quelle parole, si esibì all'improvviso in un solenne inchino di fronte al proprio coach. «A nome di tutta la squadra, io, Kenma Kozume, desidero scusarmi profondamente con lei, professore. Ho mancato ai miei doveri e si è verificato un episodio che ha rischiato di macchiare il nome del nostro istituto. Se mi vorrà ancora alla guida del gruppo, le prometto che una cosa del genere non si ripeterà mai più.»
Nekomata lo fissò, sgranando gli occhi e rimanendo a bocca aperta. Era forse la prima volta che Kenma Kozume mostrava una tale maturità e una simile assunzione di responsabilità.
In risposta, l'allenatore gli posò una mano sulla spalla per invitarlo a risollevarsi, così da poterlo guardare dritto negli occhi. «So che sei ancora molto giovane, non hai nemmeno compiuto diciotto anni. Ma sei al terzo anno e tra meno di un anno prenderai il diploma. Ciò significa essere gettati in pasto agli squali, ma anche venire sommersi da un mucchio di doveri. Lì fuori non sarai che un numero, e nessuno starà a guardare se quel giorno eri stanco o meno. Se sulla tua scheda ci sarà un merito o una macchia, solo quello conterà. Io desidero per te, così come per tutti i tuoi compagni, che usciate da qui pronti e con il migliore biglietto da visita possibile. Non voglio che rischiate di passare per dei teppisti, ma per i giovani intelligenti e straordinari che so che siete.»
Lo sguardo di Kenma tremò. Fissò gli occhi del suo insegnante, profondi e carichi di esperienza. Allora non lo odiava affatto per le sue mancanze: era semplicemente preoccupato per il loro futuro.
Ancora una volta, con un gesto deciso, gli porse un profondo inchino.
Ora che tutto era stato risolto, Nekomata e Kenma poterono tornare all'albergo. Comunque, per quella giornata, la punizione restava valida e non avrebbero partecipato agli allenamenti.
Kenma confidò a Hinata che, dopotutto, quella prigione forzata non fosse poi così male. Potevano starsene in stanza con l'aria condizionata, a guardare la televisione e a giocare al cellulare; tutto sommato, era come concedersi una piccola vacanza.
Hinata sorrise, felice di vedere che il suo amico non solo si fosse ripreso, ma che stesse addirittura traendo il meglio da quella situazione.
«Quella tua amica, Mei, è stata proprio fortunata a incontrarti» disse infine Kenma, intrattenendosi un ultimo minuto con lui. «Se con poche parole sei riuscito a sollevare il morale a me, immagino il lavoro straordinario che tu stia facendo con lei.»
A quel complimento Hinata si rabbuiò. Davanti allo sguardo stupito di Kenma, raccontò rapidamente al palleggiatore ciò che era accaduto la sera precedente. Al termine del racconto, il capitano del Nekoma lo guardò accigliato.
«Beh, io non la conosco bene, so solo che è la cugina di Azumane. Ma se hanno lo stesso sangue, mi rifiuto di credere che sia una cattiva persona.»
Hinata contrasse le sopracciglia, stringendo i pugni. «Non lo è... Ma si è confidata con la persona sbagliata, questo è sicuro. Non ci avrebbe mai traditi di sua spontanea volontà.»
«Ci hai parlato, almeno?»
«Ieri ero troppo stanco e arrabbiato, e stamattina, con quello che è successo a voi, ho avuto la testa altrove. Si era affacciata alla palestra, ma poi è corsa via quando Nishinoya l'ha rimproverata.»
Kenma scosse il capo. «Allora chiamala stasera. Parlaci e ascolta la sua versione dei fatti. Sicuramente anche lei si sentirà in colpa, e la voce del suo "sensei" non potrà che rincuorarla.»
Hinata rimase per un istante in silenzio, poi annuì convinto. «Hai ragione. Non è giusto prendersela con lei. Alla fine ci siamo anche rivalsi.»
Kenma sorrise e ricambiò il cenno. «Allora vedrai che tutto si risolverà, anche con lei.» Fece qualche passo per andarsene e sollevò la mano in un gesto di saluto. «Il nostro ultimo confronto prima del torneo sarà domani. Ti voglio bello carico, e poi domenica festeggeremo al festival con una bella mela caramellata. Ci stai?»
«Ci sto!» rispose il dieci del Karasuno, ricambiando il saluto.
Quando Kenma girò l'angolo, Hinata si sentì decisamente più leggero. Era vero: continuare a essere arrabbiati con Mei non era affatto giusto. Proprio come era stato comprensivo con Kenma, doveva esserlo anche con lei.
«Non abbandonarmi.»
Improvvisamente, le parole che Mei gli aveva rivolto al telefono l'altra sera riaffiorarono nella sua testa, limpide e improvvise. Il suo sguardo si fece profondo e colmo di determinazione. Aveva preso un impegno solenne con quella ragazza e no, non l'avrebbe abbandonata.
🏐🏐🏐
Il pomeriggio continuò a trascorrere tranquillamente. Persino la squadra maschile della Shiroi Chō, quel giorno, si mostrò insolitamente docile: segno evidente che il coach Haruno aveva fatto loro una sonora lavata di capo per il comportamento della sera precedente.
Il Karasuno, come ultima partita della giornata, se la stava vedendo con la Inarizaki. I fratelli Miya, nonostante la loro aria perennemente annoiata, stavano dando parecchio filo da torcere ai Corvi.
Atsumu Miya alzò per il gemello Osamu, che scaricò una schiacciata impeccabile. Ennoshita, tuttavia, riuscì a intercettare il pallone in ricezione e lo indirizzò a Kageyama, che a sua volta lo alzò per Tsukishima.
Dalla panchina, Hinata e gli altri ragazzi rimasti fuori sostenevano a gran voce i compagni in campo, in attesa del proprio turno di gioco.
Improvvisamente, le porte della palestra si spalancarono di colpo. Una figura alta e slanciata, dai lunghi capelli castani, sfrecciò come un fulmine proprio verso i giocatori del Karasuno seduti a bordo campo.
Hinata, colto del tutto alla sprovvista, si sentì sollevare di peso per il colletto. Si ritrovò a pochi centimetri di distanza lo sguardo acceso, furioso e preoccupato della capitana della Shiroi Chō.
«Tappetto! Dimmi che Mei è venuta qui!»
Hinata la fissò del tutto stupito, incapace di afferrare immediatamente il senso delle parole di Sakura.
«Mei è sparita» ringhiò la ragazza, stringendo la presa. «Non la troviamo più da nessuna parte!»
In quel preciso istante, il gelo più assoluto calò sui presenti in palestra.
«Ma come, sparita?!» esclamò il professor Takeda, scattando in piedi preoccupato. «Quando e come è successo?»
Sakura mollò Hinata e si voltò verso l'insegnante. «Circa un paio di ore fa. Stavamo giocando normalmente... O meglio, a differenza degli altri giorni, lei era del tutto priva di spirito combattivo. Sembrava essere tornata a quando aveva appena iniziato: non ne azzeccava più una.»
«E voi ve la siete presa di nuovo con lei?!» sbottò Hinata, balzando in piedi a sua volta, paonazzo.
«No» rispose con fermezza Sakura, gli occhi ridotti a due fessure. «O meglio, Akane ci ha provato, ma l'ho zittita immediatamente. Nonostante questo, Mei era devastata. E non certo per la sua prestazione in campo.»
Sakura fissò il dieci del Karasuno per un lungo, pesante istante. Sotto quel peso, Hinata comprese ogni cosa. Abbassò il capo, completamente sopraffatto dai sensi di colpa.
«Chi è Mei?» si domandò Osamu.
«L'allieva di Hinata, l'abbiamo conosciuta alla sua festa di compleanno» rispose il gemello.
«Ah sì, giusto.»
«Quindi non è venuta qui» mormorò Sakura, mordendosi il labbro inferiore mentre faceva un passo indietro.
«Magari è comunque da queste parti, all'interno del plesso» provò a ipotizzare Ukai, cercando di mantenere la calma.
I ragazzi si guardarono l'un l'altro, completamente stravolti. Nishinoya, rimasto in un angolo della palestra, abbassò il capo e strinse i pugni fino a farsi male.
La notizia della scomparsa della ragazza si diffuse immediatamente in tutto il raduno. Anche Yachi, insieme alle altre manager, iniziò a perlustrare i corridoi, chiamando il suo nome a gran voce in ogni angolo della struttura.
Non appena Aone lo venne a sapere, mollò tutto all'istante: uscì dai cancelli e iniziò a girare per gli isolati circostanti, con il volto attraversato dall'urgenza.
«Ci sono novità dall'istituto femminile?» domandò Tsukishima a Sakura a un certo punto, non appena la capitana riattaccò il telefono dopo aver parlato con Kaori.
La ragazza si voltò a guardarlo e scosse lentamente il capo.
Tsukishima la fissò intensamente. Nonostante Sakura si sforzasse di mantenere un volto impassibile, il biondo intuì perfettamente il turbine di pensieri che la stava attraversando; così, senza pensarci due volte, le poggiò una mano sulla nuca e la trasse delicatamente a sé per rassicurarla. «Sta' tranquilla. La ritroveremo.»
🏐🏐🏐
Quando per l'ennesima volta Mei perse banalmente la palla, era completamente svuotata. Si sentiva completamente esposta. Nemmeno il suo angolo sicuro che si costruiva, concentrandosi unicamente sul pallone riusciva più a tenerla al sicuro. Voleva tornare alla sua cameretta, chiudersi dentro e non uscire più.
Tradita da Himawari, abbandonata dal Karasuno e dal suo sensei, si sentiva completamente fuori posto. Di troppo.
Così, dopo l'ennesima penitenza, durante la pausa, aveva iniziato a camminare ancora e ancora. Fino ad uscire dal cortile dell'istituto. Fino a superare gli isolati uno ad uno e solo dopo diverso tempo si rese conto di quanto si fosse allontanata. Con solo la divisa del club addosso, non aveva neanche il cellulare con sé.
Avrebbe potuto chiedere indicazioni a un passante, a un poliziotto. Ma qualcosa la bloccò: non ce la faceva a tornare indietro. Né per tornare dalle compagne, né per andare a trovare Hinata e gli altri, certa che non la voleva intorno. Così aveva ripreso a camminare.

A un certo punto, però, si rese conto che nel frattempo il sole si era abbassato. Ormai chiunque si sarebbe accorto della sua assenza e forse la stavano persino cercando. Purtroppo, però, si era davvero spinta oltre e l'unica cosa che le rimaneva da fare era cercare una stazione di polizia... Ma dove, in una città enorme come Tokyo? Poi, però, qualcosa di totalmente inaspettato la colse di sorpresa: alzando lo sguardo lesse il nome di una via... E la riconobbe! Quella era la via in cui alloggiava suo cugino Asahi, per frequentare i corsi all'università. Iniziò così a setacciare campanello per campanello. Trovò a un certo punto un Azumane, ma non si trattava di lui. Così continuò a cercare, sperando di non essersi ricordata male o che sulla targhetta non ci fosse scritto altro. Ma proprio quando stava per perdere la speranza, finalmente trovò un altro Azumane.
«Sì?» rispose una voce gracchiante.
«Asahi?»
«Sono io.»
«Sono Mei! Posso salire?»
«C-Cosa!?»
🏐🏐🏐
Con la promessa di tenere sempre il cellulare vicino a sé, anche Hinata e Nishinoya avevano deciso di perlustrare la città insieme ad Aone. Rimessi gli abiti normali, avevano iniziato a cercare nei dintorni e a chiedere in giro, mostrando a tutti la foto che si erano scattati quella volta al parco, quando speravano che la loro amica potesse unirsi alla squadra. Purtroppo, nessuno la riconobbe.
«Perché si è allontanata?» chiese Aone, accigliato.
Hinata abbassò lo sguardo. «Ecco... Credo che sia per una cosa accaduta ieri sera. Ce la siamo presa con lei ingiustamente.»
Nishinoya, dietro di loro di un paio di passi, aveva le mani nelle tasche dei jeans e gli occhi fissi sul marciapiede, mentre il dieci del Karasuno spiegava tutto all'altro.
«Non era la tua allieva?» chiese il giovane gigante, con una punta di irritazione. «Non posso credere che proprio tu non le abbia creduto.»
Hinata strinse i denti e prese un lungo respiro. «Hai perfettamente ragione, non so proprio cosa mi sia preso... Ma non credevo che addirittura scappasse. L'avrei chiamata più tardi, proprio per scusarmi.»
Aone rimase in silenzio per qualche istante.
«Si sa chi è la spia?»
Hinata scosse il capo.
«Se Mei lo sa, forse era sconvolta per quello. A causa sua ha rischiato di perdere i suoi amici.»
«Cosa che non sarebbe dovuta accadere a prescindere» ammise Hinata. «Ormai la conosciamo abbastanza. Io la conosco abbastanza per riconoscere tutta la sua buona fede... Avrei dovuto muovermi prima.»
Aone aggrottò la fronte. «Piangere sul latte versato è inutile. Facciamo il percorso a piedi verso l'istituto femminile. Se non è mai stata a Tokyo, non può essersi spinta troppo lontana.»
«Va bene» annuì Hinata. «'Noya, hai capito... 'Noya?»
Nishinoya era completamente raccolto nei suoi pensieri e, quando Hinata gli posò una mano sulla spalla, quasi sussultò. Quando il libero sollevò lo sguardo, aveva gli occhi lucidi.
«Le ho detto che mi ha deluso. Come ho potuto dirle una cosa del genere?» disse con la voce incerta.
«Non eravamo in noi» gli rispose Hinata, scuotendo il capo. Poi il suo sguardo si fece più fermo. «Per questo è importante che siamo proprio noi a ritrovarla. Dobbiamo scusarci con lei.»
Nishinoya lo guardò per un attimo, poi annuì.
Sollevò poi lo sguardo su Aone e sorrise, leggermente divertito. «E tu potrai figurare come suo salvatore, no?»
Hinata sorrise di rimando. «È vero!»
Aone diede loro le spalle, borbottando qualcosa, e i due risero sornioni.
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Asahi Azumane riuscì a trattenere a stento la rabbia. Era furioso con i suoi ex compagni per aver pensato male della cugina, ma ce l'aveva anche con la ragazza stessa per quell'atto sconsiderato di allontanarsi da sola.
«Avranno già chiamato i tuoi e sicuramente saranno andati su tutte le furie.»
Mei era seduta sul divano, rannicchiata e piccolissima, assolutamente dispiaciuta.
«Tanto non bastava ciò che ti era già capitato in spiaggia, no?»
«Ti chiedo immensamente scusa.»
«Non scusarti con me. Scusati con i tuoi insegnanti, eri sotto la loro responsabilità! Ora spera solo che non passino dei guai per questo. E scusati con i tuoi amici, che staranno anche loro con il cuore in gola!» sbottò il giovane.
«Scusa...» Mei strinse gli occhi, ma non riuscì a trattenere le lacrime. «Scusami tanto.»
Azumane la guardò per un lungo momento, poi infine si sedette accanto a lei e le passò un braccio attorno alle spalle. «L'importante è che sia andato tutto bene. Ora chiamiamo il coach Yun e poi avvisiamo gli altri per rassicurarli... Tu, però, devi ricordarti che non è scappando che si affrontano le difficoltà.»
«È che... Che mi sono sentita soffocare» disse lei, portandosi le mani al viso. «Io questo proprio non me l'aspettavo. Credevo che Himawari fosse mia amica e invece... Poi, perché non mi hanno creduto?»
L'ex asso del Karasuno si passò una mano tra i folti capelli castani, leggermente a disagio, non sapendo bene cosa rispondere.
«Secondo me erano solo stanchi. Conosco quei ragazzi: anche se sono degli scalmanati, sono intelligenti e leali. Sono certo che anche loro si sentano in colpa per l'accaduto.»
Mei prese un fazzoletto dalla scatola posta sul tavolino basso e si asciugò le lacrime. «Quindi credi che non mi odino?»
«Certo che no!» rispose lui con un sorriso ampio. «E scommetto che ti staranno cercando anche sotto i sassi!»
Mei sorrise piano. «Allora non ho deluso nessuno.»
«Assolutamente... Anche se questa tua avventatezza non potrà essere priva di conseguenze. Ma questo accadrà solo a livello scolastico, i tuoi amici ti perdoneranno.»
La ragazza si strinse nelle spalle. «Oddio, non è che ora mamma mi farà rientrare prima?!» chiese, improvvisamente allarmata. «Mancano solo due giorni e domenica c'è anche il festival.»
Azumane rinsaldò un po' di più la presa attorno alle sue spalle. «Sta' tranquilla, ci parlerò io con gli zii. Proverò a convincerli che è stato solo un equivoco, che volevi solo venire a trovarmi.»
Mei lo fissò e tirò su con il naso. «Grazie mille, cugino.»
I due si abbracciarono con calore. Azumane le accarezzò piano i capelli, cercando di confortarla.
«Senti, Mei. Per il festival, come andrai vestita?» le chiese poi il ragazzo, scostandosi appena.
Mei guardò un punto impreciso della stanza, con aria leggermente imbarazzata. «Boh... Non lo sapevo di questo festival, quindi credo andrò con la tuta. Tanto si terrà dentro una scuola.»
Azumane le restituì uno sguardo annoiato. «Sembra proprio che dovrò farti da fata turchina.»
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Il trio, durante il cammino, non si era scambiato molte parole; si erano concentrati unicamente sul chiedere ai passanti se l'avessero vista.
A un certo punto il cellulare di Hinata squillò. Quest'ultimo credette che fosse il professor Takeda, ma a sorpresa scoprì che si trattava di Asahi Azumane.
«Sì? Asahi?»
«Shōyō...»
La voce di Mei dall'altro capo del telefono lo fece trasalire.
«Mei! Stai bene?! Che ti è successo? Dove ti trovi?»
Sentire pronunciare il nome della loro amica fece drizzare le antenne anche agli altri due.
Non appena Mei ebbe spiegato dove e con chi si trovava, i tre non ci pensarono due volte: presero il primo autobus per raggiungere il prima possibile l'appartamento di Azumane.
«Mei, stai bene?!» sbraitarono Nishinoya e Hinata, spalancando di colpo la porta del salotto.
Mei, ancora seduta sul divano, si ritrasse per l'onda d'urto di quelle voci.
«Sì, sto bene» rispose poi, alzandosi in piedi e porgendo loro un profondo inchino di scuse. «Vi chiedo scusa per tutto il disturbo.»
Improvvisamente Hinata scattò in avanti e le gettò le braccia al collo. «Scusami tu! Sono stato un pessimo sensei» le disse con la voce spezzata dai sensi di colpa.
Mei rimase sorpresa inizialmente, ma poi contraccambiò l'abbraccio, commossa. «Invece sei il migliore che potessi trovare.»
«Mei» disse poi Nishinoya, accostandosi a Hinata quando quest'ultimo sciolse l'abbraccio. Le guance della ragazza si imporporarono all'istante quando il libero del Karasuno le prese timidamente le mani tra le sue. «Anche io volevo scusarmi. Un amico dovrebbe concedere sempre il beneficio del dubbio, e invece ti ho trattata malissimo. Spero che tu possa perdonarmi per averti detto quelle cose.»
La ragazza incassò appena la testa, riuscendo a stento a reggere lo sguardo di Nishinoya, completamente concentrato su di lei, e poi sorrise dolcemente. «Sta' tranquillo, è tutto passato.»
Il cuore di Mei perse un battito quando lesse negli occhi del ragazzo un profondo sentimento di gratitudine per quel perdono immediato.
Prese infine la mano di entrambi, mentre cercava i loro sguardi. «Io ve lo giuro, non vi tradirei mai e poi mai. Siete i miei più cari amici. I migliori che potessi desiderare.»
«E anche tu sei una nostra cara amica e non commetteremo mai più un errore simile.» la rassicurò Hinata.
«... e poi, qualcuno che sa preparare quei buonissimi mochi alla Gari Gari-Kun, non potrà mai essere malvagio!» scherzò Nishinoya.
Tutti e tre risero tra loro.
«Il trio dei tappetti di nuovo riunito!» aggiunse, sempre il libero del Karasuno, alzando le braccia di Hinata e Mei.
Si guardarono un'ultima volta tra loro e Mei lo sentì chiaramente. Quel momento, quel presente, avrebbe voluto durasse per l'eternità.
Subito dopo, accanto ad Asahi, avanzò Aone, talmente alto e imponente che quasi sfiorava gli stipiti della porta sia in altezza che in larghezza.
«Quindi è qui» disse il giovane, per poi abbassare lo sguardo sulla ragazza, mantenendo il suo solito cipiglio serio.
Mei guardò Aone, memore del fatto che alla festa di compleanno di Hinata l'avesse presa in giro, credendo di cogliere in fallo una "disperata" con quella storia del matrimonio. Di conseguenza, con lui si limitò a porgere un formale inchino, senza guardarlo negli occhi né aggiungere altro.
«Mei, ti riporto io all'albergo con la macchina» intervenne Azumane. «Preparati, il tuo allenatore ti farà una testa enorme, ma almeno è sollevato dal fatto che tu stia bene.»
La ragazza guardò il cugino e tremò per un istante. «Spero non mi punisca con venti giri di campo.»
«Meglio prima berci su una tazza di tè» rispose lui, ridendo nervosamente. «Mi dai una mano a prepararla per tutti?»
«Sì.»
Quando i cugini Azumane uscirono dalla stanza, un silenzio iniziale calò tra i tre rimasti. Ma l'attimo dopo, Aone si era già rifugiato in un angolino, completamente depresso, con una mano appoggiata alla parete a testa bassa.
Hinata e Nishinoya si guardarono, poi fissarono Aone e risero a loro volta con evidente nervosismo.
«Ma dai, lo sai che Mei è molto timida! Ti ha visto solo quella volta, che cosa ti doveva dire?» provò a rassicurarlo Nishinoya.
«Le faccio paura» rispose cupo l'ex giocatore del Dateko. «Mi ha guardato esattamente come quel nonnetto sul treno, a cui volevo solo cedere il posto, l'anno scorso.»

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Per forza di cose, Aone dovette sedersi sul lato passeggero, mentre Mei, Hinata e Nishinoya presero posto sui sedili posteriori.
Durante il viaggio non si dissero molto, limitandosi a guardare le luci dei lampioni che scorrevano fuori dai finestrini. Era stata davvero una giornata intensa, tanto quanto quella precedente. Ma ora che Mei era stata ritrovata, tutti i presenti avevano solo voglia di godersi quel momento di pace, con una leggera musica di sottofondo a cullare le loro menti.
Mei riconobbe la via dell'albergo e tremò di nuovo al pensiero del confronto con l'allenatore. Allora Hinata le strinse la mano, cercando di rassicurarla. La ragazza si voltò e gli sorrise, profondamente grata per la sua vicinanza.
«Mei, prima che tu vada via» le disse il cugino, sporgendosi dal finestrino con un'espressione leggermente accigliata. «Chi è che ti ha messo nei casini?»
Mei corrugò la fronte e strinse i pugni lungo i fianchi. «A differenza sua, io non faccio la spia... Me la vedrò da sola al riguardo» fece qualche passo in avanti, poi si voltò un'ultima volta verso di loro con espressione grave. «Anche perché credo che lei stessa sia una vittima di questa situazione.»
Poi si allontanò ed entrò nella struttura, lasciando i quattro a meditare su quelle enigmatiche parole.
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