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Note dell'autore: Nella seguente FF è presente il tema del bullismo. Se sei particolarmente sensibile all'argomento, forse la lettura non è consigliata.
Anticipo che non saranno presenti scene di particolare violenza - no ferimenti fisici o umiliazioni pesanti - spesso la cattiveria ha la sola forma della parola, da parte di persone che ti fanno sentire sbagliato/a, soprattutto in una fase sensibile come l'adolescenza in cui una critica è percepita molto più forte, rispetto che subirla da adulto. Per l'ispirazione, sono presenti alcuni episodi capitati alla sottoscritta.
È un racconto su come l'amicizia vera, uno spirito di squadra sano, può aiutare a superare le difficoltà e quindi sperare che attraverso di esso di poter lasciare una luce positiva nel lettore.
Ho scoperto solo recentemente Haikyu!! e per me incarna tutto ciò che di positivo debba esistere tra i ragazzi, sia sul campo che non. Ambientato qualche mese dopo l'anime, può contenere spoiler per chi non ha letto ancora il manga.
Il rating vietato ai 18 è selezionato solo per il dubbio sul suo collocamento.
“Non esiste un muro che non possa essere superato.” — Shōyō Hinata
Le nazionali primaverili erano ormai solo un ricordo – seppur ancora vivido nei cuori della squadra di pallavolo maschile del Karasuno. La vittoria contro la loro nemesi, il Nekoma, aveva fatto il giro della prefettura e a lungo se ne era parlato ai telegiornali sportivi.
Venne poi la sconfitta ai quarti contro il Kamomedai, ma ormai nessuno osava più insinuare che i corvi non sapessero più volare; al contrario, li paragonavano ai giocatori dei tempi del “piccolo gigante”, quando la squadra aveva raggiunto i massimi livelli storici.
Quando un giornalista, porgendo il microfono a Shōyō Hinata, chiese se per caso si sentisse pronto ad ereditare quel titolo, al giovane dai capelli rossi quasi girò la testa e i suoi compagni dovettero sorreggerlo. Del resto era solo al primo anno: poter sperare di diventare il nuovo “piccolo gigante” della sua generazione era un sogno nel cassetto che sperava si realizzasse.
Chiaramente ci avrebbe messo tutto sé stesso affinché, un giorno, potesse diventare realtà. Supportato dai propri amici – di scuola e non – non aveva alcun dubbio.
Il tempo passò e così giunse la primavera, che per il Giappone segnava la fine e l’inizio di un nuovo anno scolastico.
Ciò voleva dire salutare Daichi Sawamura, Kōshi Sugawara e Asahi Azumane, che avevano terminato le scuole superiori.
I tre studenti, durante la consegna del diploma, vennero accolti da un folto e caldo applauso per congratularsi con gli atleti che avevano portato così tanto prestigio alla scuola.
Le lacrime non si sprecarono, soprattutto tra i membri della loro ormai ex squadra. Shōyō Hinata e Ryūnosuke Tanaka, in particolare, furono tra i più melodrammatici, riuscendo a provocare un vistoso mal di testa a Kei Tsukishima. Quest'ultimo ricordò loro che si sarebbero rivisti solo tre giorni dopo al parco per la fioritura dei ciliegi, tuttavia nemmeno lui riuscì a trattenersi dal mostrare gli occhi lucidi. Un conto era vedersi per delle uscite, un conto era vivere di emozioni e adrenalina con qualcuno che, come lui, dava il cento per cento con il cuore che batteva forte a ogni punto fatto o perso.
Tutti i giocatori che stavano concludendo il primo anno concordarono: avere avuto come senpai quei tre ragazzi era stato un onore.
Anche Hitoka Yachi dentro di sé stava tremando dall’emozione. Ora che Kiyoko Shimizu concludeva il suo percorso alle superiori, era lei a diventare la manager numero uno. Ma come avrebbe potuto reggere il paragone? La sua amica era fantastica in tutto, sia nelle capacità organizzative sia nella bellezza… non che desiderasse che Tanaka e Nishinoya si mettessero a sbavare dietro di lei, ma doveva ammetterlo: in una squadra maschile, la presenza di una bella ragazza era un ottimo incentivo a dare di più. Soprattutto se quei ragazzi erano in piena fase adolescenziale, la classica fase del “gallo cedrone”.
Non appena Kiyoko Shimizu salì sul palco, nessuno si stupì che i ragazzi vissero la consegna del suo diploma come un lutto nazionale. Nei giorni o forse nelle settimane successive si sarebbero trascinati senza una meta e senza uno scopo.
Tanaka e Nishinoya sentirono il bisogno di accendere un incenso per la fine di quei giorni con la manager. Se ne erano portati letteralmente uno ciascuno, ma per fortuna entrambi avevano dimenticato l’accendino.
«E voi sareste i futuri senpai del terzo anno?» disse Kei Tsukishima, seccato e esterrefatto al contempo.
La cerimonia si concluse tra un lungo applauso e la commozione generale; vecchi amici si salutavano e nuovi studenti, visibilmente emozionati, si guardavano attorno spaesati.
Un nuovo anno stava per iniziare e per la squadra del Karasuno questo significava che nuove avventure e nuove sfide li avrebbero attesi. E loro erano pronti ad affrontare tutto quello che il destino avesse in serbo.
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Passarono i mesi e il Karasuno rimase fedele alle proprie promesse. Non appena l’anno scolastico iniziò, la palestra venne immediatamente presa d’assalto. Anche se erano cresciuti molto durante le nazionali primaverili, la precedente sconfitta alle qualificazioni dell’Interhigh bruciava ancora, persino più intensamente rispetto alla seconda sconfitta.
Purtroppo non avrebbero più potuto confrontarsi con il loro rivale più ostico, Tōru Oikawa, ormai diplomato, ma l'Aoba Johsai schierava ancora diversi avversari temibili che – con o senza la loro stella – di certo non si sarebbero lasciati sconfiggere tanto facilmente.
Il professor Ittetsu Takeda, comprendendo e supportando appieno i suoi ragazzi, fece carte false per ottenere il maggior numero di ore possibile per usufruire della palestra. Anche se era un uomo dall’aspetto mite e pacifico, sotto sotto, in realtà, nascondeva una tigre agguerrita.
«Ragazzi, ho delle novità!» esordì un giorno, correndo lungo il corridoio che separava l’edificio scolastico dall’ingresso della palestra e sventolando un foglio a braccio alzato.
La squadra interruppe l’allenamento, stupita e incuriosita dall’arrivo così impetuoso del proprio insegnante, che dovette fermarsi un momento per riprendere fiato.
Keishin Ukai si avvicinò a braccia conserte: «Professore, o ci hanno appena nominato squadra dell’anno, o non vedo il motivo di tutta questa fretta.»
L’allenatore aveva pronunciato quelle parole solo per fare dell’ironia, ma quando Takeda sollevò lo sguardo, illuminato e commosso allo stesso tempo, tutti rimasero senza parole.
«È esattamente così!» disse ad alta voce, e la sua proclamazione riecheggiò per tutta la palestra. Subito dopo dispiegò il foglio davanti a loro: era un comunicato ufficiale.
La squadra del Karasuno, considerata la sfavorita nel torneo, aveva sbaragliato i colossi del girone e in particolare giocatori già adocchiati per la nazionale Under 19, come Wakatoshi Ushijima e i gemelli Atsumu e Osamu Miya. Pur non essendo arrivati sul gradino più alto del podio, erano stati nominati “squadra rivelazione dell’anno”, diventando la compagine più quotata per la vittoria del prossimo torneo.
Ukai e l’intera squadra dovettero farselo ripetere più e più volte dal professore: erano diventati la squadra più ambita e temuta dell’anno.
I primini si diedero pacche di incoraggiamento a vicenda: ora toccava anche a loro tenere alto il nome della squadra, anche se riuscivano appena a gestire la palla.
Shōyō Hinata si accorse immediatamente di quel momento di sconforto e rispose sollevando il pugno, saltando in aria con entusiasmo. Anche lui, fino a pochi mesi prima, si trovava nella loro stessa situazione, eppure ce l’aveva fatta. Era cresciuto grazie alla squadra, al sostegno reciproco e a una massiccia dose di caparbietà. Se lui, che prima di arrivare alle superiori si era dovuto allenare pressoché da solo – imparando davvero a giocare soltanto l'anno precedente –, era riuscito a migliorare così tanto, era certo che anche loro, che provenivano già da squadre medie, si sarebbero distinti.
Le sue parole così accorate fecero mutare immediatamente l’espressione delle matricole, che risposero con cenni di approvazione e sguardi accesi.
«Dovresti fare il life coach, se ti andrà male con la pallavolo» lo canzonò Tsukishima, affiancandolo e colpendolo leggermente con un colpo di fianco.
Hinata si voltò verso di lui digrignando i denti e sfidandolo con lo sguardo, le braccia tese lungo i fianchi. Anche se quello spilungone biondo lo superava di trenta centimetri, gli sarebbe bastato segargli le gambe per metterlo al tappeto.
«Dai ragazzi, sempre a pungolarvi!» intervenne Tadashi Yamaguchi nel tentativo di calmare le acque, agitando le mani davanti a sé. «Ormai siamo del secondo anno, dobbiamo dare il buon esempio ai nostri kōhai.»
«È lui che mi punga-cosa!» ribatté Hinata, espellendo nuvolette di fumo dalle narici. «Crede sempre che io dica solo fesserie!»
«”Pungolare” significa punzecchiare» spiegò Tsukishima, sistemandosi meglio gli occhiali sul naso, «ma anche incitare, sollecitare, incoraggiare.»
Hinata si chiese se per caso il compagno mangiasse vocabolari a colazione. Poi la sua espressione mutò, non appena vide addolcirsi anche quella di Tsukishima.
«E tu lo fai meglio di chiunque altro, Hinata. Con il tuo entusiasmo e le tue parole semplici hai sollevato il morale dei primini, ma anche il nostro.» Il biondo intensificò lo sguardo. «Lo fai ogni giorno, e ti ammiro per questo.»
Hinata stentava a credere a ciò che aveva appena sentito. Forse quel giorno avrebbe dovuto lavarsi meglio le orecchie: era già la seconda volta che udiva qualcosa di così straordinario da sembrare inverosimile.
Improvvisamente gli mancò l’aria quando Nishinoya gli saltò addosso, congratulandosi con lui perché ormai aveva decisamente la stoffa del senpai.
Tutto quell’entusiasmo, però, venne immediatamente ridotto al silenzio dallo schiarirsi di voce alquanto irritato del professor Takeda: non aveva ancora finito di parlare. Gli studenti si fecero piccoli piccoli per l’imbarazzo.
«Per farla breve, ai prossimi Interhigh voi sarete i soggetti maggiormente presi di mira. Allo stesso tempo, però, i vostri straordinari risultati hanno contagiato tutte le altre squadre, soprattutto quelle che quest’anno hanno perso le proprie punte di diamante» proseguì l’uomo. «Questa ondata di energia ha raggiunto la federazione stessa delle giovanili, che ha così accolto una petizione.»
«Io direi piuttosto che hanno sentito l’odore dei soldi degli sponsor e hanno colto la palla al balzo» commentò Ukai, sollevando lo sguardo verso un punto imprecisato del soffitto.
«Per favore, non si metta a interrompermi pure lei!» sbottò Takeda, per poi cercare di ritrovare la calma sistemandosi gli occhiali e facendo un profondo respiro. «Normalmente il Training Camp di Tokyo si svolge tra le qualificazioni estive e quelle autunnali, in quanto coincide con il periodo delle vacanze estive» si umettò le labbra e tornò a guardare il foglio. «Tuttavia, per quest’anno, si è deciso di anticipare il campus a prima del torneo estivo.»
Una nuova ondata di eccitazione attraversò la squadra. Avevano conservato un bellissimo ricordo di quel luogo, nonostante all'epoca il Karasuno fosse stato l'unico team ad aver collezionato più giri di penitenza rispetto a qualunque altra scuola, forse persino negli ultimi dieci anni.
Non solo avevano potuto visitare la capitale – ammirando la vera Tokyo Tower –, ma lì avevano soprattutto stretto grandi amicizie. Forse era stato proprio in quel momento che i ragazzi avevano capito che, fuori dal campo, i loro rivali erano esattamente come loro: pieni di spensieratezza, dubbi e fragilità.
Probabilmente Kenma Kozume stava ancora rinfacciando a Tetsurō Kuroo di essere stato, a tutti gli effetti, colui che aveva insegnato a Tsukishima a murare come si deve, visto che poi quel muro si era rivoltato proprio contro il Nekoma.
Sì, il fatto che quell’evento stesse per ripetersi, e persino in anticipo sui tempi, fu accolto dai ragazzi con assoluta gioia.
«Ragazzi» il tono fermo del professore li fece tornare con i piedi per terra, mentre una ruga d’apprensione gli compariva tra le sopracciglia. «So che vi è piaciuta l’esperienza. Ma ricordate che l’anno scorso il vostro nome non aveva alcun peso. Secondo voi perché questo campus è stato anticipato prima ancora della stagione estiva?»
Non c’era bisogno che il professore lo dichiarasse ad alta voce, avevano già capito, ma quest’ultimo volle comunque dirlo chiaro e tondo, soffermando lo sguardo sulla coppia della schiacciata bislacca: Hinata e Kageyama.
«Vogliono studiarci. Vogliono arrivare alle selezioni conoscendovi già. Sanno che dall’ultimo torneo non avete smesso di allenarvi e che nascondete nuovi assi nella manica» si morse appena il labbro. «Le altre scuole hanno smosso mari e monti pur di ottenere questo anticipo, perciò, se proprio non volete tirarvi indietro da questo ritiro, vi invito a fare molta attenzione.»
Le parole caddero pesanti sul gruppo. Sì, lo scorso anno si erano divertiti da matti. Ma ora sulla loro testa c’era una corona, e quelli che li avrebbero circondati non sarebbero stati ammiratori, bensì spietati pretendenti.
Hinata si voltò a guardare il suo rivale e compagno, da sempre noto come il “re despota”, e gli lesse chiaramente l'intento in faccia, benché il palleggiatore apparisse impassibile come sempre: quel ragazzo avrebbe difeso il suo trono con le unghie e con i denti. Lui non sarebbe stato da meno. Nessuno avrebbe più reciso le loro ali.
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Un giorno, appena finiti gli allenamenti, il Karasuno ricevette una visita più che gradita: il loro ex compagno Asahi Azumane era venuto a trovarli.
«Asahiiiiiiiii!» esclamarono in coro Hinata e Nishinoya, gettandogli le braccia al collo e mettendo a disagio l’amico.
«Avanti, ragazzi, ci siamo visti solo un paio di mesi fa!» provò a dire, mentre cercava di non perdere l’equilibrio.
«E ti pare poco!?» protestò Tanaka, fulminandolo con lo sguardo. Non si era gettato su di lui come una pulzella che accoglie il suo uomo di ritorno dalla guerra, ma era chiaro che fosse altrettanto entusiasta. «Guardalo poi con la divisa universitaria! Guardalo che gran fico! Per fortuna che Yachi è già tornata a casa, o ce la facevi svenire!»
Azumane si grattò la testa, sempre più a disagio. Forse si stava già pentendo di essere passato.
«Sono venuto a prendere mia cugina, che dovrebbe quasi aver finito la sua amichevole. Visto che la scuola era di strada, sapevo che vi avrei trovato qua.»
«Davvero? Anche tua cugina gioca a pallavolo?» chiese Hinata con espressione entusiasta.
Azumane annuì: «Frequenta il primo anno al liceo artistico Shiroi Chō.»
«Ah sì, ne ho sentito parlare» si inserì Hisashi Kinoshita, avvicinandosi a sua volta. «La squadra maschile non è riuscita a qualificarsi per due anni di fila… quindi immagino che quest’anno avranno fame di vittoria. Mi risulta, però, che la sezione femminile si sia distinta parecchio.»
Azumane annuì di nuovo: «Mia cugina Mei ha scelto quel liceo soprattutto per prendervi parte.»
Nishinoya gli diede una pacca sulla schiena: «Con un cugino del genere, sono sicuro che anche lei sia una forza della natura, non è così?»
L’universitario dai capelli castani raccolti in un codino fece spallucce: «Non ho mai avuto modo di vederla giocare a causa della coincidenza degli orari scolastici, ma alle riunioni di famiglia mi ha sempre parlato con molto entusiasmo delle partite fatte alle elementari e alle medie.» Poi si passò la mano sul mento, riflettendoci su. «Volete venire a vederla? Vi do un passaggio in macchina.»
«Hai già la patente?» chiesero in coro Hinata, Tanaka e Nishinoya, mentre i loro occhi si trasformavano in due stelle.
Ancora una volta Azumane dovette dare fondo al suo autocontrollo, ma stavolta un sincero moto di orgoglio gli agitò lo stomaco. Del resto, loro rimanevano i suoi kōhai: un po’ di adulazione non faceva poi così male.
«Ho solo il foglio rosa, in realtà. Tecnicamente non potrei guidare senza un automobilista esperto al mio fianco, ma non c’era nessuno disponibile ad andarla a prendere. Per una volta mi affiderò alla buona sorte.»
«Finalmente l’età della ribellione ha colto anche lui» sussurrò Nishinoya a Hinata, nascondendo la bocca dietro la mano.
«Oppure è la crisi di mezza età» rispose il ragazzo dai capelli rossi.
«Guardate che vi sento» borbottò Azumane. Poi sospirò: «Beh ragazzi, io devo andare. Mi ha fatto piacere rivedervi, alla prossima!» A quelle parole accompagnò un gesto della mano e fece per voltarsi.
«Aspetta, vogliamo venire anche noi!» esclamò Hinata, parlando anche a nome di Tanaka e Nishinoya. «Dacci solo il tempo di cambiarci!»
Asahi sorrise: sapeva che l’occasione di vedere una partita di pallavolo li avrebbe galvanizzati. Fortunatamente tutti gli altri a quel punto della giornata agognavano solo la doccia e il pigiama, altrimenti non avrebbe saputo dove stiparli.
Chiaramente le vere intenzioni di Tanaka e Nishinoya non tardarono a manifestarsi: «Più bello dell'opportunità di giocare a pallavolo, c’è solo la possibilità di vedere delle ragazze giocare!»
Il fatto poi che quei due ora fossero del terzo anno, e l’idea di essere i senpai dei senpai – dei “senpai alla seconda” –, non aveva fatto che alimentare il loro ego. Peccato che fossero rimasti praticamente identici all’anno prima, persino in altezza, a quanto risultava dall’ultima misurazione. Ma del resto… l’anno era appena iniziato.
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Quando arrivarono alla scuola Shiroi Chō, Azumane tirò un sospiro di sollievo per il fatto che nessun vigile l’avesse fermato. Ora mancava il tragitto di ritorno, ma ancora una volta si affidò alla sua buona sorte.
I quattro, varcando la soglia della scuola, furono subito catturati dalle opere degli studenti esposte nell’atrio: da statuette d’argilla a quadri, fino a installazioni artistiche moderne.
«Io è già tanto se riesco a fare gli omini con le stanghette!» esclamò Hinata, portando le mani dietro la nuca. «Tua cugina Mei immagino che sarà un asso anche in questo.»
«Sì, da quello che ho visto mi è sempre sembrata brava. So che gli zii vorrebbero di più da lei, ma credo che, nel suo piccolo, sia un tipo che ce la mette tutta.»
«Immagino che con un cugino brillante come te» osservò Tanaka, «la pressione non sia da poco.»
Azumane abbassò appena il capo: «Questo è vero, purtroppo, ma la sua capacità di sorridere... quella è una dote che nemmeno io ho.»
Per un attimo i tre si chiesero se dietro quelle parole non ci fosse dell’altro, ma l’argomento cadde nel momento in cui le urla entusiaste degli studenti riempirono l’aria della palestra.
I ragazzi si affacciarono alla balaustra e davanti a loro si aprì la scena delle due squadre femminili, quella ospite e quella locale, che si stavano sfidando. Erano ormai al terzo set e la partita era ancora nel vivo.
Tanaka e Nishinoya si commossero immediatamente a quella vista, ringraziando gli dei di aver fatto giungere loro Azumane dall’alto dei cieli, affinché potessero assistere a un così magnifico spettacolo.
Asahi e Hinata sentirono il forte desiderio di buttarli di sotto.
La schiacciatrice della Shiroi Chō era al servizio: una ragazza dai lunghi capelli castani, alta e con il numero dodici sulla schiena. Il suo sguardo era determinato, i muscoli in tensione quanto bastava per caricare il salto e, subito dopo, scattò il gesto del braccio. Fece un punto schiacciante; le avversarie quasi non videro la palla.
Hinata e gli altri rimasero assolutamente estasiati.
Al secondo servizio le avversarie intercettarono la palla ma, quando questa tornò nella metà campo della Shiroi Chō, dopo un’ottima difesa e un altrettanto valido passaggio, la stessa Farfalla saltò di nuovo con una schiacciata e fece ancora punto.
Per Hinata, Tanaka e Nishinoya non c’erano dubbi su chi potesse essere quella straordinaria ragazza.
«Certo che tua cugina è davvero fenomenale!» disse Nishinoya sorridendo e cercando lo sguardo dell’amico.
Azumane, però, alzò un sopracciglio: «Veramente non è lei mia cugina.»
Le avversarie fecero punto, ma poi la Shiroi Chō ne mise a segno un altro e così la squadra girò.
Alla battuta questa volta c’era una ragazza dai fianchi larghi e il viso tondo. Non arrivava neanche al metro e settanta, e i capelli castani erano raccolti in una coda con un elastico sormontato da una farfalla bianca. Portava il numero quattordici. Dalla sua espressione era palese quanto si sentisse insicura, ma il fischio d’inizio non le diede nemmeno il tempo di trarre un sospiro.
«Ma che fa, non schiaccia?» disse Hinata, alzando un sopracciglio, vedendo che la ragazza stava compiendo una battuta dal basso. Non che fosse vietato, ma le avversarie erano anch’esse forti e rapide di piedi e quello era un attacco troppo blando.
La palla oltrepassò la rete, ma venne immediatamente intercettata e, dopo un rapido passaggio, riuscirono a schiacciare e fare punto.
Dopo un po’, tornò il turno della Shiroi Chō, ma in qualsiasi rotazione ottenessero, la cosa era chiara: in mezzo a loro c’era un anello debole. Il numero quattordici.
«Una facile!» urlava la squadra ospite, ogni volta che era lei a passare la palla dall’altra parte. Non schiacciava, sapeva giusto un po’ palleggiare e fare il bagher – sempre quando non prendeva male la palla – e le avversarie avevano capito che non era in grado di saltare alto, non come le altre, e questo rendeva il loro muro una barriera impenetrabile per lei.
«Ma perché non buttano fuori quella scarsona?» disse Tanaka, con una mano sul fianco. «Le sta facendo perdere!»
«Ho pietà per lei» aggiunse Nishinoya, che invece lui aveva le braccia incrociate, scuotendo appena il capo. «Meno merendine e più salti alla rete.»
«Si tratta comunque di un’amichevole, non c’è bisogno di fare cambi mirati, tutti hanno diritto a giocare» disse Hinata a Tanaka, ignorando la saccenteria dell’altro. «Uscirà quando la sua squadra ruoterà ancora.» Poi sollevò lo sguardo verso Azumane: «Senti, non ci hai ancora indicato quale è Mei.»
Subito dopo si accigliò: Azumane aveva lo sguardo un po’ rabbuiato. Sospirò e socchiuse appena gli occhi: «È la numero quattordici.»
Se avessero avuto una pala, Tanaka e Nishinoya si sarebbero seppelliti vivi lì e in quel preciso momento.
«Aahh scusaci tanto! Mi dispiace!» esclamo Tanaka, congiungendo le mani.
«Ma sì, dai, magari sta avendo solo una brutta giornata, chi noi non la ha eheh!» aggiunse Nishinoya, provando a metterci anche lui una pezza.
Azumane semplicemente li ignorò: il suo sguardo era del tutto concentrato su Mei, che con l’affanno e lo sguardo tremante, cercava comunque di mantenere la posizione.
Hinata, però, non li ignorò affatto e li guardò molto severamente: «Nessuno di noi nasce imparato. Ho perso il conto delle palle che ho perso, nei modi più banali. Non c’entra la bravura o la prestazione fisica e certo non si può migliorare se chi ci dovrebbe sostenere si ferma solo alla superficie.»
I compagni abbassarono lo sguardo, davvero dispiaciuti per essersi lasciati andare così facilmente alle critiche, al di là se il soggetto fosse o meno parente del loro amico.
L'arbitro suonò il fischietto, annunciando la fine della partita e ad uscirne vincitrice fu la squadra ospite.
Le ragazze dalla divisa rosa si corsero incontro, abbracciandosi entusiaste e felici del risultato ottenuto, mentre dall'altra parte della rete quelle in divisa nera con delle farfalle bianche stampate sopra osservavano la scena con espressione torva.
«Bene, aspettiamo che Mei esca e poi vi riaccompagno» disse Azumane, mentre con lo sguardo seguiva la cugina uscire dal campo con il capo chino.
🏐🏐🏐
«Cugino, eccomi!»
Azumane e i suoi amici erano nel cortile, quando udirono la voce di Mei.
«Mei! Ci hai messo poco, non ti sei fatta la doccia?»
Mei si scostò appena i capelli e sorrise un po’ imbarazzata: «Ho usato le salviette, preferisco lavarmi a casa.»
Azumane annuì, poi si mise di lato per presentare i ragazzi, i quali la salutarono con un sorriso e agitando la mano.
Gli occhi di Mei di tutta risposta strabuzzarono appena e balbettò anche lei un “piacere” per poi porgere loro un paio di inchini.
«Ora possiamo andare, altrimenti chi la sente mia madre!» disse Azumane ridacchiando.
«Ah sì, anche la mia!» sbuffò Hinata, che abitando in una zona di montagna, rispetto agli altri doveva fare un tragitto persino più lungo.
Mei si scostò di nuovo le ciocche lunghe e si sventolò con la mano il viso.
«Legateli i capelli, no? Li hai tutti attaccati alla faccia» commentò il cugino, mentre si avviavano al veicolo.
Mei rispose con un sorriso timido: «Purtroppo ho perso l'elastico.»
Hinata chinò appena il capo: «Eppure ti avevo visto uscire con esso.»
Mei si limitò a stringere le spalle e a sorridere.
Azumane allora si sfilò il suo e glielo passò.
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Saliti in auto, i ragazzi si lanciarono subito in commenti accesi sulle prestazioni delle giocatrici, sulla tecnica utilizzata e sulle cose che avrebbero potuto fare. La passione per la pallavolo era palpabile.
«Lì, Mei, avresti dovuto usare la schiacciata e puntare alla numero cinque, che in ricezione era la più debole» disse Hinata, sporgendosi da dietro il sedile. «Avresti almeno segnato il punto di inizio servizio.»
«Davvero? A me sembravano tutte fortissime.»
«Non più di voi» proseguì lui. «Con l'allenamento, imparerai a riconoscere gli schemi e a individuare dove poter colpire.»
Mei lo osservò sinceramente interessata: quel ragazzo sapeva proprio il fatto suo.
«Allora al campus proverò a guardare meglio chi mi sta di fronte.»
«Ah, anche la tua scuola partecipa?»
«Sì, hanno anticipato il ritiro, a quanto ho saputo.»
«Sì, e tutto per merito nostro» disse Hinata incrociando le braccia con orgoglio. «Ma anche se sperano così di conoscerci meglio, gliela faremo vedere in qualunque occasione.»
Nishinoya e Tanaka si erano stranamente rabbuiati. Poi improvvisamente il libero del Karasuno posò una mano sulla spalla di Azumane.
«Tu lo sapevi?»
Azumane avvertì un brivido lungo la schiena.
«Che anche le ragazze partecipano al ritiro?»
«Perché, non lo sapevate?» chiese Hinata, chinando appena la testa di lato. «Non nella stessa sede, ma è chiaro che le ragazze hanno i nostri stessi step di allenamento.»
«E dove diavolo erano l'anno scorsooo?» urlò Tanaka, furibondo e con le fiamme negli occhi.
«A solo una fermata di metro dalla nostra sede» rispose Hinata con tranquillità.
Azumane rischiò di andare fuori strada a causa della furia indignata dei suoi due amici.
«Scusaci tanto, scusaci tanto!» dissero poi in coro, quando Azumane accostò vicino alla stazione metropolitana. Quest’ultimo era un fascio di nervi.
Poi Azumane sospirò e sul suo viso apparve un sorriso sincero.
«Ragazzi, conto su di voi. Portate alto il nome del Karasuno.»
«Certo!» risposero in coro.
🏐🏐🏐
Poco più tardi, i due cugini erano sulla via del ritorno. Aveva iniziato a pioviccicare e i tergicristalli si attivavano in automatico con lenti movimenti ritmici.
«Non ti abbattere» disse a un certo punto Azumane. «La prossima volta vi rifarete.»
Mei fece spallucce: «Ok.»
Poi cominciò a giocherellare con la zip.
«Perché li hai fatti venire? I tuoi amici, intendo.»
«Perché erano curiosi. Hai visto con che passione trattano questo sport, no?»
«Sì… ma ho fatto una figuraccia…»
Azumane alzò un sopracciglio: «Perdere una partita non è una “figuraccia”, può succedere. Oggi a te, domani a me.»
Mei si strinse ancora di più in sé stessa e chinò il capo. «Sì, ma io…» Poi sospirò: «Poi sono sporca e sudata, avranno pensato che sei imparentato con una spaventapasseri.»
«Non sarebbero miei amici se credessero che una giocatrice, dopo una partita, ne possa uscire fresca come una rosa. Smettila di farti queste fisime.»
Mei riprese a giocherellare con la zip e non si dissero più niente finché non arrivarono a casa di lui.
🏐🏐🏐
«Vuoi altro riso al curry, Mei?» chiese la zia, porgendole la pentola.
«No, no, grazie zia, sono a posto così!»
«Guarda che poi non voglio che tua madre pensi che ti tenga alla fame!»
«No, no, davvero!»
«Guarda che il curry di mia madre non lo mangi tutti i giorni, eh!» si aggregò Azumane, mentre consumava la sua seconda ciotola senza fare complimenti.
Mei ci pensò un po’ su e alla fine acconsentì a farsi mettere un altro paio di bocconi.
«Oh, sapevo che la nostra Mei è sempre una buona forchetta!» disse il signor Azumane, facendo battere le bacchette di legno l'una contro l'altra.
Lo zio lo aveva detto bonariamente, ma in quel momento il cuore di Mei si congelò: ogni chicco di riso che mandava giù lo assumeva con un profondo senso di colpa.
«Allora buonanotte, cuginetta» disse Azumane, spettinandole i capelli. «Domani dai il meglio di te negli allenamenti!»
Mei gli sorrise e strinse i pugni all'altezza del petto per mostrare la sua determinazione.
Ma non appena il silenzio si diffuse nella stanza degli ospiti e il futon l’avvolse con il suo calore, la mente non poté fare a meno di tornare alla giornata appena trascorsa.
Doveva essere una semplice amichevole, senza troppe pretese. Un modo per potersi allenare, confrontandosi con qualcuno esterno alla propria squadra. Peccato che, per il club di Mei, ogni singolo incontro fosse visto come una sfida, e ogni sconfitta diventasse motivo di rabbia e di un continuo puntare il dito. In particolare se a causare quel passo falso era la scarsezza di una delle compagne: la più lenta, la più bassa, la più impacciata.
L'allenatore non vedeva – o non gli interessava vedere – i gesti di scherno delle compagne verso Mei, troppo concentrato sui risultati della squadra e non abbastanza attento allo spirito che avrebbe dovuto tenerle unite, nonostante tutto.
La sconfitta contro la squadra ospite era stata una di queste occasioni.
C'erano stati troppi errori da parte di Mei, nonostante non fosse l'unica ad aver perso la palla o ad aver attaccato in maniera mediocre. Ma lei era ormai diventata il capro espiatorio e non veniva presa di mira solo per la sua prestazione in campo. Fu quasi naturale per quelle ragazze attaccarla sul personale, arrivando al punto che Mei non faceva in tempo a iniziare a spogliarsi che le compagne coglievano l'occasione per lasciarsi andare a risatine maligne.
«Dai che con quelle tette ce la fai a conquistare Yashi» aveva detto Sakura, la numero dodici e capitano della squadra.
«Ma no, quello è fissato, due paia di tette non gli bastano…» Poi Akane, la numero sei, aveva guardato Mei e aveva sorriso sottilmente. «Forse Mei potrebbe riuscirci, lei ne ha molte più di me.»
Sakura e le altre avevano rivolto gli sguardi verso Mei, la quale arrossì appena.
«Ma guarda che tu le hai più grandi» disse, alzando un sopracciglio.
Akane allora ampliò il sorriso: «ma ne ho solo due, lei ne ha quattro» e detto questo sollevò il dito. «Uno, due…» disse, contando il petto, per poi indicare la schiena, «tre e quattro.» Akane stava indicando le scapole su cui era accumulato del grasso in eccesso, che sporgeva da sotto la canottiera come due protuberanze.
Quelle che ce l'avevano particolarmente con lei si lasciarono andare a sciocche risate; le altre, per cui Mei era solo motivo di insofferenza, semplicemente ignorarono la scena, lasciandola senza alcuno sguardo di sostegno. Mei lanciò allora un'occhiata cupa al gruppo, cercando di far capire che non stava affatto ridendo con loro.
Questo atteggiamento non piacque al gruppetto e una di loro la colse di sorpresa: andandole dietro, con un gesto secco le sfilò via l'elastico con la farfalla.
«Non sei degna di indossare questo simbolo e comunque non ti renderà meno cessa.»
A quel punto Mei sentì la rabbia montarle dentro. Avrebbe voluto con tutta sé stessa scagliarsi contro di loro, prenderle per i capelli, sputare loro in faccia. Ma non era una persona violenta ed era da sola. L'avrebbero fatta passare dalla parte del torto, accusandola di essere la bulla del gruppo e trovando così la scusa perfetta per cacciarla via.
Mei, però, amava la pallavolo con tutto il suo cuore, una dedizione pari solo alla sua passione per il mondo del design. Il liceo Shiroi Chō rispondeva a entrambi i suoi desideri.
Se nelle materie artistiche se la cavava bene, con la pallavolo era invece quasi negata. In circostanze normali sarebbe già stata estromessa dal gruppo per gli scarsi risultati, ma i suoi genitori erano tra i principali donatori dell'istituto e questo le garantiva il posto.
Per Mei il fatto di essere figlia di qualcuno che contribuiva economicamente alla scuola era del tutto irrilevante. La sua passione per lo sport era sincera, e andava contro i suoi principi ostentare il fatto che la palestra avesse la garanzia di avere sempre l'attrezzatura necessaria anche grazie alla sua famiglia.
Le ragazze, però, anziché esserle grate, la guardavano con profondo risentimento, convinte di dover sopportare una “raccomandata che non sapeva nemmeno tenere una palla in mano”.
Era quasi abituata a quelle vessazioni, ma quel giorno era persino venuto a trovarla suo cugino, l'asso della squadra, per giunta con dei suoi amici. Poteva solo immaginare cosa avessero pensato di lei.
Si passò la mano sulla pancia e sentì quella carne in eccesso, quella morbidezza che sul campo di gioco diventava una zavorra. Forse mangiava troppo, forse era costituzione. Lei non era mai stata una persona che amasse il cibo più di qualsiasi altra e non lo cercava in continuazione, ma spesso si ritrovava a mangiare un po’ più degli altri; oppure, all'uscita da scuola era talmente stanca che non aveva nemmeno la forza di uscire.
Qualunque fosse il motivo, il suo corpo non era grazioso come quello delle coetanee: la pelle del viso era arrossata a causa dell'acne e i capelli si spettinavano facilmente, nonostante li pettinasse ogni giorno.
Socchiuse gli occhi e un singhiozzo le partì dal profondo. Quella notte, il cuscino avrebbe assorbito le sue lacrime ancora una volta.