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Creato il 10/05/2026, 23:08 · Aggiornato il 10/05/2026, 23:08

Capitolo 1: Capitolo 1

@ladyele1991LadyEle1991
MaturoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Bullismo
  • Copertina AI
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Note dell'autore: Nella seguente FF è presente il tema del bullismo. Se sei particolarmente sensibile all'argomento, forse la lettura non è consigliata.

Anticipo che non saranno presenti scene di particolare violenza - no ferimenti fisici o umiliazioni pesanti - spesso la cattiveria ha la sola forma della parola, da parte di persone che ti fanno sentire sbagliato/a, soprattutto in una fase sensibile come l'adolescenza in cui una critica è percepita molto più forte, rispetto che subirla da adulto. Per l'ispirazione, sono presenti alcuni episodi capitati alla sottoscritta.

È un racconto su come l'amicizia vera, uno spirito di squadra sano, può aiutare a superare le difficoltà e quindi sperare che attraverso di esso di poter lasciare una luce positiva nel lettore.

Ho scoperto solo recentemente Haikyu!! e per me incarna tutto ciò che di positivo debba esistere tra i ragazzi, sia sul campo che non. Ambientato qualche mese dopo l'anime, può contenere spoiler per chi non ha letto ancora il manga.

Il "maturo" è selezionato solo per il dubbio sul suo collocamento.


“Non esiste un muro che non possa essere superato.” — Shōyō Hinata

Le nazionali primaverili erano ormai solo un ricordo - seppur ancora vivido nei cuori della squadra di pallavolo maschile del Karasuno. La vittoria contro la loro nemesi, il Nekoma, aveva fatto il giro della prefettura e a lungo se ne era parlato ai telegiornali sportivi.

Venne poi sconfitta ai quarti dal Kamomedai, ma ormai nessuno osava più insinuare che i corvi non sapessero più volare, ma persino li paragonarono degni dei giocatori ai tempi del “piccolo gigante”, quando la squadra aveva raggiunto i massimi livelli storici.

Quando un giornalista, porgendo il microfono a Shōyō Hinata chiese se per caso si sentisse pronto ad ereditare quel titolo, al giovane dai capelli rossi quasi girò la testa ed i suoi compagni dovettero sorreggerlo. Del resto non era che al primo anno, poter sperare di diventare lui il nuovo “piccolo gigante” della sua generazione, sarebbe stato un sogno nel cassetto che si sarebbe realizzato.

Chiaramente, ci avrebbe messo tutto sé stesso, affinché questo un giorno potesse diventare realtà. Supportato dai propri amici - di scuola e non - non aveva alcun dubbio.

Il tempo passò e così giunse la primavera, che per il Giappone segnava anche la fine e l’inizio di un nuovo anno scolastico.

Ciò voleva dire salutarsi con Daichi Sawamura, Kōshi Sugawara e Asahi Azumane, che avevano terminato le scuole superiori.

I tre studenti, durante la consegna del diploma, vennero accolti da un folto e caldo applauso, per congratularsi con gli atleti che avevano portato così tanto prestigio alla loro scuola.

Le lacrime non si sprecarono, soprattutto tra i membri della loro ormai ex-squadra. Shōyō Hinata e Ryūnosuke Tanaka, in particolare, furono tra quelli più melodrammatici, riuscendo a provocare un vistoso mal di testa Kei Tsukishima, che ricordò loro che non è che ora non li avrebbero più rivisti, considerando che tre giorni dopo si sarebbero incontrati al parco per la fioritura dei ciliegi. Tuttavia, nemmeno lui riuscì a trattenersi dal mostrare degli occhi lucidi. Un conto era vedersi per delle uscite, un conto vivere di emozioni ed adrenalina con qualcuno che come lui dava il cento per cento e con il cuore che batteva forte, ad ogni punto fatto o perso.

Tutti i giocatori che stavano concludendo il primo anno concordarono: avere avuto come senpai quei tre ragazzi, era stato un onore.

Anche Hitoka Yachi, dentro di sé stava tremando dall’emozione. Ora che Kiyoko Shimizu concludeva anche lei le superiori, era diventata lei la manager numero uno. Ma come avrebbe potuto reggere il paragone? La sua amica era fantastica in tutto, sia nelle capacità organizzative, che nella bellezza… non che desiderasse che Tanaka e Nishinoya ora si mettessero a sbavare dietro di lei, ma doveva ammetterlo… in una squadra maschile, la presenza di una bella ragazza era un ottimo incentivo a dare di più. Soprattutto se quei maschi erano in fase adolescenziale. Nella piena fase del “gallo cedrone”.

Non appena Kiyoko Shimizu salì sul palco, nessuno si stupì che i ragazzi vissero la consegna del suo diploma come un lutto nazionale. Nei giorni o forse nelle settimane successive, si sarebbero trascinati senza una meta e senza uno scopo.

Tanaka e Nishinoya sentirono il bisogno di accendere un incenso, per la fine di quei giorni con la manager. Se ne erano portati letteralmente uno ciascuno, ma per fortuna entrambi avevano dimenticato l’accendino.

«E voi sareste i futuri senpai del terzo anno?» disse Kei Tsukishima, seccato ed esterrefatto al contempo.

La cerimonia si concluse in un lungo applauso e nella commozione generale, vecchi amici si salutavano e nuovi studenti, visibilmente emozionati si guardavano attorno spaesati.

Un nuovo anno stava per iniziare e questo per la squadra del Karasuno significava che nuove avventure e nuove sfide li avrebbero attesi. E loro erano pronti ad affrontare tutto quello che il destino avesse riservato loro.

🏐🏐🏐

Passarono i mesi e la Karasuno rimase fedele alle proprie promesse. Non appena l’anno scolastico iniziò, la palestra venne immediatamente presa d’assalto. Anche se erano cresciuti molto alle nazionali primaverili, la sconfitta dell’estate scorsa per le qualificazioni dell’Interhigh bruciava ancora, molto più intensamente, rispetto alla seconda sconfitta.

Purtroppo non avrebbero potuto di nuovo confrontarsi con il più ostico di tutti, Toru Oikawa, essendo stato anche lui del terzo anno, ma c’erano ancora diversi avversari e - che ci fosse la loro stella o meno - sicuro non si sarebbero lasciati sconfiggere tanto facilmente.

Il professore Ittetsu Takeda, comprendendo e supportando appieno i suoi ragazzi, fece carte false per ottenere il numero di ore più alto possibile, per poter usufruire della palestra. Anche se era un uomo dall’aspetto mite e pacifico, sotto, in realtà, era una tigre agguerrita.

«Ragazzi, ho delle novità!» esordì un giorno, correndo lungo il corridoio che separava l’edificio scolastico dall’ingresso della palestra, sventolando un foglio con il braccio alzato.

La squadra interruppe l’allenamento, stupita ed incuriosita dall’arrivo così impetuoso del loro insegnante.

Quest’ultimo dovette un attimo riprendere fiato.

Keishin Ukai si avvicinò a braccia conserte. «Professore o ci hanno appena nominato squadra dell’anno o non vedo il motivo per tutta questa fretta.»

L’allenatore aveva pronunciato quelle parole solo per fare dell’ironia, ma quando Takeda superò lo sguardo, illuminato e commosso allo stesso tempo, tutti rimasero senza parole.

«È esattamente così!» Disse ad alta voce ed essa riecheggiò per tutta la stanza. Subito dopo drizzò meglio il foglio davanti a loro: era un comunicato stampa.

La squadra Karasuno, assolutamente la più sfavorita nel torneo di fine anno, aveva sbaragliato i più favoriti e in particolare giocatori che erano stati persino adocchiati per partecipare agli under 19, come Wakatoshi Ushijima ed i gemelli Atsumu e Osamu Miya. Pur non essendo arrivati fino alla fine, erano stati nominati “squadra dell’anno” e la più quotata come la vincitrice per il prossimo torneo.

Ukai e la squadra tutta dovettero farselo ripetere più e più volte dal professore: loro erano diventati la squadra più ambita e temuta per quell’anno.

I primini si dettero pacche di sostegno a vicenda, perché ora toccava anche a loro tenere alto il nome della squadra, anche se riuscivano appena a tenere in mano una palla.

Shōyō Hinata si accorse immediatamente di quel momento di sconforto tra quest’ultimi e ad esso rispose sollevando il pugno e saltando in aria con entusiasmo.

Anche lui, solo fino a pochi mesi fa, era uno di loro ma nonostante questo, ce l’aveva fatta. Era cresciuto grazie alla squadra ed il sostegno reciproco. Oltre che a una grande dose di caparbietà.

Se lui che prima di arrivare alle superiori si era dovuto allenare pressocché da solo e quindi imparare effettivamente tutto solo un anno prima, era certo che anche loro, che comunque provenivano già da squadre di pallavolo, si sarebbero altrettanto distinti.

Le sue parole così accorate, fecero mutare immediatamente espressione alle matricole, le quali risposero con cenni di approvazione e sguardi accesi.

«Dovresti fare il coach life, se ti andrà male con la pallavolo» lo canzonò Tsukishima, mettendosi al suo fianco, dandogli appena una spintarella col fianco.

Hinata si voltò verso di lui, digrignando i denti e sfidandolo con lo sguardo, le braccia tese lungo i fianchi. Anche se quello spilungone biondo lo superava di trenta centimetri, gli sarebbe bastato segargli le gambe.

«Dai ragazzi, sempre a pungolarvi!» Intervenne Tadashi Yamaguchi, cercando di calmare le acque, agitano le mani di fronte a sé. «Ormai siamo del secondo anno, dobbiamo dare il buono esempio ai nostri kōhai.»

«È lui che pungo-cosa!» Ribatté Hinata, facendo uscire nuvolette dalle narici. «Crede sempre che io dica un mucchio di fesserie!»

«”Pungolare”, significa “punzecchiare”.» Disse Tsukishima, sistemandosi meglio gli occhiali sul naso «ma anche incitare, sollecitare, incoraggiare.»

Hinata si chiese se per caso il compagno mangiasse vocabolari per colazione. Poi l’espressione cambiò, quando anche quella di Tsukishima lo fece.

«E tu lo fai meglio di chiunque di noi, Hinata. Con il tuo entusiasmo e semplici parole, hai sollevato il morale dei primini ma anche il nostro.» Intensificò lo sguardo. «Questo lo fai ogni giorno e ti ammiro per questo.»

Hinata stentava a credere a ciò che aveva appena sentito. Forse quel giorno avrebbe dovuto lavarsi meglio le orecchie, perché era già la seconda volta che ad esse giungeva qualcosa di straordinario da essere inverosimile.

Improvvisamente, quasi perse l’aria, quando Nishinoya gli saltò addosso, congratulandosi di avere la stoffa del senpai.

Tutto quell’entusiasmo, però, venne immediatamente ridotto al silenzio dallo schiarirsi di voce alquanto irritata del professor Takeda: lui non aveva ancora finito di parlare.

Gli studenti si fecero piccoli, piccoli dall’imbarazzo.

«Per farla breve, ai prossimi Interhigh, voi sarete quelli maggiormente presi di mira. Allo stesso tempo, però, i vostri straordinari risultati hanno praticamente contagiato tutte le altre squadre, soprattutto quelle che quest’anno hanno perso le proprie punte di diamante.» Proseguì l’uomo. «Questa ondata di energia ha quindi raggiunto la federazione stessa delle giovanili che così ha accordato una petizione.»

«Io direi che hanno sentito l’odore dei soldi degli sponsor ed hanno colto la palla al balzo.» Disse Ukai, sollevando lo sguardo in un punto imprecisato della palestra.

«Per favore, non si metta a interrompermi pure lei!» Sbottò Takeda, per poi cercare di ritrovare la calma, sistemandosi meglio gli occhiali e prendendo un profondo respiro. «Normalmente il Training camp di Tokyo, si svolge tra le qualificazioni estive e quelle autunnali, in quanto quello è il periodo delle vacanze estive» Si umettò le labbra e guardò meglio il foglio. «Tuttavia per quest’anno si è deciso di anticipare il campus a prima di quello estivo»

Una nuova ondata di entusiasmo attraversò la squadra. Avevano conservato un bel ricordo di quel luogo, nonostante al tempo era stata l’unica squadra ad aver fatto più giri di penitenza rispetto alle altre, forse persino negli ultimi dieci anni.

Non solo avevano potuto visitare Tokyo - e ammirata la vera Tokyo Tower - ma lì soprattutto avevano collezionato tante belle amicizie. Forse fu davvero il momento in cui i ragazzi avevano imparato che fuori da quel campo, quei ragazzi erano come loro. Con la loro spensieratezza, i loro dubbi e le loro fragilità.

Probabilmente Kenma Kozume stava ancora mangiando la testa di Tetsurō Kuroo, per essere stato a tutti gli effetti colui che aveva insegnato a Tsukishima a murare come si deve e questo si era persino rivolto contro il Nekoma.

Sì. Il fatto che quell’evento stava per ripetersi ed anche prima del previsto, era stato accolto dai ragazzi con assoluta gioia.

«Ragazzi.» Il tono fermo del professore li fece tornare con i piedi per terra. Un cipiglio gli passava tra le sopracciglia. «So che vi è piaciuta l’esperienza. Ma ricordate che l’anno scorso il vostro nome non aveva alcun peso. Secondo voi perché questo campus è stato anticipato prima ancora della stagione estiva?»

Non c’era bisogno che il professore lo dichiarasse ad alta voce, avevano già capito, ma quest’ultimo glielo volle dire chiaro e tondo. Soffermando lo sguardo sul duo della schiacciata bislacca: Hinata e Kageyama.

«Vogliono studiarci. Vogliono arrivare alle selezioni conoscendovi già. Sanno che dall’ultimo torneo non avete smesso di allenarvi e che avete nuovi assi nella manica» si morse appena il labbro «Le altre scuole hanno smosso mari e monti di sicuro, affinché questo avvenisse, perciò se proprio non volete esimervi da questo ritiro, vi invito a fare molta attenzione.»

Le parole caddero pesanti sul gruppo. Sì, lo scorso anno si erano davvero divertiti come matti. Ma ora sulla loro testa c’era una corona e quelli che li avrebbero circondati non sarebbero stati ammiratori. Bensì dei nuovi pretendenti.

Hinata si voltò a guardare il suo amico, da sempre noto come il “re desposta” e glielo lesse chiaramente in faccia, benché apparisse come sempre impassibile: quel ragazzo avrebbe difeso il suo trono con le unghie e con i denti.

Lui non sarebbe stato da meno. Nessuno avrebbe reciso le loro ali.

🏐🏐🏐

Un giorno che avevano appena finito gli allenamenti, il Karasuno ricevette una visita più che gradita: il loro ex-compagno Asahi Azumane era venuto a trovarli.

«Asahiiiiiiiii» esclamarono in coro Hinata e Nishinoya, gettandogli le braccia al collo, mettendo a disagio l’amico.

«Avanti, ragazzi, ci siamo visti solo un paio di mesi fa!» Provò a dire, mentre cercava di non perdere l’equilibrio.

«E ti pare poco!?» Protestò, fulminandolo, Tanaka, il quale non si era gettato su di lui come una pulzella che accoglieva il suo uomo di ritorno dalla guerra, ma era chiaro fosse altrettanto entusiasta. «Guardalo poi con la divisa universitaria! Guardalo che gran fico! Per fortuna che Yachi è già tornata a casa o ce la facevi svenire!»

Azumane si grattò la testa, sempre più a disagio. Forse si stava già pentendo di essere passato.

«Sono venuto a prendere mia cugina che dovrebbe quasi aver finito la sua amichevole e visto che la scuola era di strada, sapevo che vi avrei trovato qua.»

«Davvero? Anche tua cugina gioca a pallavolo?» Chiese Hinata, con espressione entusiasta.

Azumane annuì. «Frequenta il primo anno delle superiori al liceo artistico Shiroi Chō.»

«Ah sì, ne ho sentito parlare» disse Hisashi Kinoshita, anche lui avvicinandosi. «La squadra maschile non è riuscita a qualificarsi per due anni di fila… quindi immagino che quest’anno avranno fame di vittoria. Mi risulta, però, che invece la squadra femminile si sia distinta.»

Azumane annuì di nuovo. «Mia cugina Mei ha scelto quella scuola, soprattutto per prendervi parte.»

Nishinoya gli diede una pacca. «Con un cugino del genere, sono sicuro che anche lei sia una forza della natura, non è così?»

L’universitario dai capelli castani, raccolti in un codino, fece spallucce. «Non ho mai avuto modo di vederla giocare, a causa della coincidenza degli orari scolastici, ma alle riunioni di famiglia mi ha sempre parlato con molto entusiasmo delle partite fatte alle elementari e alle medie.»

Poi si passò la mano sul mento e ci pensò su. «Volete venire a vederla? Vi do un passaggio in macchina.»

«Hai già la patente?» chiesero in coro Hinata, Tanaka e Nishinoya, gli occhi divennero delle stelle.

Ancora una volta Azumane dovette dare fondo al suo autocontrollo, ma questa volta un sincero moto di orgoglio si agitò nel suo stomaco. Del resto, tutti loro, rimanevano i suoi kōhai, un po’ di adulazione non era poi così male.

«Solo il foglio rosa, in realtà. In effetti, non dovrei neanche portare passeggeri con me, ma proprio non c’era nessuno disponibile ad andarla a prendere. Per una volta mi affiderò alla buona sorte.»

«Finalmente l’età della ribellione ha colto anche lui,» disse Nishinoya ad Hinata, nascondendo la bocca dietro la mano.

«Oppure crisi di mezza età,» rispose il ragazzo dai capelli rossi.

«Guardate che vi sento,» borbottò Azumane. Poi sospirò. «Beh ragazzi, io devo andare, mi ha fatto piacere rivedervi, alla prossima»

Alle parole, accompagnò un gesto della mano e fece per voltarsi.

«Aspetta, vogliamo venire anche noi!» Esclamò Hinata - e lo disse anche a nome di Tanaka e Nishinoya. «Dacci solo il tempo di cambiarci.»

Azumane sorrise, sapeva che l’occasione di vedere una partita di pallavolo li avrebbe entusiasmati. Fortunatamente tutti gli altri agognavano di più la doccia ed il pigiama, a quel punto della giornata, o non avrebbe saputo dove stiparli.

Chiaramente le vere intenzioni di Tanaka e Nishinoya non tardarono ad arrivare: «Più bello della possibilità di giocare a pallavolo, c’era solo la possibilità di vedere le ragazze giocare una partita di pallavolo».

Il fatto poi che quei due ora erano del terzo anno, l’idea di essere i senpai dei senpai - dei “senpai alla seconda” - non aveva fatto che alimentare il loro ego. Peccato che fossero rimasti praticamente identici all’anno prima, persino in altezza, a quanto risultava dall’ultima misurazione. Ma del resto… l’anno era appena iniziato.

🏐🏐🏐

Quando arrivarono alla scuola Shiroi Chō, Azumane tirò un sospiro di sollievo che nessun vigile l’avesse fermato. Ora mancava il tragitto di ritorno, ma ancora una volta si affidò alla sua buona sorte.

I quattro, varcando la soglia della scuola, furono subito catturati dalle opere degli studenti, esposte nell’atrio, da statuette d’argilla a quadri, ad installazioni artistiche moderne.

«Io è già tanto che riesco a fare omini con le stanghette!» esclamò Hinata, portando le mani dietro la nuca. «Tua cugina Mei immagino sarà un asso anche in questo.»

«Sì, da quello che ho visto, mi è sempre sembrata brava. So che gli zii vorrebbero di più da lei, ma credo che nel suo piccolo, sia un tipo che ce la mette tutta.»

«Immagino che con un cugino brillante come te,» osservò Tanaka «La pressione non sia da poco.»

Azumane abbassò appena il capo. «Questo è vero, purtroppo, ma la sua capacità di sorridere, quella è una dote che nemmeno io ho.»

Per un attimo, i tre si chiesero se dietro quelle parole non ci fosse dell’altro, ma l’argomento cadde nel momento in cui le urla entusiaste degli studenti riempirono l’aria della palestra.

I ragazzi si affacciarono alla balaustra e davanti a loro si aprì la scena delle due squadre femminili, quella ospite e quella locale che si stavano sfidando.

Erano ormai al terzo set e la partita ancora era nel vivo.

Tanaka e Nishinoya si commossero immediatamente a quella vista, ringraziando gli dei di avergli fatto giungere Azumane dell’alto dei cielo, affinché loro potessero assistere ad un così magnifico spettacolo.

Azumane ed Hinata sentirono il forte desiderio di buttarli di sotto.

La schiacciatrice della Shiroi Chō era al servizio, una ragazza dai lunghi capelli castani, alta e con il numero dodici sulla schiena. Il suo sguardo era determinato, i muscoli in tensione quanto bastava per caricare il salto e subito dopo il gesto del braccio.

Fece un punto schiacciante, le avversarie quasi non videro la palla.

Hinata e gli altri rimasero assolutamente entusiasti.

Col secondo servizio, intercettarono la palla, ma quando essa tornò nella metà della Shiroi Chō, dopo un’ottima difesa e un altrettanto passaggio, la stessa farfalla saltò di nuovo con una schiacciata e fece ancora punto.

Per Hinata, Tanaka e Nishinoya, non c’erano dubbi su chi potesse essere quella straordinaria ragazza.

«Certo che tua cugina è davvero fenomenale!» Disse Nishinoya, sorridendo e cercando lo sguardo dell’amico.

Azumane, però, alzò un sopracciglio. «Veramente non è lei mia cugina.»

Le avversarie fecero punto, ma poi la Shiroi Chō ne fece un altro e così la squadra girò.

Alla battuta questa volta c’era una ragazza dai fianchi larghi larghi ed il viso tondo, non arrivava neanche al metro e settanta, i capelli castani erano raccolti in una coda, con un elastico sormontato da una farfalla bianca. Portava il numero quattordici.

Dalla sua espressione, era palese quanto si sentisse insicura, ma il fischio d’inizio non le diede nemmeno il tempo di tirare un respiro.

«Ma che fa, non schiaccia?» Disse Hinata, alzando un sopracciglio, vedendo che la ragazza stava compiendo una battuta dal basso. Non che fosse vietato, ma le avversarie erano anch’esse forti e rapide di piedi e quello era un attacco troppo blando.

La palla oltrepassò la rete, ma venne immediatamente intercettata e dopo un rapido passaggio, riuscirono a schiacciare e fare punto.

Dopo un po’, tornò il turno della Shiroi Chō, ma in qualsiasi rotazione ottenevano, la cosa era chiara: in mezzo a loro c’era un anello debole. Il numero quattordici.

«Una facile!» urlava la squadra ospite, ogni volta che era lei a passare la palla dall’altra parte. Non schiacciava, sapeva giusto un po’ palleggiare e fare il backer - sempre quando non prendeva male la palla - e le avversarie avevano capito che non era in grado di saltare alto, non come le altre, e questo rendeva il loro muro una barriera impenetrabile per lei.

«Ma perché non buttano fuori quella scarsona?» Disse Tanaka, con una mano sul fianco «Le sta facendo perdere!»

«Ho pietà per lei» aggiunse Nishinoya, che invece lui aveva le braccia incrociate, scuotendo appena il capo. «Meno merendine e più salti alla rete.»

«Si tratta comunque di un’amichevole, non c’è bisogno di fare cambi mirati, tutti hanno diritto a giocare» disse Hinata a Tanaka ed ignorando la saccenteria dell’altro. «Uscirà quando la sua squadra ruoterà ancora» poi sollevò lo sguardo verso Azumane. «Senti, non ci hai ancora indicato quale è Mei.»

Subito dopo si accigliò, Azumane aveva lo sguardo un po’ rabbuiato. Sospirò e socchiuse appena gli occhi. «È la numero quattordici.»

Se avessero avuto una pala, Tanaka e Nishinoya si sarebbero seppelliti vivi lì e in quel preciso momento.

«Aahh scusaci tanto! Mi dispiace!» Esclamò Tanaka, congiungendo le mani.

«Ma sì, dai, magari sta avendo solo una brutta giornata, chi noi non la ha eheh!» Aggiunse Nishinoya, provando a metterci anche lui una pezza.

Azumane semplicemente li ignorò, il suo sguardo era del tutto concentrato su Mei, che con l’affanno e lo sguardo tremante, cercava comunque di mantenere posizione.

Hinata, però, non li ignorò affatto e li guardò molto severamente. «Nessuno di noi nasce imparato. Ho perso il conto delle palle che ho perso, nei modi più banali. Non c’entra la bravura o la prestazione fisica e certo non si può migliorare se chi ci dovrebbe sostenere si ferma solo alla superficie.»

I compagni abbassarono lo sguardo, davvero dispiaciuti per essersi lasciati andare così facilmente alle critiche, al di là se il soggetto fosse o meno parente del loro amico.

L'arbitro suonò il fischietto, annunciando la fine della partita e ad uscirne vincitrice fu la squadra ospite.

Le ragazze dalla divisa rosa, si corsero incontro, abbracciandosi entusiaste e felici del risultato ottenuto, mentre dall'altra parte della rete, quelle in divisa nera con delle farfalle bianche stampate sopra osservavano la scena con espressione torva.

«Bene, aspettiamo che Mei esca e poi vi riaccompagno» disse Azumane, mentre con lo sguardo seguiva la cugina uscire dal campo con il capo chino.

🏐🏐🏐

«Cugino, eccomi!»

Azumane ed i suoi amici erano nel cortile, quando udirono la voce di Mei.

«Mei! Ci hai messo poco, non ti sei fatta la doccia?»

Mei si scostò appena i capelli e sorrise un po’ imbarazzata. «Ho usato le salviette, preferisco lavarmi a casa.»

Azumane annuì, poi si mise di lato, per presentare i ragazzi, i quali la salutarono con un sorriso e agitando la mano.

Gli occhi di Mei di tutta risposta strabuzzarono appena e balbettò anche lei un “piacere” per poi porgere loro un paio di inchini.

«Ora possiamo andare, altrimenti chi la sente mia madre!» Disse Azumane ridacchiando.

«Ah sì, anche la mia!» Sbuffò Hinata, che abitando in una zona di montagna, rispetto agli altri doveva fare un tragitto persino più lungo.

Mei si scostò di nuovo le ciocche lunghe e si sventolò con la mano il viso.

«Legateli i capelli, no? Li hai tutti attaccati alla faccia» commentò il cugino, mentre si avviavano al veicolo.

Mei rispose con un sorriso timido. «Purtroppo ho perso l'elastico.»

Hinata chinò appena il capo. «Eppure ti avevo visto uscire con esso.»

Mei si limitò a stringere le spalle e a sorridere.

Azumane allora si sfilò il suo e glielo passò.

🏐🏐🏐

Saliti in auto, i ragazzi si lanciarono subito in commenti accesi sulle prestazioni delle giocatrici, sulla tecnica utilizzata e sulle cose che avrebbero potuto fare. La passione per la pallavolo era palpabile.

«Lì, Mei, avresti dovuto usare la schiacciata e puntare alla numero cinque, che in ricezione era la più debole» disse Hinata, sporgendosi da dietro il sedile. «Avresti almeno segnato il punto di inizio servizio.»

«Davvero? A me sembravano tutte fortissime.»

«Non più di voi,» proseguì lui. «Con l'allenamento, imparerai a riconoscere gli schemi e a individuare dove poter colpire.»

Mei lo osservò sinceramente interessata, quel ragazzo sapeva proprio il fatto suo.

«Allora al campus proverò a guardare meglio chi mi sta di fronte.»

«Ah anche la tua scuola partecipa?»

«Sì, hanno anticipato il ritiro, a quanto ho saputo.»

«Sì e tutto per merito nostro» disse Hinata incrociando le braccia, con orgoglio. «Ma anche se sperano così di conoscerci meglio, gliela faremo vedere in qualunque occasione.»

Nishinoya e Tanaka si erano stranamente rabbuiati. Poi improvvisamente il libero dei Karasuno posò una mano sulla spalla di Azumane.

«Tu lo sapevi?»

Azumane avvertì un brivido lungo la schiena.

«Che anche le ragazze partecipano al ritiro?»

«Perché, non lo sapevate?» Chiese Hinata, chinando appena la testa di lato. «Non nella stessa sede, ma è chiaro che le ragazze hanno i nostri stessi step di allenamento.»

«E dove diavolo erano l'anno scorsooo?» Urlò Tanaka, furibondo e con le fiamme negli occhi.

«A solo una fermata di metro dalla nostra sede,» rispose Hinata con tranquillità.

Azumane rischiò di andare fuori strada, a causa della furia indignata dei suoi due amici.

«Scusaci tanto, scusaci tanto!» Dissero poi in coro, quando Azumane accostò vicino alla stazione metropolitana. Quest’ultimo era un fascio di nervi.

Poi Azumane sospirò e sul suo viso apparve un sorriso sincero.

«Ragazzi, conto su di voi. Portate alto il nome del Karasuno.»

«Certo!» Risposero in coro.

🏐🏐🏐

Poco più tardi, i due cugini erano sulla via del ritorno. Avevano iniziato a pioviccicare ed i tergicristalli si alzavano in automatico in lenti movimenti ritmici.

«Non ti abbattere» disse a un certo punto Azumane. «La prossima volta vi rifarete.»

Mei fece spallucce «Ok.»

Poi cominciò a giocherellare con la zip.

«Perché li hai fatti venire? I tuoi amici intendo.»

«Perché erano curiosi, hai visto con che passione trattano questo sport, no?»

«Sì… ma ho fatto una figuraccia…»

Azumane alzò un sopracciglio. «Perdere una partita non è una “figuraccia”, può succedere. Oggi a te, domani a me.»

Mei si strinse ancora di più in sé stessa e chinò il capo. «Sì, ma io…» poi sospirò. «Poi sono sporca e sudata, avranno pensato che sei imparentato a una spaventapasseri.»

«Non sarebbero miei amici se credessero che una giocatrice, dopo una partita, ne possa uscire fresca come una rosa. Smettila di farti queste fisime.»

Mei riprese a giocherellare con la zip e non si dissero più niente, finché non arrivarono a casa di lui.

🏐🏐🏐

«Vuoi altro riso al curry, Mei?» Chiese la zia, porgendole la pentola.

«No, no grazie zia, sono a posto così!»

«Guarda che poi non voglio che tua madre pensi ti tenga alla fame!»

«No, no davvero!»

«Guarda che il curry di mia madre non lo mangi tutti i giorni eh!» Si aggregò Azumane, mentre lui consumava la sua seconda ciotola, senza fare complimenti.

Mei ci pensò un po’ su e poi alla fine acconsentì nel farsi mettere un altro paio di bocconi.

«Oh sapevo che la nostra Mei è sempre di buona forchetta!» disse il signor Azumane, facendo battere le sue bacchette di legno l'una contro l'altra.

Lo zio lo aveva detto bonariamente ma in quel momento in Mei il cuore si congelò e ad ogni chicco di riso che ora ingeriva, lo viveva con un gran senso di colpa.

«Allora buonanotte, cuginetta» disse Azumane, spettinandole i capelli. «Domani dai il meglio di te negli allenamenti!»

Mei gli sorrise e strinse i pugni all'altezza del petto, per mostrare la sua determinazione.

Ma non appena il silenzio si diffuse nella stanza degli ospiti ed il futon l'avvolse con il suo calore, la mente non riuscì a non tornare alla giornata appena trascorsa.

Doveva essere una semplice amichevole, senza troppe pretese. Un modo per potersi allenare, confrontandosi con qualcuno esterno alla propria squadra.

Peccato che per la squadra di Mei, ogni singolo incontro era visto come una sfida ed ogni sconfitta motivo di rabbia e puntare del dito continuo.

In particolare se a causare quella sconfitta sia per via della scarsezza di una delle proprie compagne. La più lenta, la più bassa, la più impacciata.

L'allenatore non vedeva o non gli interessava vedere i gesti di scherno delle compagne verso Mei, troppo concentrato sui risultati della squadra e non davvero allo spirito che avrebbe dovuto tenerle unite, nonostante tutto.

La sconfitta contro la squadra ospite era stata una di queste.

Troppi errori da parte di Mei, nonostante non fosse l'unica ad aver perso la palla o ad attaccare in maniera mediocre. Ma lei era ormai diventata il capro espiatorio e non veniva presa di mira solo per la sua prestazione nel campo. Fu quasi naturale per quelle ragazze attaccarla sul personale, arrivando al punto che non ce la faceva più nemmeno a spogliarsi che le compagne non perdevano occasione di lasciarsi andare a risatine maligne.

«Dai che con quelle tette ce la fai a conquistare Yashi» aveva detto Sakura, la numero dodici e capitano della squadra.

«Ma no, quello è fissato, due paia di tette non gli bastano…» poi Akane, la numero sei, aveva guardato Mei ed aveva sorriso sottilmente. «Forse Mei potrebbe riuscirci, lei ne ha molte più di me.»

Sakura e le altre avevano rivolto gli sguardi contro quest'ultima, la quale arrossì appena.

«Ma guarda che tu le hai più grandi» disse, alzando un sopracciglio.

Akane allora ampliò il sorriso «ma ne ho solo due, lei ne ha quattro» e detto questo sollevò il dito. «Uno, due…» disse, contando il petto, per poi indicare la schiena, «tre e quattro.» Akane stava indicando le scapole sui cui era accumulato del grasso in eccesso e così da sotto la canottiera sporgevano come due protuberanze.

Quelle che ce l'avevano particolarmente con lei, si lasciarono andare a sciocche risate, mentre le altre per cui era solo insofferenti, semplicemente ignorarono la scena e così Mei non trovò alcuno sguardo di sostegno da nessuna di loro.

Lanciò allora loro uno sguardo cupo, cercando di far loro capire che non stava ridendo con loro.

Questo non piacque al gruppetto e una di loro la colse di sorpresa, andandole dietro e con un gesto secco le sfilò via l'elastico con la farfalla.

«Non sei degna di indossare questo simbolo e comunque non ti renderà meno cessa.»

A quel punto Mei sentì la rabbia montarle. Avrebbe voluto con tutta se stessa andare loro contro, prenderle per i capelli, sputare loro in faccia. Ma non era una persona che amava la violenza ed era solo una. L'avrebbero fatta passare lei per la bulla del gruppo e così finalmente trovare la scusa adatta per cacciarla via.

Mei, però, amava la pallavolo con tutto sé stessa, al pari era solo la passione per il mondo del design. La Shiroi Chō rispondeva ad entrambi i desideri.

Se, però, nelle materie artistiche se la cavava bene, con la pallavolo era quasi negata. Forse sarebbe potuta essere estromessa dal gruppo per gli scarsi risultati, ma i suoi genitori erano tra i donatori della scuola e questo le garantiva un posto.

Per Mei, il fatto di essere figlia di qualcuno che contribuiva all'istituto, però, era irrivelante. La passione per quello sport era sincera e andava contro i suoi principi ostentare il fatto che la palestra avesse la garanzia di avere sempre l'attrezzatura necessaria, anche grazie a lei.

Le ragazze, così, anziché esserle grate, la guardavano solo con rabbia, perché dovevano avere attorno quella “raccomandata che non sapeva tenere una palla in mano”.

Era quasi abituata a quelle vessazioni, ma quel giorno era persino venuto a trovarla suo cugino, l'asso della squadra, per giunta con dei suoi amici. Poteva solo immaginare cosa avessero pensato di lei.

Si passò la mano sulla pancia e sentì quella carne in eccesso, quella morbidezza che sul campo di gioco diventava una zavorra. Forse mangiava troppo, forse era costituzione. Lei non era mai stata qualcuno che amasse il cibo, non più di qualsiasi altra, e non lo cercava in continuazione, ma spesso si ritrovava ad essere quella che mangiava un po’ di più degli altri oppure fuori dalla scuola era talmente stanca che non aveva voglia di uscire.

Qualunque fosse il motivo, il suo corpo non era grazioso come quello delle sue coetanee, la pelle del suo viso era arrossata a causa dell'acne, i capelli facilmente si spettinavano, nonostante li pettinasse ogni giorno.

Socchiuse gli occhi e un singhiozzo le partì dal profondo. Quella notte, il cuscino avrebbe assorbito le sue lacrime ancora una volta.

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