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Giorno 3.
Quel giorno Tokyo si risvegliò sotto una fitta pioggia, arrivata a spezzare l'afa dei giorni precedenti. Mentre i pendolari correvano da una parte all'altra, i treni della metropolitana tagliavano la città, pieni di passeggeri che guardavano fuori dai finestrini rigati d'acqua.
Sembrava un giovedì qualunque in un mondo ordinario. Eppure, per chi lottava ogni giorno per realizzare i propri sogni e trovare il proprio posto nella società, nessuna giornata era davvero uguale a un'altra. Spinti da una forza di volontà straordinaria, quei ragazzi stavano affrontando momenti intensi che non avrebbero mai dimenticato. Esperienze che li avrebbero aiutati a crescere come professionisti della pallavolo – per chi ambiva a quel ruolo – ma soprattutto come persone.
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«Buongiorno Hima!» disse Mei, raggiante, mentre scuoteva l'amica che ancora non voleva alzarsi dal letto della camera d'albergo.
Himawari mugugnò qualcosa, poi allungò il braccio verso il telefono e sospirò. «Ma quando finisce questo ritiro? Voglio le vacanze.»
«Io spero mai!» esclamò Mei, mentre si metteva la tuta della Shiroi Chō, blu scura con tre farfalle bianche stampate all'altezza del petto. «E poi questa domenica c'è il festival di Tanabata, non vedo l'ora di attaccare il mio bigliettino» gli occhi della giovane divennero due stelle.
Himawari la guardò di sottecchi. «Per diventare più brava a pallavolo o per chiedere alle stelle di sposare il libero del Karasuno?»
Mei divenne rossa come un peperone e si immobilizzò.
«Ma dai, possibile che ogni volta che si mette in mezzo, diventi un opossum?»
Mei strizzò gli occhi. «È che... più lo vedo, più forte mi batte il cuore.»
«Una bella cotta» osservò la numero dieci della Shiroi Chō, mentre anche lei si alzava per recuperare l'occorrente per la toeletta. «Almeno ieri hai fatto qualche progresso o te ne sei stata in un angolo?»
«Ah! Ho cantato con lui al karaoke! È stato molto divertente, perché entrambi sbagliavamo i tempi!»
«Ah sì, e poi?»
Mei si strinse nelle spalle. «E poi niente... beh, siamo stati insieme ai nostri amici, abbiamo trascorso una bella serata.»
Himawari la fissò con aria annoiata, leggermente severa. «Quindi non hai fatto nessun passo in avanti.»
«E che avrei dovuto fare, scusa? Ho parlato e riso con lui, poi hai visto come è stato contento per quel punto decisivo?» Iniziò a giocherellare con la zip. «Spero proprio mi abbia notata.»
«Certo...» disse in un sussurro Himawari, per poi chiudersi in bagno.
Rimasta sola, si guardò allo specchio mentre si spazzolava i capelli, pensando a quanto Mei fosse ancora una ragazzina ingenua.
«Beh, almeno non avrà molto da perdere, stasera» si disse tra sé e sé. Non sopportava quella ragazza, non l'aveva mai fatto; se quella sera i suoi amici Corvi le avessero voltato le spalle, a lei non sarebbe interessato minimamente.
Himawari si sollevò la manica: finalmente il rossore sul polso era sparito. Il giorno precedente era riuscita a nasconderlo grazie ai polsini, per fortuna nessuno ci aveva fatto caso, ma un profondo moto di rabbia le era rimasto addosso. La notte prima del primo giorno degli allenamenti, Akane – accecata dalla gelosia e alterata dall'alcol – era andata incontro ad Himawari, rientrata dall'appuntamento con Kenji e le aveva stretto il polso con violenza.
Himawari aveva pensato che fare la figura dell'alleata con lei sarebbe bastato a tenersela buona. Sbloccò il cellulare e scorse la chat fino all'ultimo messaggio che le aveva inviato: le scriveva che Mei sarebbe andata al mare con il Karasuno. Era l'occasione perfetta. Quella sadica avrebbe riversato la sua cattiveria su Mei, dimenticandosi di lei e del fatto che, proprio quella domenica, era uscita di nuovo con Kenji.
Nonostante fosse stata Akane a lasciare il ragazzo, apparteneva a quella categoria di persone che pretendono di controllare la vita degli altri a prescindere da tutto. Ecco perché, quando era venuto fuori che Himawari e Kenji si erano messi insieme, Akane si era trasformata in una iena.
Scosse il capo con forza. Avrebbe dovuto sopportare quella strega solo per pochi mesi, poi se la sarebbe tolta di torno per sempre. Se avesse rivelato al fidanzato che la sua ex se la stava prendendo con lei, Kenji sarebbe impazzito. Non poteva assolutamente rischiare che lui si compromettesse, proprio ora che era a un passo dal diploma.
Quando ebbe finito in bagno, si sistemò meglio la fascia bianca sulla testa e fece cenno a Mei che potevano andare.
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Kenji Takeshi si sistemò a sua volta la fascia bianca sulla testa, poco prima di entrare in palestra insieme alla sua squadra. La sua determinazione era palpabile fin dal mattino presto: anche quel giorno avrebbe dimostrato alle altre scuole di essere il capitano di un gruppo vincente. Ambiva alla vittoria a qualunque costo, e non importava se quello fosse solo un semplice ritiro tra ragazzi. Per lui era fondamentale distinguersi in ogni singola occasione.
La luce dei faretti illuminò il loro ingresso e le squadre già presenti in palestra assunsero immediatamente uno sguardo accigliato. Da quando c'era stato l'incidente, tutti osservavano il capitano della Shiroi Chō con aria diffidente. Takeshi, dal canto suo, era persino felice di suscitare una simile reazione.
Quella mattina Hinata si era svegliato con la testa pesante, e la pioggia che scrosciava forte fuori dalle finestre non contribuiva a fargli passare il malumore. Non aveva alcuna voglia di presentarsi agli allenamenti, ma si tacciò di codardia: non poteva nascondersi. Non avrebbe perso una preziosa giornata di preparazione solo perché un elemento lo aveva minacciato. Era comunque spalleggiato dai suoi compagni; in quella palestra avrebbe trovato molti amici e la Shiroi Chō non era l'unica squadra che si sarebbe trovata di fronte.
Quando arrivarono all'istituto, i ragazzi del Karasuno erano comunque fradici, nonostante le mantelle. La pioggia non aveva smesso un secondo di cadere fitta e qualcuno di loro iniziò già a starnutire.
«Proprio oggi dovevo scordare l'asciugamano» borbottò Ennoshita quando, una volta al riparo, perlustrò il borsone accorgendosi della dimenticanza.
«Perché non chiami Kaori e te ne fai portare uno?» propose Tanaka. «Tanto deve venire oggi pomeriggio, no? Avanti, scrivi alla tua fidanzatina!»
«Ma la smetti?!» esclamò il capitano, drizzandosi in piedi con calore.
«Intanto sei diventato rosso come un peperone» lo canzonò il compagno.
«Ryu... devo ricordarti quanti debiti hai in sospeso con me?» Per quanto la situazione lo avesse messo in imbarazzo, Ennoshita rimaneva pur sempre quel tipo di persona capace di sorriderti mentre emana un'aura micidiale. Tanaka si zittì all'istante, avvertendo il suo spirito demoniaco avanzare. Finora glielo aveva visto fare solo quando scattava l'operazione recupero esami, a causa della sua cronica mancanza di studio.
«Accidenti, me lo sono dimenticato anche io» sospirò Tsukishima.
«L'importante è che non vi siate dimenticati la testa sul comodino» intervenne Ukai. Il coach, chinato in avanti, si passò la mano tra le ciocche bionde per scrollarsi l'acqua di dosso, poi si risistemò il cerchietto nero. «Oggi dovremo vedercela con la Aoba Johsai, il Dateko e infine la Shiroi Chō. Sono tutte e tre squadre molto forti, quindi vedete di rimanere concentrati.»
«Sì!» esclamarono in coro i ragazzi. Soltanto Hinata rispose con meno enfasi degli altri.
«Ah bene, ragazzi, avete fatto prima di me.» disse Takeda, arrivando anche lui, per poi sgrullare l'ombrello.
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Quella mattina trascorse regolarmente. I primi avversari furono proprio quelli della Aoba Johsai che, nonostante la grande assenza di Tōru Oikawa, rimanevano una squadra seconda a nessuno. Shigeru Yahaba era il nuovo capitano, mentre Kentarō Kyōtani costituiva una minaccia offensiva micidiale. Di quest'ultimo bastava lo sguardo truce per intimorire chiunque, al punto che il primissimo giorno del ritiro la sicurezza della scuola aveva esitato a farlo passare: con quei capelli tinti di biondo, le due righe scure rasate ai lati e il cipiglio ostile, i custodi avevano creduto che un teppista stesse cercando di intrufolarsi nell'istituto.
«Ci sono molti primini nelle vostre file» osservò Kageyama, aggrappato alla rete.
«Beh, la nostra squadra era costituita per metà da giocatori del terzo anno» rispose Yūtarō Kindaichi, posizionandosi di fronte a lui. «Ma sta' tranquillo, caro "Re", abbiamo selezionato solo i migliori.»
Kageyama guardò l'ex compagno di squadra delle medie e accennò a un sorriso. «Staremo a vedere, "cipollino"» rispose, canzonandolo con lo stesso soprannome che Hinata era solito usare per il centrale della Aoba Johsai. Quest'ultimo inizialmente ringhiò indignato, ma poi sorrise a sua volta.
«Che vinca il migliore.»
Il fischietto sancì l'inizio dell'ennesima partita di quel ritiro di sei giorni, organizzato dal Fukurōdani Academy Group
I ragazzi di entrambe le squadre si muovevano rapidi e precisi, determinati a non concedere alcun favoritismo all'avversario.
Tutti diedero il massimo; in questa occasione si distinsero particolarmente Sanzo e Muronaga che, trovandosi di fronte avversari del loro stesso livello, trovarono finalmente il proprio spazio di gioco.
Sanzo schiacciava e difendeva con energia, facendo volare gocce di sudore dai capelli scuri che gli scendevano fino alle spalle.
Muronaga, dal canto suo, faceva di tutto per dimostrarsi un buon alzatore, per quanto la sua figura fosse ancora oscurata dal formidabile "re despota" del "duo bislacco". I suoi occhi color miele si muovevano attenti, seguendo la traiettoria della palla sopra la propria testa, pronto a intercettarla e alzarla per Tsukishima o Tanaka, a seconda di quale ritenesse il passaggio migliore.
Il tempo così trascorse, tra una schiacciata e un bagher dopo l'altro. Il coach Sadayuki Mizoguchi si congratulò con Takeda per aver portato sul campo una squadra così agguerrita.
«... Ma non si illuda, professore. Per il torneo estivo anche la mia squadra sarà ben preparata.»
«Grazie, signor Mizoguchi. Detto da lei, poi, è un gran complimento.»
Il giovane allenatore della Aoba Johsai, però, subito dopo si accigliò. «Ma il vostro dieci sta bene? Mi sembra un po' giù di tono.»
Takeda inarcò le sopracciglia. «Lei dice?»
«Sì, è così. Oggi Hinata è come rallentato» confermò Ukai, con la fronte leggermente aggrottata.
«Oh no, speriamo non stia covando qualcosa» commentò Takeda, assumendo un'espressione preoccupata. «Ci teneva molto a venire qui.»
«Magari è solo il brutto tempo» azzardò Mizoguchi.
«Speriamo» concluse il professore del Karasuno.
Hinata stesso si rese conto di star faticando più del dovuto quel giorno: era come se avesse dei pesi alle caviglie. Nonostante questo, si costrinse ad andare avanti.
A un certo punto una palla volò più lunga del normale.
Narita urlò: «Fuori!», ma l'istinto di Nishinoya lo aveva spinto a inseguirla lo stesso. Tuttavia, neanche allungandosi al massimo riuscì a raggiungerla e scivolò a terra.
«Mia!» esclamò una voce allegra, intercettando a sorpresa la palla in bagher.
Quando Nishinoya sollevò il capo, a poca distanza da lui si trovò davanti Kōtarō Bokuto in tutto il suo sorriso smagliante, ma completamente grondante di pioggia.
«Ma che sei, un cane?!» esclamò il libero del Karasuno, cercando di ripararsi quando l'ex capitano del Fukurōdani scosse la testa con forza per scrollarsi l'acqua di dosso.
«Uffa, la mia bellissima chioma ribelle...» piagnucolò il ragazzo, cercando di soffiare via dalla faccia le ciocche argentate e nere che gli ricadevano sulla fronte.

Il ragazzo indossava una semplice maglietta azzurra e dei pantaloncini neri. Era arrivato all'istituto senza nemmeno una mantella, prendendosi tutta la pioggia di Tokyo.
«Heilà!» esclamò Ukai, andandogli incontro e poggiandogli una mano sulla spalla. «Nostalgia dei vecchi tempi?»
Bokuto rise nervosamente. «Giusto degli allenamenti all'interno di queste mura.»
«Vatti ad asciugare o ti prenderai un malanno» gli consigliò il coach.
«Eh sì...» Poi Bokuto inarcò le sopracciglia, come se si fosse appena ricordato di qualcosa, e improvvisamente indicò Hinata. Quest'ultimo fece una faccia colma di disagio. «E tu, non devi seguire assolutamente la follia del tuo senpai che ha dimenticato l'ombrello! Ricorda che devi continuare a coprirti, sono stato chiaro?!»
Hinata si irrigidì e drizzò la schiena, rosso in viso. «Ma vi siete tutti legati quell'episodio al dito?!»
Quando Bokuto rientrò in palestra, con un asciugamano bianco sulle spalle, i ragazzi stavano per terminare la partita contro la Aoba Johsai.
«Come procedono questi corvetti?» chiese ai due allenatori.
«Non c'è male, a parte Hinata che oggi mi sembra un po' giù di tono» rispose Ukai.
«Oh, beh, capita. Non sempre si può essere al top.»
«Si saranno stancati al Maid Caffé» ipotizzò Takeda.
A quell'affermazione, l'orecchio destro di Bokuto aumentò a dismisura. «Dove sono andati?!»
Quando Takeda ripeté il nome del locale, l'urlo indignato dell'ex asso del Fukurōdani si propagò per tutta la palestra. Era furioso con il Karasuno – in particolare con Tsukishima e Hinata – per non essere stato invitato.
Ukai valutò seriamente se non fosse il caso di cacciarlo su due piedi.
Alla fine a vincere il match fu il Karasuno, e il buon umore tornò a splendere nel cuore di Bokuto.
«Vedo che hai migliorato il muro, mio caro Tsukki!» esclamò, avvicinandosi a Tsukishima.
Quest'ultimo fece un mezzo sorriso, pur accigliandosi appena. «Grazie a te, mi sono reso conto di quanto mi diverta questo sport.»
Bokuto si illuminò, per poi voltarsi verso Hinata. Con lui, però, assunse un'espressione ben più severa. «E tu? Oggi tiri la fiacca?»
Si aspettava una delle sue solite battute di spirito, ma lo sguardo di Bokuto si fece profondo e impensierito quando il dieci del Karasuno si limitò a scusarsi con un debole sorriso.
Dopo una pausa per riprendersi – approfittando del momento per scambiare due chiacchiere con il nuovo arrivato, che li aggiornò sui suoi provini per entrare nella MSBY Black Jackals – arrivò il momento di confrontarsi di nuovo con il Dateko.
«Posso unirmi anche io? Voglio vedere se riesco a superare il muro in lettura del Dateko!» chiese Bokuto. Ukai se lo ritrovò appiccicato come un cagnolino che elemosina il cibo del padrone, nonostante abbia già svuotato la ciotola.
«Ma che vuoi?!» protestò l'allenatore biondo.
«No, mi dispiace» rispose Takeda con più calma, risistemandosi gli occhiali sul naso. «Tu ormai sei troppo grande.»
Nel sentire quelle parole, Bokuto venne colto da una crisi mistica. Troppo grande equivaleva a vecchio? Troppo vecchio quindi ormai decrepito? Troppo decrepito e perciò inguardabile per le ragazze?
Accompagnato dal rintocco immaginario di una campana a morto, Bokuto si rifugiò in un angolino, avvolto da un'aura pesante mentre premeva l'indice sul pavimento.
«Non sono vecchio, ho solo diciotto anni, ne compio diciannove tra più di due mesi... Non sono vecchio...»
Tutti quanti preferirono ignorarlo, per pura pietà.
«Ci rivediamo, Hinata!» esclamò Koganegawa, sorridendo. «Poi l'ho detto ad Aone, di Mei!»
Hinata deglutì. «E lui che ha risposto?»
«Lo conosci. Ha grugnito ed è tornato a piantare chiodi... Ma dal modo in cui lo faceva, sono certo che fosse più che felice.»
Il dieci del Karasuno rise nervosamente, senza aggiungere altro. Poi si voltò, e il cuore gli si congelò nel petto. In quel momento, a un paio di campi di distanza, il capitano della Shiroi Chō lo stava fissando. Quando Kenji si accorse di essere ricambiato, gli rivolse un sorriso beffardo.
Hinata sentì un brivido lungo la schiena, ma tentò di ignorarlo. La Shiroi Chō sarebbe stata la prossima avversaria dopo il Dateko; per il momento, la squadra delle farfalle si stava preparando a confrontarsi con il Nekoma.
Kenma Kozume, quando vide disporsi dall'altra parte del campo i suoi avversari, si accigliò appena. Il suo sguardo si soffermò su Kenji Takeshi, memore di ciò che Hinata gli aveva raccontato. L'amico ne era uscito molto più sconvolto di quanto volesse dare a vedere. Dopotutto, Kenma lo sapeva bene, Hinata era un'anima gentile che riusciva sempre ad attirare le simpatie e il rispetto anche degli avversari più agguerriti; da Takeshi, invece, aveva ricevuto soltanto minacce.
«Che c'è?» chiese Yamamoto, avvicinandosi al proprio capitano dopo aver notato il suo sguardo scuro.
«Che impressione ti danno?» domandò Kenma, cercando di non dare troppo nell'occhio mentre fissava la Shiroi Chō.
«Solo un mucchio di damerini, figli di papà» rispose l'altro, per poi ghignare. «Queste farfalline ce le mangiamo a colazione.»
«Non li sottovalutare. Li hai osservati in questi giorni, no? Non guardano in faccia a nessuno.»
Yamamoto si imbronciò. «E allora nemmeno noi avremo riguardi per loro.»
Il duplice fischio degli arbitri risuonò quasi all'unisono, spezzando il brusio della palestra e dando ufficialmente il via ai due match. Sul primo campo, il Karasuno si dispose sulla linea di ricezione pronto a sfidare l'imponente sbarramento del Dateko, mentre a pochi metri di distanza, sul secondo rettangolo di gioco, il Nekoma prendeva posizione di fronte alla Shiroi Chō
Fu questione di un istante: i primi palloni vennero scagliati in aria per le battute d'apertura, e le quattro squadre si tuffarono nell'azione sotto gli sguardi attenti degli osservatori, dando inizio a un doppio scontro ad altissima tensione.
Mentre da una parte il Karasuno faticava a scardinare l'implacabile Muro di Ferro del Dateko – che pur privato di Aone manteneva una difesa asfissiante e geometrica –, gli sguardi di molti presenti erano calamitati dal campo accanto. Lì, l'atmosfera si era fatta improvvisamente gelida: il Nekoma stava affrontando la Shiroi Chō. Il contrasto tra le due squadre era netto. Da una parte i Gatti, guidati dalla mente fredda e analitica di Kenma, dall'altra le Farfalle, una macchina da guerra spietata che, sotto la regia provocatoria e aggressiva di Takeshi, non concedeva sconti e giocava ogni scambio con una cattiveria agonistica quasi disturbante.
«Vedo che le Farfalle hanno un nuovo capitano» osservò Bokuto, leggermente accigliato; non gli era affatto sfuggita l'intensità dello scontro tra il Nekoma e la Shiroi Chō.
«Li conosci?» chiese Ukai, voltandosi verso di lui.
«Li abbiamo sconfitti ai preliminari primaverili» spiegò l'ex Gufo, con un sorriso sottile. «All'epoca c'era un altro leader e di certo non conduceva il gioco nella maniera aggressiva in cui lo fa questo nuovo.»
«Sì, sembra che abbiano una gran voglia di riscattarsi, quest'anno» rispose l'allenatore biondo. «Più tardi ce la vedremo proprio con loro.»
Intanto, la sfida tra Karasuno e Dateko era entrata nel vivo, trasformandosi in una vera e propria guerra di logoramento. Senza le letture fulminee di Aone, il muro del Dateko era forse meno spaventoso a livello individuale, ma la loro proverbiale difesa di squadra restava una fortezza quasi impenetrabile. Kageyama cercava continuamente di velocizzare il gioco per smarcare i propri attaccanti, ma Hinata, rallentato da quella strana pesantezza, non riusciva a saltare con il tempismo di sempre. Fortunatamente, i colpi potenti di Tanaka e la furbizia di Tsukishima sotto rete permisero al Karasuno di trovare varchi preziosi, supportati dalle ottime spazzolate del nuovo arrivato Sanzo, mentre Nishinoya si lanciava in salvataggi millimetrici pur di tenere vivo ogni pallone. Nonostante i muri subiti e la fatica evidente, i Corvi stavano lottando con le unghie e con i denti per portare a casa il set.
«Avanti, ragazzi! Volete davvero pulire di nuovo il pavimento a causa di questi Corvi?!» esclamò Futakuchi, cercando di rinvigorire la squadra.
Bokuto strinse lo sguardo sul profilo di Hinata che, dopo essere atterrato per l'ennesima volta, guardava verso l'alto sotto rete, affannato e con il sudore che gli colava lungo le tempie. La maglietta nera della divisa gli si era completamente incollata addosso. Non aveva mai visto il suo allievo in quello stato, nemmeno ai tempi in cui il rosso aveva iniziato a calcare i campi di gioco delle superiori.

La sfida tra Nekoma e Shiroi Chō si era trasformata in una silenziosa partita a scacchi. Kenma Kozume orchestrò la difesa dei Gatti, muovendo i suoi compagni come pedine per arginare le letali traiettorie avversarie. Tuttavia, la Shiroi Chō non si lasciava impensierire, le Farfalle rispondevano a ogni pallonetto con schiacciate rabbiose che facevano tremare il pavimento.
Yamamoto tentò di scuotere i suoi con una diagonale strettissima, ma il muro coordinato della Shiroi Chō si dimostrò solido e reattivo, intercettando il pallone e rispedendolo violentemente nel campo del Nekoma. L'aggressività e il cinismo di Takeshi stavano mettendo a dura prova persino la leggendaria pazienza dei ragazzi in divisa rossa.
«Tiiiime out! Tiiime out!»
Il momento di tensione tra i Gatti e le Farfalle venne improvvisamente spezzato da una voce femminile dal leggero accento straniero. Alisa Haiba, la sorella maggiore di Lev, era entrata all'improvviso in palestra con un blocchetto in mano e un metro da sarto.
Molti ragazzi, dopo giornate intere passate a guardare solo grugni maschili, si voltarono con un sorriso sornione alla vista di quella splendida ragazza. Tra loro c'era anche Bokuto che, ripresosi in un lampo dal suo stato depressivo, si illuminò mentre minuscoli fiorellini sembravano spuntargli tutt'intorno. «Ma quanto è carina!» esclamò con una vocetta stridula.
Lev guardò la sorella con espressione sorpresa.
«Signorinella, tu non puoi chiamare il time-out! Solo io lo posso fare!» disse Nekomata, con il fumo che gli usciva dalle orecchie e diventando rosso di rabbia.
L'arbitro anche aveva una vena che gli spuntava dal lato della testa, ma la situazione era talmente allucinante da non trovare nemmeno le parole.
Alisa si voltò verso l'anziano allenatore con espressione decisa, portando le mani ai fianchi.
«E no! Ci sono questioni più importanti della vostra pallavolo!»
«E cosa, ad esempio?» ringhiò l'uomo.
In un attimo la giovane si accostò al fratello, iniziando a girargli intorno.
«Come il vestito per la festa di Tanabata, ovviamente!» rispose lei. «Devo dare al sarto le misure per Lev, ho tempo solo oggi. Serve la misura giusta per lo yukata da uomo, non può essere il primo che capita.»
Lev trasalì, completamente sopraffatto dall'imbarazzo, così Alisa gonfiò le guance contrariata. «La vuoi smettere di muoverti? Non vorrai mica presentarti al festival con un obi troppo corto! Come pretendi di conquistare il cuore della sorella di Yamamoto, conciato così?»
«Che cosa?!» sbottò il neo numero due del Nekoma.
Lev agitò freneticamente le braccia, urlando che si trattava di un enorme malinteso.
Nel frattempo, i giocatori avversari rimanevano a fissare la scena, seri e immobili. Kenma guardò di sottecchi Takeshi, cercando di scorgere in lui una qualche reazione.
Quando finalmente Alisa lasciò libero il fratello e uscì dalla palestra, dopo un attimo di sospensione e di incredulità, i compagni di Lev scoppiarono tutti a ridere. Il gigante del Nekoma era diventato rosso come un peperone per la vergogna. Solo Yamamoto non rideva: ringhiava come una belva minacciosa, pronto a saltargli al collo da un momento all'altro.
Il fischio dell'arbitro che ridava il via alla partita, però, fece tornare presto tutti con i piedi per terra: i ragazzi del Nekoma si concentrarono nuovamente sugli avversari dalla divisa nera, con sopra stampate farfalle bianche.
Dopo la ripresa del gioco, la Shiroi Chō alzò ulteriormente il ritmo, trasformando la partita in uno scontro fisico e spietato. Le Farfalle iniziarono a cercare colpi sporchi e pallonetti tesi che costringevano i difensori del Nekoma a schiantarsi a terra pur di tenere vivo il pallone. Ogni punto conquistato dagli avversari veniva accompagnato da risate di scherno e sguardi di sfida oltre la rete, un atteggiamento che fece rapidamente impennare l'irritazione tra Gatti.
«Per forza che Hinata si è sentito a disagio...» sussurrò Kenma, ormai sudato e con il fiato corto. Fissò il capitano avversario attraverso le maglie della rete, e nella sua mente ci fu spazio per una sola parola: "carogna".
Anche sul campo del Karasuno l'aria era diventata irrespirabile. Il Dateko non mollava di un centimetro: ogni volta che Tanaka o Sanzo provavano a sfondare, impattavano contro un muro piazzato con una coordinazione millimetrica. Hinata, con i polmoni in fiamme e le gambe sempre più rigide, continuava a scattare per fare da esca, ma la stanchezza fisica ne rallentava inesorabilmente i riflessi.
Kageyama, accorgendosi del blocco del compagno, cercò di variare il gioco appoggiandosi alle alzate calibrate di Muronaga e sfruttando l'astuzia di Tsukishima. Nonostante il Muro di Ferro rimandasse indietro quasi ogni attacco con una precisione frustrante, i Corvi continuavano a gettarsi su ogni pallone sporco, decisi a non cedere il set ai loro rivali.
Ma fu proprio nel momento di massima tensione che il Karasuno tirò fuori gli artigli, trovando un'intesa perfetta. Su una schiacciata micidiale del Dateko, Nishinoya si esibì in un salvataggio miracoloso in tuffo, tenendo miracolosamente su la palla.
Tanaka e Sanzo partirono in sincrono per una finta d'attacco laterale, trascinando con sé l'intero muro avversario. Fu allora che Hinata, stringendo i denti contro la fatica, si staccò da terra al centro della rete: Kageyama gli recapitò il pallone sul palmo della mano con estrema precisione. Il dieci del Karasuno scaricò tutta la rabbia repressa in una diagonale fulminea che baciò il parquet prima che la difesa del Dateko potesse anche solo muoversi, siglando così il punto della vittoria.
«Eeevvaiiii!» urlò Tanaka, agitando il pugno verso l'alto.
«Sììì!» esultarono i primini, dandosi un doppio cinque.
Futakuchi, cercando di trattenere la frustrazione, strinse i pugni al petto. Poi guardò i suoi compagni e ordinò loro di prepararsi, perché anche quella sera avrebbero dovuto lavare da soli le proprie divise.
«Siete stati formidabili, come sempre» disse Hinata, rivolgendosi al capitano del Dateko con il fiato ancora corto e un lieve sorriso.
«Grazie, ma è chiaro che senza Aone dobbiamo ancora calibrarci bene» rispose Futakuchi, con un cenno di rispetto.
«Sono certo che ritroverete presto il vostro equilibrio.»
Hinata tornò in panchina per concedersi un lungo sorso d'acqua. Nel frattempo, il suo sguardo vagò verso gli altri campi e non riuscì a fare a meno di posarsi sulla sfida tra Nekoma e Shiroi Chō. Entrambe le squadre erano stanche, ma i Gatti apparivano decisamente più provati. Hinata non aveva mai visto Kenma così concentrato e agguerrito, come se si rifiutasse categoricamente di darla vinta agli avversari.
Alla fine, però, il fischio finale decretò la vittoria della Shiroi Chō.
Takeshi dovette dire qualcosa di pesante al capitano del Nekoma, perché improvvisamente si sentì la voce di Kenma alzarsi di tono mentre lo sfidava a ripetere quelle parole. Quello della Shiroi Chō, tuttavia, rimase del tutto impassibile, ammonendolo freddamente sul fatto che urlare in quel modo per una partatita persa fosse un comportamento antisportivo.
Yamamoto fu costretto a trattenere Kenma affinché la situazione non degenerasse. Una cosa era evidente: quell'incontro non aveva affatto rafforzato i legami tra i due club, al contrario li aveva logorati fino al limite.
E ora, quel ragazzo alto dall'espressione affilata stava per scendere di nuovo in campo, pronto a sfidare di nuovo Hinata.
Ad Hinata quasi cadde la borraccia di mano, per quanto la mano gli tremava.
Bokuto, con le braccia incrociate e il suo solito sorriso allegro ma enigmatico, seguì con gli occhi Takeshi mentre prendeva posto in campo. Il capitano avversario ricambiò l'occhiata solo per un breve istante.
Sul lato del Karasuno si dispose la formazione iniziale, con Nishinoya, Narita e Sanzo in seconda linea per la difesa, e Tanaka (come capitano in ruolo), Hinata e Kageyama in prima linea sotto rete.
Hinata non riuscì a sollevare lo sguardo quando si ritrovò Takeshi proprio di fronte, con la sola rete a dividerli. Un'aura opprimente sembrava gravare sulle sue spalle e il capitano della Shiroi Chō se ne accorse, godendosi la scena con un sorriso sottile.
L'arbitro lanciò la monetina: la prima battuta andava al Karasuno. Sanzo si diresse a fondo campo e si preparò per il servizio.
Il primino effettuò una battuta tesa e fluttuante che la seconda linea della Shiroi Chō faticò a controllare, servendo un pallone impreciso al proprio alzatore.
Sfruttando la traiettoria prevedibile del contrattacco avversario, Tanaka intuì la direzione dello schiacciatore e piazzò un muro passivo, smorzando la violenza della palla. Kageyama si avventò sul rimbalzo e, con un tocco di seconda rapido e pulito, spinse il pallone direttamente nell'angolo scoperto del campo avversario, dove nessuno poté arrivare.
Fu un'azione ordinaria, conclusa in pochi secondi: il conta punti segnò il primo per il Karasuno nell'indifferenza generale di entrambe le formazioni, cosa che però non destò molto scalpore se non qualche stretta di mano perché, già tutti concentrati sullo scambio successivo.
E da quel momento il gioco cambiò.
Improvvisamente fu come se la Shiroi Chō avesse cambiato schema di gioco o, peggio ancora, come se avesse iniziato a leggere nella mente degli avversari. Era vero, si erano già scontrati un paio di giorni prima, ma era possibile che le Farfalle conoscessero così a fondo i Corvi? Sapevano tutto delle loro debolezze, sia tecniche sia psicologiche.
Sanzo era il più bravo nella ricezione, quindi evitarono sistematicamente di indirizzare la palla verso di lui, preferendo bersagliare il libero. Nishinoya si ritrovò più volte sotto il tiro di veri e propri proiettili; per quanto fosse "l'angelo custode" della squadra, nonostante i suoi famosi Rolling Thunder, si ritrovò senza fiato a doversi catapultare da una parte all'altra per salvare il pallone, dato che gli avversari dimostravano una particolare abilità nel millimetrare i colpi filo linea. Inoltre lo attaccavano fissandolo dritto negli occhi, e a Nishinoya venne il batticuore nel trovarsi davanti, ogni volta, quegli sguardi così cupi.
Narita, poi, proprio come negli anni precedenti, era un centrale di riserva: non aveva mai eccelso davvero e non era dotato di grandi colpi. Nelle partite ufficiali veniva perlopiù lasciato in panchina, perciò ritrovarsi titolare contro quella specie di mostri rese il suo gioco più instabile del solito.
C'era poi Tanaka, su cui la difesa avversaria si concentrò per bloccargli ogni schiacciata e, quando possibile, per fare punto proprio a un passo da lui. La cosa iniziò a irritarlo non poco, facendogli capire al volo che lo stavano provocando apposta.
Kageyama, di conseguenza, ritrovandosi con Tanaka nervoso, Hinata pallido come un lenzuolo e la seconda linea in totale affanno, iniziò a tentare azioni solitarie. Queste giocate personali, tuttavia, non portarono a grandi risultati, finendo solo per indispettire i compagni che pretendevano di essere serviti e che lui, invece, continuava a ignorare.
Il Karasuno, senza nemmeno rendersene conto, stava facendo il gioco dei propri avversari.
Anche ruotando le cose non andavano meglio, e neppure l'ingresso dei pinch server riuscì a cambiare l'inerzia del match. La Shiroi Chō dimostrò di conoscere persino le battute a effetto di Yamaguchi; Kinoshita, dal canto suo, si ritrovò paralizzato dall'andamento del gioco non appena incrociò i sorrisi schernitori degli avversari, una pressione che lo fece sudare freddo.
Con l'entrata in campo del vero capitano del Karasuno, la squadra cercò di tirare un sospiro di sollievo, affidando a Ennoshita le proprie speranze. Ma anche Ennoshita venne presto bersagliato, preso di mira da Takeshi in persona, in una lotta silenziosa su chi fosse il capitano più degno.
Ennoshita vide quanto i suoi compagni fossero ormai demoralizzati e contrasse le sopracciglia, consapevole che lui, in quanto erede di Daichi Sawamura, aveva il dovere assoluto di tenere alto il morale del gruppo.
«Che abbiano studiato i filmati delle nostre partite?» ipotizzò Takeda, leggermente accigliato, rivolgendosi a Ukai, che aveva appena espresso tutta la sua frustrazione per il modo in cui le Farfalle stavano dominando il gioco.
«Se lo hanno fatto, erano supportati da uno psicologo» rispose l'altro.
Fortunatamente quello era solo un allenamento, si disse il coach, ma se il trend era questo, al torneo estivo – quando le cose si sarebbero fatte ben più serie – la situazione sarebbe stata molto più problematica. Non potevano assolutamente prendere la cosa sottogamba.
Una schiacciata, poi un'altra. E poi muro, muro, muro.
Hinata comprese che, durante la prima rotazione completa, Takeshi stava solo giocando con loro. Una pura dimostrazione di forza per fargli capire che tutti, nessuno escluso, potevano cadere preda della sua ragnatela.
Ora, però, il numero uno della Shiroi Chō aveva puntato al suo vero obiettivo, e il dieci del Karasuno lo capì chiaramente quando il rivale sussurrò: «Io ti vedo, Piccolo Gigante.»
Da quel momento l'intera azione si concentrò su Hinata. Takeshi impiegò ogni energia non semplicemente per sfidarlo, ma per umiliarlo. Schiacciava con ferocia inaudita verso di lui, che si ritrovò presto con le braccia arrossate a furia di tentare di difendere quei palloni.
«Sei debole, Piccolo Gigante» gli disse a un certo punto, con un sorriso beffardo. E anche se non aggiunse altro a voce, ad ogni colpo incassato, ad ogni palla persa o intercettata dal muro, lo scherno di quel ragazzo diventava sempre più palpabile.
«Lo sta distruggendo» ringhiò Ukai. Avrebbe dovuto fermare la partita, ma la verità era che Takeshi non stava violando alcuna regola. Nessun regolamento vietava a un giocatore di lanciare sguardi di sfida, e nessuno costringeva Hinata a subire passivamente quelle schiacciate così violente.
Per un attimo sembrò che in campo ci fossero solo loro due: Hinata, piccolo e gracile, e Takeshi, imponente e severo, che lo stava letteralmente schiacciando con la sua sola presenza.
Nel frattempo, il resto della Shiroi Chō faceva in modo di tenere a bada gli altri componenti del Karasuno, affinché l'intera squadra venisse fiaccata e nessuno potesse dare un reale supporto al proprio centrale di punta.
Il culmine venne raggiunto quando Hinata e Kageyama riuscirono finalmente a organizzare la loro classica veloce. Proprio quando il rosso si trovava a mezz'aria, però, si ritrovò davanti il volto affilato di Takeshi: il capitano avversario aveva spiccato a sua volta un balzo impressionante. Pur avendo saltato da fermo, forte della sua notevole altezza, riuscì a intercettarlo e a congelare Hinata sul posto.
La palla cadde a terra nel campo del Karasuno, spegnendosi in un paio di rimbalzi.
«Hinata!» esclamò Takeda quando vide il giovane girarsi di scatto e correre via dalla palestra, senza voltarsi indietro.
Takeshi accennò a un sorriso e i suoi occhi si illuminarono di sadismo. Tsukishima lo fulminò con lo sguardo; pur non dicendo nulla ad alta voce, strinse i pugni talmente forte da farsi sbiancare le nocche.
Anche Kageyama si rabbuiò e si voltò verso il capitano della Shiroi Chō. I due si scambiarono un'occhiata di fuoco.
🏐🏐🏐
Hinata era corso fuori dall'edificio ma, dato che pioveva ancora a dirotto, si limitò a fermarsi sotto il portico della scuola. Lì si appoggiò alla parete di cemento, per poi scivolare lentamente verso il basso e rannicchiarsi su se stesso, nascondendo il viso tra le ginocchia.
In quel momento di solitudine si concesse finalmente la possibilità di sfogarsi, lasciando che i singhiozzi e le lacrime si mescolassero al rumore della pioggia. Si sentiva così incapace, così debole. Non era aggressivo come Tanaka, non era saldo di nervi come Tsukishima e forse non era nemmeno il vero asso che credeva di poter diventare. Dopotutto, l'anno precedente, solo Tobio e Kei erano stati convocati per quegli allenamenti speciali, mentre lui aveva dovuto fare l'infiltrato. Cosa si era messo in testa? Di poter competere davvero con tutta quella gente e, come se non bastasse, di fare persino da mentore a un'altra persona? Quel Takeshi glielo aveva fatto capire chiaro e tondo.
Sentiva freddo alle braccia e alle gambe, essendo uscito all'improvviso mentre era ancora sudato. Ma in quel momento, che gli venisse o meno un malanno, non gli importava affatto.
A un certo punto, però, il cuore perse un battito quando avvertì una mano posarsi sulla sua testa. Per un istante temette che il capitano della Shiroi Chō fosse venuto fin lì per infierire... Ma si ricredette subito: quel tocco, a differenza di quello di Takeshi, era decisamente più gentile, e la voce che seguì gliene diede la conferma.
«Brutta giornata per il mio allievo numero uno, eh?»
Hinata sollevò appena lo sguardo, il tempo di vedere Bokuto in piedi di fronte a sé, con le mani ai fianchi e un mezzo sorriso. Poi tornò a nascondere il viso tra le ginocchia.
Bokuto continuò a guardarlo, ma questa volta con aria più comprensiva e dolce.
Hinata avvertì un fruscio: l'ex asso del Fukurōdani si sedette accanto a lui, poggiando a sua volta la schiena alla parete, con il braccio sinistro abbandonato sul ginocchio e la gamba destra piegata a terra.
Inizialmente non disse nulla, lasciando che fosse il picchiettare della pioggia a riempire quel silenzio. Finché, alla fine, non voltò il capo verso l'alto e la sua espressione si fece più nostalgica.

«Sai, se ripenso al passato, è incredibile quanta strada io abbia fatto prima di diventare il figo che sono oggi.»
Hinata non rispose.
«No, dico davvero!» esclamò Bokuto, come se l'altro gli avesse appena detto il contrario. «Non sono mica nato così alto, sai? E i miei capelli... uff... per anni ho avuto la tipica pettinatura a scodella, finché mia madre non ha finalmente capito che ero io il solo padrone della mia acconciatura.»
Guardò il dieci del Karasuno, che non si era mosso di un millimetro nemmeno di fronte a quel racconto. Bokuto si accigliò e tornò a rivolgere gli occhi verso il soffitto del portico. «Ti ha fatto incazzare di brutto quel tipo, eh?»
Hinata si strinse ancora di più nelle ginocchia.
«Ma non devi dargliela vinta. Non ha fatto altro che provocarti e metterti alla prova con la forza bruta. Però sta' tranquillo: oltre a fare il gradasso non può spingersi. Se facesse di peggio lo caccerebbero seduta stante, e lui non rischierebbe mai una cosa del genere. Perciò è solo tutto fumo e niente arrosto.»
«Questo lo so!» rispose Hinata a denti stretti. «Lo so...» aggiunse poi, con tono più flebile. «Infatti il problema non è lui.»
«E allora che cos'è? Perché sei corso via a quel modo? Sei stanco? È solo una partita di preparazione.»
«Non è solo una partita... Lo sai perché hanno anticipato il ritiro, no? Lo hai saputo il vero motivo?»
Bokuto si grattò la nuca, perplesso, e sollevò un sopracciglio. «Non proprio, a dire il vero.»
«Ce lo ha detto il professore settimane fa: noi del Karasuno siamo i favoriti per i prossimi tornei. Ci hanno voluto testare in anticipo per cercare di scovare una falla... e io mi sento esattamente quella falla.»
Bokuto rimase in silenzio per qualche attimo, studiando il profilo del suo amico.
«Ma non dire sciocchezze, Hinata! Tu sei le ali del Karasuno! Da quando ci sei tu, questa squadra è rinata!» esclamò poi, dandogli una pacca sulla schiena.
«E allora perché mi sento così... inetto? Perché nel momento in cui Takeshi mi ha minacciato, mi sono sentito al livello di un bruco?»
«Ti ha minacciato?» chiese Bokuto, sporgendosi in avanti e prendendolo per la spalla per costringerlo a guardarlo negli occhi. «Che cosa ti ha detto?»
Ora il giovane uomo sembrava davvero sul punto di perdere la pazienza.
«Mi ha detto che mi avrebbe schiacciato» rispose Hinata, con un filo di voce. «Ha detto che mi ha tenuto d'occhio e che non ha alcuna intenzione di sottovalutarmi.»
«Nient'altro?»
«Nient'altro.»
Bokuto rimase accigliato per un istante, poi si limitò ad annuire, metabolizzando quelle parole.
«Quindi ti ha riconosciuto come un rivale da temere.»
Le parole del suo mentore lo lasciarono a bocca aperta. «Dici che mi teme?»
Bokuto sorrise a trentadue denti. «Certo che ti teme! Altrimenti non si sarebbe sprecato a dirti quelle cose.»
Hinata tirò su con il naso. «Eppure io non mi sento così forte. Non sono minimamente al tuo livello o a quello di molti altri.»
Bokuto sospirò e si portò le braccia dietro la testa. «Eh, caro mio, ne hai ancora di strada da fare per eguagliarmi, è chiaro!» esclamò con nonchalance, per poi chinare appena il capo e abbassare la voce di qualche tono. «Ma non ho dubbi che un giorno quel momento arriverà.»
Lo sguardo del dieci del Karasuno era ancora lucido, ma questa volta venne attraversato da una luce nuova. Quel ragazzo accanto a lui lo aveva preso sotto la sua ala fin dal primo istante. Era stato tra i primissimi a riconoscere il suo vero potenziale.
Come se gli avesse letto nel pensiero, Bokuto si voltò a cercare il suo sguardo. «Che cosa dici alla tua allieva quando è giù di morale? Mi sembra di aver capito, al tuo compleanno, che la cugina di Azumane sia sotto la tua guida.»
«Mei?» Hinata si strinse nelle spalle. «Le ho dato qualche consiglio per scacciare i brutti pensieri ed essere più sicura di sé.»
«E vuoi davvero predicare bene e razzolare male? Perché hai deciso di aiutarla?»
Hinata guardò verso il cortile sferzato dalla pioggia. «Perché capisse che anche lei è speciale.»
Bokuto gli scompigliò affettuosamente i capelli. «Bene! E sappi che io sono stato mosso esattamente dalla stessa intenzione.» Si girò di lato, ammorbidendo il tono. «Non ricordo se te l'ho già detto, ma io ho visto in te la mia stessa energia, la medesima passione per la pallavolo» allargò il sorriso. «Anche se il fatto che tu mi abbia sempre elogiato fin dal primo giorno... beh, anche quello ha fatto guadagnare un sacco di punti alla tua persona!»
Gli appoggiò una mano sulla spalla. «Tu, Shōyō, hai un potenziale immenso, puoi davvero sfondare in questo sport.» Si inumidì le labbra, facendosi serio. «E ci sta sentirsi giù, soprattutto quando sul tuo cammino incontri elementi del genere. Finora hai trovato solo appassionati come te che, per quanto si atteggiassero, alla fine erano tutti pezzi di pane. Ma il mondo lì fuori è un covo di carogne.»
Hinata sorrise piano e abbassò lo sguardo. «Sì, me lo ha detto ieri anche Kenma.»
«Perché è un tipo intelligente, glielo riconosco. Ha una visione realistica delle cose, proprio come me. Non ho dubbi sui motivi per cui sia stato nominato capitano.»
Bokuto si alzò in piedi per stirarsi la schiena. «Allora su con il morale, mio giovane padawan! Non è piangendosi addosso che si dà uno schiaffo morale a questo tipo di persone» strinse il pugno al petto e lo guardò carico d'entusiasmo. «Rimettiti in piedi e fai vedere a tutti di che pasta sei fatto!»
Hinata si alzò di scatto, come investito da una nuova ondata di energia. Bokuto gli posò nuovamente la mano sulla spalla, cercando i suoi occhi. «E quando anche tu ti sarai diplomato, sappi che ti aspetterò. Come compagno di squadra o come rivale... L'importante è che giocheremo di nuovo insieme, Shōyō.»
I due si sorrisero all'unisono, scambiandosi uno sguardo carico di significato, per poi stringersi la mano in un gesto deciso, a suggellare quella promessa.
Ora che Hinata si era ripreso, i due iniziarono a incamminarsi verso le palestre. Il dieci del Karasuno sospirò e si portò le mani dietro la nuca. «Mi sento davvero meglio. Sai, non ti facevo così saggio.»
Bokuto gonfiò il petto e sollevò l'indice con orgoglio. «Beh, non posso più giocare con voi mocciosi, ma avere gli anni che ho, mi ha permesso di sbloccare qualche skill in empatia!»
Poi, all'improvviso, l'ex asso del Fukurōdani si bloccò. Hinata, che gli era subito dietro, si accigliò vedendo quelle spalle larghe incurvarsi leggermente. «A proposito, Hinata...» disse Bokuto, con un tono improvvisamente basso e serio.
Hinata deglutì, colto alla sprovvista. «Sì? Che c'è?»
«Tu fai da mentore a una ragazza che gioca nella squadra femminile della Shiroi Chō, giusto?»
«Sì, Mei è della Shiroi Chō» confermò il rosso, annuendo.
«E hai avuto modo di conoscere anche le sue compagne?»
Hinata sbuffò e storse la bocca al ricordo. «Sì, purtroppo.»
Le spalle di Bokuto iniziarono a tremare. Hinata si fece più confuso che mai, almeno finché da quel tremore non emerse una risata sommessa. Quando l'ex Gufo si voltò, il suo sorriso sornione diede al ragazzo l'immediata conferma di ciò che stava tramando. «Non è che mi presenteresti qualche farfallina?»
«Ritiro ufficialmente tutto quello che ho detto poco fa.»
«Eeeeh?!»
🏐🏐🏐
Quando Hinata e Bokuto rientrarono in palestra, l'aria cambiò decisamente. Sia i compagni che i rivali avvertirono la nuova aura di determinazione avvolgere il dieci del Karasuno.
Takeshi si accigliò all'istante, ma non fece altro.
«Ti senti bene, Hinata?» chiese il professor Takeda, visibilmente apprensivo.
Hinata sorrise e annuì con vigore. «Sono pronto per tornare in campo.»
«Bene» disse Takeda, sorridendo dolcemente, più rilassato. «Stiamo proprio per fare la rotazione, entra tu in battuta.»
«Sì!» rispose Hinata, senza la minima esitazione.
Takeda e Bokuto tornarono al fianco di Ukai sulla linea di panchina.
«Sembra finalmente rinvigorito» osservò il coach. «Che cosa gli hai detto?»
Bokuto scrollò le spalle. «Ho solo rinvigorito il suo ego! Aveva bisogno di ricordarsi che anche lui è un vero figo.»
Takeda sorrise divertito. «Qualunque cosa tu gli abbia detto, ha funzionato» concluse, intensificando lo sguardo sul campo. «Le sue ali sono tornate.»
Ma non solo quelle di Hinata: tutti i Corvi tornarono a spiegare le ali, pronti a fare onore al loro celebre motto. In quel momento non si trattava più di un semplice confronto, ma di una questione di principio. Se era pur vero che in natura esistono farfalle capaci di nutrirsi delle carcasse dei volatili, e che molti uccelli evitano i lepidotteri dai colori troppo sgargianti per paura del veleno, era altrettanto vero il contrario: le farfalle fanno parte della dieta dei corvi. Soprattutto quelle bianche, che vengono cacciate regolarmente senza alcuna pietà.
Così come Hinata non ebbe più timore a sostenere lo sguardo di Takeshi, anche gli altri ne approfittarono per superare le proprie battaglie personali: chi saltava poco ora prestava più attenzione a piegare le ginocchia; chi si sentiva all'ombra di un compagno rilassò le spalle, cercando solo di fare il proprio gioco al meglio delle possibilità; chi si sentiva sopraffatto lasciava semplicemente andare, consapevole che la propria salute mentale fosse molto più importante del dimostrare qualcosa a qualcuno.
Il Karasuno rimontò e, a quel punto, fu la Shiroi Chō a esporsi e ad apparire vulnerabile. I Corvi lessero il loro schema, smascherarono i punti deboli dei novizi e i vizi dei più esperti. Non ebbero bisogno di alcun sotterfugio o studio a tavolino: bastò loro semplicemente osservare, capire e agire di conseguenza. Sotto la guida del capitano Chikara Ennoshita, che con i nervi saldi e l'acume che lo contraddistinguevano orchestrò ogni mossa, i Corvi riuscirono a metterli letteralmente all'angolo.
E per far capire alle Farfalle che era il Karasuno il vero favorito dei prossimi tornei – il motivo esatto per cui gli altri club avevano orchestrato la bizzarra mossa di anticipare un ritiro che normalmente si teneva durante le vacanze estive –, il "duo bislacco" si distinse ancora una volta. Hinata saltò più in alto che poteva, sorprendendo tutti proprio come aveva già fatto in passato.
Anche Takeshi saltò, intenzionato a sbarrare la strada a quel ragazzo gracile dai capelli rossi. Lui stesso, però, lo aveva definito "Piccolo Gigante", e Hinata non intendeva tradire le aspettative: il suo sguardo si fece intenso, specchio della massima concentrazione raggiunta, finché non scaricò un colpo violentissimo sul pallone.
I presenti ebbero la visione nitida di un corvo nero che sovrastava una farfalla bianca... e la divorava.
Punto vincente per il Karasuno.
«Sìììì!» esplosero in coro Tanaka e Nishinoya.
«E andiamooo!» esclamò Yamaguchi, saltando sul posto per la gioia.
«Il mio allievooo!» urlò Bokuto. L'ex asso corse incontro a Hinata, lo sollevò di peso e lo fece roteare in aria, facendolo diventare rosso come un peperone per l'imbarazzo.
Anche l'allenatore Haruno si avvicinò a Takeda e Ukai per complimentarsi personalmente della straordinaria rimonta del Karasuno.
«I suoi allievi sono dei veri mascalzoni» disse Ukai, incrociando le braccia. Poi sorrise, orgoglioso. «Ma i nostri sanno esserlo ancora di più, quando si ficcano una cosa in testa.»
Le due squadre, come da rito, si avvicinarono alla rete, scorrendo l'una di fronte all'altra per un rapido tocco di mani in segno di saluto. Ma quando Takeshi e Hinata arrivarono a incrociarsi, fu quest'ultimo a bloccare l'azione: afferrò il polso dell'avversario e lo strinse appena. Gli occhi di Hinata erano ridotti a due fessure. «Sappi che non mi fai paura. Potrete studiare tutti i filmati che volete per scovare le nostre debolezze, ma noi troveremo comunque il modo di battervi.»
Avendo interrotto lo scorrimento della fila, tutti gli altri si fermarono a osservare quel teso confronto tra i due giocatori.
«Staremo a vedere, allora. Per ora siamo pari, ma la prossima volta chissà...»
Hinata fece per ritirare la mano, ma a quel punto fu Takeshi a prendergli il polso a sua volta, stringendolo per costringerlo a sostenere il suo sguardo. Gli occhi grigi del capitano delle Farfalle erano attraversati da una luce sinistra e trionfante.
«Comunque, non abbiamo analizzato alcun filmato sul vostro conto» sussurrò il ragazzo. «Delle vostre debolezze ce ne ha parlato qualcuno di vostra stretta conoscenza.»
Hinata si accigliò all'istante, colto da un brutto presentimento. «E chi?!»
Takeshi sorrise in modo sottile e maligno. «Quella che credevi essere tua amica... Mei.»
Quella rivelazione cadde come un fulmine a ciel sereno sui presenti, ma in particolare sul dieci del Karasuno che, in quel preciso momento, si sentì pietrificato.
🏐🏐🏐
«Troppo pesante! Troppo pesante! Mi si spezzeranno le unghie un'altra volta, io lo so!» si lamentò la numero tre della squadra femminile della Shiroi Chō, mentre trasportava uno scatolone pieno di decorazioni per il festival che si sarebbe tenuto all'istituto Fukurōdani quella domenica.
«Kaori, che te le fai a fare se poi a pallavolo le spezzi regolarmente?» sbuffò Sakura, anche lei con una goccia di sudore che le scendeva lungo la tempia mentre reggeva un carico identico.
«Beh, ieri ho ottenuto una manicure quasi gratis. Chikaruccio ha mantenuto fede alla promessa!»
«Sì, diciamo piuttosto che non voleva che lo tartassassi di messaggi finché non si fosse sdebitato...» sospirò la capitana. «Mei, ci sei?» aggiunse, voltandosi indietro.
«Sì!»
La numero quattordici le seguiva a ruota, spingendo un carrellino con altri due scatoloni.
Era ormai il tramonto e finalmente aveva smesso di piovere, sebbene dalle foglie e dalle grondaie cadessero ancora pesanti gocce d'acqua. L'istituto era quasi deserto: solo gli addetti all'organizzazione del festival e alcuni giocatori intenzionati a dedicarsi a un po' di allenamento extra attraversavano i corridoi.
Mei, Sakura e Kaori stavano passando sotto il portico quando all'orizzonte incrociarono dei volti noti: Tsukishima ed Ennoshita. Insieme a loro c'era anche Bokuto, che le ragazze conoscevano bene per fama.
«Chikaruccio, ehiiii! Ci vieni a dare una mano?» esclamò Kaori, sfoggiando il suo miglior sorriso per poi mettere un broncio da bambina. «Questi scatoloni sono davvero pesantissimi.»
«"Chikaruccio"» ripeté a bassa voce Tsukishima, guardando di sottecchi il proprio capitano.
Ennoshita divenne immediatamente rosso come un peperone. «Non è come pensi!»
«Se volete vi do una mano io!» esclamò Bokuto. L'ex asso non si limitò semplicemente ad andare loro incontro, ma lo fece letteralmente volando come una farfalla leggiadra, con le braccia lungo i fianchi, agitando le mani e fluttuando qua e là con un sorriso da un orecchio all'altro. «Il vostro cavalier servente è qui per voi!»
«Più che un cavalier servente, mi sembra un farfallone amoroso...» commentò sconcertato Tsukishima, mentre Ennoshita assumeva un'espressione assolutamente contrariata.
«Lo ha chiesto a me!» sbottò Ennoshita, parandosi davanti a Bokuto con prepotenza e sfilando lo scatolone dalle mani di Kaori.
«Va bene, allora io aiuterò l'altra farfallina!» esclamò Bokuto, senza darsi per vinto.
«Non preoccuparti, ci penso io» intervenne Tsukishima con fare sciolto, afferrando lo scatolone di Sakura.
«Dentro c'è anche l'asciugamano che mi hai chiesto, ma vedi di ridarmelo poi perché non mi sono portata una scorta» puntualizzò Sakura.
«Ah sì, grazie» rispose lui con la sua solita calma.
Ennoshita inarcò un sopracciglio, leggermente stranito.
«Tu puoi aiutare Mei. Non avendo trovato altro aiuto, se ne è incollati persino due» propose Sakura.
«Certo, va bene!» rispose il Gufo, per poi andare incontro a Mei.
«Grazie mille, Bokuto, sei davvero gentile!» esclamò Mei, con un leggero affanno. «Non so cosa ci sia dentro, forse dei sassi.»
«O forse un pesante senso di colpa... Tu che dici?» le rispose il ragazzo, mantenendo il sorriso ma fissandola con un'intensità tale che Mei si sentì rimpicciolire sul posto.
Rimase turbata per tutto il percorso, finché non furono le parole di Tsukishima a farle sudare freddo.
«Comunque, che belle persone che siete voi della Shiroi Chō» disse con sarcasmo il biondo. «La vostra maschile è un branco di bastardi. Hinata ha avuto persino un attacco di panico a un certo punto.»
«Te l'ho detto di fare attenzione a Takeshi!» intervenne Sakura, accigliandosi.
«Sì, ma non mi hai detto che bisognasse guardarsi anche dai traditori.»
«È successo qualcosa al sensei?» chiese Mei, facendosi avanti preoccupata. «Che cosa gli hanno fatto?» aggiunse, memore di quella conversazione telefonica di un paio di sere prima, in cui Shōyō le aveva espresso tutto il suo disagio.
Tsukishima si voltò appena verso di lei, assottigliando lo sguardo. «Quello che gli hai fatto tu, piuttosto. Che hai fatto a tutti noi che ti consideravamo nostra amica.»
Mei divenne bianca come un lenzuolo. «Ma... ma che stai dicendo?» Il labbro inferiore iniziò a tremarle. «Io sono vostra amica!»
«Eppure sei andata subito a spifferare le nostre debolezze ai nostri avversari. Ci hanno fatti neri, oggi.»
Lo sguardo di Mei si fece immediatamente lucido. Guardò prima Tsukishima, poi Ennoshita, il quale non contraccambiò l'occhiata; il cuore della ragazza iniziò a batterle all'impazzata nel petto. «Ma io... io non ho fatto niente!»
«Vallo a dire in faccia ad Hinata. È ancora in palestra ad allenarsi con gli altri» concluse Tsukishima, gelido.
Mei non se lo fece ripetere due volte: mollò tutto e corse via nella direzione indicata.
Non appena la giovane si allontanò, un silenzio pesante calò tra i presenti. Quel mutismo, però, fu quasi immediatamente spezzato da Sakura, che afferrò Tsukishima per il colletto della maglietta. Gli occhi le erano diventati due braci ardenti.
«Non posso crederci. Devo davvero dirti io che Mei non c'entra assolutamente nulla?!»
«Ce lo ha detto Takeshi in persona» rispose Tsukishima, senza scomporsi.
«E voi gli avete creduto ciecamente?!»
«Conoscevano dettagli che solo chi ha vissuto a stretto contatto con noi poteva sapere. Anche se è stata con noi solo cinque giorni, ha visto i nostri schemi e si è allenata quasi ogni giorno con Shōyō, che si è confidato con lei.»
Le spalle di Sakura tremarono di rabbia. «E non vi sfiora il dubbio che quelle informazioni le siano state estorte con l'inganno?»
«Può darsi. Ingenua com'è, chissà di chi si è fidata.»
Sakura fissò a lungo Tsukishima. Sembrava lei stessa ferita nel profondo. «Beh, di sicuro ha sbagliato a fidarsi di qualcuno che, al primo minimo dubbio, le ha subito voltato le spalle.»
Con un gesto di stizza, si riprese lo scatolone. «Non ho bisogno del tuo aiuto, ce la faccio da sola.»
«Sakura, aspetta...»
«Kaori, andiamo.»
«Sì!» Anche la numero tre si riappropriò del carico e se ne andò a naso all'insù. «Chikaruccio, mi hai molto deluso.»
«Ma dai, Kaori, non volevamo...»
La ragazza gli risbatté lo chignon dritto sul naso, girandosi di scatto.
«E per questi qua?» chiese Bokuto, che stava ancora trascinando il carrellino.
«Tu vieni con noi, spilungone. Non abbiamo ottanta braccia» gli intimò Sakura, senza nemmeno voltarsi a guardarlo.
«Oh, va bene!» esclamò il giovane dai capelli grigi, seguendole tutto scodinzolante.
Tsukishima ed Ennoshita guardarono Sakura e Kaori allontanarsi, per poi scambiarsi un'occhiata colma di rimpianto e dispiacere. Era chiaro che Mei non c'entrava niente.
Nel frattempo, Mei era corsa in palestra e, quando risollevò il capo dopo aver ripreso fiato, il cuore le salì in gola: tutti i ragazzi del Karasuno la stavano fissando con sguardi carichi di risentimento.
Cercò gli occhi di Hinata; il rosso sostenne il contatto visivo per qualche secondo, poi distolse lo sguardo. A mettere il carico da novanta fu Nishinoya, che le andò incontro a passo di marcia, accigliato e con le braccia rigide lungo i fianchi.
«Mi hai veramente deluso» disse in modo imperativo il libero del Karasuno.
Il cuore di Mei andò in mille pezzi.
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