Il piano tattico di Mei, affinato grazie all'osservazione delle movenze imprevedibili e i ritmi folli del "duo bislacco", in quei giorni di allenamento con il Karasuno, si trasformò in un'azione fluida e micidiale sul parquet della succursale. Non appena la ricezione dello Shiroi Chō si impennò a mezz'aria, la numero quattordici si posizionò sotto il pallone senza la minima esitazione: coordinò il proprio corpo con una leggerezza insospettabile, calcolando al millimetro l'altezza inferiore della rete femminile, e servì un'alzata tesa, morbida e perfettamente calibrata proprio in direzione del punto debole avversario. Le tre schiacciatrici scattarono all'unisono in una rincorsa coordinata che mandò in totale confusione il Muro del Fukurōdani. A decollare più in alto di tutte fu proprio la capitana Sakura che, sfoggiando quel numero dodici dorato impresso sulla schiena, trovò l'impatto perfetto con la sfera e la scaricò con una sventagliata diagonale spietata dritta contro il bagher impreciso della numero otto rivale. Il miracolo si era compiuto: la palla schizzò via incontrollabile fuori dal campo, sancendo un punto spettacolare che fece esplodere la tribuna del Karasuno in un boato assordante. Dagli spalti, Tsukishima rimase per un istante immobile a fissare la rete, con gli occhi spalancati dietro le lenti degli occhiali; nella scia dorata della luce pomeridiana che tagliava la palestra, gli parve sul serio di vedere, per un millesimo di secondo, un maestoso paio di ali da farfalla bianca dispiegarsi dietro la schiena della numero dodici dello Shiroi Chō.
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Sul capitolo intero. Le note ai passaggi stanno a margine del testo.
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