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Creato il 24/08/2026, 12:47 · Aggiornato il 24/08/2026, 12:47

Capitolo 17: Ichigo Ichie - Parte 3

@ladyele1991LadyEle1991
MaturoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Bullismo
  • Copertina AI
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Giorno 2.

«Baki sta tornando a casa», annunciò Takeda alla squadra quella mattina, prima di prendere il bus che li avrebbe portati alla Fukurōdani.

«Si è fatto così male?» chiese Ennoshita, facendo un passo avanti.

«No, per fortuna, ma dovrà indossare una maschera protettiva per quindici giorni.»

«E cosa faranno a Takeshi?» domandò Hinata. «Spero venga espulso o almeno sanzionato!»

«L'arbitro non ha constatato alcuna intenzionalità; l'incidente rientra purtroppo nel profilo del "rischio consentito". Il capitano dello Shiroi Chō non subirà alcun richiamo.»

«Certo che c'era intenzionalità!» sbottò Hinata. «Quello non era dispiaciuto per niente, gliel'ho letto chiaramente in faccia!»

«Hinata, queste possono diventare accuse pesanti se giungono all'orecchio sbagliato», rispose il professore, accigliandosi. «Avevano la mano pesante, è vero, ma nessuno di loro ha violato il regolamento.»

«Io...»

"Io ti schiaccerò..."

Hinata strinse gli occhi e tese le braccia lungo i fianchi.

«Professore...» intervenne Tsukishima. «Io la inviterei a prestare particolare attenzione a quella squadra. Anche il Nekoma, che condivide con loro l'albergo, ci ha detto di aver avuto una pessima impressione nei loro confronti.»

«Ce l'ho anche io», confermò Takeda, annuendo. «È una scuola estremamente competitiva. Anche quando scrissi al loro preside per segnalare la presenza di atti di bullismo, mi è stata data una risposta del tutto circostanziale.»

«Perciò Mei studia in un covo di serpi», sibilò Nishinoya, assottigliando lo sguardo.

«Non esageriamo. Quella scuola gode di un'alta reputazione e non risultano scorrettezze ufficiali nelle vittorie dei loro club», disse Takeda, cercando di calmare gli animi. «Ma di certo non ci andranno leggeri. Perciò vi chiedo di fare estrema attenzione e di non provocarli in alcun modo.» Si voltò poi verso il capitano. «Conto su di te perché rimangano tutti in riga.»

Ennoshita aggrottò la fronte e drizzò la schiena. «Certo, professore. Faccia pure totale affidamento su di me.»

🏐🏐🏐

La mattina almeno aveva l'apparenza della tranquillità. Era una bella giornata di sole; il forte frinire delle cicale nei pressi della sede degli allenamenti era lo specchio dell'estate che avanzava sempre più prepotentemente. Quando il Karasuno attraversò il cortile, gli allestimenti per il festival di domenica si erano fatti ancora più evidenti.

«Ragazzi! Come state?» chiese Hitoka Yachi che, insieme a Eri Miyanoshita (manager della Ubugawa), Runa Kuribayashi (Johzenji) e Mai Nametsu (Dateko), stava portando alcuni scatoloni pieni di lanterne e decorazioni varie.

«Un po' scossi per ciò che è successo a Baki, ma in forze per questo nuovo giorno», disse Ennoshita con un lieve sorriso. Improvvisamente, dalla sua tasca si avvertì il suono di una notifica. Il ragazzo drizzò la schiena. «Scusate un attimo», aggiunse, allontanandosi di qualche passo per rispondere.

«Ultimamente è sempre attaccato al telefono», osservò Kinoshita con le braccia incrociate e un sopracciglio alzato, chinando la testa di lato.

Yachi sospirò. «Sì, ho saputo di Baki, poverino... Era il suo primo ritiro.»

«La faremo vedere agli altri anche per lui!» esclamò Sanzo, per poi stringere con decisione la mano a Muronaga. «Anche noi primini non saremo da meno.»

«Ben detto», annuì il compagno.

«Ma è vero che quelli dello Shiroi Chō non hanno subìto alcuna penitenza ieri?» chiese Eri, inarcando le sopracciglia.

«Sì... Sembrano davvero...» Hinata assottigliò lo sguardo. «Molto forti.»

«Chi è molto forte?» La voce di Takanobu Aone arrivò improvvisa alle loro orecchie.

Il ragazzo dai capelli bianchi e dalla stazza imponente indossava una camicia a quadri e una salopette di jeans. In testa aveva calcato un elmetto da cantiere e alle mani portava dei guanti spessi; stava trasportando in spalla un paio di grosse travi di legno.

«Accidenti, quasi non ti riconoscevo!» esclamò Hinata, stupito di vederlo indossare per la prima volta quei panni e non la classica divisa da pallavolo. «Parlavamo della maschile dello Shiroi Chō. Il loro capitano ieri ha quasi rotto il naso a un nostro compagno.»

Aone assottigliò lo sguardo, incupendosi.

«Ah! Voglio proprio vedere se, qualora avesse avuto te di fronte, quel bell'imbusto avrebbe fatto ancora il bello e il cattivo tempo!» esclamò Tanaka, guardando l'amico dritto negli occhi.

Aone fece spallucce. «Ci sono gli altri in mia vece sul campo. Io ora mi trovo meglio in questo ruolo», rispose a gesti, per poi indicare le travi che portava sulla spalla. «E ho intenzione di portarlo fino in fondo.»

Mosse qualche passo in avanti, lasciando i ragazzi del Karasuno a fissarlo. Hinata comprese all'istante quanto anche il centrale del Dateko fosse fortemente determinato a raggiungere i propri obiettivi.

«Comunque, se la sera avete bisogno di un supporto per allenamenti extra, contattatemi pure.»

«Grazie, ma questa sera ci vediamo con gli altri per andare a vedere com'era questo nuovo Maid Caffè», disse Nishinoya, ridacchiando.

«Ah sì, che bella idea! Veniamo anche noi!» esclamò Yachi, entusiasta.

«Bene, anche perché avevo intenzione di chiederlo anche a Mei.» Hinata si voltò verso Aone, che si stava già incamminando. «Vuoi venire anche tu?»

Al ragazzo quasi sfuggirono le travi in mano per la sorpresa. «N-no... Non è il caso», rispose a cenni prima di allungare il passo.

Sulla testa di Hinata e degli altri apparve un grosso punto interrogativo. Il numero dieci del Karasuno, però, si ricordò all'improvviso della bizzarra domanda che Koganegawa gli aveva posto a rete. Sembrava proprio che apprendere il mestiere della carpenteria per il festival non fosse affatto l'unico obiettivo di Aone; il rosso sorrise lievemente, con una punta di imbarazzo. Al di là delle apparenze e della sua stazza spaventosa, quel ragazzo era davvero un gigante buono.

🏐🏐🏐

Le squadre di tutte le scuole erano decisamente più riposate rispetto al giorno precedente, così l'asticella della difficoltà non poté fare a meno di impennarsi ulteriormente.

Il coach Nekomata, la sera prima, aveva ispezionato molto a fondo i bagagli dei suoi ragazzi per assicurarsi che non nascondessero altre sorprese e, come aveva ben immaginato, stavolta tutti quanti erano crollati dal sonno subito dopo cena.

Nei vari locali era così possibile vedere giocatori intenti a riscaldarsi, scambiarsi opinioni e scherzare come se fossero stati compagni di classe, oltre che "colleghi" della stessa disciplina.

Quel giorno il Karasuno si sarebbe confrontato con due delle squadre che teneva maggiormente d'occhio: lo storico rivale Nekoma e il Kamomedai. Il team ne era certo, li avrebbe di nuovo affrontati durante i tornei estivi, così quel ritiro non sarebbe stato che un assaggio di ciò che li attendeva sul campo. Tutte e tre le squadre, senza dichiararlo ad alta voce, erano impazienti di scoprire i progressi fatti nei mesi trascorsi dall'ultimo incontro.

🏐🏐🏐

Quella stessa mattina, prima degli allenamenti, Mei si era alzata di buona lena. Ormai, con l'abitudine presa insieme a Hinata di fare una corsetta prima delle lezioni, le veniva spontaneo svegliarsi presto e fare un po' di attività fisica. Il suo corpo ne traeva un profondo giovamento, lasciandole una bellissima sensazione di energia per tutta la giornata.

Non conoscendo le strade di Tokyo, aveva memorizzato il tragitto dagli alloggi alla succursale femminile e aveva deciso di percorrere quella stessa strada.

Proprio mentre si trovava nell'atrio, chinata ad allacciarsi una scarpa, qualcuno si accostò a lei. Quando sollevò il capo, vide che, intenta a fare esercizi di stretching, c'era Sakura. Le due non si dissero nulla; Mei, iniziò a trafficare più del dovuto con i lacci delle scarpe. Credeva che la capitana sarebbe uscita di lì a qualche istante ignorandola completamente, invece sembrava proprio che la stesse aspettando. Cosa che venne puntualmente confermata quando tornò dritta e uscì in strada.

Anche mentre correvano, nessuna delle due disse una parola. Mei guardò di sottecchi la ragazza, che manteneva lo sguardo concentrato dritto di fronte a sé. La conosceva solo da pochi mesi ma, Mei ne era convinta, Sakura era davvero cambiata tanto. Quando si era iscritta al club, la capitana si era mostrata fin da subito ostile e severa, e non poche volte si era associata alle vessazioni di Akane nei suoi confronti. Essendo scarsa nella pallavolo, agli occhi di Sakura, Mei era indegna persino di calpestarne l'ombra.

Ma qualcosa era cambiato. Forse erano stati i progressi sul campo, forse era successo qualcosa che la stava spingendo a mutare atteggiamento; fatto sta che in quel momento Mei non si sentiva più a disagio come una volta standole accanto, per quanto la figura autoritaria della numero dodici la intimorisse ancora.

Ora che Sakura si mostrava meno dura nei suoi confronti, Mei si accorse di un dettaglio fondamentale: la rabbia che le aveva manifestato in passato non era davvero rivolta a lei. Era una dinamica del tutto diversa rispetto ad Akane, che semplicemente l'aveva presa di mira e traeva un piacere sadico nel maltrattarla. Nel caso di Sakura, invece, era come se in lei avesse visto tutto ciò che aveva paura di essere. Forse stava viaggiando troppo con la fantasia, si disse Mei, ma non riuscì a togliersi quel pensiero fisso dalla testa.

«Sakura, hai saputo di quello che è successo ieri agli allenamenti dei ragazzi?» provò a chiedere a un certo punto.

«Sì», rispose lei, senza particolare enfasi.

«Povero Baki... Più tardi scriverò a Shōyō per sapere come sta. Il capitano della nostra squadra maschile sembra davvero molto determinato, da quello che ho capito. Spero solo che non l'abbia fatto apposta.»

Sakura non rispose. Il suono dei loro passi e quello delle rare macchine che attraversavano la carreggiata riempivano il silenzio. L'aria era ancora fresca, ma già passando sotto i primi raggi di sole se ne avvertiva la calura imminente.

«Mei», disse a un certo punto la capitana, pur utilizzando un tono distaccato. «Tu come la vedi Himawari? Se ho capito bene, siete state compagne di classe dalle medie.»

«Sì, anche vicine di casa, finché non si è trasferita.»

«Quindi la conosci bene? Che tipo è?»

Mei si strinse nelle spalle, prima di rispondere. «Beh, ha sempre avuto un atteggiamento tranquillo nei miei confronti. A differenza degli altri bambini, lei non mi ha mai presa in giro. Facevamo merenda insieme, anche i compiti. Solo quando siamo andate al liceo è cambiata...» Abbassò il capo. «In particolare, da quando ci siamo iscritte al club.»

Sakura assottigliò appena lo sguardo.

«Ma ora siamo tornate amiche!» aggiunse la numero quattordici con rinnovato entusiasmo. «Sono migliorata, sia nella pallavolo sia nei rapporti con le persone. Grazie a Shōyō, che mi dà tanti buoni consigli e non si arrende mai con me, sono riuscita a riavvicinarla.»

«Quindi con te si confida? Ti ha mai parlato del suo fidanzato?»

Mei si morse le labbra per un attimo. «Più che altro, lei mi dà tanti buoni consigli per migliorare il mio aspetto... Ma confidarsi no», corrugò leggermente la fronte. «Ma se anche lo facesse, non lo direi a te.»

Sakura si accigliò, ma non replicò nulla, comprendendo che fosse del tutto normale che Mei, dopo tutto quello che le aveva fatto passare, non le dicesse nulla.

«Hai ragione», ammise infine la capitana. Qualche perla di sudore iniziò a colarle dalla tempia, ma Mei notò che la sua espressione di disagio non era affatto dovuta alla fatica della corsa. «Noi non siamo amiche.»

Erano arrivate all'istituto e lì fecero una pausa di qualche minuto per riprendere fiato. Si avvicinarono alla fontanella del cortile e si sciacquarono il viso con l'acqua fresca.

«Questa sera, invece, verranno quelli del Karasuno a vederci per l'ultima partita della giornata, e poi andrete a quel Maid Caffè», disse Sakura quando ripresero la via del ritorno.

Mei assunse un'espressione sorpresa. «E tu come lo sai?»

«Lo so e basta. In quanto capitano, sono responsabile anche per voi. Devo sapere dove vi trovate per rispondere al coach Yun, se me lo chiede.»

Mei la fissò per qualche istante e un moto di rispetto emerse come un bocciolo dentro di sé. «Vorresti... Vorresti venire anche tu?» chiese, iniziando a giocherellare con la zip della giacca della sua tuta.

Sakura non rispose subito, lasciando spazio al loro respiro affannato. «No, non sono il tipo da karaoke... Piuttosto, domani io e Kaori dobbiamo portare del materiale per il festival, non avendo noi dei manager rappresentanti come le squadre maschili. Una mano ci sarebbe utile.»

«Certo, puoi contare su di me!» esclamò Mei con tono deciso e entusiasta.

Sakura girò parzialmente il capo per guardarla in viso e, nel vedere lo sguardo acceso della compagna, anche nei suoi occhi trapelò una flebile luce. Dall'esterno, le persone che le incrociavano non avrebbero mai immaginato che quelle due atlete non fossero in totale confidenza, né che fino a poco tempo prima la ragazza più alta insultasse l'altra per la sua inettitudine. In quel momento i loro movimenti erano coordinati e i loro volti, arrossati per lo sforzo fisico, apparivano rilassati e propensi a scambiarsi qualche parola ogni volta che il fiato glielo permetteva.

«Himawari verrà con te al locale?» chiese poi Sakura, ormai arrivate a pochi metri dall'albergo.

Mei scosse il capo. «Probabilmente si vedrà con il suo fidanzato», poi corrugò la fronte. «Ma perché tutto questo interesse per lei?»

Sakura ci pensò un secondo, poi sbatté lentamente le palpebre. «Io, Takeshi, Kaori e Akane siamo compagni di classe. Lo conosco fin dal primo anno», spiegò la capitana. «Ha sempre avuto un atteggiamento spavaldo, mirato a primeggiare su tutti e a umiliare chi non gli stava a genio. Coperto dal padre, anche quando ha calcato troppo la mano non ha mai subìto reali conseguenze.» Si prese qualche attimo per ritrovare il fiato. «Ha un carattere difficile, per questo mi chiedevo che tipo fosse Himawari per poter stare con uno come lui.»

Mei si strinse nelle spalle prima di rispondere. «Beh, Hima ha un'indole tranquilla, ma allo stesso tempo è decisa e sicura di sé. Forse ha saputo come prenderlo.»

«O forse ne è succube.»

A quelle parole Mei si impensierì molto. In quei due giorni aveva notato come, fuori dal campo, la compagna stesse sempre attaccata al telefono. E poi c'era stata quella prima sera in cui era sgattaiolata fuori di nascosto. Stava per dire cosa ne pensava, quando Sakura aggiunse un dettaglio che la lasciò del tutto stupita.

«Lui e Akane sono stati insieme due anni. Non l'ha lasciata per Himawari, ma conosci Akane, no? Secondo te potrebbe mai accettare che il ragazzo con cui stava fino a poco prima ora se la faccia con una primina?»

«Quindi Himawari potrebbe essere presa di mira da Akane, o Takeshi potrebbe prendersi gioco di lei?»

Sakura scosse il capo. «Non ho nessuna certezza al riguardo. Se Takeshi si stia approfittando dell'amore di Himawari solo per alimentare il suo ego, o se Akane stia orchestrando qualcosa per vendicarsi... Io non lo so. Per questo ti chiedevo di più sul suo conto, non volevo semplicemente farmi gli affari suoi.»

I precedenti con Sakura la bloccavano dall'aprirsi del tutto con lei. Come aveva detto la capitana stessa poco fa, loro non erano amiche. Eppure in quel tono, in quella espressione, Sakura sembrava davvero preoccupata per la sua compagna. Forse era davvero adatta per il ruolo che le era stato assegnato.

«Ecco... Come ti ho detto, almeno per il momento, Himawari non si è confidata particolarmente con me. Anzi, a tratti sembra anche leggermente autoritaria nei miei confronti. Se sono spettinata o sfatta me lo dice senza mezzi termini, ma poi aggiunge sempre un consiglio su come migliorarmi... È fatta così.» Abbassò il capo. «Tuttavia lei non ha mai preso le mie difese; se n'è stata in disparte a osservare e si è avvicinata solo quando io ho iniziato a cambiare. Ma non è mai intervenuta solo per paura di essere presa di mira a sua volta, me lo ha detto.»

Sakura la guardò accigliata, mentre la sua lunga coda castana oscillava a destra e a sinistra a ogni movimento. Raggiunsero l'ingresso dell'albergo; entrambe erano madide di sudore, con le giacche e i pantaloncini appiccicati ai corpi. Prima di rientrare, fecero qualche esercizio di stretching per concludere l'attività.

«Posso chiederti una cosa?» domandò infine Sakura, mentre con la mano premeva l'altro braccio disteso e faceva ruotare il busto.

«Cosa?» chiese Mei, leggermente esitante, compiendo il medesimo gesto.

«La terresti d'occhio? Cerca di entrare in confidenza con lei, fatti dire le cose e, se vedi che c'è qualcosa di storto, riferimelo.»

Mei corrugò la fronte. «Non farò la spia sulla mia amica.»

Sakura contrasse la mascella. «Non è per fare la spia, ma per proteggerla da uno o dall'altra. Se non da entrambi.»

Mei non rispose subito e gradualmente si rabbuiò, lasciando infine cadere le braccia lungo i fianchi. «Perché questo cambiamento? Tu mi hai sempre trattata male fin dal primo istante, così come Kaori, così come Akane. Pensi che basti aver condiviso la lotta contro quei tre maniaci perché tutto venga dimenticato?» La ragazza sentì montare le lacrime, ma cercò ogni briciola di forza interiore per sostenere lo sguardo della capitana e farle capire che non fosse una debole.

Sakura la fissò a sua volta. L'orgoglio si palesò nel suo sguardo, ostinato a non voler lasciar trapelare alcuna emozione. Lo sguardo severo di "quella donna" tornò ancora una volta nella sua mente. Non c'era spazio per la debolezza o la pietà. Bisognava essere i migliori e gli altri non erano altro che strumenti per i propri scopi. Cosa sarebbe dovuto importare dei sentimenti di una ragazzina grassottella e impacciata come Mei? Qualcuno di talmente insignificante che, una volta finita la scuola, ne avrebbe dimenticato persino il nome.

«Ricordati di incoraggiare le tue compagne quando loro stesse non riescono a reggersi in piedi. Non permettere che ci siano degli screzi tra di loro. Tenerle unite, difenderle e combattere per loro e con loro... Credi di riuscirci?»

«Mi dispiace.»

Mei si chiese se si fosse lavata bene le orecchie, quella mattina, perché credette sul serio di aver sentito Sakura scusarsi.

«Mi dispiace. Sono stata un pessimo capitano.»

Mei strinse i pugni e aggrottò la fronte. «Sì, lo sei stata», rispose con tono fermo. «Io so di avere ancora molto da imparare, ma non è svilendomi che avresti ottenuto qualcosa.» Si umettò le labbra. «Se tu vuoi essere notata dagli ispettori universitari, allora devi aiutare a crescere i tuoi compagni in difficoltà, non schiacciarli. Io amo la pallavolo tanto quanto te. Lo so che pensi che io sia una raccomandata solo perché mio padre supporta l'istituto, ma questo non c'entra nulla con quello che piace fare a me. E a me piace questo sport!» Strinse i pugni e fece un passo avanti. «E anche io voglio diventare una professionista!»

Mei lo disse con un tale trasporto che Sakura fece un passo indietro per lo stupore.

Mei sorrise amaramente e chinò leggermente il capo. «Forse è solo un castello in aria... Alla fine ho scelto un istituto d'arte anche perché mi piacerebbe lavorare in quel settore, proprio come sta cercando di fare mio cugino.» Prese un profondo respiro e sollevò di nuovo il capo. «Ma per ora il mio obiettivo è diventare forte come te, Sakura. Abbiamo solo un anno da trascorrere insieme e voglio sfruttarlo per trarre da te tutto l'insegnamento possibile.» Lo sguardo le si fece lucido, non riusciva più a trattenersi. «Perciò, permettimi di aiutarti a crescere e aiuta me nel farlo. Smettila di considerarmi una pappamolle... Io voglio solo essere... Una tua compagna.»

Sentirla parlare così a cuore aperto, tirare fuori tutto quello che stava trattenendo dentro, a Sakura fece stringere il cuore. Possibile che avesse dimenticato fino a quel punto cosa significasse l'amore puro per la pallavolo? Accecata dalla rabbia sfogata per non avere una squadra al top, per non sentirsi mai abbastanza preparata, aveva riversato tutte le sue frustrazioni su un essere umano dotato di propri sentimenti.

«Se vuoi, puoi darmi un pugno», le disse in risposta, posandole una mano sulla spalla. «Ti prometto che non mi difenderò, proprio come ho fatto con quegli schifosi sulla spiaggia.»

Mei tirò su con il naso e sollevò lo sguardo per fissarla dritto negli occhi; per un attimo le prese quasi un colpo nel vedere che anche Sakura aveva gli occhi lucidi. Sembrava davvero sopraffatta dai sensi di colpa.

«Ti ho detto delle cose orribili e che non meritavi affatto. Hai persino dovuto cercare aiuto all'esterno, mettendoti ad allenarti con i maschi e facendo tutte quelle ore in più, quando avresti potuto farti aiutare dalle tue compagne... Da me.» La capitana sospirò. «Ora lo capisco. Capisco di aver sbagliato tutto e non posso certo biasimare il tuo scetticismo.»

Volse gli occhi verso la strada: ormai le attività giornaliere della metropoli erano entrate nel vivo e anche loro, tra non molto, sarebbero dovute andare agli allenamenti.

«Alla fine sono una ragazzina anche io, e ho ancora molto da imparare», ammise accennando un lieve sorriso. «E se verrò davvero notata da qualche ateneo, finirò in una squadra di assi; a quel punto la pappamolle potrei risultare io stessa...» Tornò a guardare Mei e ampliò ulteriormente il sorriso. «... Per questo è importante. Se riuscirò a fare un buon lavoro con te, allora sono sicura che io stessa avrò la possibilità di brillare. Anche io amo la pallavolo, perciò non devo dimenticare che questo sport nasce prima di tutto sul lavoro di squadra.»

Le due ragazze si sorrisero e, in quel preciso momento, una lama di luce mattutina passò tra di loro, come a voler suggellare quella nuova intesa.

Tornarono così all'interno dell'albergo. Avevano solo pochi minuti per farsi una doccia veloce e togliersi il sudore di dosso ma, prima di imboccare il bivio dei corridoi, Mei si fermò.

«Va bene, Sakura. Se noterò qualcosa che non va, te lo riferirò.»

La numero dodici fece un cenno d'assenso in risposta.

«Ma una volta che lo saprai, cosa ne farai di quell'informazione?» aggiunse la quattordici.

Sakura intensificò lo sguardo, facendosi gelida. «Se quelli azzardano troppo, farò tutto quello che è in mio potere per farli espellere.»

Detto questo, la ragazza si voltò e si allontanò a passo deciso, lasciando Mei a bocca aperta a fissare il corridoio vuoto.

🏐🏐🏐

«Sasso, carta, forbice!»

...

«Sasso, carta, forbice!»

«Accidenti, Hinata, la smetti di leggermi nella mente?» protestò Kenma quando, per l'ennesima volta, lui e il numero dieci del Karasuno fecero uscire la stessa identica figura.

«Sei tu che leggi la mia!» ribatté il rosso.

«Ma la volete smettere e utilizzare la classica monetina? Stiamo solo perdendo tempo!» si lamentò Ukai.

«No, i patti erano chiari. Questa è una sfida personale tra me e Hinata, per questo non ho voluto sfidare nemmeno Ennoshita», spiegò il neo-capitano del Nekoma.

«Sasso, carta, forbice!»

Sia su Ukai sia su Nekomata spuntò un enorme nervo sulla tempia per il nervoso.

«Smettila di copiarmi!» urlò Hinata.

«Sasso, carta, forbice!»

Alla fine i due allenatori raggiunsero il culmine della sopportazione e, come due vulcani in eruzione, fecero rimbombare il loro urlo all'unisono in tutta la palestra. Poi si voltarono l'uno verso l'altro e, come due creature celesti della mitologia giapponese, si fissarono con uno sguardo di puro fuoco.

«SASSO, CARTA, FORBICE!» urlarono insieme. A vincere fu il coach Nekomata, che utilizzò forbice su carta.

«Bene, abbiamo vinto noi. Ora mettetevi in posizione o giuro che vi farò allenare tutti i giorni dalle sei di mattina finché non arriveranno i tornei estivi! Sono stato chiaro?!»

«Ovviamente lo stesso vale per voi», si accodò Ukai, fulminando i suoi del Karasuno con gli occhi. «E ringraziate che il professor Takeda in questo momento sia altrove!»

Tutti i giocatori di entrambe le squadre si fecero piccoli piccoli e si scusarono umilmente con i rispettivi sensei. Nekomata e Ukai, entrambi a braccia incrociate e a petto gonfio, si scambiarono un deciso cenno d'intesa.

Non appena l'arbitro suonò il fischietto, tornarono tutti seri. A differenza delle altre scuole, il confronto tra il Karasuno e il Nekoma era sempre carico di un significato profondo. Le due squadre avevano riallacciato i rapporti da poco più di un anno e, nonostante le formazioni non fossero sempre composte dagli stessi studenti, era come se due spiriti rivali ma alleati si impossessassero delle loro anime, spingendoli a combattersi ma anche a rispettarsi profondamente.

Yamamoto lanciò in aria il pallone e lo colpì con forza. Un primo attacco così potente e veloce che il libero del Karasuno, pur intercettando la traiettoria, non riuscì a domarla, mandando la palla fuori campo. Il numero quattro avversario, dallo sguardo duro e la cresta tinta di giallo, non si scompose e mantenne la massima concentrazione. Fece rimbalzare il pallone un paio di volte per prepararsi e, al nuovo via, ripeté l'azione.

Stavolta, però, Nishinoya non si fece cogliere di sorpresa: si mosse in anticipo, riuscendo finalmente a ricevere il colpo come si deve e a indirizzarlo perfettamente verso Kageyama. Quest'ultimo rimase un istante indeciso se passare la palla a Narita o a Hinata, ma gli bastò uno sguardo di quest'ultimo per capire che il compagno non fosse affatto bloccato come il giorno precedente. Si stavano confrontando con ragazzi che, prima di tutto, erano dei cari amici, e questo pensiero aveva rinvigorito il rosso. Sì, poteva di nuovo fare totale affidamento su di lui.

La veloce vincente dei due diede dimostrazione ai Gatti che, sebbene avessero già visto la loro mossa più e più volte, essa riservava ancora delle sorprese. Kenma fissò il pallone che finiva di rotolare verso il fondo campo, dopo aver impattato come un fulmine dentro la loro area di gioco. Era ormai chiaro che le solite strategie rodate contro i Corvi fossero obsolete.

Ci pensò Sanzo a schiacciare per il turno del Karasuno, e la partita entrò ufficialmente nel vivo. Molti colli si girarono ad osservare le due fazioni della discarica lottare a colpi di pallone: nessuno dei due club voleva cedere terreno. I loro sguardi erano accesi, i loro cuori battevano all'unisono. Le suole, su quel pavimento così liscio e lucido, strusciavano appena.

Il sudore colò presto dalle loro tempie, staccandosi da esse come piccole gemme lucenti. Tutti lo sentivano, l'odore acre causato prima di tutto dal caldo estivo di quel luogo in cui l'aria condizionata, se anche c'era, non si avvertiva per niente, e poi dalle grandi prestazioni atletiche. Non era semplice sudare, ma l'impegno di quei ragazzi nel dimostrare tutto quello che potevamo dare.

Hoshiumi si concentrò in particolare su Hinata, l'altro contendente in lizza per il titolo di Piccolo Gigante. Il giocatore della Kamomedai era ormai al terzo anno: ciò significava che gli restavano solo pochi mesi per essere nominato ufficialmente tale, e ora guardava al numero dieci del Karasuno come a un reale e temibile concorrente. Anche lui, quel giorno, si sarebbe confrontato con lui ed era curioso di misurarne le potenzialità sul campo.

Il Nekoma, dal canto suo, poteva fare totale affidamento sul proprio capitano che, oltre a essere un ottimo alzatore, si dimostrava un grande stratega. Kenma aveva infatti individuato una falla a un certo punto del gioco: Tanaka, quella mattina, non aveva i riflessi pronti come al solito, e sapeva bene che il ragazzo, quando non riusciva a muoversi come desiderava, tendeva a innervosirsi. Così, con il supporto di Yamamoto e degli altri schiacciatori, indirizzò le palle più ostiche proprio verso di lui. La strategia riuscì e, più il numero cinque dei Corvi sbagliava, più perdeva il controllo; soprattutto perché a stuzzicarlo c'era Yamamoto, suo storico rivale in amore per il cuore di Shimizu.

Ma anche Ennoshita si dimostrò un buon osservatore e puntò il proprio gioco su Kenma stesso. Proprio perché faceva un caldo asfissiante, conosceva la particolare intolleranza del capitano dei Gatti nei confronti degli sforzi prolungati che lo facevano arrancare. Quindi, dato che finché fosse rimasto in gioco le palle per le alzate sarebbero passate tutte da lui, comunicò ai compagni di fare in modo che il ragazzo dovesse muoversi più del dovuto per ristabilire la traiettoria del pallone.

Si giunse così a una serie infinita di match point. I vantaggi si protrassero così a lungo che alla fine l'arbitro dovette dichiarare la patta, essendoci ancora molti altri incontri da disputare nel corso della giornata. Nessuno dei due aveva vinto, ma almeno entrambi si erano risparmiati la penitenza.

«Non so se essere felice per non dovermi di nuovo buttare a terra o arrabbiato per non essere riuscito a batterti», disse Hinata mentre, seduto sul pavimento, beveva a grandi sorsi dalla propria borraccia.

«Vediamola così: intanto ci siamo confrontati», rispose Kenma con calma, sdraiato a pancia in su per fare un po' di stretching. Sorrise e il suo sguardo si illuminò. «E sei riuscito di nuovo a sorprendermi, Shōyō. Tutti voi lo avete fatto.»

Hinata sorrise di rimando. «Anche voi non siete stati da meno. Mi piace davvero tanto giocare con voi.» Poi, improvvisamente, si incupì. «Almeno voi siete leali.»

Kenma aggrottò la fronte. «Ti riferisci a quanto successo ieri? Dov'è Baki, infatti? Non dirmi che è ancora all'ospedale.»

«No, è tornato a casa. Dopo quell'incidente i genitori sono venuti immediatamente a riprenderselo.»

«Mi dispiace. Era il suo primo ritiro... Ma ce ne saranno altri, per fortuna.»

«Sì, si riprenderà, magari si è già ripreso... Io invece non so se riuscirò a riprendermi», la voce di Hinata si spezzò per un istante.

Ora Kenma gli era accanto, con lo sguardo profondo e una mano posata sulla sua spalla. «Se c'è dell'altro, sai che puoi confidarti con me.»

Hinata si guardò attorno: tutti gli altri si stavano dedicando al proprio recupero fisico in panchina. Allora il numero dieci raccontò a bassa voce all'amico cosa fosse capitato in bagno. Quella minaccia lo aveva scosso più di quanto credesse, culminando poi con l'attacco violento a Baki. Si sentiva un debole a provare le gambe molli per delle semplici provocazioni, ma Takeshi gli aveva lasciato addosso una bruttissima sensazione.

Kenma strinse un po' di più la presa sulla spalla del rosso, tradendo un certo nervosismo. «Sembra proprio un brutto boss finale», disse poi. «Se ti ha scosso così tanto, non sarebbe meglio parlarne con il professor Takeda? Questo farebbe anche capire che non si è trattato di un semplice incidente.»

Hinata scosse il capo con forza. «Non voglio farlo.» Assottigliò lo sguardo, determinato. «Non voglio dargliela vinta. Sento che se andassi a lamentarmi con il professore, le conseguenze sarebbero peggiori. Takeshi... Lui non è come quelli che ho conosciuto il primo anno.»

Kenma restò in silenzio per qualche secondo, riflettendo. «Se incontrassimo solo persone gentili e leali sulla nostra strada, ci troveremmo in un racconto di fantasia e non nella realtà... E questa è la vita vera, Hinata. Purtroppo incontreremo più stronzi sul nostro cammino che persone degne di nota.» Sorrise, cercando di confortarlo. «Ma il tuo spirito è talmente puro da attirare l'amicizia di chiunque. Sei una persona sincera e leale; le persone fanno affidamento su di te, in campo e fuori. Perciò non potrai che attirare tante anime affini alla tua e, alla fine, chi non merita la tua luce si toglierà di torno da solo, non preoccuparti.»

Hinata inarcò le sopracciglia, stupito. «Grazie, davvero. Non sapevo pensassi questo di me... Sei riuscito a risollevarmi il morale!»

Kenma si grattò la guancia con l'indice, arrossendo appena per l'imbarazzo. «Beh, lo penso davvero... E poi sono pur sempre il capitano di una squadra. L'empatia e il supporto devono far parte dello Starter Pack

Hinata ridacchiò di cuore. «Questo nuovo ruolo ti si addice davvero, diventerai un top player anche in questo!»

Kenma sorrise a sua volta. «Speriamo solo che la batteria non si scarichi troppo in fretta.»

🏐🏐🏐

Terminata la pausa, ora il Karasuno era pronto ad affrontare anche il Kamomedai, con il quale aveva un conto in sospeso.

La squadra avversaria, con il cambio dell'anno, aveva perso tre forti giocatori, tra cui Aikichi Suwa che ne era il capitano. Si erano iscritti però altri quattro agguerriti primini e, in più, Kōrai Hoshiumi era divenuto il nuovo numero uno. Ciò significava che, rispetto all'ultima volta in cui si erano confrontati, le cose non erano poi così cambiate.

Hoshiumi e Hinata si fissarono intensamente, al punto che sembrò che una scarica elettrica partisse dai loro sguardi per poi scontrarsi in mille scintille.

«Tra poco uno dei due urlerà "sarò il Re dei Pirati!"» disse Ukai, tradendo una certa nota di nervosismo.

«Davvero?» rispose Aaron Murphy con tono placido. «Io stavo per dire: "diventerò Hokage!"»

«Hinata, stavolta sei ben riposato o devo farti portare un'aspirina?» commentò Hoshiumi con un mezzo sorriso divertito.

Hinata non si lasciò provocare. «Sono in piena forma, grazie, Piccolo Gigante.»

Hoshiumi corrugò la fronte. «Sai bene che non posso accettare quel titolo. Anche se quella partita avrebbe dovuto decretare chi meritasse quella nomea, non accetto che sia stata la febbre a farmi vincere... E scordatelo che mi accontenterò di chiamarti "l'esca più forte"!»

«Quindi è ancora un titolo vacante?»

«Perché, le voci non dicono forse questo al riguardo?» Il capitano del Kamomedai fece un passo avanti, arrivando a un soffio dalla rete. «Al torneo estivo porremo fine a questa faccenda una volta per tutte.»

Chi stava assistendo al confronto, per un momento, ebbe come l'impressione che un corvo e un gabbiano, con le ali spiegate e i becchi spalancati, si stessero sfidando per accaparrarsi la stessa preda. L'atmosfera densa di tensione, però, mutò all'improvviso quando i due giocatori, con le mani sui fianchi, si misero a ridere di cuore, lasciando gli altri nella confusione e nello sconcerto più totali.

«Intanto godiamoci una sana partita, Hinata», disse infine Hoshiumi, mentre si asciugava una lacrima per il troppo ridere. «E questa domenica, intanto, affidiamo questo nostro sogno alle stelle. Spero che parteciperai al festival.»

Anche Hinata dovette prendersi un momento per calmarsi dal troppo ridere. «Certo, non vedo l'ora!»

«Forza ragazzi, ora tornate in posizione», disse Kageyama, avvicinandosi.

«Certo... E ovviamente, Kageyama, spero di vedere anche te in campo al massimo.»

L'alzatore del Karasuno sorrise, poi annuì. «Sicuro.»

Di nuovo l'arbitro decretò l'inizio della partita, facendo riecheggiare il fischietto. Il primo ad aprire le danze fu Ennoshita, il capitano del Karasuno, che battendo con la massima concentrazione sfoggiò un servizio da manuale.

La battuta al salto di Ennoshita fu pulita e profonda, costringendo la difesa del Kamomedai a una ricezione imprecisa. Il pallone si impennò a mezz'aria, ma il nuovo palleggiatore avversario scattò sotto la palla e, con un tocco teso, servì subito Hoshiumi sulla banda laterale.

Il numero uno del Kamomedai non perse tempo: spiccò il volo con una coordinazione spaventosa, bloccandosi per una frazione di secondo a mezz'aria. Di fronte a lui si stagliò subito il muro del Karasuno composto da Tsukishima e Tanaka. Hoshiumi, con la sua eccezionale visione di gioco, prese la mira e colpì il pallone con un colpo di polso millimetrico, cercando il "block-out" per far schizzare la palla contro le dita di Tanaka e mandarla fuori campo.

Ma Nishinoya aveva previsto la mossa. Il libero si era già appostato lateralmente fuori dal perimetro del muro e, con un tuffo felino, intercettò il pallone prima che toccasse terra. «Kageyama, copri!» urlò, tenendo alta la sfera.

Kageyama si piazzò perfettamente. Hinata, che non aspettava altro, scattò in avanti come una molla, caricando la sua rincorsa più veloce. Saltò con quanta forza aveva in corpo, spiccando il volo con le ali spiegate.

Ad attenderlo dall'altra parte della rete, però, si parò immediatamente il famigerato muro della Kamomedai. Gao Hakuba, con i suoi due metri d'altezza, sgranò gli occhi marroni e protese le sue braccia immense per sbarrargli la strada, affiancato dagli altri centrali. La determinazione difensiva della squadra bianca era d'acciaio, una barriera apparentemente insormontabile che oscurò la visuale del rosso.

Hinata, però, memore di tutte le lezioni apprese e rinvigorito dal confronto con Kenma, non si lasciò prendere dal panico. Rimanendo lucido a mezz'aria, scorse una minuscola fessura tra le braccia di Hakuba e il bordo della rete. Con un colpo rapido e secco, inclinò il busto e indirizzò una sventagliata diagonale strettissima. Il pallone passò attraverso quel millimetrico spiraglio e si abbatté violentemente sul parquet del Kamomedai, prima che la loro seconda linea potesse tentare il recupero.

Primo punto per il Karasuno.

«Sììì!» esclamò Hinata, atterrando e scambiando un'occhiata fiammeggiante con Hoshiumi, il quale rispose stringendo i denti ma con un sorriso carico di ammirazione. La sfida ad alta quota era appena iniziata, e nessuno dei due Piccolo Gigante aveva intenzione di cedere un solo centimetro.

Il primo punto di Hinata incendiò la palestra. Hoshiumi si passò una mano tra i capelli argentei e rivolse al numero dieci del Karasuno uno sguardo che era una promessa di battaglia.

La partita entrò in un ritmo forsennato. Al servizio successivo del Karasuno, il Kamomedai ricostruì l'azione alla velocità della luce. Hoshiumi prese una rincorsa lunghissima, sfruttando ogni centimetro del terreno, e spiccò il volo. Tsukishima saltò con il tempo perfetto per sbarrargli la strada, ma Hoshiumi, mostrando una padronanza aerea superba, rallentò il colpo all'ultimo istante, trasformando la schiacciata in un pallonetto millimetrico che scavalcò le dita del centrale biondo. Nishinoya si gettò in avanti, ma la palla toccò il parquet.

Punto del Kamomedai.

«Non crederai che ti lasci tutta la scena, vero, Shōyō?» esclamò Hoshiumi, tornando in linea di battuta per il suo turno.

Il servizio al salto del nuovo numero uno del Kamomedai fu una frustata violenta. La palla mirò dritta alla linea di fondo. Tanaka la ricevette, ma il colpo era talmente carico di effetto che il pallone schizzò instabile verso la rete. Kageyama dovette fare un miracolo dei suoi: con un colpo di reni e un palleggio a una mano sola, aggiustò la traiettoria per Hinata, che era già decollato.

Davanti a Hinata si stagliò di nuovo l'ombra immensa di Hakuba. Il gigante del Kamomedai non saltava solo in alto, ma posizionava le mani con una precisione geometrica che non lasciava scampo. Hinata, a mezz'aria, vide il muro chiudersi. Stavolta non c'erano fessure. Ricordando i consigli del suo stesso percorso di crescita, Shōyō non cercò la potenza: usò la punta delle dita per spingere la palla contro le mani protese di Hakuba, cercando a sua volta il "block-out". Il pallone rimbalzò sul muro e schizzò via lateralmente, ma Hoshiumi, con un riflesso pazzesco, si era già catapultato fuori campo, salvando la palla con un bagher rovesciato prima che toccasse terra.

L'attacco del Kamomedai ripartì immediatamente. La palla tornò a Hoshiumi che, implacabile, schiacciò di potenza sulle dita di Narita, conquistando il punto.

Punto del Kamomedai.

Hoshiumi atterrò e tese l'indice verso Hinata. «Io vedo tutto quello che fai, Shōyō! Il muro di Gao non si supera così facilmente!»

Hinata sentì il sangue scorrere caldo nelle vene. Nessuna paura, nessuna gamba molle come il giorno prima di fronte a Takeshi. Questa era la pallavolo che amava: una sfida pulita, dove l'altezza non era un limite ma un ostacolo da aggirare con l'ingegno.

Nella rotazione successiva, con Kageyama di nuovo in posizione perfetta, il Karasuno rispose. Ricezione pulita di Sanzo, alzata millimetrica e tesa del "Re" del campo. Hinata corse, finse di andare a sinistra, disorientando i centrali del Kamomedai, e balzò verso destra. Volò alto, altissimo, trovandosi faccia a faccia con Hoshiumi che era saltato a muro per intercettarlo. I loro sguardi si incrociarono di nuovo a mezz'aria. Hinata impresse tutta la forza rimasta nel braccio e scaricò una parallela fulminea. Hoshiumi tese le mani, ma la palla sfiorò il bordo del suo mignolo e si insaccò violentemente sul parquet.

Punto del Karasuno.

«Guardami bene, Hoshiumi!» urlò Hinata, atterrando con un gran sorriso sul volto. «Perché io non ho intenzione di fermarmi!»

I due atleti si guardarono, entrambi con il fiatone ma con una gioia pura stampata negli occhi. Lo scontro tra i due "Piccoli Giganti" stava portando le due squadre a superare i propri limiti, punto dopo punto, in un'altalena di emozioni che teneva l'intera palestra con il fiato sospeso.

Quello che si stava consumando tra quelle mura non era un semplice scambio di colpi, ma lo scontro frontale tra due visioni identiche eppure uniche dello stesso identico sogno. Volare alto, superare la barriera dell'altezza e dimostrare al mondo che il cielo appartiene a chi ha il coraggio di scalarlo. Hinata e Hoshiumi saltavano instancabilmente, spinti dalla stessa bruciante passione, ma entrambi sapevano che quelle ali non avrebbero potuto dispiegarsi senza il sostegno invisibile e solido dei loro compagni. Silenziosamente, dietro ogni rincorsa e ogni salto, c'era il lavoro sporco di chi si tuffava a terra per recuperare un pallone impossibile, di chi posizionava un muro perfetto per coprire le spalle e di chi, come Kageyama, calibrava alzate millimetriche solo per permettere al proprio schiacciatore di splendere. I Corvi e i Gabbiani non stavano solo giocando una partita: stavano proteggendo, difendendo e spingendo verso l'alto i desideri dei loro rispettivi "Piccoli Giganti", consapevoli che la realizzazione di un sogno individuale, in uno sport come la pallavolo, è sempre il frutto del sacrificio e dell'amore dell'intera squadra.

Il Kamomedai si dimostrò ancora una volta un avversario formidabile, nonostante stavolta il Karasuno si fosse aggiudicato il match. Non era una partita ufficiale, si trattava di un semplice allenamento – l'ennesimo della giornata, tra l'altro – perciò era plausibile che nessuno si fosse impegnato al cento per cento delle proprie possibilità. Tuttavia, quel confronto aveva gettato le basi di qualcosa da non sottovalutare affatto in vista degli eventi estivi più importanti.

«Non avevo dubbi che mi avresti dato del filo da torcere, Shōyō», disse Hoshiumi mentre riprendeva fiato e si asciugava il sudore dalla fronte.

«Neanche tu sei niente male... Anche se l'altra volta sono stato male, non ho dubbi che avrei rischiato davvero di dover rinunciare a quel titolo.»

«Chissà... Forse un anno di differenza ha fatto sì che io fossi più esperto di te», sorrise il capitano avversario, colmo di ammirazione. «Ma non ho dubbi che dal prossimo anno, quando accenderò la TV sul canale sportivo, sarà di te che i giornalisti parleranno. Non ho alcun dubbio al riguardo.»

I due "Piccoli Giganti" si strinsero la mano con forza.

Dopo che le due squadre si furono salutate, i ragazzi del Karasuno si congedarono frettolosamente dal coach Ukai, con la promessa che sarebbero rincasati prima di mezzanotte. Ukai li salutò a sua volta, raccomandandosi di fare attenzione.

«Dove stanno andando?» chiese con aria incuriosita l'allenatore del Kamomedai.

Ukai sorrise, divertito. «Visto che oggi abbiamo finito prima, stanno andando a prendere le ragazze. Poi andranno tutti insieme al karaoke.»

Murphy rise a sua volta. «Oh, beh! Del resto la pallavolo non è l'unica ragione di vita... Quanto è bello vedere ogni anno questa gioventù sempre così entusiasta.»

«Può dirlo forte», rispose Ukai. E anche se non aggiunse altro, la luce nei suoi occhi faceva trapelare tutto l'immenso orgoglio che provava per i suoi ragazzi.

🏐🏐🏐

Quel pomeriggio non fu solo il Karasuno a disputare una serie di ottime partite. Alla succursale femminile, anche le Farfalle dello Shiroi Chō stavano dando il meglio di sé contro la selezione femminile del Fukurōdani.

Schierato in campo in quel momento c'era il trio di punta: Sakura, Akane e Kaori. Himawari si trovava in seconda linea, mentre per ora Mei era rimasta in panchina, in attesa del proprio turno per la rotazione.

L'aria era densa delle urla delle diverse squadre che si stavano confrontando all'interno della palestra. Chi perdeva l'incontro doveva correre ad aggrapparsi alle spalliere di legno fissate ai lati della stanza e fare una lunga serie di sollevamenti punitivi.

La squadra femminile del Fukurōdani era la favorita assoluta per il torneo estivo, perciò lo Shiroi Chō sapeva perfettamente che non avrebbe avuto vita facile.

Il fischio dell'arbitro squarciò il brusio della palestra, e in quell'istante preciso il tempo sembrò quasi dilatarsi per le giocatrici dello Shiroi Chō. Sakura incrociò lo sguardo della capitana del Fukurōdani: una frazione di secondo in cui gli occhi grigi e calcolatori della numero uno delle Farfalle cercarono di decifrare la sicurezza incrollabile delle favorite del torneo, avvertendo sotto la pelle l'elettricità pulita e spietata della vera competizione. Accanto a lei, Akane contrasse la mascella, con i muscoli delle gambe tesi e pronti a scattare, mentre Kaori fissava il pallone giallo e blu come se fosse l'unico punto fermo in una stanza satura di tensione e sudore. Persino in seconda linea, Himawari e le altre avvertirono un brivido freddo risalire lungo la schiena; l'ombra delle spalliere di legno ai lati del campo sembrava allungarsi minacciosa, un promemoria silenzioso del prezzo da pagare per ogni singola esitazione. Non era più un semplice riscaldamento e non c'era spazio per i dubbi della sera precedente: ogni respiro affannoso, ogni battito accelerato e ogni occhiata fiammeggiante scambiata a rete gridavano una sola, disperata verità, ovvero che quella partita sarebbe stata una questione di puro orgoglio.

Le ragazze di entrambe le squadre levarono alte le loro voci, richiamando continuamente la palla, gridando "una facile!" per i colpi più blandi e scusandosi ogni volta che veniva commesso un errore.

Le loro gambe erano velocissime e i loro sguardi accesi; in particolare quello della numero dodici, che coordinava le compagne in maniera impeccabile sul rettangolo di gioco. Purtroppo il muro delle avversarie era davvero difficile da superare: la capitana del Fukurōdani era molto alta, dalla pelle scura e i capelli ricci. Sul suo petto spiccava il numero uno e le compagne si affidavano totalmente alla sua leadership.

Kaori provò a schiacciare per l'ennesima volta, ma l'avversaria fu subito pronta a scattare e a sbarrarle la strada a rete.

«Ancora il wall Maria», disse Sakura, accigliata.

«Mannaggia!» rispose Kaori con stizza, stringendo i pugni.

Maria sorrise da dietro la rete, captando perfettamente il nervosismo delle avversarie. Anche Akane iniziò ad avvertire la stanchezza: faceva del suo meglio per alzare a Sakura e Kaori ma, nonostante l'impegno, le rivali saltavano più in alto.

A un certo punto, però, grazie a uno splendido schema d'attacco in cui Kaori finse di schiacciare per assorbire il muro mentre la palla arrivava di taglio a Sakura, le Farfalle riuscirono a mettere a segno un punto sulla linea laterale. Finalmente la squadra ottenne la rotazione.

Ora Mei era entrata in campo e le compagne trattennero il respiro. La ragazza era diventata un'autentica incognita: avrebbe potuto essere un valido supporto così come l'anello debole che avrebbe sancito la loro sconfitta definitiva. A dispetto di tutte le altre atlete presenti sul rettangolo di gioco, la numero quattordici era la più bassa; qualcuna nel Fukurōdani sorrise in modo beffardo, dando quasi per scontato che quella stazza robusta e appesantita fosse il biglietto da visita delle sue reali capacità.

Mei guardò di fronte a sé, con il cuore che le martellava forte nel petto. Lo Shiroi Chō aveva un disperato bisogno di punti, e il Fukurōdani non ne avrebbe concessi loro tanto facilmente. Lei non era un asso delle battute, non possedeva la precisione di Kinoshita o di Yamaguchi. Però, proprio con quest'ultimo, aveva un punto in comune: la necessità di trovare il proprio centro in un punto fisso della palestra. Il suo personale angolo di sicurezza.

Akane, che ora si trovava in panchina, stavolta osservò con sincera attenzione Mei. L'ultima volta aveva fatto dell'ironia spicciola ma, in quel momento, anche lei sapeva che il fallimento della numero quattordici non fosse più così scontato.

Mei optò per una battuta dal basso, ricordando le preziose parole di Hinata: doveva fare solo ciò che la faceva sentire meglio e, di fronte a quelle giocatrici, si sentiva decisamente più sicura così. La palla attraversò la rete. La numero tre del Fukurōdani era già pronta a riceverla in bagher quando, all'ultimo istante, avvenne qualcosa di totalmente imprevisto: il pallone perse improvvisamente potenza e ricadde a terra a un soffio da lei, quasi in linea retta.

Non ci fu alcuna esultazione da parte delle compagne, né versi di rabbia dalle avversarie. Una sorta di totale incredulità attraversava i loro volti. Almeno finché Sakura non si mosse per prima, avvicinandosi a Mei per posarle una mano sulla spalla.

«Ben fatto.»

In quel momento anche le altre compagne le andarono incontro per congratularsi, mentre le giocatrici del Fukurōdani sbuffarono per il fastidio. Avevano sottovalutato la nuova arrivata dello Shiroi Chō.

Solo Maria non rimase particolarmente impressionata. «D'ora in poi puntiamo tutto su quella. Si stancherà prima di tutte delle altre.»

Mei effettuò una seconda battuta dal basso ma, stavolta, il Fukurōdani non si fece cogliere di sorpresa e salvò il pallone. Come da indicazioni della capitana, le avversarie concentrarono tutte le proprie energie verso quello che sarebbe dovuto essere l'anello debole della squadra. La libero dello Shiroi Chō fece il possibile per supportare Mei e anche Himawari, che le stava accanto, provò ad aiutarla; tuttavia le giocatrici del Fukurōdani si erano accanite spietatamente su Mei.

Quest'ultima faceva tutto ciò che poteva per cercare di salvare la palla, ma il più delle volte gli attacchi avversari risultavano troppo rapidi perché lei riuscisse a intercettarli. Fortunatamente, quell'accanimento rabbioso si rivoltò contro le avversarie stesse che, in un paio di occasioni, forzarono troppo la traiettoria e mandarono la palla fuori campo.

Il set continuò in un'altalena di scambi mozzafiato, dove nessuna delle due squadre intendeva cedere un solo millimetro di terreno. Tra schiacciate rapide e precise da una parte e muri in lettura impeccabili dall'altra, l'intensità del gioco raggiunse livelli altissimi. Con la nuova rotazione, Akane tornò finalmente sul campo nel ruolo di palleggiatrice; nonostante facesse del proprio meglio per servire delle buone alzate alle compagne, il divario fisico si fece sentire. Non solo Maria, il Fukurōdani annoverava tra le sue fila tutte giocatrici estremamente alte e, per le Farfalle, superare quella barriera imponente a rete era diventato quasi impossibile.

Quando la rotazione portò di nuovo Mei sulla linea di fondocampo per il servizio, la situazione si complicò ulteriormente: ormai le avversarie avevano capito il suo gioco e la traiettoria calante della sua battuta non le colse più di sorpresa. Senza più l'effetto novità, nemmeno la numero quattordici poté fare la differenza. Mei per prima, ma anche il resto della squadra, si sentì profondamente svilita e schiacciata dal peso di un punteggio che continuava a penalizzarle.

Il morale dello Shiroi Chō era a terra, almeno finché un urlo sguaiato e potentissimo non costrinse l'intera palestra a bloccarsi e a sollevare lo sguardo verso le tribune: era il suo sensei, Shōyō Hinata, venuto insieme alla squadra del Karasuno al completo per fare il tifo a squarciagola per lei.

«Adesso questi Corvi ce li ritroviamo pure qua?» sbuffò Akane, con una smorfia dipinta sul viso.

Ma quel tifo improvviso, in realtà, fece solo bene alle Farfalle: trovandosi improvvisamente qualcuno che le sosteneva a gran voce, si sentirono tutte più sollevate. Questo valeva in particolare per Mei, poiché era proprio il suo nome che i ragazzi del Karasuno stavano richiamando.

Sakura incrociò lo sguardo di Tsukishima, il quale la stava fissando a sua volta con le braccia conserte. Pur senza dirlo ad alta voce, la capitana sapeva perfettamente quale domanda le stesse ponendo il ragazzo. In quel preciso momento la voce di Mei la richiamò; voltandosi verso di lei, la numero dodici rimase sorpresa dall'espressione decisa che la compagna aveva assunto. Quei suoi amici erano davvero la sua più grande fonte di forza.

«Hai una strategia in mente?» chiese Sakura alla numero quattordici, avvicinandosi a lei.

«Più che una strategia, un atto di fiducia... Ho osservato attentamente il loro posizionamento», rispose Mei.

La capitana assottigliò lo sguardo, e la primina fece un piccolo cenno con il capo, indicando con gli occhi la numero otto avversaria.

«Le compagne la coprono, ma rispetto alle altre è la più imprecisa nei movimenti, soprattutto in ricezione con il bagher. Se puntiamo tutto su di lei, la situazione potrebbe girare a nostro vantaggio.»

«Il problema resta raggiungerla», sospirò Kaori, asciugandosi il sudore dalla fronte.

Mei si strinse nelle spalle. «Beh, io mi sono allenata duramente con i ragazzi. Queste giocatrici del Fukurōdani sono alte come loro, è vero, ma noi abbiamo anche il vantaggio che la nostra rete è più bassa.» Guardò intensamente Kaori, Sakura e Himawari, le schiacciatrici più forti del loro sestetto. «Se mi date la vostra fiducia, vi assicuro che supereremo quel muro.» Sorrise piano, stringendo i pugni. «Anche noi, del resto, siamo dotate di ali.»

Il piano tattico di Mei, affinato grazie all'osservazione delle movenze imprevedibili e i ritmi folli del "duo bislacco", in quei giorni di allenamento con il Karasuno, si trasformò in un'azione fluida e micidiale sul parquet della succursale. Non appena la ricezione dello Shiroi Chō si impennò a mezz'aria, la numero quattordici si posizionò sotto il pallone senza la minima esitazione: coordinò il proprio corpo con una leggerezza insospettabile, calcolando al millimetro l'altezza inferiore della rete femminile, e servì un'alzata tesa, morbida e perfettamente calibrata proprio in direzione del punto debole avversario. Le tre schiacciatrici scattarono all'unisono in una rincorsa coordinata che mandò in totale confusione il Muro del Fukurōdani. A decollare più in alto di tutte fu proprio la capitana Sakura che, sfoggiando quel numero dodici dorato impresso sulla schiena, trovò l'impatto perfetto con la sfera e la scaricò con una sventagliata diagonale spietata dritta contro il bagher impreciso della numero otto rivale. Il miracolo si era compiuto: la palla schizzò via incontrollabile fuori dal campo, sancendo un punto spettacolare che fece esplodere la tribuna del Karasuno in un boato assordante. Dagli spalti, Tsukishima rimase per un istante immobile a fissare la rete, con gli occhi spalancati dietro le lenti degli occhiali; nella scia dorata della luce pomeridiana che tagliava la palestra, gli parve sul serio di vedere, per un millesimo di secondo, un maestoso paio di ali da farfalla bianca dispiegarsi dietro la schiena della numero dodici dello Shiroi Chō.

Ora la situazione si era ribaltata. La squadra femminile del Fukurōdani si rese conto che le proprie avversarie avevano ormai imparato a leggere il loro schema, e una goccia di sudore scese lungo la tempia di Maria.

Lo Shiroi Chō finalmente riuscì a colmare il divario, al punto che sarebbe bastato un solo colpo vincente per decretare la vittoria.

E quel punto arrivò, ma non da Sakura, Himawari o Kaori.

Fu Mei stessa a prendere in mano le redini dell'azione decisiva. La numero quattordici dello Shiroi Chō si posizionò sotto il pallone e tese le mani verso l'alto, fingendo con il corpo di voler servire una delle sue solite alzate per Sakura o Kaori. Maria e le centrali del Fukurōdani abboccarono in pieno al tranello, allargando le braccia a muro per prepararsi a intercettare le schiacciatrici laterali.

Ma Mei, mostrando una freddezza e un'astuzia che nessuno si sarebbe mai aspettato da lei, cambiò intenzione all'ultimo millesimo di secondo. Proprio come aveva visto fare a Kageyama una volta, non passò la palla: balzò leggermente in avanti e, con un colpo di polso secco e fulmineo, scaricò lei stessa una schiacciata a sorpresa di seconda intenzione. Il pallone tagliò l'aria in una diagonale strettissima e radente alla rete, insaccandosi sul parquet avversario prima che la difesa del Fukurōdani potesse anche solo tentare il tuffo.

Il colpo decretò la clamorosa vittoria dello Shiroi Chō, lasciando la capitana Maria del tutto sbalordita a fissare la linea di campo. La palestra femminile esplose all'istante in un boato assordante, guidato dalle urla scatenate e dai salti di Hinata in cima agli spalti.

«Sei grande, Mei!»

La ragazza sollevò il capo verso il richiamo del suo sensei che, con un'espressione entusiasta e lo sguardo acceso, le stava sorridendo colmo di orgoglio. Lo stesso sorriso era dipinto anche sul volto degli altri ragazzi del Karasuno che, seppur per pochi giorni, erano stati i suoi compagni di squadra.

A farle rompere gli argini dell'emozione, però, fu l'istante in cui incrociò lo sguardo di Nishinoya. Il libero la fissava con una tale ammirazione da farle sperare, per un solo meraviglioso istante, che grazie a quella prestazione fosse finalmente riuscita a far breccia nel suo cuore. La fantasia della giovane cavalcò all'impazzata, immaginando lui che scendeva di corsa le scale della tribuna per correre ad abbracciarla e a baciarla.

Era solo un sogno a occhi aperti, certo, ma Mei si disse anche che se era appena riuscita a compiere qualcosa che fino a qualche mese prima credeva del tutto impossibile, allora, forse, un giorno avrebbe potuto persino riuscire a conquistare il ragazzo che le piaceva.

🏐🏐🏐

Nello spogliatoio l'entusiasmo continuò a scorrere a fiumi: le ragazze non facevano che parlare tra di loro di quel clamoroso risultato ottenuto contro la squadra favorita dei tornei estivi. Anche Sakura venne convocata personalmente dal coach Yun il quale, visto l'importante traguardo, volle subito confrontarsi con la propria capitana per stabilire sul da farsi.

«Mei, dove stai andando?» chiese Himawari, vedendo che l'amica si era avvolta in un asciugamano dopo essersi tolta i vestiti da gioco.

«Vado a farmi la doccia, sennò non faccio in tempo a uscire con i miei amici», rispose Mei.

Himawari, esattamente come tutte le altre compagne presenti, la guardò con totale stupore. Era la prima volta che Mei accettava di spogliarsi di fronte a tutte, scegliendo di lavarsi nello spogliatoio comune anziché scappare nella privacy della propria camera d'albergo. In disparte, Akane sorrise sotto i baffi, scambiando un'occhiata d'intesa con una compagna.

Sakura era stata trattenuta dal coach più del dovuto e non vedeva l'ora di togliersi di dosso tutto quel sudore. A quell'ora le compagne dovevano già essersi ritirate nelle proprie stanze, cosa che non le dispiacque affatto: così avrebbe avuto l'intero bagno a propria completa disposizione.

Il corridoio dell'istituto era ormai deserto e si sentiva solo l'eco dei suoi stessi passi. I raggi del sole morente filtravano caldi dalle grandi finestre alla sua destra. Sakura si sentiva bene, si sentiva appagata; l'allenatore si era complimentato apertamente con lei e non poteva essere più orgogliosa di così.

A un certo punto, però, delle risatine sommesse giunsero alle sue orecchie e, poco dopo, da dietro l'angolo spuntarono Akane e una compagna di squadra che tenevano in mano dei vestiti.

«Che cosa state facendo?» chiese Sakura, parandosi bruscamente davanti a loro. Si accigliò subito, notando che dalla maglietta che Akane stringeva tra le braccia spuntava il tessuto con impresso il numero quattordici.

«La trippona ha deciso incredibilmente di farsi la doccia nello spogliatoio», disse tra le risate l'alzatrice dello Shiroi Chō. «Le stiamo solo dando una lezione per farle capire cosa significa alzare la cresta.»

Gli occhi di Sakura si ridussero a due fessure gelide e, con un gesto secco e fulmineo, strappò di mano la divisa di Mei. «Questo non piacerà affatto al professor Yun!» esclamò con tono fermo e deciso.

Akane digrignò i denti, furiosa per l'intromissione. «Intendi fare la spia? Da quando in qua patteggi per quella raccomandata incapace?»

«Incapace? Oggi la sua prestazione sul campo è stata nettamente migliore della tua. Forse dovrebbe indossare lei il numero due.»

«Questo è davvero troppo! Che diavolo ti è successo?! Da quando in qua prendi le difese degli sfigati? Sei diventata una sfigata anche tu! E tu vorresti eguagliare tua madre?! Faceva bene a darti dell'inetta quando era ancora in vita!»

Sakura la schiaffeggiò senza alcuna esitazione, colpendola in pieno viso e rimanendo immobile nella propria posizione, con il respiro teso.

«La sfigata sei tu che, per dimostrare un minimo di autorità, non fai che vessare i più deboli», sibilò la numero dodici con una fermezza glaciale. «E ora, entrambe di filato all'alloggio, se non volete davvero che vi faccia fare una lettera di richiamo dal professore. Ricordatevi che il capitano sono io e, finché rimarrò tale, qui nessuno verrà più maltrattato solo perché non si trova allo stesso livello dei giocatori più esperti!»

Akane si toccò la guancia e i suoi occhi diventarono due braci ardenti. Fece qualche passo in avanti per andarsene ma, prima di svoltare l'angolo, si voltò un'ultima volta.

«È per quel quattrocchi biondo, non è vero? Per colpa sua sei diventata un'imbecille buonista! Ma sappi che non mi dimenticherò di questo affronto!» Sputò quelle parole con veleno, poi girò i tacchi e si allontanò a grandi falcate.

Sakura la guardò sparire in fondo al corridoio insieme all'altra ragazza, rimanendo immobile nella sua posizione. Tipe come Akane non l'avevano mai spaventata, né avrebbero iniziato a farlo adesso.

Nel frattempo, nella zona docce, l'ansia stava prendendo il sopravvento. «Ma dove sono? Dove sono finiti?!» Mei era appena uscita dalla cabina e, con il solo asciugamano bagnato stretto al petto, era diventata pallida a causa della sparizione dei propri indumenti.

«Sono qui», disse la capitana, raggiungendola e porgendoglieli con calma.

Mei tirò un sospiro di sollievo, afferrandoli al volo.

«Nella confusione dello spogliatoio qualcuno li stava portando via per errore», spiegò la numero dodici.

«Per una volta che decido di farmi la doccia qui, che sfortuna, eheh!» rispose Mei, accennando una risata nervosa mentre cominciava a rivestirsi in fretta.

«Questa sera avrai un motivo in più per festeggiare», commentò Sakura, che intanto iniziava a spogliarsi a sua volta per prepararsi a entrare in doccia.

«Non so davvero cosa mi sia preso... Ho fatto sul serio io quel punto finale?» confessò Mei, guardandosi le mani, ancora del tutto incredula per la propria finta di seconda intenzione.

Sakura le si avvicinò e le posò una mano sulla spalla, guardandola dritta negli occhi. «Sì, sei stata tu. E sono assolutamente certa che questo sarà solo il primo di una lunghissima serie.»

Mei fissò la ragazza con aria stupita, poi, visibilmente commossa, annuì. Ora che era Sakura a essere rimasta con il solo asciugamano avvolto attorno al corpo, la quattordici la guardò per un istante, per poi voltarsi di scatto con le guance completamente arrossate.

«Che c'è?» chiese la capitana, cogliendo al volo quel movimento fulmineo.

«Niente... È che sei davvero molto bella... Invidio un sacco il tuo fisico.»

Sakura chiuse gli occhi per un breve secondo. «È solo il frutto di anni di duro allenamento. Se mi avessi vista a dodici anni, ti assicuro che non mi avresti distinta da un palo della luce.»

Mei la guardò stupita, stentando a credere che quella ragazza dal corpo così atletico potesse aver avuto un aspetto differente in passato. Quanta fatica aveva alle spalle Sakura, di cui lei non era minimamente a conoscenza?

«Beh, sei comunque molto bella», disse Mei, abbassando leggermente lo sguardo per l'imbarazzo. «Tutti si voltano a guardarti e pendono dalle tue labbra.»

«Non è per il mio aspetto che lo fanno... Almeno, voglio sperarlo», fece una breve pausa e si strinse appena un po' di più l'asciugamano addosso. «E grazie a te ho capito che un libro non deve mai essere giudicato dalla copertina.»

Le due si guardarono per un lungo momento. Quali che fossero i loro pensieri, in quell'istante non avevano alcun bisogno di parole per capirsi.

Poi Sakura fece per avviarsi verso il corridoio delle docce, ma si fermò un'ultima volta.

«Comunque anche tu sei carina. Se in quella squadra c'è qualcuno che ti piace, non ho dubbi che dopo la prestazione di oggi tu abbia messo a segno parecchi punti a tuo favore.»

Mei divenne ancora più rossa in viso. Sakura non le chiese di chi si trattasse, non le interessava, ma dalla reazione immediata della numero quattordici intuì di aver fatto centro.

«Io non credo...» confessò Mei a bassa voce. «Non credo di poter interessare a qualcuno, da quel punto di vista.»

«E perché no?» Sakura tornò sui suoi passi per sollevarle delicatamente il mento con le dita. «Hai dei begli occhi e un bellissimo sorriso. Ho visto la foto del compleanno del tuo sensei: stavi davvero molto bene.» Abbozzò un sorriso incredibilmente dolce, lontano dalla sua solita maschera severa. «Se il ragazzo che ti piace ha gli occhi per vedere, ti assicuro che non potrà affatto rimanere indifferente.»

🏐🏐🏐

La serata trascorse colma di quella gioia giovanile e spensierata tipica di un gruppo di adolescenti che, dopo una giornata appagante e ricca di emozioni, la coronava andandosi a divertire al Maid Caffè.

Mei mise in atto tutti i preziosi consigli che Himawari le aveva dato e, grazie ai vestiti che suo cugino Asahi le aveva preparato, tutti le fecero i complimenti. Si presentò sfoggiando un bellissimo vestito blu scuro con elementi astratti arancioni e rossi, completato da un fiocco che le cingeva dolcemente la vita. Si era fatta prestare un arricciacapelli per raccogliere le ciocche verso l'alto e sul viso si era messa un leggero velo di trucco. Di sottecchi guardò Nishinoya, sperando di cogliere nel suo sguardo qualcosa che le potesse far sperare di aver fatto breccia nel suo cuore. Ma si disse anche che non avrebbe dovuto concentrarsi solo su quello.

Tuttavia, l'emozione più grande della serata la ebbe Tanaka. Nel costeggiare alcuni palazzi su cui erano installati diversi schermi pubblicitari, una luce rossa catturò la sua attenzione e, non appena si voltò, cadde letteralmente in ginocchio sul marciapiede.

«Oh, mia dea!» esclamò il ragazzo, ritrovandosi davanti la gigantografia di Shimizu, splendido volto della linea di costumi da bagno per cui stava lavorando come modella in quel periodo. I compagni dovettero portarlo via di lì di peso, o sarebbe rimasto esattamente in quel punto finché la pubblicità della sua amata in bikini non fosse ricomparsa sullo schermo.

Tra coppe di dolci e canzoni al karaoke, i ragazzi del Karasuno, le quattro manager – tra cui Yachi – e Mei vissero una serata all'insegna della pura spensieratezza. All'appello mancava solo Ennoshita che, a quanto pare, aveva un altro impegno inderogabile, anche se nessuno aveva capito bene di cosa si trattasse. Tuttavia, festeggiarono con allegria anche a nome del loro capitano.

«Domani vi confronterete di nuovo con la nostra squadra maschile?» chiese Mei a Hinata, rompendo un attimo il baccano del tavolo.

Hinata abbassò per un secondo lo sguardo sul proprio drink, poi annuì con fermezza. «Questa volta gliela faremo vedere.»

Mei posò delicatamente la mano sul dorso di quella del ragazzo e gli sorrise. «Beh, io farò sicuramente il tifo per te, sensei

Hinata le sorrise a trentadue denti, visibilmente rincuorato.

«Domani, tra l'altro, io, Sakura e Kaori passeremo alla scuola nel pomeriggio per portare del materiale per il festival di domenica. Così mi dirai subito com'è andata!»

«Ah, bene! Certo!»

«Ehi, Mei...» le sussurrò a bassa voce Yachi, sporgendosi verso di lei. «Nishinoya ha appena detto che vuole cantare una canzone. Unisciti a lui, è un'occasione d'oro!»

Mei divenne immediatamente rossa in viso e si bloccò sul posto per l'ansia, ma l'amica non aveva alcuna intenzione di vederla mutarsi in una statua di sale e la spinse letteralmente fuori dalla sedia, facendola finire proprio accanto al libero. Nishinoya, ritrovandosela a un passo, le chiese con il suo solito entusiasmo se le andasse di fare un duetto; Mei, timidamente, accettò.

Era davvero una splendida serata... Ma il gruppo non poteva ancora sapere che delle nuvole cariche di tempesta, poco più in là, si stavano addensando minacciose sulla città.

🏐🏐🏐

Quando i ragazzi del Karasuno tornarono in albergo, non vollero andare subito a dormire. Approfittando del fatto che Ennoshita non fosse ancora rientrato, si riunirono tutti nella stanza che condivideva con Narita e Kinoshita per giocare a carte sul suo letto.

«Ah, appena in tempo!» esclamò Tanaka quando il capitano finalmente aprì la porta, borbottando perché gli avevano invaso il materasso. «Ancora dieci minuti e credo che questa notte il professor Takeda sarebbe diventato un lupo mannaro.»

«Sì, scusate, ma ho dovuto riportarla in albergo. Non poteva mica rientrare da sola a mezzanotte», si giustificò Ennoshita mentre appendeva la giacca.

Tanaka si accigliò all'istante. «Di chi diavolo stai parlando?»

«Di Kaori. Ricordate che avevo un debito in sospeso con lei, no?» spiegò il ragazzo. «Prima l'ho dovuta aspettare dieci minuti in più rispetto all'orario concordato. Poi siamo andati in quel grande centro commerciale di Tokyo che desiderava tanto visitare, e lì si è fatta ricostruire le unghie dall'estetista... E ho dovuto pagare in parte di tasca mia.» Si tolse la maglietta per recuperare il pigiama, senza tuttavia smettere di parlare. «Poi ha voluto continuare a girare per i negozi. Ho accettato perché anche io ero curioso, e lei ha iniziato a provare cappellini e magliette, cercando ogni volta il mio parere. Almeno, alla fine, mi ha offerto il gelato e abbiamo cenato con quello.»

«E poi l'hai riportata in albergo», concluse Narita.

«Dopo una passeggiata finale sul lungofiume, sì, l'ho riportata al suo alloggio.» Ennoshita si sedette su una sedia per riprendersi dalla stanchezza e si passò una mano tra i folti capelli corvini. Quando però riaprì gli occhi, si rese conto che l'intera squadra lo stava fissando in silenzio, con un'aria decisamente severa e annoiata.

«Che c'è?» chiese, sollevando un sopracciglio.

Tanaka strinse i pugni, con le sopracciglia che gli tremavano vistosamente per il nervoso. «Chikara... Ti rendi conto di quello che ci hai appena raccontato con tanta nonchalance?»

«Cosa avrei detto di male?»

«Che cosa?!» sbottò il numero cinque, balzando in piedi sul letto. «Ci hai appena confessato che sei reduce da un appuntamento ufficiale con una ragazza!»

«Che?»

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