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Creato il 30/07/2026, 21:35 · Aggiornato il 30/07/2026, 21:35

Capitolo 16: Ichigo Ichie - Parte 2

@ladyele1991LadyEle1991
MaturoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Bullismo
  • Copertina AI
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Giorno 1.

Nessuno mancava all'appello per l'atteso ritiro: Karasuno, Nekoma, Fukurōdani, Dateko, Aoba Johsai, Shiratorizawa, Inarizaki, Shinzen, Ubugawa, Johzenji, Kamomedai e, infine, la Shiroi Chō.

La presenza di tutte quelle scuole – in numero decisamente maggiore rispetto a quelle invitate dalla Fukurōdani Academy Group, principale organizzatore dell'evento – fu l'ennesima conferma di quanto il professor Takeda aveva anticipato.

Per questo, non tutti ebbero la possibilità di alloggiare direttamente nel liceo ospitante. Oltre al fatto che avendo anticipato il ritiro, le lezioni erano ancora in corso.

I giocatori del Karasuno avvertirono immediatamente la tensione gravare sulle proprie spalle. Anche se molti di quei ragazzi erano loro amici, quando si calcava il campo da pallavolo tutti diventavano rivali.

Un po' diversamente andò per le sezioni femminili. A differenza di quelle maschili, le squadre delle ragazze erano circa la metà e la sede dove avrebbero svolto le amichevoli era una succursale: un istituto sempre privato come il Fukurōdani, ma più piccolo e riservato alle sole ragazze.

Nonostante la stanchezza, causata più dalla sconsideratezza giovanile che da altri motivi, i ragazzi si salutarono e si abbracciarono. Anche gli allenatori si andarono incontro stringendosi le mani e scambiando qualche chiacchiera di circostanza; quello che diede più nell'occhio fu il coach Nekomata, che aveva ancora un diavolo per capello per aver beccato i suoi allievi a bere e, come se non bastasse, proprio alla vigilia degli allenamenti.

«Ma dai, professore, chi non si è fatto un goccetto di nascosto alla loro età!» disse Ukai, cercando di alleggerire la tensione e simulando il gesto del bere con la mano. «Si fidi, ho visto gente più ubriaca a sedici anni che a venticinque.»

«Questo non vuol dire che sia permesso farlo!» sbraitò l'anziano. «Dovrò fare seppuku per la vergogna...»

«Professore, non esageri. L'importante è che i ragazzi abbiano imparato la lezione», intervenne Takeda, posandogli una mano sulla spalla in un gesto di conforto.

«Oh, sì che l'hanno imparata!» rispose l'allenatore, rinvigorendosi all'improvviso. «Stamattina all'alba ho fatto fare loro qualche giro di campo punitivo. Voglio proprio vedere se questa sera non fileranno dritti a letto alle otto!»

Il coach si voltò poi verso la propria squadra e la sua furia era talmente palpabile che l'intero gruppo dei Gatti assunse all'unisono un'espressione terrorizzata. L'aura del loro allenatore, nonostante l'età ormai prossima alla pensione, era davvero impressionante.

Il preside della Fukurōdani, in qualità di rappresentante del Fukurōdani Academy Group, richiamò l'attenzione di tutti i presenti affacciandosi dalla balconata sovrastante l'ampia palestra. Diede il benvenuto ai propri ospiti e poi ricordò loro il regolamento e ciò che li avrebbe aspettati durante la settimana. Inoltre, dato che l'ultimo giorno cadeva proprio il sette luglio, il giorno di Tanabata, ovvero la "festa delle stelle e dei desideri", per l'occasione sarebbe stato indetto un festival dedicato, come buon auspicio per il brillante futuro che li avrebbe attesi.

«Ecco perché Hitoka stavolta non è venuta direttamente con noi», commentò Hinata a bassa voce quando il preside, nell'elencare lo staff, specificò che in rappresentanza di ogni scuola i manager avrebbero contribuito all'allestimento dell'evento. Era stato impiegato persino Aone, così da fare esperienza nel settore in cui voleva davvero specializzarsi.

«Per caso possiamo invitare anche esterni, o il festival è riservato solo alle squadre maschili e femminili partecipanti?» chiese Tanaka alzando la mano. «Ex studenti, magari.»

I suoi compagni non dissero nulla, ma dai loro sguardi era chiaro che avessero capito perfettamente a cosa il numero cinque stesse alludendo. O meglio, a chi stesse alludendo.

«Purché si registrino prima sul portale della scuola, sì, è possibile invitare anche esterni. E se si tratta di ex studenti, saranno più che benvenuti», confermò il preside.

Gli occhi di Tanaka mutarono immediatamente nelle stelle Altair e Vega.

Nel giro di mezz'ora, dopo gli smistamenti delle varie squadre in quella e nelle altre palestre adiacenti, il vociare dei giocatori e il rimbalzo dei palloni riempirono i locali.

Alla Fukurōdani, così come nell'istituto femminile, si aprirono ufficialmente le danze. In ognuno di quei giovani si accese una determinazione rara, tutti spinti dal desiderio di dimostrare qualcosa a se stessi, ma anche agli altri. Ognuno con le proprie motivazioni, gli atleti schiacciavano e intercettavano quella palla gialla e blu. Perle di sudore si staccavano dalle loro fronti; i muscoli erano in totale tensione, pronti a scattare al momento giusto.

Le Farfalle della Shiroi Chō, proprio come i Corvi del Karasuno, diedero il tutto per tutto fin dalle prime partite.

Hinata e Kageyama partirono subito all'attacco con la loro veloce, tipica del "duo bislacco". Non era più una novità in fatto di tecnica, ma il margine d'errore rispetto all'anno precedente era ormai ridotto ai minimi termini. Yamaguchi, con le sue palle a effetto, mise a segno non pochi punti; Tsukishima murava in maniera quasi impeccabile, forte di un'altezza che sfiorava ormai il metro e novanta e che non sembrava intenzionata a fermarsi.

Anche i tre primini del Karasuno, seppur leggermente intimoriti nel trovarsi davanti a giganti come i gemelli Miya o il sempre temibile Muro di Ferro, non si lasciarono scoraggiare: i loro senpai erano lì con loro e li avrebbero sostenuti per aiutarli a migliorare. Nishinoya, dal canto suo, con il suo Rolling Thunder salvò palloni impossibili, cosa che a tratti causò l'evidente irritazione dei loro avversari.

Il Karasuno teneva d'occhio in particolare la Kamomedai, la squadra che all'ultimo torneo nazionale li aveva eliminati. Shōyō Hinata e Kōrai Hoshiumi si scambiarono uno sguardo carico di significato: entrambi considerati in lizza per il titolo di Piccolo Gigante, erano determinati a misurare l'uno le potenzialità dell'altro. La febbre che aveva colpito Hinata in passato aveva minato la possibilità di un confronto esauriente tra i due, ma quel ritiro offriva finalmente a entrambi l'occasione perfetta per recuperare.

«Sakura, è tua!» urlò Akane alla sua capitana.

«Lo so», rispose la numero uno, per poi scattare di lato con un bagher. «Akane!»

Akane si mise immediatamente in posizione per intercettare la palla e servirla al loro asso, Kaori, che mise a segno il punto con una schiacciata netta proprio lì dove le avversarie avevano lasciato un'apertura. Questo permise alla squadra di ruotare e subentrò Mei alla battuta.

«Addio...» borbottò Akane, andando a sedersi in panchina e afferrando la borraccia quando vide che la numero quattordici si posizionava per effettuare una battuta dall'alto.

Ma si ricredette subito: incredibilmente, la palla superò a stento la rete e, proprio perché era così corta, le avversarie non riuscirono a recuperarla in tempo, regalando il punto allo Shiroi Chō.

«Ottimo, Mei!» esclamò Himawari alzandole il pollice, e Mei si grattò la nuca, leggermente arrossita per il complimento.

Akane sentì un moto viscerale di stizza. Quella tipa era davvero cambiata.

L'arbitro fischiò per far rimettere Mei in posizione e prepararsi al secondo servizio. Akane era convinta che quella di prima fosse stata solo una sfacciata botta di fortuna, ma dovette ricredersi quando la compagna caricò di nuovo il braccio e colpì il pallone. I suoi attacchi non erano molto potenti – ruotava ancora male il braccio e questo le faceva perdere forza – ma, proprio perché così particolari, risultavano del tutto imprevedibili.

Questa volta le avversarie intercettarono la palla e iniziarono subito a scambiarsela. Nel frattempo Mei era scattata in avanti, in penetrazione; al terzo tocco il pallone superò la rete e la libero delle Farfalle, in seconda linea, lo salvò in tuffo. La palla volò dritta verso Mei, la quale scambiò una rapida occhiata con Himawari: quest'ultima saltò con il tempo perfetto nell'istante esatto in cui Mei le servì l'alzata.

Punto.

Con quella prima partita, se lo Shiroi Chō non dovette scontare alcuna penitenza fu anche grazie al contributo di Mei. La ragazza, per la prima volta, vide sui volti delle sue compagne non più sufficienza o scherno. Si stava finalmente distinguendo; questo le faceva battere forte il cuore e, allo stesso tempo, la impauriva, perché se adesso l'asticella si stava alzando, allora un'eventuale caduta sarebbe potuta essere ancora peggiore.

«Regola numero uno, regola numero uno», si ripeté tra sé e sé, stringendo i pugni.

Sakura se ne accorse e la fissò per un lungo istante.

«Ricordati di incoraggiare le tue compagne»: le parole che Kei Tsukishima le aveva rivolto l'altro giorno risuonarono chiare nella sua mente, come se lui gliele avesse sussurrate all'orecchio proprio in quel momento.

La capitana strinse gli occhi e irrigidì le braccia lungo i fianchi. «Mannaggia a te, Tsukki», ringhiò a bassa voce. Poi si voltò verso Mei. «Brava.»

Le parole della numero uno arrivarono improvvise alle orecchie di Mei, la quale rimase talmente sconvolta che le venne spontaneo fare un passo indietro e andarsi a nascondere dietro la schiena di Himawari.

Anche le altre compagne, udendo quel complimento inaspettato, si chiesero sbalordite chi lei fosse e cosa ne avesse fatto della loro vera capitana.

Sakura strinse i denti per l'imbarazzo nel sentire quei bisbigli sconcertati. «E smettetela, voi! Vedete di tornare serie!» sbraitò la ragazza, rivestendo immediatamente i suoi soliti panni autoritari.

Solo Akane rimase in disparte, guardandola di sbieco. La sua mano strinse con una forza quasi rabbiosa la borraccia.

Le prime penitenze arrivarono quasi per tutti: la stanchezza iniziò presto a farsi sentire. Questo valeva in particolare per il Nekoma, tanto che ormai Kenma, nonostante la fascia di capitano, si muoveva più per riflesso condizionato che per una reale prontezza d'azione.

Solo due squadre non avevano ancora subìto alcuna penitenza: il Karasuno e la selezione maschile dello Shiroi Chō. Gli atleti del liceo artistico mostrarono fin da subito il frutto dei loro duri allenamenti. In particolare Takeshi, il loro capitano – un ragazzo alto e atletico, dai capelli castani lunghi fino alle spalle tenuti indietro da una fascia bianca e dagli occhi grigi – impartiva ordini precisi ai compagni e, con precisione chirurgica, metteva a segno ogni singola schiacciata.

Tsukishima non poté fare a meno di guardarlo di sottecchi mentre, nel frattempo, lui e la sua squadra si preparavano ad affrontare l'amichevole contro il Dateko. Volle credere che Sakura lo avesse avvisato solo per il fatto che Takeshi, quando attaccava, non guardava in faccia a nessuno. Anche se i difensori avversari tentavano il muro, l'impatto del pallone era comunque violentissimo. Per un attimo, a Tsukishima fece persino male il dito che si era infortunato l'anno precedente per murare Ushijima nella storica gara contro lo Shiratorizawa. Anche quel giocatore, ora annoverato tra i professionisti emergenti, possedeva una potenza simile... Ma nei confronti del capitano dello Shiroi Chō, il biondo avvertì una sensazione decisamente più inquietante. Era come se in ogni colpo Takeshi imprimesse... una lucida cattiveria.

Il Karasuno si posizionò come da schema concordato, con Tsukishima, Hinata e Kageyama in prima linea, Narita, Tanaka e Nishinoya in seconda. In attesa che l'arbitro desse il via, i ragazzi colsero quel momento di calma per osservare gli avversari. Kenji Futakuchi, Kanji Koganegawa e Jingo Fukiage avrebbero formato il famoso muro, mentre alle loro spalle si trovavano i compagni Kōsuke Sakunami, Yutaka Obara e Tarō Onagawa. Era il loro primo confronto da mesi e nessuna delle due squadre aveva intenzione di sottovalutare l'altra.

«Psss.... Psss... Hinata!» sussurrò a bassa voce Koganegawa, aggrappandosi alla rete, cogliendolo di sorpresa.

Hinata si indicò il petto per chiedere conferma se avesse capito bene, e il palleggiatore del Dateko annuì.

«Che c'è?»

«Prima che mi dimentichi, volevo chiederti una cosa... Ma non per me.»

Hinata si accigliò. «Dimmi pure.»

Il ragazzo dai capelli tinti di biondo sorrise con aria divertita. «Quella tua amica del compleanno, è single?»

«Chi? Yachi?»

Koganegawa scosse il capo in segno di diniego. «Quell'altra, la cugina di Azumane, se non sbaglio.»

«Mei?»

«Sì, lei!»

«Perché me lo chiedi?» domandò Hinata, con un grosso punto interrogativo stampato in testa.

Koganegawa rispose colpendosi la fronte con la mano. «Si tratta di Aone... Non lo so, ha avuto un vero e proprio colpo di fulmine, non so che dirti! Fatto sta che ora non fa che pensare a quella ragazza. È disperato per essere nato troppo prima di lei, ma allo stesso tempo è felice, perché così potrà sfruttare questi quattro anni – il tempo che Mei compia vent'anni e raggiunga la maggiore età – per farsi una posizione ed essere un buon partito per lei.»

«Ma è impazzito?!» esclamò il numero dieci del Karasuno, saltando sul posto e agitando le braccia. Il suo scatto attirò l'attenzione dei compagni, che non riuscivano a capire cosa i due si stessero dicendo.

«È quello che gli ho detto anche io!» esclamò Koganegawa, sgranando gli occhi. «Ma si è talmente impuntato che credo che il muro di ferro ce l'abbia direttamente in testa!»

L'arbitro richiamò i giocatori per rimettersi in posizione.

«Comunque, è single?» richiese Koganegawa velocemente, sempre a bassa voce.

«Sì, lo è, ma...» balbettò Hinata, del tutto incerto.

«Benissimo!» esclamò il numero sette del Dateko, sorridendo. «Allora più tardi glielo dico!»

Hinata, richiamato un'ultima volta dall'arbitro, tornò al suo posto, rimanendo sospeso sull'orlo dello shock. Non che ci fosse nulla di male, ma il fatto che addirittura Aone avesse intenzioni così serie per una ragazza conosciuta solo una sera, e con cui forse aveva avuto modo di parlare pochissimo, lo lasciò completamente basito.

Finalmente l'arbitro suonò il fischietto e la battuta di Obara diede il via alla partita.

«No, non di nuovo questi tuffi!» si lamentò Koganegawa, dopo che il Karasuno li ebbe sconfitti, costringendoli alla penitenza sulla sabbia sintetica.

«Sempre meglio della collina di quando siamo stati allo Shinzen», commentò Obara, seduto accanto a lui con la maglietta completamente appiccicata al corpo per il sudore.

«Alzatevi, quel che è giusto è giusto», intervenne il loro capitano Futakuchi mentre, con la coda dell'occhio, vedeva i rivali darsi delle pacche sulle spalle e complimentarsi a vicenda. Si avvicinò poi alla rete, guardando i vincitori. «Siete davvero migliorati parecchio, complimenti.»

«Grazie. Detto da parte vostra è un grande complimento», annuì Ennoshita, sinceramente grato.

«Sawamura ha fatto bene a nominarti capitano. Hai davvero la stoffa», concluse Futakuchi.

Lo sguardo di Ennoshita si illuminò. I due capitani, con un gesto spontaneo, si strinsero la mano mentre in sottofondo il vociare concitato degli altri giocatori presenti nella palestra si levava alto, testimone di una condivisione inconsapevole dello stesso entusiasmo che attraversava i due giovani pallavolisti.

«Chi ci tocca adesso?» chiese Kageyama a Ukai, avvicinandosi a lui e al professore mentre si passava un asciugamano sulla tempia.

«Dunque...» rispose l'allenatore, che aveva una matita infilata dietro l'orecchio. Se la tolse e iniziò a sfogliare la cartella. «Adesso tocca allo Shiroi Chō.»

«Eh? La scuola di Mei?!» esclamò Hinata. Lentamente, spostò lo sguardo verso quei ragazzi. Alcuni di loro li aveva conosciuti al mare e, già in quell'occasione, la loro altezza gli aveva fatto impressione. Ma ora che erano in divisa e non in costume, sembravano emanare un'aura ancora più minacciosa. Quella squadra intendeva distinguersi fin da subito.

«Io... Io vado un attimo in bagno», disse infine, approfittando dei minuti di pausa concessi prima del match.

Quel giorno Hinata ebbe la conferma che forse qualche entità astratta lo avesse condannato a incontrare i suoi rivali più ostici ogni volta che si recava in bagno. Infatti, una volta uscito dal cubicolo, si ritrovò proprio di fronte il capitano dello Shiroi Chō, alto forse quanto Tsukishima.

Il numero dieci del Karasuno si avvicinò al lavabo, e lo stesso fece il capitano avversario. Non si dissero nulla, inizialmente; poi fu lo stesso Takeshi a rompere il silenzio. «Tu sei il ragazzo che i giornalisti hanno definito il potenziale "Piccolo Gigante", giusto?»

Hinata divenne subito rosso in viso. «Così... Così hanno detto.»

Takeshi sorrise lievemente. «E siete i più in vista in questo ritiro, lo sapevi?»

Hinata si strinse nelle spalle. «Così dicono.»

«Infatti, per ora, solo la mia e la tua squadra non hanno ancora subìto penitenze.»

«Eh già... Ma scusami, permettimi di presentarmi come si deve!» esclamò Hinata dopo aver gettato i fazzoletti di carta nel cestino, per poi rivolgere al ragazzo un rispettoso inchino. «Mi chiamo Shōyō Hinata!»

Un brivido freddo corse lungo la schiena del numero dieci quando, in risposta, mentre era ancora inchinato, Takeshi gli poggiò tutte e cinque le dita della mano destra sulla nuca. Le avvertiva fredde e rigide.

«Shōyō Hinata, conosco già il tuo nome. Io e la mia squadra vi abbiamo osservato molto attentamente al Torneo di Primavera.»

Hinata si sentì come paralizzato. C'era qualcosa in quel tono che lo inquietava profondamente. Le dita di Takeshi premettero appena un po' di più sulla sua testa.

«Sappi, però, che questa volta la musica sarà diversa, perché ora avrete noi come avversari.»

Hinata non seppe perché, ma in quel momento gli venne in mente un vecchio documentario. Le farfalle erano creature belle e delicate, parte del mondo degli impollinatori, eppure in quel filmato gli avevano fatto venire i brividi: stavano prendendo nutrimento dalla carcassa di un corvo.

«I miei senpai ci hanno fatto squalificare per due anni di seguito perché non prendevano le cose seriamente, mentre tutti gli altri club, compresa la squadra femminile, si riempivano di medaglie.»

Poi il capitano si chinò sulle ginocchia, così da guardarlo dritto negli occhi – quelli di Hinata erano ormai vitrei – senza togliere la mano dalla sua testa.

«Quindi... Quindi desideri portare la tua squadra alla vittoria. Sei al terzo anno, desideri tanto poter uscire da scuola con un bel ricordo nel cuore», azzardò Hinata accennando un sorriso nervoso, senza tuttavia riuscire a incrociare il suo sguardo.

Takeshi sorrise di quel sorriso all'apparenza gentile, ma che in realtà nascondeva ben altro. «Oh sì, passione, bei ricordi, spirito di squadra... Quante belle esperienze regala questo sport», sospirò. «Lascia però che ti dica una cosa: o sei un vincitore, o sei un perdente. E io voglio vincere.»

Hinata non seppe cosa rispondere, così Takeshi proseguì: «Per non lasciare spazio al dubbio che ci sia chissà quale storia strappalacrime nel mio passato, voglio raccontarti qualcosa di me.» Lasciò la presa e tornò dritto, sovrastandolo con tutta la sua statura. La voce era tranquilla; Takeshi aveva un'ottima dizione, priva di inflessioni marcate.

«Sono figlio del CEO di una grossa agenzia di design. Sono molto orgoglioso della famiglia che mi ha cresciuto, non mi è mai mancato nulla e io, essendo un figlio grato, faccio il possibile per essere un degno erede», spiegò, portando una mano sul fianco. «Una volta uscito da qui, non proseguirò su questa strada, per quanto la pallavolo rimanga una grande passione. Ero indeciso tra questo e il basket, ma alla fine ho optato per questo sport perché preferisco avere una posizione ferma, piuttosto che correre avanti e indietro per il campo e finire spalla a spalla con gli avversari.»

Hinata alzò lo sguardo verso i suoi occhi grigi.

«Sai, Hinata, tu vieni da un liceo senza un indirizzo specifico, quindi immagino che una volta uscito di qui ti vada bene tutto. Io invece ho uno scopo preciso, per questo ho scelto un istituto d'arte. Ho un obiettivo chiaro in mente: prendere le redini dell'agenzia e pareggiare, se non superare, mio padre. Non mi vedrai mai tra i colletti bianchi: sarò io il capo di quei colletti bianchi, e andranno a casa solo quando lo dirò io. Perciò è importante mostrarsi vincenti fin dalla più tenera età, in qualunque disciplina si scelga di applicarsi.»

Gli posò una mano sulla spalla destra e sorrise di nuovo. «Perciò ti è chiaro, Piccolo Gigante? Io vincerò e, dato che ti ho osservato, sappi che non ti prenderò mai sotto gamba. Io non ti giudico per la tua altezza o per il tuo aspetto gracilino. Io ti ho visto.» Si sporse in avanti, sussurandogli all'orecchio: «Perciò, ti schiaccerò.»

Quel sibilo fece tornare con violenza a Hinata il flash di poc'anzi: le farfalle che si nutrivano della carcassa. Quasi non si accorse di quando Takeshi si girò e si chiuse la porta alle spalle. Era diventato una statua di sale.

«Eccoti, aspettavamo solo te», disse Kageyama con aria annoiata quando finalmente Hinata tornò in palestra.

«S-scusate», rispose il ragazzo grattandosi la nuca, cercando di non far trapelare il forte batticuore che lo tormentava.

Accelerò il passo e andò subito a mettersi al posto assegnato in prima fila. Takeshi era già in posizione di battuta e i suoi compagni erano tutti schierati con lo sguardo fermo.

L'arbitro suonò il fischietto.

Takeshi lanciò il pallone in alto, fece tre passi di rincorsa e saltò, colpendo la palla talmente forte che il suono del servizio riecheggiò nell'intera palestra.

La battuta al salto di Takeshi era un vero e proprio missile. Il pallone fendette l'aria a una velocità impressionante, diretto verso la seconda linea del Karasuno.

Nishinoya scattò d'istinto, piazzandosi sulla traiettoria con le gambe larghe per assorbire l'impatto. Quando la palla colpì le sue braccia, il suono fu sordo e violento. «Maledizione, che potenza!» ringhiò il libero, mentre il pallone schizzava verso l'alto, ma in modo impreciso e troppo vicino alla rete.

Kageyama capì subito che la ricezione era sporca. Dovette allungarsi in un palleggio forzato all'indietro per servire Hinata, che era già scattato per la veloce. Ma nella testa del numero dieci risuonava ancora il sibilo di Takeshi: «Perciò, ti schiaccerò». Il ricordo di quanto successo poco prima, gli bloccò i riflessi per una frazione di secondo. Hinata saltò fuori tempo, colpendo malissimo il pallone che si infranse dritto contro la rete.

Primo punto per lo Shiroi Chō.

«Hinata! Ma che combini?! Svegliati!» gli urlò contro Kageyama, con le vene del collo pronte a esplodere per la rabbia.

Hinata non rispose, limitandosi ad annuire con lo sguardo assente.

Takeshi, dalla linea di fondocampo, sorrise in modo gelido e si preparò per il secondo servizio. Lanciò di nuovo la palla e caricò il colpo con la medesima ferocia. Stavolta la palla rimbalzò sul nastro della rete, smorzando la sua corsa e impennandosi in una parabola cortissima.

«Ci penso io!» esclamò Tanaka dalla prima fila, tuffandosi in avanti per salvare il pallone con un bagher disperato. La palla volò a mezz'aria. Kageyama, impossibilitato ad alzare in modo pulito, gridò: «Hinata, aggiustala tu!»

Come gli era stato insegnato, Hinata sapeva come impostarsi in caso di emergenza, ma le dita del ragazzo erano ancora rigide per la tensione. Invece di eseguire un palleggio morbido e controllato, Hinata spizzicò goffamente il pallone, mandandolo completamente fuori asse. Baki e Narita, in seconda linea, provarono a scattare per recuperare il passaggio sbagliato, ma la palla era ormai troppo lontana e rimbalzò sul parquet, fuori dal campo.

La frustrazione in panchina era evidente. Il coach Ukai si massaggiò le tempie, mentre Takeda guardava preoccupato il tabellone, erano ancora all'inizio ma non era il risultato ad impensierirlo.

In campo, Takeshi non perse tempo e batté per la terza volta. Stavolta puntò dritto su Baki. Il ragazzo ricevette bene, ammortizzando il colpo e mandando la palla dritta nelle mani di Kageyama.

Il palleggiatore del Karasuno, deciso a sbloccare la situazione, decise di affidarsi di nuovo a Hinata, sperando che il compagno si fosse ripreso. Gli servì un'alzata millimetrica, una delle loro solite veloci. Hinata spiccò il volo, ma proprio mentre caricava il braccio per schiacciare, si trovò davanti un muro a tre composto da tre dei giganti dello Shiroi Chō.

L'ombra di quei giocatori sembrava enorme, e sentiva gli occhi di Takeshi fissi su di lui. Hinata, preso dal panico, cercò di variare la traiettoria all'ultimo istante, ma finì solo per spedire la palla dritta contro il muro avversario. Il pallone rimbalzò a terra nel campo del Karasuno a una velocità tale che né Nishinoya né Narita fecero in tempo a tentare il recupero.

Hinata cadde a terra, in ginocchio, con il fiato corto e le mani piantate sul pavimento, incapace di reagire.

Ukai chiamò il timeout. Non era strettamente necessario per un semplice allenamento tra squadre avversarie, ma sentiva che in quel momento i ragazzi avessero bisogno di sentire la voce ferma del loro allenatore.

«Ragazzi, lo so che siete stanchi. Sono ore che andate avanti e siete anche reduci da un lungo viaggio», disse Ukai con calma. «Ma è fondamentale mantenere la concentrazione. Non preoccupatevi se subite qualche penitenza; ricordatevi l'anno scorso, quando a quest'ora avevate già ripulito la palestra intera a furia di tuffi. Avete fatto un ottimo lavoro finora e le altre squadre lo hanno notato.»

Spostò lo sguardo su ognuno di loro. «Noto, però, che in questo nuovo confronto siete molto scoordinati, soprattutto tu, Hinata. Se sei stanco basta che lo dici: qui ci stiamo allenando, non stiamo lottando per la vita. Non facciamo credere loro che la nostra squadra abbia ancora delle falle.»

«Scusate», rispose il numero dieci, abbassando lo sguardo.

«Facciamo una sostituzione e al tuo posto mettiamo Tsukishima?»

Hinata lo guardò per un attimo, poi spostò gli occhi sugli altri. Sapeva che nessuno di loro lo avrebbe biasimato. Strinse i denti. «No... Va bene così. Proseguiamo. Uscirò solo alla rotazione.»

«Va bene. Allora tornate in campo e fate vedere a quelle candide farfalline lo stile dei corvi!»

I ragazzi si avviarono per tornare a prendere posizione ma, prima che Kageyama potesse muoversi, Tsukishima gli posò una mano sulla spalla per richiamare la sua attenzione.

«Senti, per ora prediligi i passaggi a Tanaka.»

«Hinata è solo stanco.»

«Non è "solo stanco"», sibilò il centrale. «È diverso da quando è tornato dal bagno... Lo stesso luogo da cui è uscito poco prima anche il capitano dello Shiroi Chō.»

Kageyama incrociò lo sguardo del compagno biondo e lesse nei suoi occhi una certa preoccupazione. Si limitò ad annuire per poi tornare al proprio posto di gioco.

Takeshi si rimise in posizione di battuta, facendo rimbalzare un paio di volte il pallone a terra con una flemma glaciale. Non appena l'arbitro fischiò, scattò in avanti e caricò il colpo con la medesima violenza di prima. La palla fendette l'aria come un proiettile, diretta nell'angolo scoperto della seconda linea del Karasuno.

Nishinoya, però, aveva già preso le misure: si tuffò lateralmente e, con un riflesso millimetrico, riuscì ad ammortizzare l'impatto con un bagher di puro istinto. La palla volò alta e stabile verso il centro del campo.

Kageyama scattò sotto il pallone, piazzandosi perfettamente per l'alzata. Hinata, vedendo la traiettoria pulita, si costrinse a muoversi per abitudine e prese la rincorsa per la veloce. Saltò con quanta forza aveva in corpo e tese il braccio pronto a colpire.

Ma le mani di Kageyama fecero compiere al pallone un volo più lungo: con un tocco teso e fulmineo, la palla superò la testa del numero dieci e arrivò dritta verso la banda laterale, dove Tanaka era già decollato con il braccio armato.

Sbam!

La schiacciata di Tanaka fu potentissima e si abbatté sul parquet avversario prima ancora che il muro dello Shiroi Chō potesse chiudersi del tutto.

«Sììì! Beccatevi questo, farfalline!» urlò Tanaka, atterrando e agitando i pugni al cielo per caricare la squadra.

Kageyama gli andò incontro battendogli il cinque, mentre Tsukishima si limitò ad annuire, confermando che la deviazione tattica aveva funzionato.

Hinata atterrò a sua volta su pavimento freddo. All'apparenza rimase immobile e non batté ciglio, mantenendo la stessa espressione concentrata per non far trapelare nulla ai compagni. In realtà, però, una lieve fitta gli attraversò il petto. Sapeva perfettamente che Kageyama aveva cambiato schema non per una scelta strategica casuale, ma perché lui, in quel momento, rappresentava l'anello debole della catena. Essere scavalcato da quell'alzata, per quanto necessario, gli fece male più di qualunque muro subìto.

Il cambio di formazione portarono a una nuova rotazione sul rettangolo di gioco. Kageyama si spostò in seconda linea lasciando temporaneamente il campo, e al suo posto entrò in battuta Muronaga, pronto a dare man forte alla squadra con il suo servizio.

Muronagaa prese posizione sulla linea di fondo, concentrato, e caricò il colpo. La palla superò la rete, ma la risposta dello Shiroi Chō fu rapida e precisa: il loro libero intercettò la traiettoria senza scomporsi, indirizzando il pallone verso Takeshi con una fluidità disarmante. Il capitano avversario orchestrò subito un attacco fulmineo che costrinse la difesa dei Corvi a fare gli straordinari.

Narita si tese in avanti e, stringendo i denti, riuscì a ricevere il colpo pesante, compiendo un ottimo salvataggio. Poiché Muronaga era anche lui un alzatore, Narita direzionò la palla proprio verso di lui per l'impostazione della nuova azione.

Muronaga scattò sotto il pallone e, vedendo Hinata smanioso di riscattarsi in prima linea, decise di fidarsi delle sue capacità: alzò la palla alta e tesa proprio sopra la testa del numero dieci. Hinata prese la rincorsa, spiccò il volo e stavolta riuscì a colpire il pallone, facendolo passare con decisione dall'altra parte della rete, oltre le braccia protese del muro avversario.

Per un millesimo di secondo, Shōyō pensò di avercela fatta. Ma l'urlo degli avversari – «Una facile!» – spezzò all'istante quella minuscola illusione.

Quelle parole gli fecero capire, con la violenza di uno schiaffo, di non averci messo affatto la forza che avrebbe voluto. Il colpo era rimasto debole, smorzato dall'insicurezza che ancora gli attanagliava i muscoli. Infatti, la difesa dello Shiroi Chō non ebbe alcuna difficoltà a riprendere quel pallone morbido. Ricostruirono l'azione in un battito di ciglia e Takeshi, con una schiacciata spietata e angolatissima, fulminò la linea difensiva del Karasuno prima che Baki o Nishinoya potessero anche solo tentare il tuffo.

Punto per lo Shiroi Chō.

I Corvi cercarono subito di riorganizzarsi, ma lo shock psicologico continuava a pesare come un macigno. Sfruttando l'inerzia del momento e vedendo Hinata ancora visibilmente scosso, lo Shiroi Chō forzò il servizio successivo, mettendo in crisi la ricezione di Baki. La palla schizzò via imprecisa e, nonostante il disperato tentativo di Muronaga di raddrizzare la traiettoria a muro, l'attacco avversario bucò nuovamente la difesa dei Corvi, insaccandosi violentemente sul parquet.

Un altro punto consecutivo per lo Shiroi Chō.

«Accidenti, davvero questa è la squadra che non si è classificata per due anni di fila?» si chiese Ukai, con le sopracciglia inarcate.

«Sembra che ci aspetti un avversario particolarmente ostico», concordò Takeda.

«E i ragazzi stanno subito avvertendo la pressione, speriamo sia solo un episodio sfortunato.»

L'arbitro non fece in tempo a fischiare che il gioco ripartì con un'intensità pazzesca. Lo Shiroi Chō forzò subito l'attacco, ma il Karasuno stavolta tirò fuori gli artigli. I Corvi si compattarono in difesa, decisi a non cedere un solo millimetro: Narita si oppose a muro smorzando il colpo, Nishinoya si catapultò lateralmente con un riflesso felino per tenere su il pallone e Tanaka ci mise l'anima per coprire le spalle ai compagni. Era una protezione totale, un muro umano eretto non solo per difendere il campo, ma anche per fare scudo a Hinata, che era palesemente in difficoltà e lontano dal suo asse ideale.

La palla rimase incredibilmente a mezz'aria in uno scambio serrato, volando da una parte all'altra della rete senza toccare il terreno. La tensione era alle stelle, ma la sequenza purtroppo culminò nel modo più violento.

Takeshi intercettò l'ennesima alzata imprecisa del Karasuno. Sfruttando ogni singolo centimetro della sua statura, spiccò il volo e caricò il braccio impresso di quella sua lucida cattiveria. Schiacciò con una potenza disumana: la palla tagliò l'aria come un proiettile fulmineo e andò a schizzarsi dritta in pieno viso contro Baki.

L'impatto fu tremendo. Il primino cadde violentemente all'indietro a terra, tenendosi subito le mani premute sul naso, mentre alcune gocce di sangue iniziarono a colare vistosamente tra le sue dita, macchiando il pavimento.

«Baki!» urlarono all'unisono Ennoshita e Tanaka, precipitandosi immediatamente verso di lui.

L'arbitro suonò ripetutamente il fischietto interrompendo bruscamente il gioco, mentre lo staff medico e il professor Takeda scattavano dalla panchina per controllare lo stato dello studente del primo anno. Dall'altro lato della rete, Takeshi atterrò senza scomporsi, guardando la scena con totale distacco, come se avesse semplicemente eseguito un compito di routine.

I giocatori di tutte le squadre presenti si interruppero immediatamente, attirati da quell'evento imprevisto.

Baki mugugnò dal dolore mentre gli addetti al primo soccorso controllavano la situazione.

«Come sta?» chiese Takeda a uno dei soccorritori.

«Non sappiamo se si sia rotto il naso, dovremmo portarlo all'ospedale per fargli fare una lastra.»

Takeda aggrottò la fronte, poi annuì. Poggiò una mano sulla spalla del ragazzo. «Stai tranquillo, passerà.» Si rimise in piedi. «Andrò con lui. Signor Ukai, voi rimanete qui con la squadra.»

In quel momento si avvicinarono Takeshi e il suo allenatore, un uomo sulla quaranta o cinquantina con i capelli neri tirati indietro e una mascella squadrata.

«Come sta lo studente?» chiese l'allenatore.

«Dicono che forse si sia rotto il naso», rispose Takeda, accigliato, cercando di rimanere composto.

Sia l'allenatore che Takeshi gli porsero un composto inchino. «A nome della squadra vogliamo scusarci. Anche se l'incidente è coperto dall'assicurazione, se c'è altro di cui avete bisogno, siamo a completa disposizione.»

Gli occhi di Takeda si ridussero a due fessure; non seppe nemmeno lui come riuscì a mantenere la calma e a ricambiare quel gesto. «La ringrazio, signor Haruno, per la premura. Purtroppo sono incidenti che capitano praticando questo sport.»

«Infatti», rispose l'uomo, tornando dritto. «Mi tenga poi aggiornato sulla situazione.»

Takeshi e l'allenatore Haruno tornarono indietro e, in quel momento, il capitano avversario e Hinata si scambiarono un rapido sguardo. Hinata lo sentiva fin nel profondo: quello che sembrava un semplice incidente in cui era finito di mezzo il povero Baki non era altro che una promessa rivolta a lui stesso.

Alla fine, la vittoria andò alla Shiroi Chō, il Karasuno era troppo atterrito e non gli importò poi molto della penitenza. Quella era stata l'ultima partita della giornata e non c'era molto che i ragazzi avessero voglia di dire o fare, i loro pensieri erano unicamente rivolti al loro compagno che ora stava al pronto soccorso.

🏐🏐🏐

Quando Mei tornò in camera, era più che entusiasta dei risultati ottenuti. Sapeva di aver fatto del proprio meglio e di non essere stata una zavorra per nessuno. Aveva messo a frutto i preziosi consigli di Kageyama sulle alzate, aveva reagito nel modo in cui il suo sensei le aveva insegnato e, a un certo punto, il suo centro non era più stato la palla – su cui di solito si concentrava per trovare il proprio luogo sicuro – ma la squadra.

C'era ancora ampio margine di miglioramento e sapeva bene di avere ancora molta strada da fare, ma sentiva che quello era solo l'inizio. Avrebbe ricompensato tutto l'aiuto che le era stato offerto, a partire da Hinata, che l'aveva sostenuta fin dal primo momento; e il suo primo pensiero, per condividere quel successo personale, fu proprio quello di correre a dirglielo.

Prese il cellulare e scorse rapidamente la rubrica per cercare il suo contatto. Hinata rispose quasi subito, ma Mei ebbe immediatamente la sensazione che qualcosa non andasse.

«Shōyō, non puoi capire! Oggi sono andata fortissima! Ho tenuto a mente tutto quello che mi hai insegnato e...»

«Mei, temo di non essere più adatto a farti da sensei», disse il ragazzo con tono cupo, interrompendo il suo entusiasmo.

Lo sguardo di Mei rimase sospeso nel vuoto. «Ma... Ma perché?»

«Perché non sono ancora pronto. Credevo di esserlo, ma oggi ho capito che non posso essere un esempio per nessuno.»

«Ma non dire assurdità! Sei un ottimo insegnante, mi hai aiutata così tanto. Se questa settimana otterrò dei risultati positivi lo dovrò solo a te... Anzi, perché non ci organizziamo per una corsetta mattutina anche qui a Tokyo?»

«Non credo di averne voglia.»

Mei abbassò lo sguardo e iniziò a stropicciare nervosamente il lembo delle lenzuola del letto su cui era seduta. «Sensei, ricorda le tue stesse regole.»

«In questo momento non ce la faccio.»

«Allora sfogati con me! Cosa è successo? Come posso aiutarti?»

Hinata si fermò per un attimo a fissare lo schermo del telefono. Avrebbe dovuto dirle dell'episodio nel bagno? Mei, però, condivideva la stanza con Himawari, che era la fidanzata di Kenji Takeshi. Se Mei lo avesse confidato all'amica, temeva che le cose si sarebbero complicate ulteriormente. Quindi si limitò a raccontarle dell'incidente di Baki.

«Mi dispiace tanto, Shōyō. Spero che Baki si riprenda presto.»

«Lo spero...»

«Ma non per questo devi abbatterti! Non è stata colpa tua e gli incidenti accadono, voi stessi me lo avete insegnato. Non rinunciare al tuo ruolo da sensei solo perché oggi non ti sei sentito all'altezza...» Sospirò. «Ti prego, non abbandonarmi.»

Hinata sentì una strana morsa allo stomaco. Ricordò il giorno in cui Mei gli aveva consegnato quella lettera in cui lei aveva concentrato tutto il suo cuore e il suo coraggio per chiedergli di farle da mentore, per aiutarla a crescere nella pallavolo ma anche come persona. Se adesso lui cedeva, Mei, che non era ancora del tutto uscita dal proprio guscio, avrebbe fatto dieci passi indietro.

«Ti schiaccerò»

Le parole di Takeshi tornarono di nuovo nella sua testa. Quel ragazzo lo aveva completamente destabilizzato, rendendolo incerto; emanava l'aura opprimente di chi non si sarebbe fermato davanti a nulla.

«Va bene. Ci proverò.»

L'esclamazione entusiasta di Mei dall'altro capo del telefono lo fece sorridere. «Quindi oggi ti sei distinta?» chiese poi, ammorbidendo il tono di voce.

«Sì, ho persino schiacciato per servire!» rispose lei, tornando radiosa. «Lo devo tutto a te e agli altri del Karasuno!»

«Avrei voluto vederti.»

«E io avrei voluto vedere voi.»

«Beh, in effetti, a parte contro lo Shiroi Chō, nessuno ci ha sconfitti.»

«E scommetto che molti di quei punti sei stato tu a farli!»

Hinata allargò il sorriso. «In effetti sì.»

«E allora su con il morale! Domani è un altro giorno, Baki tornerà e farete vedere a tutti di che pasta sono fatti i Corvi!»

«Hai ragione!»

«Allora ci sentiamo domani. Adesso riposati.»

«Certo, lo farò. E fallo anche tu... Ricorda la regola numero sei: bisogna essere ben riposati per affrontare una nuova giornata.»

«Sì, sensei

«Seguiamola entrambi», rispose Hinata, abbassando leggermente la voce. «Buonanotte, Mei.»

«Buonanotte, Shōyō.»

Quando Mei riattaccò, si lasciò andare a un profondo sospiro e si distese sul letto. Velò leggermente lo sguardo, dispiaciuta che per Hinata le cose non fossero andate propriamente come si aspettava, ma si disse anche che forse era stata semplicemente una brutta giornata. Vedere il proprio compagno a terra non doveva essere stato affatto facile.

In quel momento uscì dalla doccia Himawari.

«Con chi parlavi?» chiese la numero dieci dello Shiroi Chō mentre si asciugava i capelli con un asciugamano, dirigendosi verso il proprio letto.

«Con Shōyō. Mi ha detto che Baki oggi si è fatto male.»

Himawari annuì. «Sì, Kenji è molto dispiaciuto per questo. Non l'ha fatto apposta.»

«Lo sapevi?»

«Me lo ha scritto mentre ero in bagno. Si è fatto molto male? Che brutto incidente.»

«Non si sa ancora...» Sospirò. «Sfortunatamente Baki ha sempre avuto la tendenza a sporgere troppo il viso e a non portare bene le braccia in avanti.»

«Ah, sì?» chiese Himawari. «Beh, immagino che ognuno abbia i propri difetti. Anche noi dovremmo pensare ai nostri. Il Karasuno come ovvia alle debolezze dei propri giocatori?»

Mei ci pensò su. «Beh, da quello a cui ho potuto assistere in quei giorni in cui sono stata con loro, utilizzano diverse metodologie.»

«C'è qualcuno che, come me, piega poco le gambe?» chiese Himawari.

«Sì, mi sembra Sanzo. Si piega poco e quindi non salta bene. Lui, di conseguenza, si impegna più nella ricezione che nell'attacco.»

Himawari annuì, memorizzando l'informazione.

«Oppure Kageyama tende ancora ad agire in solitaria. Con Shōyō ha un buon affiatamento, ma con gli altri non mi è sembrato che ci sia ancora tutta quella coordinazione.»

«Non mi dire che è una Sakura numero due!»

«Ahaha! Beh, alle medie lo chiamavano il "Re dispotico"!» Si grattò la guancia, imbarazzata. «Io invece mi sento molto affine a Yamaguchi, ad esempio. Come lui, anche io ho bisogno di concentrarmi su un punto fisso per fare delle buone battute, altrimenti mi sentirei del tutto disorientata.»

Himawari iniziò a infilarsi il pigiama. «Oh beh, almeno nessuno è come Akane, spero!»

«Ah no, quello no! Sono tutti molto affiatati e si sostengono a vicenda. Kinoshita e Tanaka, ad esempio, tendono ad abbattersi facilmente se non riescono a segnare o se subiscono dei punti facili, ma grazie all'incoraggiamento degli altri riescono sempre a riprendersi.»

«Non ho dubbi. Poi hanno anche il loro nuovo capitano, Ennoshita. Da quello che ho visto quella volta che sono stata anche io in palestra con loro, mi è sembrato fermo e sicuro di sé.»

«Sì, anche lui è cresciuto molto. È andato a sostituire l'ex capitano, che era un pilastro saldo della squadra oltre che un ottimo giocatore; essere alla sua altezza credo che lo metta molto sotto pressione, ma non lo dà a vedere.»

Himawari sorrise. «Accidenti, sono davvero una squadra fantastica! Ci credo che ti sei subito affidata a loro.» Si sporse verso di lei con le braccia incrociate e un sorriso sornione. «Per non parlare del fatto che hai trovato l'uomo dei tuoi sogni...»

Mei reagì diventando rossa in viso e nascondendosi sotto il cuscino. «Scommetto che il tuo adorato Nishinoya, invece, non ha difetti. Da quello che ho visto tende a salvare la squadra come un angelo protettore.»

«Sì, lui è davvero un angelo», fece Mei, emettendo un verso imbarazzato. «Nel senso appunto che hai detto tu! Ma anche lui ha lavorato molto su se stesso: da piccolo aveva molte paure, mi ha raccontato. Grazie alla pallavolo molte di queste paure le ha scacciate e ora si butta coraggiosamente in avanti in tutto quello che fa.»

«Speriamo allora che continui a essere così», disse Himawari, sospirando. «Chi altri manca? Ah sì, Tsukishima e Muronaga. Di loro che mi dici, invece?»

Mei tornò composta. «Muronaga sta puntando a diventare un alzatore. Sa di dover sostituire un ex giocatore bravo come Sugawara e per ora Kageyama si prende tutta la scena. Anche per lui, più che un problema di tecnica, credo sia un fatto di testa: sta cercando di trovare il proprio stile.» Mei si sistemò sotto le coperte. «Per Tsukishima, invece, c'è il fatto che deve competere con Shōyō come centrale e, anche se è bravissimo a murare ed è molto alto, non ha la sua stessa velocità.»

«Anche io dovrei migliorare con la velocità, dobbiamo allenarci anche noi con le veloci», rispose Himawari, infilandosi a sua volta sotto le lenzuola. «Vogliamo essere il duo bislacco al femminile o no?»

Entrambe risero.

«Il tuo sensei starà lavorando molto anche lui per migliorare ulteriormente la tecnica. Ha davvero molta passione.»

«Beh, lui un giorno vorrebbe entrare a far parte dei professionisti... E sai, credo di esserne stata influenzata, perché anche a me la cosa stuzzica non poco.»

«Davvero? Allora ti aiuterò a raggiungere il tuo obiettivo!» rispose la numero dieci, portando il pugno al petto.

«Grazie mille! Se lo farai nello stesso modo in cui mi affido a te per migliorare il mio aspetto, allora mi fido ciecamente!»

Himawari sorrise sottilmente. «Ma certo, di me puoi fidarti.» Poi chinò la testa di lato. «Hinata starà cercando anche lui di correggere i suoi difetti.»

«Sì, ma è il tipo che quei difetti cerca di aggiustarli facendosi letteralmente sbattere la palla in faccia», sorrise Mei. «Al momento non credo abbia alcuna debolezza.»

«Hai scelto proprio la persona giusta per farti seguire, allora...» Sbadigliò. «Ora scusami, ma ho un gran sonno.»

Mei sbadigliò di rimando. «Sì, anche io.» Si sdraiò e si girò di lato. Passò qualche attimo di silenzio.

«Hima?»

«Sì, Mei?»

Mei si strinse nelle coperte e sorrise dolcemente, arrossendo appena. «Sono felice che siamo tornate amiche.»

Himawari sorrise a sua volta. Anche lei stava dando le spalle a Mei. «Anche io lo sono.»

«Buonanotte, Hima.»

«Buonanotte, Mei.»

Mei chiuse gli occhi sorridendo, felice di essere in quel posto, felice di essere con la sua amica d'infanzia e felice che finalmente le cose stessero girando per il verso giusto, sia sul campo sia nella vita.

Nel frattempo, sotto le lenzuola, Himawari scrisse un SMS con destinatario Kenji Takeshi:

"Sono riuscita finalmente a scucire qualche informazione utile dalla cicciona."

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