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*
Il vapore saliva lento da una tazza di tè dimenticata sul tavolo, mentre i riflessi dorati del tramonto tagliavano in due la stanza, spostandosi millimetro dopo millimetro sul pavimento di legno. Fuori dalla finestra, le foglie del grande acero oscillavano seguendo un ritmo che sembrava appartenere solo a quel pomeriggio. Quel preciso calore sulla pelle e quella specifica inclinazione della luce non erano lì per restare. Scivolavano via senza fare rumore, simili a un treno locale che si allontana tra i campi della provincia, lasciando dietro di sé soltanto il silenzio delle rotaie che ancora vibrano.*
Si dice che ogni istante sia un ospite di passaggio, qualcuno che bussa alla porta una volta sola per poi non tornare mai più. C’è una fretta distratta nel modo in cui l'essere umano attraversa le proprie giornate, accumulando promesse per il futuro o rimpianti per ciò che è stato, senza accorgersi che il presente si sta già consumando. Questo scorrere invisibile non è un vuoto da riempire con l'ansia di fare, ma un invito a rallentare. L’incontro con una persona, il sapore di un pasto frugale o il suono della pioggia che inizia a cadere sulle tegole non si ripeteranno mai con gli stessi identici dettagli. Anche se ci si ritroverà nello stesso luogo, l'aria avrà un altro peso e il cuore una diversa cicatrice.
Perché vivere l’Ichigo Ichie non richiede gesti straordinari, ma una profonda e silenziosa attenzione. Sotto il flusso continuo degli impegni quotidiani, ogni secondo si consuma nella sua unicità, offrendo la possibilità di abitare pienamente il momento prima che si trasformi in un ricordo. La bellezza di questa filosofia risiede proprio nella sua fragilità. Accettare che nulla di ciò che stiamo guardando adesso sarà esattamente lo stesso domani permette di stringere la mano al presente con una gratitudine nuova, trasformando anche il gesto più ordinario nell'unico evento che conta davvero.
Giorno 0.
I primi raggi di sole filtrarono tra le tendine azzurre della finestra del numero dieci del Karasuno. La stanza era ancora avvolta nel silenzio e nella penombra, mentre il respiro profondo del ragazzo era l'unico suono udibile. I riflessi sfiorarono lo striscione appeso alla parete sopra il letto, dove era stampata la sua fotografia in posa vittoriosa mentre teneva in mano un pallone da pallavolo; in un angolo, era disegnata la coppa del mondo.
La luce poi si posò anche sulla scrivania dove, sparsi in disordine, c'erano i fogli delle verifiche corrette. Non erano voti da primo della classe – non lo era mai stato – ma anche quell'anno si era impegnato davvero tanto per ottenere la sufficienza. A differenza dell'anno prima, quando alla fine lui e Kageyama avevano dovuto farsi accompagnare dalla sorella di Tanaka, stavolta ce l'aveva fatta a conquistare un posto sul pulmino fin da subito.
La sveglia sul comodino trillò. Hinata rispose con un mugugno e calò pesantemente il braccio sul dispositivo per spegnerla. Un paio di minuti dopo suonò quella del cellulare. Spense anche quella.
Trascorsero diversi altri minuti nel silenzio e nella pace, almeno finché la maniglia della porta non si abbassò di scatto.
«Shōyō, vuoi alzarti una buona volta?! Perderai il treno!» esclamò la madre, irrompendo in camera come una furia.
Hinata saltò dallo spavento, rimanendo persino sospeso a mezz'aria ad agitare braccia e gambe per mezzo secondo, prima di ricadere pesantemente sul materasso.
«Che giorno è?!» esclamò, per poi girare la testa di scatto verso il calendario appeso alla parete opposta.
Cerchiato più e più volte, con diverse frecce scritte a penna rossa a indicare il centro, quello era proprio il giorno in cui sarebbe partito per il ritiro. La squadra sarebbe dovuta partire presto per arrivare a Tokyo e, dato che lui abitava in una frazione della cittadina in mezzo ai monti, doveva alzarsi praticamente all'alba per arrivare in tempo. Ma la pigrizia aveva preso il sopravvento e gli attimi, si sa, sono sfuggenti.
Hinata non si limitò ad alzarsi: divenne in tutto e per tutto il rivale dell'eroe Flash. Di lui, la madre e la sorellina riuscirono a vedere solo alcuni lampi sfocati, tra cui spiccava la sua inconfondibile chioma rossa.
«Meno male che almeno la borsa se l'è preparata la sera prima», sospirò la donna sulla quarantina, passandosi una mano sul caschetto moro.
«Anche io voglio andare al ritiro!» disse invece la piccola Natsu, che era una versione femminile e in miniatura del fratello maggiore, agitando le braccia.
«No, tu ora te ne torni a letto, signorinella.»
«Dopo che avrò salutato mio fratello!» La bambina strinse il pugno con fare emozionato. «Sono certa che anche quest'anno la farà vedere a tutti!»
Hinata si fece spuntare braccia che non aveva per lavarsi e fare colazione e, in meno di mezz'ora, era finalmente pronto per andare a prendere il treno.
«In bocca al lupo, figliolo. Faccio il tifo per te», disse la madre, posandogli le mani sulle spalle una volta che il ragazzo ebbe raggiunto la soglia del portone.
Hinata sorrise e annuì. «Grazie, mamma! Ti chiamo quando arrivo. Vedrai, sarai orgogliosa di me!»
«Lo sono già... Ma ricordati di lavarti i denti mattina e sera, di cambiarti le mutande e, soprattutto, non andare a bighellonare troppo in giro. Tokyo non è la nostra prefettura e, anche se ti credi grande, sei ancora un ragazzino.»
«Sì, sì, va bene!» rispose rapidamente il ragazzo, per poi piegarsi verso la sorella e battersi un sonoro cinque.
«Portami dei regali!» disse Natsu con gli occhi luminosi.
«Vedremo, vedremo... Ora scusate, ma devo correre! Ciao mamma, ciao Natsu!»
Hinata corse lungo il viale tirando il trolley, le cui rotelle sobbalzavano appena sotto le piccole irregolarità dell'asfalto. Il sole era ormai spuntato del tutto da dietro i monti e, come a volergli dare il suo augurio di buona fortuna, si posò sulla chioma arancione del ragazzo, riempiendola di riflessi dorati.
Si sentiva entusiasta: era pronto a vivere quell'esperienza che, pur non essendo nuova, sarebbe stata sicuramente diversa dalla precedente. Perché anche nella routine, nulla è davvero uguale al giorno prima.
🏐🏐🏐
La sveglia di Mei suonò un'ora più tardi rispetto a quella del suo sensei, abitando lei in una zona più centrale. Anche la ragazza non perse tempo e iniziò a prepararsi rapidamente per arrivare in orario al pullman che l'attendeva nel cortile della scuola.
La madre osservava la figlia muoversi per casa in silenzio mentre sorseggiava una tazza di tè fumante; solo quando la giovane emerse dalla camera con indosso la tuta della squadra, lo zaino in spalla e il trolley, finalmente si alzò.
«Hai preso tutto?»
«Sì, ho controllato due volte.»
«Tu non sei mai stata a Tokyo. Vedi di rimanere vicina agli insegnanti e alle tue compagne.»
«Certo, fidati di me.»
«Ma per quanto tempo devi rimanere lì?»
«Te l'ho detto ieri, mamma: sei giorni.»
La madre di Mei contrasse leggermente le sopracciglia. «Spero che ti metterai anche a studiare nel frattempo. Ricordati dei corsi estivi.»
Mei si strinse nelle spalle. «Ci proverò. Da quello che ho capito ci alleneremo ogni singolo giorno, così da essere ancora più preparate per le Inter-High.»
«Quindi non hai intenzione di aprire libro mentre sarai lì?!» sbottò la donna. «Già vai a perdere tempo in questo modo, per una cosa che non ti porterà da nessuna parte... Almeno vedi di impiegare i momenti che ti rimangono per le cose serie!»
«Ma non puoi limitarti ad augurarmi buon divertimento?» sbottò Mei, interrompendola. «Devi per forza tirare fuori questi argomenti proprio mentre sto per partire?»
Il cuore le martellava forte nel petto. Si era svegliata carica e piena di entusiasmo, ma il negativismo della madre e il suo sguardo giudicante per una passione che si ostinava a rifiutare pesarono su di lei come un macigno.
«Te lo dico perché sai come la penso. E non credere che solo perché sei ancora una ragazzina allora tu abbia tutto il tempo del mondo per ambire a un posto di successo. Scegliendo di dedicarti alla pallavolo adesso, stai solo togliendo spazio al tuo futuro.»
«Allora, forse, sarà proprio questo il mio futuro. Tu che dici? Ciao!» disse infine Mei, uscendo di casa per poi chiudersi la porta alle spalle con un gesto secco.
Con passo deciso scese i gradini esterni del condominio ma, più scendeva i piani, più la testa iniziava a girarle. Aveva davvero risposto a sua madre in quel modo? Quale ira funesta l'avrebbe attesa al suo ritorno? Sperò con tutta se stessa che quei sei giorni fossero sufficienti a far sbollire la rabbia della madre.
🏐🏐🏐
Quel giorno il professor Takeda fu felice di essersi portato i tappi per le orecchie e qualche tisana che si scaldava sul momento, direttamente nel bicchiere. Il viaggio sarebbe durato qualche ora e, non appena i ragazzi si radunarono, gli fu subito chiaro che il tragitto non sarebbe stato per nulla tranquillo.
I giovani, al colmo dell'entusiasmo per il fatto di partire di nuovo per Tokyo e per la prospettiva di rivedere tutti i loro amici delle altre scuole, dimenticarono la calma, la disciplina e la riservatezza che caratterizzavano il giapponese medio. Altri studenti e insegnanti si affacciarono da tutti gli angoli dell'istituto, attirati dagli schiamazzi di quei dodici giocatori che facevano talmente baccano da sembrare il doppio.
«A-Ah! Voglio proprio vedere quanti punti farà Yamamoto, finché ci sarò io sul campo!» esclamò Tanaka con le mani ai fianchi e la bocca spalancata.
«Io invece non vedo l'ora di ritrovarmi con Kenma. Chissà se riuscirà a leggere il mio nuovo schema», disse Hinata, ripensando alla sana rivalità con il suo amico del Nekoma.
«Sempre a pensare a quei gatti randagi», commentò Tsukishima. «Io invece non sottovaluterei Koganegawa. Ora che è la punta del muro di ferro, credo ne vedremo delle belle.»
«Io invece me ne voglio andare a un Maid Caffè!» esclamò Nishinoya con gli occhi fiammeggianti. «Ho saputo che ne hanno aperto uno proprio vicino alla nostra sistemazione!»
«Davvero?!» chiesero in coro Baki, Sanzo, Muronaga e Tanaka, con due stelle al posto degli occhi.
«Guardate che andiamo lì per allenarci, non per fare una gita di piacere», intervenne Kageyama con una mano sul fianco.
«Fatti gli affari tuoi, Re dispotico!» gracchiarono i cinque, facendogli assumere un'espressione di profondo disagio.
«Se c'è anche il karaoke, piacerebbe anche a me andarci», disse più timidamente Yamaguchi, stringendosi nelle spalle.
«Ma la volete smettere di chiacchierare e salite su questo benedetto pullman?» sbottò Ukai, indicando la porta del veicolo aperta già da un po', da cui si intravedeva il conducente di profilo con un'aria decisamente seccata. «Ennoshita, tu sei il capitano, rimettili in riga!»
«Mhm... sì, coach?» Ennoshita era totalmente assorbito da una fitta conversazione via SMS e non aveva ascoltato una singola parola del suo allenatore.
Chi si trovava nei paraggi sentì solo un enorme boato, e qualcuno si chiese se per caso da quelle parti non avessero appena iniziato le riprese per il nuovo film di Godzilla.
I pullman delle squadre maschili e femminili delle diverse scuole della prefettura partirono quasi in contemporanea. Ognuno di essi era carico di aspettative per questo nuovo confronto che, a differenza degli anni precedenti, sarebbe stato un antipasto per le Inter-High. Per alcuni si trattava della prima esperienza, per altri dell'ultima, ma era chiaro che in entrambi i quali sarebbe stata unica e irripetibile.
Su quei giovani sguardi carichi di speranza brillava una luce particolare: adolescenti che cercavano il proprio posto nel mondo e per i quali anche le sfide più piccole, ai loro occhi, sembravano enormi. Per alcuni quello non sarebbe stato altro che un passaggio, un ricordo più o meno felice da custodire, un'occasione in cui poter affermare la propria indipendenza lontani dai genitori; per altri, invece, rappresentava l'ennesimo scalino per l'ascesa verso i propri obiettivi futuri.
Per chi non aveva mai visto la Tokyo Tower, le luci e le vie principali della città, tutto questo venne vissuto in un misto di stupore e meraviglia. Essendo abituati alla campagna, mettere piede in una metropoli era come essere sbalzati avanti di anni nel futuro.
Mei scattava foto a ripetizione con la macchinetta usa e getta a ogni angolo interessante che inquadrava, senza riuscire a contenersi.
«Non sprecare tutto il rullino adesso!» le disse Himawari ridendo, seduta accanto all'amica.
«Per sicurezza ne ho altre tre!» rispose immediatamente Mei, lasciando l'altra completamente senza parole.
«Sei davvero entusiasta per questo evento», disse poi la numero dieci della Shiroi Chō, abbassando la voce.
«Perché, tu no?» Di getto Mei la prese per le spalle, scuotendola.
«Mei! Mei, fermati, mi farai venire il mal d'auto!» protestò l'altra, risistemandosi la fascia in testa, leggermente accigliata.
«Eheh! Scusa, non sono riuscita a trattenermi!»
«L'ho notato...» rispose Himawari, facendosi più cupa.
Mei contrasse le sopracciglia, sinceramente interrogativa. Forse aveva davvero esagerato e non se n'era resa conto.
L'arrivo all'hotel fu accolto dalle giocatrici della Shiroi Chō con grande entusiasmo. L'edificio era bianco e sembrava molto curato, cosa che venne confermata anche dall'interno delle stanze, caratterizzato da arredi essenziali e con una netta predominanza di colori pastello.
Mei e Himawari finirono nella stessa stanza, tutta per loro. In contemporanea si lanciarono a quattro di bastoni sui rispettivi letti, felici di essere finalmente arrivate e di potersi sdraiare su qualcosa di morbido.
«Dici che anche il Karasuno sarà arrivato a quest'ora?» si chiese Mei ad alta voce. «E anche il tuo fidanzato?»
Himawari sollevò il braccio a metà e cliccò rapidamente sul suo cellulare, con un'espressione leggermente annoiata. «Sì, Kenji e i suoi stanno sistemando i bagagli proprio adesso.»
«Peccato che tu e lui non ci siate stati la scorsa domenica. Spero che almeno abbiate passato una bella giornata.»
Himawari si strinse nelle spalle. «Non è il tipo da amare molto le grandi compagnie, a meno che non si tratti di allenarsi. Poi, conoscendolo, non si sarebbe limitato alle parole per scacciare chi non gli andava a genio.»
«Ti riferisci a quei tre maniaci che avevano preso di mira me, Sakura e Kaori?»
«Anche», si limitò a rispondere, senza aggiungere altro.
Proprio in quel momento Kenji Takeshi chiamò Himawari e la ragazza, prima di rispondere, si andò a chiudere in bagno. Mei fissò per un attimo la porta in finto legno con un sopracciglio alzato, ma poi arrossì, pensando che forse la conversazione fosse privata. Non aveva idea di cosa si dicessero due fidanzati, non avendone mai avuto uno.
Rimasta sola, scrisse immediatamente a Hinata per sapere se anche loro fossero arrivati. Rise di cuore quando ricevette come risposta uno scatto di lui e dei suoi amici in posa con facce buffe, mentre facevano la parodia dei bodybuilder. Le guance le divennero rosse nel vedere Nishinoya, che si stava premendo il viso come nel famoso urlo di Munch e aveva gli occhi incrociati. Anche in quella versione, Mei non riusciva a non sentire il batticuore.
"Mancano Yamaguchi e Tsukishima o sbaglio?" scrisse di risposta la ragazza, guardando meglio la foto.
Subito dopo, Hinata le mandò la foto del povero Yamaguchi, di spalle e piegato in avanti, con Tsukishima che gli accarezzava la schiena. Poco più in là, l'autista mostrava una faccia del tutto scandalizzata, avendo assunto una posa quasi teatrale. A quanto pare, il pinch server del Karasuno aveva appena rigettato sulla ruota del pullman.
🏐🏐🏐
"Sei arrivata?" scrisse Tsukishima a Sakura.
"Sì", rispose lei.
"Il viaggio è stato tranquillo?"
"Sì, il vostro?"
"Yamaguchi mi ha vomitato sulle scarpe."
"Quanto mi dispiace."
"Come no... Noi ora stiamo per riunirci per prepararci ai giorni che ci aspettano."
"Anche noi... Mi raccomando, collezionate un altro bel po' di penitenze anche quest'anno, e poi mandami le foto."
"Vuoi vedermi strisciare a terra?"
"Probabile."
"Ciao, Sakura."
"Kei..."
"Che c'è?"
"... Niente... Fai solo attenzione..."
"A cosa?"
"Al capitano della Shiroi Chō."
Tsukishima rimase a fissare il cellulare, con un sopracciglio alzato e l'aria impensierita. Era insolita una raccomandazione del genere. Anche se fosse stato un forte avversario sul campo, dirgli addirittura di fare attenzione gli sembrava un pelo esagerato.
«Tsukishima, aspettiamo solo te», lo richiamò Ukai, fermo sulla soglia con la mano aggrappata alla maniglia in attesa che il ragazzo entrasse nella saletta.
L'ambiente era raccolto, caratterizzato da arredi essenziali e da una bella luce che entrava dalle grandi finestre, che vennero subito chiuse affinché si potessero vedere bene le slide preparate dal professor Takeda.
Al contempo, nella stanza accanto, anche l'allenatore della squadra femminile dello Shiroi Chō stava facendo la medesima cosa.
«Buonasera ragazzi, spero vi siate ripresi dal viaggio», disse Takeda attraverso un microfono dal collo sottile, seduto alla scrivania posta di fronte alle sedie. «E che non ci siano più stati episodi di rigetto.»
Yamaguchi si grattò il capo, facendosi piccolo piccolo per l'imbarazzo.
«Quest'anno, come vi ho anticipato settimane fa, siamo la squadra che sarà più in vista», continuò il professore. «Abbiamo il potenziale per vincere i campionati estivi.»
«... Siamo più forti, più determinati», spiegò in contemporanea l'allenatore dello Shiroi Chō nella stanza a fianco. «Visto che la squadra maschile non si è classificata per due anni di fila, anche se stavolta ha i numeri giusti, è su quella femminile che l'istituto farà maggiore affidamento.»
«Abbiamo giocatori del calibro di professionisti, come Kageyama e Tsukishima, che l'anno scorso sono stati chiamati per degli allenamenti speciali. E abbiamo Hinata che, a dispetto delle apparenze, è un jolly eccezionale», proseguì Takeda.
«Come "a dispetto delle apparenze"?!» sbottò il numero dieci qualche fila più indietro, agitando le braccia. Avendo però Tsukishima seduto proprio davanti, la sua testa non si vedeva nemmeno.
«Abbiamo il nostro trio di punta: Sakura, Akane e Kaori. Ma anche molte di voi, quest'anno, si stanno distinguendo; questo ci garantisce, oltre a un cambio generazionale ben coperto, anche delle concrete occasioni di fare punti senza dover sempre gravare sulle vostre tre compagne», disse l'allenatore delle Farfalle.
«Professor Yun, a chi si riferisce in particolare?» chiese Akane, dopo aver alzato la mano.
Il professor Yun si sistemò meglio gli occhiali sul naso e riordinò i fogli di fronte a sé. «Mi riferisco alle nostre nuove leve: Himawari e Mei.»
Un lungo silenzio passò tra le giocatrici, seguito subito dopo da un sommesso bisbiglio.
Mei strinse le mani sul bordo della sedia e abbassò il capo. Sentiva le compagne nominarla e non si aspettava affatto di essere messa in mezzo, per di più per un motivo del genere.
«L'allenamento con il Karasuno ha dato i suoi frutti, allora», le disse Himawari, rivolgendole un sorriso.
«Forse», rispose la numero quattordici, che non riusciva ancora a rendersi conto che il professore avesse appena fatto i complimenti a lei e alla sua compagna.
«Perciò, ragazzi, fate attenzione: cercheranno di cogliere i vostri punti deboli», disse Takeda, accigliato. «Ve l'ho già detto, ma ve lo ripeto. Questo ritiro è uno stratagemma per studiarvi.»
«E noi li studieremo a nostra volta», si pronunciò il capitano, sicuro di sé. «Io credo alle sue parole, professore. Sono assolutamente convinto che vinceremo questo campionato.» Si alzò poi dalla sedia e guardò negli occhi ogni suo singolo compagno, con una luce di assoluta determinazione sul volto. «Dimostriamo a tutti loro che ormai siamo dei corvi che hanno lasciato il nido!»
«Sì!» risposero gli altri in coro.
Ukai e Takeda si guardarono e sorrisero. Erano davvero orgogliosi dei loro allievi. Era una squadra unita, e questo non era assolutamente scontato.
«Molto bene, allora, prima di passare agli schemi e alle strategie, c'è un'ultima cosa che voglio dirvi», disse infine Takeda, alzandosi in piedi. Corrugò la fronte e iniziò a scrutare i volti di ognuno di loro. «Divertitevi.»
«Portate a casa il risultato che si aspettano da tutte voi», disse invece il professor Yun, giunto al termine della riunione.
🏐🏐🏐
Quella stessa sera, i ragazzi del Karasuno non erano per niente intenzionati ad andare a dormire, nonostante le raccomandazioni. Anche se il giorno dopo si sarebbero dovuti alzare presto per iniziare gli allenamenti di gruppo, proprio non ce la facevano a prendere sonno e si riunirono nella stanza occupata da Ennoshita, Kinoshita e Narita. Decisero di fare una videochiamata con il Nekoma, sicuri che anche loro fossero troppo su di giri per aver già spento la luce.
«Sei sicuro che questo Skyes funzioni?» chiese Tanaka massaggiandosi il mento, osservando la chat aperta, sul portatile di Ennoshita.
«Sì, è il sostituto di NSM che ha chiuso a aprile», annuì il capitano.
«Allora manda un trillo a Kenma, che non sta rispondendo!»
«Non ce l'ha.»
«Mandagli il pugnetto che fa "toc toc"!»
«Non ha neanche quello.»
«Ma allora che fa?!»
Ennoshita tentò ancora una volta la chiamata e finalmente il Nekoma rispose. Corvi e Gatti si salutarono caoticamente, prendendosi in giro e salutandosi come se non si vedessero da tempo, seppur molti di loro avessero preso parte al compleanno di Hinata, un paio di settimane prima. Il giorno dopo si sarebbero rivisti dal vivo ma, per entrambe le "squadre della discarica", era impossibile attendere un minuto di più.
«Yamamoto, Fukunaga, ma siete ubriachi?» chiese Tanaka, accigliandosi nel vedere come i due, l'uno con il braccio sulla spalla dell'altro, ondeggiassero in modo vistoso e avessero gli sguardi arrossati.
Kenma rise con fare nervoso. «Lo zio di Lev è venuto a trovarlo dalla Russia l'altro giorno e ha portato qualche regalo, e Lev questo regalo se l'è portato dietro.»
«E i professori non se ne sono accorti?» chiese Hinata, stupito.
«No... eheh!»
«Ma... ma non è così alcolico!» esclamò Lev, grattandosi la nuca. «Io ho bevuto tre bicchieri e sto bene, loro ne hanno bevuto solo uno.»
«Questo perché tu sei più alto e loro non sono abituati!» lo riprese Kenma.
«Ma domani ce la fate a stare in piedi?» chiese Kageyama, sorridendo divertito.
«Male che vada, ci affideremo alla tecnica dell'ubriaco», rispose il nuovo capitano del Nekoma, sospirando.
Nel frattempo, i suoi compagni, ormai partiti per la tangente, avevano iniziato a intonare "Tutti quanti voglion fare il jazz" dagli "Aristogatti".
«Una domanda, Kenma... Nel vostro stesso albergo c'è anche la maschile dello Shiroi Chō, giusto?» chiese Tsukishima.
«Sì, è così», confermò lui.
«Come ti sono sembrati? Noi abbiamo conosciuto qualcuno di loro domenica, ma non c'è stato molto dialogo e non conosciamo il capitano.»
Kenma distese le braccia sulla scrivania, sbuffando. «Neanche io ci ho parlato, ma a differenza mia, a cui hanno appioppato questa responsabilità, lui ha cercato quel ruolo con tutte le forze, a giudicare da come si atteggiava con gli altri oggi.»
«Sono sicuro che farai onore a Kuroo», disse Hinata, alzando il pollice.
«Mah... A me bastava batterlo a qualche videogioco... Ma dato che ora sono il senpai dei senpai...»
«Devi esserne orgoglioso, è un ruolo ambito quello del senpai alla seconda!» disse Nishinoya, sbuffando dalle narici e con le mani ai fianchi.
«Concordo», si accodò Takeda.
«Quindi anche la loro maschile è molto competitiva», osservò Tsukishima, aggrottando la fronte.
«Da quello che so, tutta la scuola lo è. Non solo nella pallavolo, anche in altri sport e discipline quella scuola ha sempre puntato al massimo», spiegò Kenma.
Improvvisamente, la porta della stanza del Nekoma si spalancò e il coach Nekomata fece irruzione, talmente furioso da rendere onore allo yōkai di cui portava il nome.
«Ragazzi, è meglio che chiudiamo qui!» esclamò Kenma, viola in viso.
Anche quelli del Karasuno ebbero i capelli dritti, come se il rimprovero dell'anziano allenatore fosse rivolto anche a loro.
«Va bene, ci vediamo domani allora!» disse Hinata.
«Shōyō, ragazzi, un'ultima cosa», aggiunse il numero uno del Nekoma, facendosi più cupo. «Se posso dire la mia... Non abbassate la guardia con quelli.»
Il Karasuno annuì, segnandosi mentalmente quell'appunto. Per tutti quanti era solo qualcosa da tenere a mente ma per Tsukishima, che abbassò lo sguardo, un brivido freddo corse lungo la schiena. Era già la seconda volta, in poche ore, che gli veniva detto di stare attento allo Shiroi Chō... In particolare, al suo capitano.
🏐🏐🏐
Anche nella squadra femminile dello Shiroi Chō, Akane era riuscita a portarsi dietro qualche bottiglia d'alcol e un paio di compagne bussarono alla porta di Mei e Himawari, chiedendo loro se volessero unirsi alla festa.
«Ma... Ma non si può, siamo minorenni!» esclamò Mei, allarmata, sollevando il capo dal libro di testo poggiato sul letto.
Le compagne la fissarono con aria annoiata. «Lo dirai al prof, santarellina?»
Mei si strinse nelle spalle e si morse il labbro. «N-no... Ma preferisco dormire, sono stanca.»
«Himawari, invece tu che ci dici?»
«Nemmeno io vengo», rispose la ragazza.
Mei sorrise, compiaciuta, ma subito dopo la sua espressione mutò in un moto di puro stupore quando l'amica aggiunse: «Io devo uscire. Kenji sta arrivando.»
«Ma... Hima!»
Himawari aprì la valigia e tirò fuori un vestito blu scuro con le bretelle.
«E se il professor Yun se ne accorgesse?» chiese Mei, preoccupata.
«Tornerò prima che se ne accorga. Sia io che lui domani ci dobbiamo alzare presto, ma non ho intenzione di andare a dormire come le galline.» Poi si avvicinò a Mei e la guardò dritta negli occhi. «Posso contare su di te?»
Mei la guardò di rimando, con lo sguardo leggermente tremante, ma alla fine annuì. «Solo... Non ti stancare troppo e non farti male.»
«Ma certo, mammina!» scherzò Himawari.
Poco più tardi, Himawari la salutò facendole il segno del silenzio. Mei lo ripeté ma, quando l'amica sgattaiolò fuori dalla stanza, non poté fare a meno di abbassare lo sguardo, provando una profonda preoccupazione.
🏐🏐🏐
Il nuovo giorno sorse anche fin troppo presto e, per chi aveva alzato troppo il gomito o aveva perso tempo a fare baldoria, il risveglio fu traumatico. Ma almeno, grazie a questo, aleggiò tra i ragazzi il detto "mal comune mezzo gaudio": quando i giocatori e le giocatrici si riunirono fuori dalla palestra dove avrebbero svolto le amichevoli, fu questo il pensiero comune che passò tra di loro.
Quando Mei si svegliò, Himawari era già tornata e dormiva ancora profondamente.
«Hima... Hima... Alzati», disse la ragazza, scuotendola.
«Mhmm... Ancora cinque minuti.»
«Ne ho già aspettati cinque! Io sono pronta e, se non ti svegli ora, potrebbe pensarci l'allenatore a venirti a tirare giù dal letto.»
Himawari aprì gli occhi, infastidita, ma alla fine si decise. Prese lo spazzolino dalla valigia e si diresse in bagno.
«Sei emozionata per oggi, Hima?» le chiese Mei attraverso la porta socchiusa, mentre si infilava le scarpe.
«Abbastanza.»
«Immagino che anche il tuo fidanzato lo sia.»
«Esatto.»
Mei si alzò in piedi e sollevò i pugni all'altezza delle spalle, sfoggiando un'espressione determinata. «Facciamo vedere loro di che pasta sono fatte le Farfalle!»
«Già...» rispose Himawari, senza curarsi del fatto che la compagna l'avesse sentita o meno. E, mentre lo faceva, si sollevò leggermente la manica del pigiama per controllare se quel rossore al polso, a forma di ditate, si fosse finalmente ritirato.
Le immagini presenti in questa storia sono generate tramite strumenti di intelligenza artificiale e hanno esclusivamente finalità illustrative. Non rappresentano materiale ufficiale e non sono destinate a diffusione o utilizzo al di fuori di questo contesto.