Vai al contenuto principale

← Germoglio

Creato il 30/07/2026, 21:34 · Aggiornato il 30/07/2026, 21:34

Capitolo 14: Gaman - Parte 4

@ladyele1991LadyEle1991
MaturoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Bullismo
  • Copertina AI
Scarica EPUB (capitolo)

Tocca un passaggio (o un’immagine) per aprire il filo commenti a fianco. I link nel testo restano cliccabili.

Sakura, Akane e Kaori entrarono e presero posizione sul campo di battaglia. Le tre giocatrici di punta della Shiroi Chō avevano un'espressione determinata ma, allo stesso tempo, divertita. Dentro di loro, pregustavano già la vittoria.

Ennoshita, Hinata e Mei, però, non erano da meno. In quanto capitano, il primo aveva il dovere di difendere l'onore del Karasuno, mentre Hinata, oltre a quello, aveva la determinazione di voler proteggere la sua amica da quelle bulle che troppe volte l'avevano maltrattata. Mei combatteva per se stessa, decisa a far vedere a quelle tre che valeva molto di più di ciò che credevano. Non poté fare a meno di notare i loro corpi atletici, leggermente imperlati di sudore, che sembravano splendidi anche in quel momento. Ma fu un pensiero che scacciò subito: non era il tempo di lasciarsi andare a paragoni.

«Shimizu rimane comunque la più bella», disse Tanaka, incrociando le braccia, tutto impettito.

«Perché allora ti sta uscendo il sangue dal naso?» gli chiese Narita, con uno sguardo annoiato.

Tanaka digrignò i denti e incassò la testa tra le spalle.

«Lo credi davvero?»

Tanaka quasi stentò a credere alle proprie orecchie: a porre quella domanda era stata Shimizu stessa. Il ragazzo la guardò stupito, mentre lei con le mani si copriva le cicatrici con un gesto quasi pudico.

«Certo che lo sei», disse lui con tono più serio, guardandola dritta negli occhi e prendendole delicatamente i polsi per scostarle le mani.

Shimizu gli sorrise lievemente, poi abbassò lo sguardo, imbarazzata.

In posizione di difesa, con Ennoshita in seconda linea e la coppia Hinata-Mei in prima, i tre attesero che Kaori effettuasse la prima battuta. Hinata e Mei si lanciarono un'occhiata d'intesa.

«Forza ragazzi, dimostrate che anche noi tappetti sappiamo il fatto nostro!» esclamò Nishinoya, sollevando il pollice.

I due amici risposero al gesto.

«Quindici punti?» chiese Sakura.

«Facciamo dieci, non ce ne servono così tanti per battervi», disse Hinata, sfidandola con lo sguardo.

«Come vi pare», rispose lei.

«Iniziate!» esclamò Sugawara, investito del ruolo di arbitro per l'occasione.

Kaori sollevò in aria il pallone e, quando questo ricadde, fece un piccolo salto sul posto per spedirlo dall'altra parte della rete.

Ennoshita scattò, sollevando nuvolette di sabbia, e si buttò di lato con le braccia distese per intercettarlo in tempo. Il pallone volò alto e Mei si mosse immediatamente per prenderlo e servirlo a Hinata. Fece del suo meglio ma l'irregolarità del terreno non le permise di calibrare perfettamente il colpo; il ragazzo schiacciò comunque ma, non essendo riuscito a saltare abbastanza in alto, Sakura trovò il tempo per murare, impedendo alla palla di passare.

«Primo punto», disse Akane con tono pungente.

I tre non si scomposero.

Kaori batté di nuovo e ancora una volta Ennoshita raggiunse il pallone con un bagher. Avendo compreso le difficoltà del campo, questa volta riuscì a servire a Mei una palla molto più controllata, evitando che la compagna dovesse sbilanciarsi troppo. L'intento andò a buon fine e Mei riuscì ad alzare decisamente meglio rispetto a prima. Hinata prese la rincorsa e saltò, caricando il braccio; la palla stavolta superò la rete, ma Kaori si gettò a terra in tuffo, salvandola all'ultimo.

Akane si trovò costretta a sollevare il pallone con un bagher di recupero, permettendo a Sakura di rimandarlo dall'altra parte con un palleggio mirato.

Sia Mei che Hinata provarono a murare, ma la sabbia ancora una volta fu loro d'ostacolo, smorzando il salto. Ennoshita, però, era riuscito a portarsi avanti e salvò la palla con un altro bagher. Di nuovo toccò a Mei impostare ma, anche se l'alzata era buona, stavolta Sakura anticipò le intenzioni di Hinata e gli murò la schiacciata con assoluta maestria.

«Secondo punto», sibilò Akane.

«Lo avete detto voi che dieci punti erano sufficienti», aggiunse Sakura con aria impassibile, mentre batteva le mani per ripulirsi dalla sabbia.

Hinata la fissò torvo. Sakura era in netto vantaggio rispetto a loro perché, se anche la sabbia smorzava i suoi salti, aveva comunque una differenza di venti centimetri di altezza a suo favore. La capitana della Shiroi Chō non era solo chiacchiere.

Kaori si preparò per la nuova battuta ma, tra il sole sempre più vicino allo zenit e lo sforzo di caricare il colpo, stavolta la palla, pur finendo dall'altra parte della rete, risultò molto più debole.

Ennoshita la intercettò e la fece volare in alto, così che Mei avesse tutto il tempo di riordinare le idee e alzarla a Hinata. Quest'ultimo saltò di nuovo e stavolta puntò più lateralmente. Ancora una volta Kaori, gettandosi a terra, la salvò con un bagher.

«Certo che hanno dei bei riflessi, quelle tre», osservò Azumane a bordo campo.

«È per questo che sono considerate intoccabili», spiegò Yachi, accigliata. «E così si sentono libere di prendersela con tua cugina... Ti ha raccontato della questione del vestito, che hanno capito essere in realtà una tenda?»

Azumane si mostrò stupito e ferito. «No, non me l'ha detto.» Poi guardò quelle tre con una rinnovata espressione di rabbia.

La palla venne intercettata da Akane, che alzò per Sakura in maniera impeccabile. La capitana saltò, sfruttando tutta la sua altezza, ma il leader in campo del Karasuno era un osso duro: Ennoshita non avrebbe permesso che segnassero tre punti di fila.

«Hinata, spicca le tue ali!» urlò poi al compagno.

Questo bastò. Mei, ricaricata di energia nel tentativo di dare il massimo supporto all'amico, ripassò velocemente nella mente tutto ciò che aveva appreso da Kageyama nei giorni di allenamento. Si coordinò per l'alzata successiva e persino Sakura, dall'altra parte della rete, riconobbe l'impeccabile postura della compagna.

Sakura e le altre due, però, non ebbero nemmeno il tempo di valutarla che Hinata era già scattato in avanti. Continuando a muoversi sulla sabbia, il ragazzo aveva capito una cosa fondamentale: doveva muovere le gambe molto più rapidamente rispetto a quando giocava indoor, altrimenti il piede sarebbe affondato troppo, rallentandolo. Si piegò sulle ginocchia – molto di più di quanto avrebbe fatto su un terreno regolare – e contrasse i muscoli, imponendosi quel balzo con tutto se stesso. Questa volta saltò molto più in alto, con lo sguardo fisso sul pallone al massimo della concentrazione.

Le tre avversarie strizzarono gli occhi mentre quella chioma rossa catturava i raggi del sole e il vento gli scompigliava le ciocche. Hinata sovrastò la rete e schiaffò il pallone a terra con violenza.

Punto.

Il gruppo del Karasuno esultò, mentre quello della Shiroi Chō rimase a bocca asciutta.

«Primo punto», disse Hinata, facendo il verso ad Akane, la quale lo guardò con due fessure al posto degli occhi.

I giocatori ruotarono e questa volta fu il turno di Mei alla battuta. Kaori e Akane si lanciarono un'occhiata d'intesa: Mei non era brava in quel settore, probabilmente la palla non avrebbe nemmeno superato la rete.

Lo stesso pensò Mei che, accettando il proprio limite di non essere molto agile, comprese che in quel momento tentare una schiacciata non sarebbe stata l'ideale; così piegò le ginocchia e si preparò a una più sicura battuta dal basso.

«Una facile», sussurrò Akane. Sakura, però, non rispose, rimanendo concentrata sulla numero quattordici della sua squadra.

Mei colpì il pallone con il pugno chiuso e questo attraversò il campo.

«Che avevo detto?» commentò Akane, mentre osservava la palla sovrastarla. Anche Kaori sorrise, pronta a intercettarla con un palleggio non appena fosse arrivata all'altezza giusta.

«Kaori!» esclamò Sakura, ma fu troppo tardi.

La palla di Mei era a effetto: perse potenza all'improvviso e atterrò con una parabola stretta proprio in mezzo a loro.

«Sììì, così si fa, Mei!» esclamò Yamaguchi a bordo campo, portandosi il pugno al petto entusiasta.

Il Karasuno aveva pareggiato.

Un silenzio pesante aleggiò sul campo. Sakura, Akane, Kaori e le altre compagne che assistevano a bordo si resero conto all'unisono di una cosa: Mei, la più scarsa della loro squadra, aveva appena fatto un punto diretto contro le loro tre punte di diamante.

«Non è possibile», sussurrò Sakura, in un misto di irritazione e incredulità, stringendo i pugni.

Mei, invece, non si scompose: si portò di nuovo in posizione, attendendo il via dell'arbitro. Di nuovo eseguì una battuta dal basso. Questa volta Kaori si portò più avanti ma la palla era lunga e la sabbia le ostacolò la rotazione su se stessa, impedendole di arrivare in tempo.

Il Karasuno era in vantaggio e Mei aveva appena messo a segno il secondo punto diretto.

I suoi compagni esultarono, agitando le braccia; Nishinoya saltò persino sul posto battendo le mani. Hinata ed Ennoshita le andarono incontro: il primo le afferrò con decisione la mano, mentre l'altro le diede una pacca sulla spalla. Mei sorrise, felice e radiosa.

Si portò in posizione per la terza battuta, mantenendo la massima concentrazione.

Questa volta, però, Sakura non le avrebbe permesso di mettere a segno l'ennesimo punto: osservò con estrema attenzione le sue movenze e qualcosa dentro di lei scattò. Quando il pallone attraversò di nuovo la rete, la capitana della Shiroi Chō non aspettò la difesa di Kaori sulla seconda linea; ci pensò lei stessa a intercettare il colpo con un bagher deciso.

«Mia!» dichiarò, e Kaori quasi inciampò per quell'esclamazione così improvvisa.

Sakura ci aveva visto bene: riuscì a salvare la palla e a sollevarla per Akane. Quest'ultima si mise in una posizione impeccabile, un dettaglio che venne riconosciuto persino da Kageyama, e alzò di nuovo per la propria capitana che, caricando bene il braccio, schiacciò diretta su Ennoshita.

Il leader del Karasuno, preso in contropiede, provò a difendere, ma Sakura lo aveva sfruttato solo per il contraccolpo e il pallone volò fuori dal campo.

Questa volta furono i giocatori della Shiroi Chō a esultare.

Sakura aveva appena ristabilito gli equilibri e quello sguardo deciso non l'abbandonò nemmeno alla rotazione.

«Akane, vorrei battere io, se non ti dispiace», disse alla compagna, che si stava mettendo in posizione.

«Così non vale, rispettate le regole!» esclamò Tanaka.

«Che regole? Siamo in mezzo alla spiaggia e ciò che conta è il monopolio di questo campo da gioco», disse Sakura senza scomporsi.

Akane non replicò: le passò il pallone e si scambiò di posto con lei. Prima di battere, Sakura lanciò una rapida occhiata di sfida a Tsukishima, che la stava fissando a sua volta con un'espressione accigliata e seria.

La capitana si preparò al servizio. Il suo corpo atletico, molto più di quello delle altre, scattò in avanti. Il sudore metteva in risalto la pelle lucida e alcune goccioline si staccarono dalla frangia castana. Le balze del reggiseno ondeggiarono appena e i muscoli si contrassero nello sforzo di imporsi sul terreno sabbioso. Fu quasi come se stesse giocando su un campo regolare, cosa che scatenò l'ammirazione e allo stesso tempo l'irritazione degli spettatori del Karasuno, mentre quelli della Shiroi Chō si sentirono rassicurati.

Non era un lancio casuale: aveva puntato di nuovo su Ennoshita e ancora una volta lo aveva sfruttato per il contraccolpo. Fu chiaro a tutti che Sakura non desiderava solo vincere, ma anche umiliare. Era come se una leonessa stesse imponendo il proprio territorio agli altri leoni invasori.

«Con una preparazione del genere potrebbe essere selezionata per l'Under 19, forse persino per la nazionale», osservò Kageyama.

La Shiroi Chō passò così in vantaggio. Sakura non si fermò lì, mettendo a segno altri due punti di seguito e portando la sua squadra a metà strada dalla vittoria.

«Ma non la starà prendendo troppo seriamente?» sussurrò Yamaguchi a Tsukishima, vedendo come la capitana, pur stanca e con il fiatone, imprimesse tutte le sue energie in quei colpi.

Ennoshita, dall'altro lato della rete, la stava fissando in cagnesco, con le braccia arrossate e il fiatone che gli faceva alzare e abbassare le spalle a ritmo regolare.

«Io non credo che conosca il concetto di "gioco"», si limitò a rispondere il biondo.

O di divertimento, aggiunse, pensando tra sé e sé.

Sugawara diede il via per il nuovo attacco.

Di nuovo Ennoshita si mise in posizione, pronto a ricevere il colpo, ma a sorpresa si ritrovò Mei davanti che intercettò il pallone con il bagher. Il ragazzo rimase stupito, e lo stesso valse per Sakura. Non lo fu invece Hinata che, scattando rapidamente non appena la palla tornò a mezz'aria, saltò e schiacciò, mettendo a segno il punto.

Di nuovo il vento si alzò tra i presenti.

«Non puoi andare in prima fila!» balbettò Kaori.

«Siamo in spiaggia, no?» rispose Hinata, rimandando a quanto aveva detto poc'anzi Sakura.

Quest'ultima rimase con lo sguardo sgranato, osservando Mei che stava ancora riprendendo fiato. Si soffermò sul suo viso arrossato dal caldo e dall'acne, sui suoi capelli sempre spettinati e sui suoi fianchi larghi. Timida, impacciata, incapace di imporsi. Lei non poteva... non poteva aver intercettato una sua schiacciata e aver permesso al compagno di fare punto!

Subito dopo, Hinata e Mei si abbracciarono, saltellando sul posto. Era davvero possibile che quel nanerottolo dai capelli rossi fosse riuscito a sbloccarla a tal punto con le loro corsette mattutine, l'allenamento in palestra e, soprattutto, senza mai farle pesare i suoi errori?

In quel momento un ricordo l'assalì. Una schiena. Il numero dodici dorato che spiccava sulla maglia blu. Una sensazione che le stringeva lo stomaco. Cercava di raggiungere quella figura femminile, ma non ci riusciva, e sapeva che lei non l'avrebbe aspettata se non fosse stata più forte, più caparbia, più determinata. Lei doveva essere il meglio del meglio o non era niente. Allenarsi fino allo sfinimento: solo questo contava. Non farsi rallentare dalle zavorre, pensare solo a se stessi.

E allora perché... perché quella pappamolle le aveva intercettato la battuta?

Hinata andò in battuta e, ancora una volta, dimostrò la sua grande abilità nel servizio. La parabola era alta e quasi uscì dal campo, ma Sakura capì che sarebbe comunque rimasta dentro; si mosse quindi per salvare il pallone, direzionandolo verso Akane. Anche quest'ultima mostrava la stessa espressione irritata e concentrata, ma non mancò di eseguire un'ennesima alzata impeccabile, stavolta verso Kaori, l'altro asso della squadra.

Ennoshita, però, ora le stava di fronte e saltò per murare senza alcuna esitazione. La palla venne sbalzata all'indietro.

Sakura la recuperò in tempo ma, proprio quando Akane stava per passarla di nuovo a Kaori, quest'ultima emise un urlo.

«Oh no! La mia unghia!» A quanto pare, nel contrasto a rete, l'impatto con il pallone le aveva spezzato un'unghia.

Furibonda, la ragazza fece invasione di campo per prendere a brutto muso Ennoshita, che era alto tanto quanto lei, sventolandogli il dito davanti alla faccia.

«Hai idea di quanto mi siano costate?! Cosa hai intenzione di fare adesso per rimediare?»

Ennoshita sollevò le mani davanti a sé, scusandosi più volte, ma la rivale non smetteva di ringhiare come un cane rabbioso.

«Kaori, torna in posizione», l'ammonì Sakura, visibilmente stanca di quella scenetta patetica.

Kaori si voltò verso la sua capitana per un attimo e annuì; poi grugnì un'ultima volta verso Ennoshita, gli diede un pugnetto offeso sulla fronte e, nel girarsi di scatto, lo colpì in pieno viso con lo chignon.

«Credo che Chikara si sia appena arrabbiato», commentò Tanaka, vedendo l'aura oscura che avvolgeva il loro capitano.

«Per una volta non siamo noi gli oggetti della sua furia», rispose Kageyama, che aveva ancora vividi nella mente i giorni di ripetizioni per gli esami, con quel compagno che tanto pareva acqua cheta ma che, in realtà, sapeva essere tutto l'opposto.

Ora erano tornati pari, ma Hinata era determinato a mandare la squadra in vantaggio. Questa volta, però, le cose non andarono bene: Sakura intercettò il pallone e, grazie all'aiuto delle compagne, concluse l'azione con un punto. Era ormai chiaro che entrambe le squadre fossero ostinate a raggiungere il loro obiettivo; non facevano che rincorrersi e pareggiare, per poi ricominciare ogni volta da capo. Qualcuno a bordo campo chiese ai giocatori se volessero fare un cambio, ma nessuno dei sei accettò di cedere il posto.

Kaori voleva vendicarsi per l'unghia ed Ennoshita per quell'atteggiamento antisportivo; Akane odiava ancora di più Mei, la quale si stava rivelando un'alzatrice davvero abile. Dal canto suo, Sakura ce l'aveva sia con Mei – che rappresentava una minaccia per le sue certezze – sia soprattutto con Hinata, un avversario decisamente ostico. Era proprio vero ciò che si vociferava sul suo conto: che lui o Hoshiumi del Kamomedai fossero in lizza per il titolo di Piccolo Gigante.

Era ormai giunto mezzogiorno e il sole picchiava più che mai. Pur concedendosi una pausa per bere, tutti e sei erano allo stremo delle forze. Mancava ormai solo un punto alla fine: la Shiroi Chō si trovava a un passo dalla vittoria.

Di nuovo Sakura andò in battuta e gli avversari sapevano bene di non dover abbassare la guardia.

Mei sentì un brivido correrle lungo la schiena. Percepiva lo sguardo fiammeggiante della sua capitana su di sé e, quando vide che il pallone era diretto nella sua direzione, non ebbe alcun dubbio che la stesse mettendo alla prova. Rapidamente guardò le schiene dei suoi due compagni in prima linea, poi spostò gli occhi sui ragazzi del Karasuno che, in silenzio, stavano facendo il tifo per loro. Si soffermò in particolare su Nishinoya, con il suo solito sguardo carico d'entusiasmo.

Si chiese se, qualora fosse riuscita a salvare la situazione, lui si sarebbe finalmente accorto di lei, correndo ad abbracciarla e a esultare insieme. Ma poi le tornarono in mente le parole di Himawari di qualche giorno prima e una lieve fitta le attraversò il petto. Anche se fosse riuscita a vincere, a segnare il punto decisivo, Nishinoya avrebbe al massimo esultato per un'amica; questo non gli avrebbe fatto battere il cuore nel modo in cui lei desiderava.

Fece un respiro profondo.

No, sentiva di star sbagliando approccio. Non doveva vincere per conquistare un ragazzo, ma per dimostrare qualcosa a se stessa, per superare i propri limiti e migliorarsi. Se poi, dopo quella partita, Nishinoya l'avesse guardata con occhi diversi, quella sarebbe stata solo la ciliegina sulla torta.

Il pallone volò in alto, ruotando su se stesso, poi il suono secco della mano che lo colpiva risuonò sulla spiaggia. La palla fendette l'aria con precisione quasi chirurgica, diretta proprio verso Mei.

La ragazza ebbe solo pochi istanti per piegare le ginocchia e intercettare il colpo con un bagher. Cadde persino di sedere pur di fare resistenza a quell'attacco, ma la palla era salva. La intercettò Ennoshita, che la alzò subito per Hinata.

Kaori e Akane provarono a murare, ma il pallone superò la punta delle loro dita. Sakura allora si buttò in avanti con un riflesso felino per tenerlo ancora in gioco. Akane alzò per Kaori, la quale schiacciò con forza, ma di nuovo Mei si lanciò per intercettare la traiettoria con il bagher. La palla rimase alta, Hinata la sfiorò e stavolta fu Ennoshita a schiacciare a terra, superando la difesa di Kaori.

Punto.

«Stavolta sono stato attento a non toccarti le unghie», disse con calma il capitano del Karasuno alla numero tre avversaria.

«L'ho notato», rispose lei, rabbuiata per il punto appena subito.

Ancora una volta erano tornati pari, perciò ora la vittoria tornava a essere incerta.

«Mei, stai sanguinando!» esclamò Yachi, allarmata.

Mei inarcò le sopracciglia, poi si guardò le gambe. Per recuperare il pallone si era buttata in avanti e si era graffiata il ginocchio sinistro.

«Ah, ma non è niente!» rispose lei, agitando la mano. «Dopo mi sciacquo con l'acqua di mare e passa.»

«Sei sicura? Non vuoi che ti dia il cambio?» chiese Kageyama.

Mei sorrise e strinse i pugni. «Ce la faccio!»

«Grande! Allora Mei, facciamo questo punto e poi buttiamoci in acqua per festeggiare, ci stai?» chiese Hinata, mentre il loro capitano si preparava ad andare in battuta.

«Sì, sensei

Gli occhi di Sakura divennero due fessure. Quei corvi non potevano avere la meglio.

Ennoshita si mosse in avanti e caricò il colpo. La palla andò dritta e precisa dall'altra parte del campo. Sakura intercettò il servizio e lo passò ad Akane; quest'ultima lo alzò per Kaori, che schiacciò senza esitazione. Ennoshita salvò il pallone in extremis e lo diresse verso Mei, la quale posizionò le mani nella maniera corretta e servì un'ottima alzata a Hinata.

Hinata tentò un pallonetto ma Kaori non si lasciò cogliere di sorpresa, rimandando la palla in alto. Akane la spinse verso Sakura in seconda linea, la quale con un gran salto schiacciò a terra. Per un attimo, la capitana della Shiroi Chō vide già il pallone toccare la sabbia e segnare il punto della vittoria, ma Ennoshita allungò la gamba con un riflesso fulmineo, facendo volare la palla di nuovo in aria.

Le avversarie si aspettavano che Mei fosse colei che avrebbe impostato per il compagno, invece accadde il contrario: fu Mei stessa a schiacciare. Se non fosse stata rallentata dalla sabbia e dalla stanchezza, forse sarebbe riuscita a fare punto diretto; Kaori e Akane, però, trovarono il tempo per murare, ma quel tocco a rete servì solo ad accomodare meglio la palla per il Karasuno.

Ennoshita riuscì con un bagher a regolarne la traiettoria, così che Mei potesse posizionarsi al meglio. Una mossa coordinata. Una frazione di secondo. Una rapida.

Sakura e le sue compagne ebbero solo il tempo di vedere Hinata spiccare il volo e, per un istante, sembrò quasi che sulla schiena del ragazzo si aprissero delle enormi ali nere.

Entrambe erano squadre capaci di volare ma, quella volta, l'abilità del corvo si dimostrò superiore a quella delle farfalle.

Punto. Game e incontro per il Karasuno.

Un momento di silenzio passò tra i due gruppi, interrotto solo dal tranquillo suono delle onde e dal vociare di sottofondo degli altri bagnanti, totalmente inconsapevoli che alle loro spalle si fosse appena svolta una partita così accesa.

«La vittoria dei tappetti!» esclamò a un certo punto Nishinoya, alzando i pugni al cielo.

Subito dopo seguirono le esultanze del resto del Karasuno.

«Ce l'abbiamo fatta, ce l'abbiamo fatta!» esclamarono all'unisono i tre primini.

«Grande la mia allieva!» disse Hinata.

«Grande il mio sensei!» rispose Mei.

Entrambi si voltarono verso Ennoshita.

«E grande il nostro capitano!» aggiunse sempre il numero dieci del Karasuno.

I tre giocatori si batterono le mani tra di loro. I ragazzi saltarono addosso a Hinata e Ennoshita, mentre Shimizu e Yachi andarono incontro a Mei. Fu un momento di esultanza collettiva, che lasciò completamente in ombra i giocatori della Shiroi Chō.

«Nishinoya, se è la vittoria dei tappetti, congratulati anche con Mei! Non tartassare sempre e solo Hinata», disse Yachi che, sfruttando la concitazione del momento, aveva preso il libero per un braccetto per spingerlo ad avvicinarsi.

«Ovvio!» rispose il ragazzo che, preso dall'entusiasmo, allargò le braccia e l'abbracciò saltellando sul posto.

Shimizu e Yachi trattennero a stento una risata nel vedere Mei diventare rossa come un peperone.

«Nishinoya, sono tutta sudata e sporca di sabbia... non ti conviene abbracciarmi», balbettò lei.

«E a me che importa? Sei carina anche così, tranquilla!» rispose lui, arruffandole i capelli.

Nishinoya poi si voltò e tornò di corsa dai ragazzi. Lo avevano detto e l'avrebbero fatto: i vincitori andavano buttati in acqua. Shimizu e Yachi, ancora ridendosela, presero per le braccia Mei e dovettero quasi trascinarla, dato che in quel momento la sua anima sembrava aver abbandonato il corpo per la troppa emozione.

Hinata e Ennoshita vennero lanciati di peso, sollevando alti spruzzi, mentre Mei venne trascinata dalle sue due amiche e tutte e tre si lanciarono in acqua tra le risate.

A un certo punto, però, voltandosi, Mei vide in lontananza Sakura fare un cenno con il braccio; tutti gli altri stavano già iniziando a raccogliere le proprie cose, visto che nel frattempo si erano comunque sistemati con teli e borse. Senza pensarci due volte, la ragazza uscì dall'acqua. Hinata e gli altri la seguirono con lo sguardo.

«State andando via?» chiese Mei. Aveva ancora il fiatone per aver corso sulla sabbia nel tentativo di raggiungerli prima che si allontanassero.

«I patti erano chiari. Avete vinto voi, noi sloggiamo», rispose Sakura.

«Ma possiamo sempre dividercelo! Non staremo mica tutto il tempo a giocare, il campo non l'abbiamo mica affittato.»

«Non vogliamo l'elemosina, grazie.»

«Ma quale elemosina?» disse Mei, alzando un sopracciglio. «Si chiama solo condivisione.»

In quel momento arrivarono anche i tre ex allievi del Karasuno.

«Mei ha ragione, nessuno di noi ha l'esclusiva su niente. Questa è una spiaggia libera», intervenne Sawamura.

«C'è solo una condizione», aggiunse Azumane con tono secco, per poi puntare il dito dritto contro Akane. «Devi scusarti.»

«E per cosa?» chiese la ragazza, stringendo lo sguardo.

«"Cicciona di merda", "voragine", "andarsi a nascondere"... E, come se non bastasse, ho saputo che hai criticato persino il vestito che le avevo confezionato per la festa di compleanno di Hinata», rispose il ragazzo con tono fermo. «Sarai anche brava nel tuo ruolo a rete, ma come persona lasci davvero a desiderare. Perciò, se tu e i tuoi compagni volete davvero allenarvi qui senza dover camminare fino all'altra parte della spiaggia, scusati.» Poi spostò lo sguardo sul resto del gruppo dello Shiroi Chō. «E dovrebbero farlo anche tutti quelli che pensano che una risatina idiota non faccia niente.»

Il silenzio della squadra avversaria appesantì l'aria, molto più dell'afa circostante. Nel frattempo erano arrivati anche gli altri membri del Karasuno e tutti loro fissavano i giocatori della Shiroi Chō, restando in attesa di un loro passo formale.

Azumane si mise accanto alla cugina e le passò un braccio attorno alle spalle con fare protettivo. Mei avvertì chiaramente la tensione del cugino: stava davvero dando fondo a tutta la sua pazienza per non iniziare a prendere a pugni qualcuno.

«Allora, in quanto capitana della Shiroi Chō, mi scuso io», disse Sakura, sollevando il mento. «Mei e Akane sono entrambe membri della mia squadra, pertanto è mia responsabilità fare in modo che ci sia armonia tra le compagne.»

«Sakura?!» sbottò Akane, sgranando gli occhi. «Ti è andato di volta il cervello?»

Sakura assottigliò lo sguardo, gelida. «Vuoi forse scusarti tu, in prima persona, per aver maltrattato una tua compagna di squadra?»

Akane non rispose, stringendo i denti a vuoto.

«Inoltre a quest'ora ho fame e sono stanca. Se devo spostarmi ancora, a questo punto preferisco tornare direttamente a casa, e non vorrei affatto farlo, visto che ho assoluto bisogno di allenarmi», concluse la numero uno.

Sakura poi si voltò verso tutti gli altri, guardandoli negli occhi uno a uno. Nessuno di loro osò contraccambiare lo sguardo.

Improvvisamente, lo stomaco di Kaori brontolò rumorosamente. «Se non dobbiamo più spostarci, allora scusa, Mei! E adesso tiriamo fuori i panini», disse, portandosi le mani alla pancia. Poi saettò lo sguardo dritto su Ennoshita e gli puntò l'indice contro, con gli occhi fiammeggianti. «E tu non pensare di svignartela! Ora mi dai il tuo numero e mi ripaghi la manicure!»

Ennoshita saltò sul posto sollevando le braccia, come a volersi riparare dalla furia di quella ragazza.

Effettivamente, dato l'orario, tutti quanti stavano morendo di fame. Così entrambe le squadre, pur rimanendo a debita distanza, tirarono fuori i rispettivi pranzi al sacco.

«Quella Akane è davvero terribile», disse Azumane alla cugina mentre scartavano la stagnola dei loro panini. «Non starla più a sentire: sotto quell'aspetto perfetto c'è solo marciume.»

Mei sorrise piano. «Mi è bastato che tu abbia preso le mie difese», poi si strinse nelle spalle e arrossì appena. «E poi Sakura mi ha definita una sua compagna di squadra. Questo a me basta.»

Azumane la guardò stupito. Quella ragazzina aveva davvero un animo puro, e si dispiacque all'idea di non aver fatto abbastanza per lei. Allo stesso tempo, però, era felice di essere riuscito a mantenere il controllo: una scazzottata tra adolescenti non avrebbe risolto la situazione, anzi, l'avrebbe solo aggravata.

«Yū ti sta fissando», aggiunse poi a bassa voce.

Per un attimo Mei si irrigidì; poi, però, contraccambiando lo sguardo, vide che il ragazzo aveva i tipici occhi da cagnolino che non mangia da mille anni e capì al volo la situazione. Sospirò.

«I mochi sono nella borsa frigo.»

Gli occhi di Nishinoya divennero due stelle e subito il libero si fiondò sulla borsa alla ricerca del suo "tesoro".

«Certo che è davvero un ragazzo semplice!» esclamò Azumane. Poi guardò Mei di sottecchi. «Potresti seminare una scia di mochi fino all'altare e lui la seguirebbe docilmente.»

Mei fissò il cugino con aria interrogativa, mentre lui le rivolse uno sguardo lungo e eloquente. Senza bisogno di parole, egli aveva capito tutto.

Presa dal nervoso, la ragazza passò all'istante in modalità tritapanino.

Dopo un po', ora che la squadra del Karasuno aveva la pancia piena, c'era chi ne approfittava per schiacciare un pisolino condividendo l'ombra dell'ombrellone e chi si avvicinava di nuovo al mare per rinfrescarsi la testa, concedendosi un po' di meritato riposo.

La calma, però, venne spezzata quando a un certo punto sentirono i ragazzi della Shiroi Chō domandarsi leggermente preoccupati che fine avesse fatto Kaori.

La giovane infatti si era offerta di andare a prendere qualche bottiglietta d'acqua e delle bibite con un borsone, non ritenendo necessario farsi accompagnare da nessuno. Ora, però, da quando si era avviata verso il bar era passato decisamente troppo tempo.

Akane ipotizzò che forse si era solo intrattenuta a scattarsi qualche selfie, fanatica e ossessionata dai social com'era.

Sakura allora si alzò, dichiarando che sarebbe andata a controllare. Forse, alla fine, Kaori non riusciva davvero a portare tutto da sola.

«Ti va se vengo anche io?» chiese Mei.

Sakura alzò un sopracciglio. «Non è necessario.»

«Insisto», rispose lei, accigliandosi. «È anche una mia compagna. Se ha bisogno di aiuto, io ci sono.»

Sakura la guardò per un momento, poi scrollò le spalle. «Andiamo.»

Akane fissò le due allontanarsi mentre beveva un succo di frutta, stringendo lo sguardo.

Senza dirsi nulla, le due attraversarono la spiaggia arrivando fino a un muro di cannette; girarono l'angolo e proseguirono fino al bar, ma anche lì di Kaori non c'era traccia.

Sakura chiese allora al barista se per caso avesse visto una ragazza bionda con lo chignon, della loro età, che indossava un costume verde dotato di gonnellino. Il barista rispose di sì, aggiungendo che era passato già un po' di tempo da quando aveva effettuato il suo acquisto.

«Dove può essere andata?» chiese Mei.

«Forse è solo come ha detto Akane, ed è da qualche parte a scattarsi delle foto», ipotizzò l'altra.

Tornarono così sul bagnasciuga, con l'acqua che bagnava i loro piedi, continuando a non dirsi nulla. Sakura, però, non poté fare a meno di osservare la sua giovane compagna. L'aveva davvero stupita sul campo di gioco e forse, in qualità di capitana, avrebbe dovuto dirle qualcosa... tuttavia non ne trovava la forza, perché Mei rappresentava un elemento che la faceva sentire confusa e incerta.

«Mi volete lasciare passare? Ho detto che con voi non ci vengo!» La voce di Kaori arrivò chiara alle loro orecchie.

Lì, in un punto in cui gli ombrelloni erano radi e a grande distanza tra loro, verso il boschetto, c'era Kaori, attorniata da tre giovani uomini che cercavano di convincerla in maniera insistente a seguirli. La ragazza era in evidente difficoltà, con quella sacca pesante colma di bottigliette che cercava in qualche modo di utilizzare come scudo.

«E dai, ti aiutiamo a scattare tutte le foto che vuoi se vieni con noi», disse uno di loro, con i capelli neri e ribelli.

«Infatti, siamo ottimi fotografi!» rispose il secondo, anche lui con i capelli neri ma più tarchiato.

«Non fare la preziosa», aggiunse il terzo, con i capelli castani e gelatinati.

Quest'ultimo le afferrò il polso ma non riuscì a trascinarla via, perché il richiamo alterato di Sakura li fece voltare tutti all'unisono. A parte lo stupore iniziale, quello con i capelli neri e ribelli rispose a Sakura con un fischio di ammirazione.

«Un'altra bella stangona!»

«Kaori, stai bene?» chiese Sakura, ignorando il catcalling di quei tre.

«S-sì... andiamo?» Kaori fece per passare oltre, ma i tre le si pararono davanti.

«Scusate, ma ora siamo un numero perfetto! Venite anche voi con noi, no?» propose quello tarchiato.

Quello con i capelli neri e ribelli ne approfittò per passare un braccio attorno a Kaori. «Perfetto, io mi prendo la bionda.»

«E io la stangona castana!» rispose "gelatina".

Il tarchiato sbuffò. «Io quindi mi devo prendere la scrofa

«Beh, tra simili!» rise "gelatina", per poi allungare un braccio verso Sakura e ripetere il gesto del compare. Rimase stupito, però, quando in tutta risposta Sakura gli afferrò il polso e glielo torse con decisione.

«Mollate immediatamente la mia amica o dovrete vedervela con me!» ruggì Sakura, per nulla intimorita.

«Ehi tu! Ora ti do un calcio e ti faccio diventare la metà di quello che sei!» sbottò il tarchiato.

Mei si mise in mezzo a brutto muso. «E io ti do una craniata, se solo ci provi!»

«Ma che vuoi tu, palla di lardo? Sei gelosa?»

Il ragazzo le diede una forte spinta che la fece cadere a terra sulla sabbia. Sakura non ci vide più dalla rabbia: diede una forte spallata a "gelatina" e poi si avventò sull'altro spingendolo indietro, così da frapporsi tra lui e Mei. Il tarchiato provò ad aggredirla ma la capitana bloccò i suoi movimenti con una rapida sequenza difensiva, per poi colpirlo con una gomitata secca sulla spalla.

«Ahahah, entrambi colpiti da una donna!» esclamò quello con i capelli ribelli. Così facendo, però, si distrasse e Kaori ne approfittò per tirare fuori una bottiglietta d'acqua dal borsone e scagliargliela con forza in testa.

Il tipo si portò subito le mani al capo dolorante e Kaori sfruttò quel secondo di vantaggio per correre ad affiancare le compagne. All'ultimo, però, "gelatina" l'afferrò di scatto per un braccio, furioso perché la ragazza aveva colpito il suo amico.

Mei si era appena rialzata e, senza pensarci due volte, si avventò sull'aggressore e gli morse il braccio con quanta forza aveva in corpo, costringendolo a mollare la presa su Kaori.

Ora che anche quest'ultima era libera, le tre ragazze fecero per allontanarsi di corsa, ma i loro aggressori erano ormai completamente fuori di sé dalla rabbia e ripartirono all'attacco.

Afferrarono Sakura per i capelli, facendola quasi sbilanciare all'indietro.

«Mollala!» esclamò Mei, colpendo più volte il braccio di quello con i capelli ribelli per costringerlo a lasciare la presa.

"Gelatina", furibondo con Mei per quel morso, levò il pugno per colpirla, ma Kaori mollò istantaneamente la borsa e tirò indietro la compagna appena in tempo.

«Aiuto!» gridò quest'ultima, cercando di richiamare l'attenzione di qualche bagnante.

Sakura si girò con un gesto fluido e spazzò le gambe di quello che le stava tirando i capelli. L'uomo cadde a terra, rimanendo solo con qualche ciocca castana tra le dita.

Compreso che la più pericolosa tra le tre era proprio Sakura, visto che conosceva le mosse di autodifesa, gli sforzi dei tre si concentrarono su di lei. Ma la capitana non era affatto sola e Kaori, trovato un po' di coraggio, iniziò a lanciare contro di loro le altre bottigliette d'acqua. Mei, invece, si piazzò accanto a Sakura così da darle man forte.

«La polizia sta arrivando!» intimò Mei.

«Qui non c'è nessuno e ora vi conceremo per le feste, ragazzine!» ribatté quello con i capelli ribelli.

«Nessuno, dite?» La voce di Azumane si intromise prepotentemente.

I ragazzi e le ragazze, sia del Karasuno che della Shiroi Chō, erano tutti accorsi in massa per aiutare le compagne.

Yachi aveva ancora il fiatone, mentre si stringeva le mani alle ginocchia. «Vi ero venuta a cercare e vi ho viste da lontano... Ho corso più in fretta che potevo per avvertire gli altri!»

I tre aggressori guardarono il muro di ragazzi che si era appena schierato davanti a loro. Tanaka e Nishinoya avanzavano con i pugni stretti, affiancati dai giganti dello Shiroi Chō, mentre lo sguardo truce di Azumane emanava un'energia così minacciosa da far raggelare il sangue. Compreso all'istante di non avere alcuna speranza, quello con i capelli ribelli imprecò a bassa voce, fece un cenno ai compagni e tutti e tre se la diedero a gambe levate, scomparendo rapidamente tra la vegetazione del boschetto.

La tensione si sciolse in un unico, grande sospiro collettivo. Kaori si lasciò cadere a sedere sulla sabbia, stremata, mentre Sakura si passò una mano tra i capelli castani, cercando di ritrovare la calma.

«È inutile che corriate, ho avvertito la polizia!» sbraitò Akane da lontano.

Yachi, dopo aver ripreso fiato, si avvicinò a Mei insieme a Shimizu; per fortuna anche la numero quattordici stava bene e lo dimostrò con un cenno del capo e un sorriso sollevato.

«Se non fosse stato per Sakura...» provò a dire Mei.

«Un capitano protegge sempre le sue compagne, eh?» commentò Tsukishima, cercando lo sguardo di Sakura.

Sakura incrociò le braccia al petto. «È merito di tutte e tre. Abbiamo giocato... di squadra», disse la ragazza, quasi incredula nel pronunciare quelle parole.

«Beh, io e le mie bottigliette siamo state formidabili!» esclamò Kaori in un moto di orgoglio, sfoggiando una di esse come fosse un trofeo. «Mentre quell'altro idiota credo che se lo ricorderà per un bel po', il morso di Mei!»

«Nonché le mosse di karate di Sakura!» si accodò Mei.

«Verissimo!»

«Ma quali mosse di karate», ribatté Sakura, portandosi una mano al viso per nascondere l'imbarazzo.

«Qualunque cosa abbiate fatto, siete state grandi a esservela cavata da sole. Poteva finire molto peggio», disse con serietà Daichi Sawamura, facendo un passo avanti. «Domani ne parlerò alla centrale.»

«È già finita peggio», disse Kaori con voce cupa, cosa che raggelò tutti i presenti.

Il labbro di Kaori tremò. Poi sollevò la mano sinistra, mostrando il mignolo. «Mi si è spezzata un'altra unghia!»

Il vento soffiò tra l'imbarazzo generale e l'incredulità.

«Beh, non guardare me. Io questa volta non c'entro», commentò Ennoshita.

Facendo capannello attorno alle tre compagne, i due gruppi ritornarono alla propria postazione. Chiesero alle tre ragazze se preferissero tornare a casa, ma loro si sentivano ancora in forze per poter continuare. Sakura, inoltre, era determinata a volersi allenare nonostante tutto.

Mei venne fatta sedere all'ombra dell'ombrellone, e i compagni le passarono dell'acqua e un paio di mochi. Nessuno di loro distolse lo sguardo da lei mentre raccontava cosa fosse avvenuto; e, proprio mentre lo spiegava, realizzò l'accaduto e le lacrime le rigarono il viso in modo spontaneo.

Hinata le passò subito un braccio attorno alle spalle. «Ricordati la regola numero uno... E poi ricordatene un'altra: il peggio è già passato, ora c'è solo il futuro», disse il suo amico con tono dolce, cercando di confortarla.

«Sei qui tra noi, Mei», le disse Yachi, sorridendole.

«Guardati attorno», aggiunse Shimizu, annuendo.

Lo sguardo appannato della ragazza colse i sorrisi gentili di ognuno dei suoi amici.

«Sei stata coraggiosissima, devi andarne orgogliosa!» esclamò Nishinoya, portando le mani dietro la nuca.

Ognuno di loro le rivolse una parola di conforto, cosa che la aiutò a calmarla e a smettere di singhiozzare.

Quel silenzio, però, catturò l'attenzione di Ennoshita che, voltandosi, vide che anche Kaori stava piangendo, premendosi i pugni contro le guance. Anche lei, tuttavia, venne subito circondata dai propri compagni.

«Non dovete lasciarvi spaventare. Le cose brutte capitano», disse Sakura ad alta voce, con le braccia incrociate sul petto. «Se ci lasciamo sopraffare da esse, sprofonderemo solo nel baratro.»

Kaori e Mei la guardarono, stupite da come lei mantenesse il controllo. Lo stesso stupore passò sul volto di tutti gli altri.

Kaori, ancora tremante, si alzò in piedi. Portò i pugni all'altezza del petto e annuì. «Sì, capitano!»

Anche Mei si alzò per mostrare la propria determinazione. «Sì, capitano!»

Sakura guardò entrambe, ma si soffermò maggiormente su Mei. Quest'ultima lo notò subito: la capitana non la stava più guardando con disprezzo. Forse non ancora con ammirazione, ma per la prima volta non sentì i suoi occhi fiammeggianti puntati addosso.

La numero uno della Shiroi Chō si voltò, recuperò il pallone e disse al suo gruppo di prepararsi per l'allenamento.

«Certo che è una roccia», ammise Tsukishima, parlando quasi più tra sé e sé.

Kaori, però, lo sentì e si fermò un attimo prima di raggiungere il campo. «Lei non piange mai... da quando le era morta la madre, qualche anno fa, credo di non averglielo mai visto fare.»

A quell'affermazione, Tsukishima rimase pensieroso.

Il pomeriggio trascorse molto più tranquillo, tra i richiami concitati dello Shiroi Chō durante l'allenamento e le proteste del Karasuno, i cui membri stavano litigando su chi avesse barato a carte. A un certo punto, Sakura richiamò anche Mei: del resto lei era una Farfalla, e allenarsi con le sue vere compagne di squadra le avrebbe sicuramente giovato.

Tuttavia, giocare con il pensiero ancora rivolto a quanto accaduto dopo pranzo la rese impacciata e poco concentrata. Di nuovo Mei si ritrovò a scusarsi con il gruppo, ma stavolta, invece di ricevere un rimprovero, la capitana le si affiancò.

«Fa' finta che la palla sia quel bastardo che ti ha insultata a quel modo. Non vorresti dargli una lezione?»

Mei digrignò i denti. Poi annuì con decisione.

Gli altri non compresero cosa Sakura le avesse sussurrato, ma quelle parole fecero ritrovare alla ragazza la grinta necessaria per rispondere alle battute con molta più decisione.

Arrivò così il tramonto: l'aria iniziò a farsi più fresca e qualcuno avanzò la proposta di tornare a casa. Sakura, però, non si vedeva da nessuna parte; qualcuno disse di averla vista allontanarsi verso gli scogli.

Yamaguchi si guardò attorno. «Dov'è Kei?» chiese, grattandosi la testa.

Sakura, dopo quello che era successo, aveva sentito il bisogno di allontanarsi, di prendersi un momento per sé. Aveva fatto il suo dovere, aveva sostenuto la squadra; forse lo aveva fatto davvero solo in quella specifica occasione. Del resto, il suo obiettivo era uno e uno soltanto: diventare una pallavolista professionista, esattamente com'era stata sua madre prima di lei. Quelle compagne di scuola non erano altro che mezzi per raggiungere il suo scopo, strumenti che le servivano abili e caparbie come lei. Non sopportava le ragazzine che giocavano tanto per fare, solo perché si divertivano a scambiare qualche palleggio: per lei la pallavolo era una cosa seria.

Il volto sorridente di Mei, mentre esultava con i ragazzi del Karasuno, le tornò in mente quasi in modo violento. Perché lo faceva? Era solo una partitella sulla spiaggia.

Con questi pensieri raccolti dentro di sé, Sakura portò le mani dietro la schiena e si appoggiò a uno scoglio.

Il sole, ormai basso sull'orizzonte, proiettava sull'acqua una lunga scia di riflessi dorati e cristallini, che si infrangevano sulle onde leggere creando un effetto scintillante. Il cielo era dipinto con sfumature di arancione, oro e rosa, attraversato da nuvole soffici illuminate dalla luce del crepuscolo. La luce calda del tramonto disegnava delicatamente il profilo della giovane, creando un sottile contorno dorato lungo i capelli e le spalle curve, mentre il volto rimaneva in parte avvolto dall'ombra.

«Mi spieghi perché mi hai seguito?» disse a un certo punto.

«Secondo te, dopo quello che vi è successo, ti lasciavo andare da sola?»

Dall'altro lato dello scoglio si trovava Tsukishima, appoggiato anche lui con la schiena alla roccia e rivolto quasi completamente verso l'orizzonte. In controluce, di lui si vedeva quasi esclusivamente la silhouette leggermente muscolosa e slanciata. I raggi del sole catturarono le lenti dei suoi occhiali, restituendo un piccolo riflesso luminoso. Anche lui sembrava in contemplazione.

«Quindi mi stalkeri?»

«Sei proprio una stronza...» rispose lui sbuffando. Diede un colpo di reni e fece per andarsene.

«Aspetta», disse Sakura, mantenendo lo sguardo basso. «Resta.»

Tsukishima tornò ad appoggiarsi allo scoglio.

«Ti hanno messo le mani addosso?» le chiese il ragazzo.

«Sono stata io a mettergliele», rispose lei.

Tsukishima sorrise, soffiando leggermente dalle narici.

«Sai, ora capisco perché sei venuta a spiarci l'altro giorno.»

Sakura sospirò. «Te l'ho detto, non stavo spiando.»

«Sì, invece... ma non il nostro gioco. Volevi scoprire come fa una ragazzina impacciata a ritrovarsi tutti quegli amici, nonostante non sia una cima nella tua adorata pallavolo.»

Sakura assottigliò lo sguardo, ma non rispose.

«Perché per te la pallavolo è così importante?» la incalzò Tsukishima. «Perché non riesci a divertirti?»

«Non sono affari che ti riguardano», tagliò corto lei.

«Hai ragione, non lo sono... ma sbaglio se dico che oggi tu l'hai capito?»

«Non l'avevo mai vista così determinata fino a ora... mi ha persino intercettato le battute», ammise Sakura, tradendo una certa sorpresa.

«Fidati, non c'è stata nessuna bacchetta magica. Ha ottenuto il permesso di allenarsi con noi per un solo mese, una volta a settimana: il che significa che in tutto è stata in palestra con il Karasuno per appena cinque giorni. Secondo te, in cinque giorni si possono imparare chissà quali mosse speciali?»

«E allora come ha fatto a compiere quel salto di qualità?» chiese la capitana, leggermente esitante.

«Semplicemente, qualcuno ha creduto in lei. Di fronte ai suoi inciampi nessuno ha infierito facendole lo sgambetto, ma l'ha aiutata a rialzarsi.» Tsukishima girò leggermente il capo per guardare Sakura, che continuava a dargli le spalle. «Tu vuoi essere notata da una commissione universitaria, giusto? Ma non è mostrandoti come una dea tra le tue sottoposte che otterrai quel posto.»

«Sembri saperla lunga, tu.»

«Non per i tuoi stessi motivi, ma sì: anche io per un periodo non provavo chissà quale divertimento. Per me era solo un club scolastico a cui ero portato», ammise, chinando il capo e abbassando la voce. «E ho visto con i miei occhi a cosa porta la troppa ossessione per qualcosa.» Fece una breve pausa. «Fidati delle mie parole se ti dico che più pretenderai troppo da te stessa, più il tuo obiettivo si allontanerà.»

Lo sguardo di Sakura tremò. Quelle parole erano in totale disaccordo con quelle che l'avevano guidata fino a quel momento.

«E che cosa dovrei fare, allora, secondo te?» chiese, sollevando il capo con un mezzo sorriso amaro sul viso. «Mettermi ad abbracciare le mie compagne per ogni punto segnato? Esultare in maniera euforica come quel tuo compagno dai capelli rossi?»

A Tsukishima scappò una risata. «Per carità, neanche io amo quelle smancerie... benché qualche volta, ammetto, mi sia unito anche io.» Con lo sguardo seguì due gabbiani che volavano a pelo d'acqua. «Limitati a fare quello che hai fatto oggi. Ricordati di incoraggiare le tue compagne quando loro stesse non riescono a reggersi in piedi. Non permettere che ci siano degli screzi tra di loro. Tenerle unite, difenderle e combattere per loro e con loro... credi di riuscirci?»

Sakura si strinse nelle spalle e lasciò andare le braccia lungo i fianchi. «Forse.»

«E poi un'altra cosa», aggiunse Tsukishima. Allungò il braccio e le afferrò la mano. «Se ti sei spaventata, non devi trattenerti solo per far vedere che sei forte. Ricordati che i tuoi amici sono qui per te.»

La mano di Sakura tremò, allora lui gliela strinse un po' di più, per farle capire che era lì presente. Non si voltò a guardare la reazione di lei. Ignorò le sue spalle tremanti e il fatto che si fosse nascosta il viso dietro l'altra mano. Non c'era bisogno di dire o fare niente.

Solo esserci...


Le immagini presenti in questa storia sono generate tramite strumenti di intelligenza artificiale e hanno esclusivamente finalità illustrative. Non rappresentano materiale ufficiale e non sono destinate a diffusione o utilizzo al di fuori di questo contesto.

Commenti

I commenti sui singoli passaggi si aprono dal fumetto accanto al testo; qui sotto trovi solo i commenti al capitolo intero.

Caricamento…