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«Ricordati, Sakura, che l'abito fa il monaco. Non credere a quelle sciocchezze che ti propinano in cui ogni diversità ha la sua unicità. A questo mondo, o sei il massimo o non sei che un numero senza volto» aveva detto quella voce femminile.
Sakura era cresciuta con quella convinzione, e il tempo e la società le stavano dando sempre più conferma di ciò. Doveva essere il meglio del meglio e non sarebbe stata affossata dagli anelli deboli.
Perché allora una pappamolle come Mei trovava comunque degli amici sinceri? Perché quello spilungone con gli occhiali l'aveva difesa e invece a lei aveva dato della stronza?
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Quando Mei e Himawari si diressero nel centro città per fare compere, la numero quattordici della Shiroi Chō non aveva assolutamente idea di cosa comportasse "diventare bella per i ragazzi".
«Prima devi pensare alla skin care! La skin care è la base per un viso luminoso!» le aveva detto Himawari, immediatamente immedesimata nel suo ruolo di insegnante, non appena arrivate a destinazione. E Mei aveva estratto il quaderno dalla cartella per prendere appunti.
«Devi detergere il viso e utilizzare un pannetto solo per pulirti la faccia, non utilizzare quello delle mani che è sporco. Poi ti devi tamburellare il viso con le dita o utilizzare un rulletto per liftare. Utilizza lo scrub, ma non tutti i giorni: una volta a settimana.»
«Sì, maestra!» rispose lei, facendo fumare la matita sul foglio.
«Devi prendere il fondotinta adatto alla tua pelle, non sono tutti uguali e soprattutto è importante il contouring, quindi devi prendere due tonalità differenti, ma non puoi metterlo a caso. Il tuo viso tondo non può avere il mio stesso disegno, che invece è a triangolo.»
«Sì, maestra!»
«Poi si passa alle ciprie, ai blush, agli ombretti, ai mascara e agli eyeliner. Anche per questi devi trovare le tonalità e i disegni adatti al tono della tua pelle e alla forma del viso» poi si voltò e soppesò nel palmo una ciocca dei capelli ribelli di Mei, alzando un sopracciglio. «E come ti ho detto, devi dare una sistemata, altrimenti il trucco non basta.»
La guardò da capo a piedi. «E spero tu abbia anche un'altra gonna, oltre a quella della divisa scolastica.»
Mei divenne subito rossa. «Mio... mio cugino mi sta confezionando dei vestiti, ma non gli ho chiesto gonne!»
Himawari si lasciò andare a un facepalm.
«Senti, Hima, trovo tutti i tuoi consigli interessanti ed utili» disse poi Mei, abbassando lo sguardo e stringendo la tracolla a sé. «Ma sei sicura che a Nishinoya non potrei piacere, se magari invece mi concentro di più sulla pallavolo? Anche lui ama questo sport, magari dall'ammirazione...»
«Mi hai parlato di questa Shimizu per cui sbava dietro... lei è una giocatrice di pallavolo?»
Mei scosse il capo. «Era la loro manager fino all'anno scorso.»
Himawari strinse appena le labbra. «Allora vuol dire che stava tutto il tempo seduta su una sedia a compilare schede, non ha mai fatto nulla di veramente distintivo, eppure le andavano dietro.»
«Li ha supportati e ha fatto il tifo per loro.»
Himawari scosse il capo. «Chiunque può farlo.»
Mei si guardò alla vetrina, notando quello che la compagna le aveva già detto: capelli spettinati ed acne in evidenza. Poi pensò a Shimizu, così bella e slanciata.
Estrasse il cellulare dalla tasca e rilesse l'invito di Yachi ad andare al mare quella domenica e subito lo sguardo le divenne viola. Lei non aveva un costume.
Quando tornò a casa dalle compere, la madre per fortuna non era ancora rincasata. Con diverse bustine tra le mani, provenienti dai negozi di cosmetica e dalle profumerie in cui era stata, entrò alla chetichella per poi correre in cameretta e chiudersi la porta alle spalle, come se la stesse inseguendo un mostro.
Rovesciò il contenuto delle buste sul letto e, ancora una volta, sul suo viso si dipinse il disagio più totale. Se per la detersione quotidiana poteva ancora cavarsela, per il resto quei rossetti, quel piegaciglia e tutto il kit rimanente le sembravano oggetti provenienti dallo spazio.
Prese un rossetto color malva che la commessa le aveva consigliato perché adatto al suo incarnato, ma indugiò un secondo di troppo su quel tubetto a forma di supposta. Provò a passarselo sulle labbra. Ricordava che nelle riviste le modelle avevano labbra molto grandi, forse quindi doveva andare oltre il contorno naturale delle sue.
Fece un tentativo.
«Ma... ma sono un pagliaccio!» esclamò, storcendo la bocca. Come facevano allora quelle?
Provò a metterlo e toglierlo più volte, ma il tentativo di andare oltre i bordi si rivelò sempre un fallimento. Alla fine si arrese, limitandosi a seguire la forma naturale delle sue labbra.
Si guardò per un attimo allo specchio. Effettivamente quel colore né la spegneva, né risultava una patacca fuori posto.
Lo sguardo passò dal proprio riflesso alla foto appesa alla bacheca di sughero, scattata durante la festa di compleanno del suo sensei, concentrandosi sulla figura esultante di Nishinoya. Tornò quindi allo specchio e si sporse in avanti. Stampò un bacio sulla superficie fredda e riflettente, lasciando l'impronta delle labbra. Rimase a osservarne la forma. Sembrava carina, se solo non avesse saputo chi fosse stata a lasciarla.
Divenne improvvisamente rossa e ripulì lo specchio con frenesia. Himawari l'aveva decisamente coinvolta fin troppo con quella storia di conquistare i ragazzi attraverso tutte quelle chincaglierie.
Per l'ennesima volta riprese il cellulare, rileggendo il messaggio lasciato da Yachi a cui non aveva ancora risposto. Si strinse una mano al cuore e si morse le labbra, veramente combattuta. L'idea l'allettava, ma la voce insicura nella sua testa la frenava.
Strizzò gli occhi per un attimo, mentre camminava nervosamente nella stanza, poi prese un profondo respiro. La regola numero uno del suo sensei tornò a farsi spazio nella mente. Ormai era divenuto il suo mantra.
A un certo punto, nel camminare, urtò con il piede la sua palla da pallavolo, che rotolò in avanti di qualche centimetro. La prese tra le mani e prese una decisione solenne: se avesse fatto cento palleggi di fila sarebbe andata, altrimenti avrebbe inventato una balla e sarebbe rimasta a casa.
Uscì dall'appartamento e si diresse nel cortile del palazzo, dove era solita allenarsi, e lì iniziò a fare quanto si era detta.
Uno, due, tre, quattro palleggi contro il muro. La palla le sfuggì di mano, emettendo un suono ovattato.
Mei la fissò per un attimo, lì immobile. Deglutì e strinse i pugni.
«Questa non vale, è solo una prova.»
Riprese il pallone e riprovò.
Dieci palleggi, quindicesimo palleggi. La palla cadde di nuovo.
La ragazza inspirò a fondo. «C'era vento... riproviamo.»
Così fece ancora e ancora, trovando sempre una scusa, riprendendo sempre la palla in mano e ricominciando i palleggi, mentre l'arco solare nel cielo compiva il suo tragitto verso il tramonto. E ogni volta riprovava: sessanta palleggi, venti, cinquanta. Provava e riprovava, ma al numero cento non arrivava mai.
Iniziò a sentire una certa urgenza. Forse era davvero destino che non dovesse andare? Forse era meglio così, tanto con l'affascinante Shimizu e la graziosissima Yachi di mezzo lei avrebbe fatto solo la figura della polpetta impanata nella sabbia. Almeno, se l'avessero vista solo nelle vesti della giocatrice, nessuno si sarebbe concentrato sulle sue abbondanze.
«Ragazzina, la smetti di battere quella palla contro il muro? Ora vengo lì e te lo buco, se non la smetti immediatamente! Sono ore che vai avanti!» urlò improvvisamente un vecchietto furibondo, affacciandosi alla finestra e agitando il pugno in aria.
Mei incassò la testa nelle spalle e divenne completamente rossa. «Mi s-scusi, signor Ogawa... la smetto immediatamente.»
Si strinse il pallone al petto e fuggì via, quasi fosse una ladra, per tornare a rifugiarsi in casa.
Lasciò andare la palla in un angolo della camera e si buttò di peso sul letto, il quale cigolò lievemente sotto il peso improvviso. Stancamente, gettò un occhio all'orologio. La madre sarebbe arrivata a minuti, ormai.
Riafferrò il cellulare e riaprì il messaggio di Yachi.
Non era arrivata a cento palleggi, quindi non sarebbe andata. Iniziò a premere i tasti, cercando di formulare una frase carina e convincente. Certo, se le avesse detto che non ci veniva perché si vergognava, la sua amica sarebbe andata su tutte le furie. Magari poteva dirle che purtroppo proprio in quei giorni era indisposta e non se la sentiva, oppure avrebbe potuto prima dire di sì e poi all'ultimo inventarsi un mal di pancia improvviso. Oppure una festa di compleanno a cui non poteva rinunciare. Scrisse e riscrisse più volte la risposta, riportando ogni volta una di quelle scuse, ma al momento dell'invio non riuscì mai a premere davvero quel tasto.
Inspirò a fondo. Lei voleva davvero andarci. Voleva davvero trascorrere quella domenica con i suoi amici, nuotando, scherzando, facendo un picnic e magari azzardando un paio di palleggi. Non voleva trascorrere quel giorno chiusa nella sua camera, in penombra, giocando a un videogame o guardando un film; lo aveva sempre fatto.
In quel momento ricevette un nuovo messaggio, questa volta da suo cugino Asahi, che le diceva esultante di aver finalmente preso la patente: per quella domenica ci avrebbe pensato lui a portare lei e chiunque avesse bisogno di un passaggio.
Il cuore della ragazza iniziò ad accelerare. Non c'era nemmeno più il problema di dover prendere il treno, riempiendosi di scomodi bagagli da portare a mano.
«Sono veramente una pappamolle!» si disse, in un moto di rabbia.
Tornò alla schermata dell'invito e con decisione scrisse che ci stava e che le faceva molto piacere. Finalmente il pollice premette "invio" senza alcuna esitazione. Subito dopo, però, lo sguardo tornò viola: aveva dimenticato il fatto che non aveva il costume. Lo comunicò immediatamente a Yachi che – a differenza sua – rispose subito con un "non ti preoccupare, domani io, te e Shimizu ce ne andremo a comprare uno", con tanto di pollice in su ed emoji con l'occhiolino. Il cellulare le cadde dritto in faccia; non sapeva se essere felice o se doveva riprepararsi a quel tour bis tra i negozi, come accaduto nel pomeriggio.
Inarcò le sopracciglia, illuminandosi per un attimo in viso, e rapidamente scrisse ad Himawari per chiederle se per caso anche lei avesse piacere di venire con loro al mare domenica. Dopotutto anche lei li aveva conosciuti ed era certa che si sarebbe trovata bene. Himawari però le rispose quasi subito scusandosi: quella domenica usciva con il fidanzato, ma le augurava buon divertimento e soprattutto di non mettersi a sbavare troppo dietro l'uomo dei suoi sogni in versione costume da bagno.
La madre di Mei dovette affacciarsi alla camera per assicurarsi che la figlia fosse viva, trovandola ferma immobile sul letto, completamente rossa e con quello che doveva essere un misto tra il sorriso e l'imbarazzo più totale.
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Il giorno dopo, le tre ragazze si incontrarono nel pomeriggio. Yachi quasi saltò addosso a Mei per la contentezza, visto che non si vedevano da qualche giorno, e mostrò lo stesso calore nei confronti di Shimizu, che non incontrava dalla festa di compleanno di Hinata.
Sia Mei che Yachi rimasero a bocca aperta quando l'ex senpai mostrò loro una rivista, uscita proprio il giorno prima, in cui posava per una linea di costumi da bagno. Con il suo portamento delicato e lo sguardo intelligente ma non austero – senza occhiali, poi, appariva ancora più luminosa – persino i lineamenti del suo viso trasmettevano qualcosa di nuovo. Complici la spiaggia e il mare, pareva che la natura, alla nascita, le avesse dato un bacio in fronte dicendole: «Vai a conquistare tutti i cuori».
«Pensavo di portarvi proprio in uno dei negozi di questo brand» spiegò la giovane donna. «Magari ci fanno un po' di sconto, visto che sono un loro volto.»
Yachi le diede una leggera gomitatina. «Sei proprio una volpe!»
Shimizu sorrise lievemente. «Dopo tutte quelle ore sul set, direi che me lo merito.»
Mei indugiò ancora qualche attimo sulla rivista che aveva tra le mani e si strinse appena nelle spalle, sorridendo debolmente.
Era una splendida giornata estiva ma, nonostante l'afa, le tre amiche non patirono particolarmente il caldo, beandosi della compagnia reciproca. Si recarono in una pasticceria per fare merenda, poi in un negozio di animali per farsi venire gli occhi a cuoricino davanti ai cuccioli in esposizione e, infine, si scattarono alcune foto all'interno di una cabina per fototessere, sfoggiando smorfie buffe.
Con Yachi e Shimizu, Mei si sentiva proprio bene: riusciva a essere se stessa in maniera del tutto naturale.
Finalmente raggiunsero anche il negozio per cui Shimizu aveva fatto da modella. All'unisono, entrambe sospirarono quando l'aria condizionata le accolse, facendole tornare al mondo.
Il locale era ben arredato, con una predominanza di colori caldi, appositamente scelti per il periodo estivo o come richiamo a luoghi esotici. C'erano costumi di ogni genere: dal due pezzi a quelli interi, dalla brasiliana alla versione scuba, per rispondere a tutti i gusti e a tutte le esigenze.
Yachi si fiondò immediatamente verso un grazioso bikini lilla con le frange, ma subito dopo venne catturata da un altro modello con dei lacci che avvolgevano il corpo, collegando il reggiseno allo slip. Anche Shimizu si diresse nella stessa area, interessata ai modelli skirtini, in particolare a uno con le balze blu e a uno dalla fantasia psichedelica.
Mei, invece, non aveva idea di cosa scegliere. Guardò i tanga e storse la bocca, sentendosi quasi imbarazzata. Camminò in fretta tra i vari stand, mentre le altre due avevano già in mano tre o quattro opzioni.
«Mei, tu cosa hai preso?» la domanda di Yachi la fece cadere dalle nuvole. Non voleva sciorinarle la solita sfilza di paranoie sul fatto che non si sentisse a suo agio.
«Sì, ecco, ho fatto anche io!» afferrò il primo costume che la colpì per il colore e le raggiunse di corsa ai camerini.
Passò un po' di tempo. Shimizu e Yachi uscirono dalle rispettive cabine, complimentandosi a vicenda per gli acquisti e andandosi a sedere sulle poltroncine, in attesa che anche Mei sbucasse da dietro la tenda per mostrare la sua scelta. Il tempo però scorreva e sulla testa delle due amiche spuntò un grosso punto interrogativo.
«Mei, stai bene?» chiese Yachi.
Nessuna risposta.
«Meiii, avanti, esci di lì.»
Mei si sporse appena da dietro la tenda, facendo capolino solo con la testa e mostrando uno sguardo imbarazzato.
«Devo venire per forza con il costume? E se venissi in maglia e pantaloncini?»
«E non vuoi farti il bagno?» chiese Yachi, inclinando la testa di lato. «Guarda che dove andremo farà caldissimo e, a quanto ho capito, avremo un solo ombrellone per tutti.»
Mei abbassò lo sguardo e tornò a nascondersi dietro la stoffa.
Yachi sospirò. Aveva capito: le insicurezze dell'amica avevano ripreso ancora una volta il sopravvento.
Shimizu allora chiese di entrare nel camerino e Mei acconsentì. Una volta dentro, quest'ultima, che indossava un bikini blu, si abbracciò il petto e strinse le gambe.
«Farò venire il voltastomaco a tutti», mugugnò Mei a bassa voce.
«Perché?» chiese l'altra, alzando un sopracciglio.
«Ma guardami... io... io non posso mostrarmi così.»
Avendo indosso solo quel due pezzi, la cellulite e la pancia sporgente erano ben in evidenza.
Shimizu rimase qualche istante in silenzio prima di rispondere.
«Ti sto guardando e non vedo niente che possa farmi venire la nausea.»
Lo sguardo di Mei tremò per un attimo, poi la ragazza lo abbassò.
«Io non sono bella come te. Addirittura ti hanno chiamata a fare la modella, per quanto sei perfetta.»
Shimizu gonfiò le guance, cercando malamente di trattenere una risata, cosa che lasciò Mei del tutto confusa.
«Io perfetta, Mei?»
Senza aggiungere altro, portò le mani ai leggings e se li abbassò. Mei per un attimo divenne rossa per l'imbarazzo, ma poi il suo sguardo mutò in un'espressione di puro stupore.
Le gambe di Shimizu, che nella rivista apparivano lisce e magnifiche, in realtà presentavano molte cicatrici.
«Secondo te perché indosso i leggings anche con quaranta gradi?» proseguì la ragazza. «Me le sono fatte quando praticavo salto a ostacoli e mi hanno sempre causato un certo disagio.»
«Ma allora perché lì...?»
«Perché devono vendere, e il mercato non lascia spazio alle imperfezioni. Non mi hanno nemmeno permesso di tenere gli occhiali, non ci vedevo un accidenti... E non ero davvero al mare, stavamo su uno studio. Poi, con i programmi di ritocco in post-produzione, hanno fatto il resto.»
Mei fissò Shimizu, il cui sguardo ora si era fatto incerto. L'ex allieva del Karasuno aveva appena mostrato una parte intima di sé che, per sua stessa ammissione, non la faceva sentire bene con se stessa. Eppure si era esposta posando per quella rivista e aveva scelto il costume senza pensarci due volte.
Shimizu le posò una mano sulla spalla.
«Facciamo così: se tu verrai al mare in costume accettando come sei fatta, anche io allora ci verrò, sicura che non avrò nulla da nascondere.»
«Ma tu non hai nulla da nascondere!» esclamò Mei di getto.
Shimizu sorrise dolcemente. «Anche tu.»
Gli occhi di Mei divennero lucidi. Si morse il labbro e, in modo istintivo, l'abbracciò. Shimizu rimase un attimo sorpresa, ma poi contraccambiò la stretta.
Quando si staccarono, Mei si guardò allo specchio e fece una smorfia. «Questo, però, non mi piace davvero. Non credo che mi valorizzi.»
Shimizu rise piano. «Devi metterti ciò che ti fa stare bene. Non vuoi mostrare la pancia? Puoi sempre metterti un costume intero.»
Mei storse un po' la bocca. «Non vorrei però che mi si appiccicasse troppo.»
Lo sguardo dell'amica si illuminò. «Allora credo di avere la soluzione! Aspettami qui!»
Yachi vide Shimizu schizzare via come un fulmine. Nonostante non si allenasse più, la memoria fisica di quando praticava salto a ostacoli le era rimasta addosso. Tornò un paio di minuti dopo con un altro modello.
«Questo è un modello tankini», disse, porgendo a Mei il costume che aveva scelto per lei.
Il tankini presentava un raffinato equilibrio tra eleganza retrò e vivacità estiva. La parte superiore era di tessuto bianco, impreziosito da una stampa di grandi girasoli dai petali giallo dorato e dal cuore marrone scuro, disseminati tra piccoli pois neri. Il top, caratterizzato da una profonda scollatura a V, era formato da due ampie fasce che si incrociavano sul décolleté, risalivano fino al collo dove si chiudevano con una fascetta halter e proseguivano posteriormente in un morbido nastro da annodare sulla schiena, permettendo di regolare la vestibilità. La parte inferiore era costituita da uno slip a vita alta in una luminosa tonalità di giallo intenso, perfettamente coordinata con i colori dei girasoli. Il tessuto risultava arricciato sul davanti e sui fianchi, creando un delicato effetto modellante che valorizzava la silhouette, mentre sul lato destro un lungo fiocco annodato aggiungeva un tocco finale.
Quando Mei uscì dal camerino, lo sguardo di Yachi si illuminò.
«Ti sta davvero benissimo! Vedrai che figurone.» le si accostò immediatamente ed anche a lei dette una piccola gomitata. «Soprattutto con chi sai tu.»
Mei cadde all'indietro con le bolle alla bocca.
Shimizu e Yachi si guardarono perplesse. Forse per quel giorno le emozioni erano state fin troppe, per la loro amica.
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Quella domenica, i giocatori del Karasuno e gli ex membri Sawamura e Sugawara si legarono al dito lo scherzetto che Azumane aveva tirato loro. Dato che la sua macchina era omologata per quattro, era diventato lui il cavaliere addetto a portare le ragazze in spiaggia, mentre tutti gli altri erano stati costretti a prendere il treno.
«Un'ora di viaggio da solo con Shimizu... un'ora di viaggio da solo con Shimizu», ringhiarono Tanaka e Nishinoya per l'intera durata del tragitto, stringendo i pugni al petto e guardando verso l'alto.
Hinata ammise che si sarebbe accontentato persino di viaggiare nel bagagliaio pur di non dover prendere il treno anche per andare al mare, considerando che lo faceva già tutti i giorni per andare a scuola.
Alla fine, però, arrivarono quasi in contemporanea, così poterono cercare un posto dove accamparsi tutti insieme.
Quando Shimizu scese dall'auto con il suo skirtini nero dallo stile essenziale, Kinoshita dovette muoversi rapidamente affinché Tanaka non svenisse all'improvviso, proprio come era capitato alla festa di compleanno di Hinata.
La parte superiore era composta da un reggiseno con coppe morbide dalla leggera forma triangolare, impreziosite da una delicata lavorazione testurizzata che conferiva profondità al tessuto. La parte inferiore era costituita da una corta gonna aderente che avvolgeva i fianchi con eleganza. Il tessuto cadeva morbido lungo la silhouette e presentava un'arricciatura laterale regolabile tramite un sottile laccetto, che permetteva di modificare la lunghezza dell'orlo creando un delicato effetto drappeggiato.
Inoltre, la ragazza aveva con sé una borsetta e un cappello di paglia. Anche le altre due sfoggiavano il medesimo accessorio.
Yachi indossava invece un bikini a balze color corallo, con lo slip stretto sui fianchi tramite dei laccetti.
Lo sguardo di Shimizu indugiò per un attimo sulle proprie gambe. La luce del cielo terso metteva in risalto quei segni biancastri e quelle piccole grinze ancora visibili, nonostante la sua pelle fosse già di per sé molto chiara. Ma proprio in quel momento Tanaka, che si era ripreso dallo stupore iniziale, le fu subito accanto per aiutarla con la borsa frigo.
«Posso dirti che stai proprio bene?» le chiese il giovane sottovoce. Era leggermente arrossito e non aveva nemmeno il coraggio di guardarla negli occhi.
Shimizu abbassò a sua volta lo sguardo e un lieve rossore apparve anche sulle sue gote. «G-grazie mille.»
«Mei, hai portato la palla?» disse Hinata, non appena la ragazza estrasse l'oggetto dal retro della macchina.
Lei annuì. «Ho visto su internet che qui c'è un campo da beach volley, magari potremmo fare qualche battuta.»
Lo sguardo di Hinata si illuminò. «Non ho mai giocato sulla sabbia, ma la cosa mi ispira... ottima mossa, mia allieva!»
«Allenarsi in ogni occasione. È una delle tue regole, no?»
I due si batterono il cinque.
«Ma lo sai che il giallo ti dona? Dovresti indossarlo più spesso», aggiunse poi Hinata.
«Ah, davvero?» disse lei, presa in contropiede. Poi, però, alzò il pollice. «Ma se lo dice il mio sensei, allora ci credo!»
«Guardalo come gongola per il fatto di essere chiamato "sensei"», disse Kageyama, cogliendo il momento esatto in cui il compagno aveva gonfiato il petto orgoglioso del suo ruolo.
«Che vuoi? Sei solo geloso, trovati un tuo Padawan!» protestò lui.
Mei spostò silenziosamente lo sguardo su Nishinoya, intento a parlare con gli altri, e non poté fare a meno di chiedersi se anche lui pensasse che il giallo le stesse bene. Subito dopo, però, si diede una pacca sulla guancia: non poteva certo passare l'intera giornata a fissarlo in quel modo.
Tra il vociare e gli scherzi continui, il gruppo del Karasuno piantò l'ombrellone e stese i teli non molto lontano dal campo di beach volley.
I ragazzi si gettarono quasi subito in acqua e Yachi portò le mani ai fianchi: avrebbero potuto prima aiutare lei, le altre ragazze e Sawamura a sistemare il tavolo e i borsoni!
«Voi due dove pensate di andare? Date il buon esempio», disse Sawamura ad Azumane e Sugawara, che cercavano di svignarsela alla chetichella per unirsi ai compagni. «Tra l'altro non vi siete nemmeno messi la crema solare.»
«Il capitano perde il pelo ma non il vizio», sospirò Azumane.
«Ci abbiamo provato...» disse Sugawara, tornando indietro anche lui.
Poco dopo si unirono tutti agli schiamazzi in acqua, nuotando, schizzandosi e rincorrendosi. Mei aveva portato con sé anche la palla e alcuni di loro si misero a giocare a "schiaccia sette".
A un certo punto, mentre Mei cercava di recuperare il pallone prima che l'ennesimo conteggio andasse perduto, spuntò fuori dall'acqua Nishinoya, che stava facendo qualche immersione con la maschera. La ragazza se lo ritrovò a pochi centimetri dalla faccia, cosa che le provocò una reazione così improvvisa da farla drizzare e poi cadere all'indietro a morto a galla, con tanto di bava alla bocca.
«Scusa Mei, ti ho spaventata?» chiese Nishinoya, scoprendosi il viso, leggermente preoccupato.
«Per forza, le sei apparso all'improvviso come un mostro marino!» lo rimproverò Kinoshita.
«Io non creo sia per questo», sussurrò divertita Yachi, accostandosi all'amica giusto per assicurarsi che fosse ancora viva, toccandole la guancia con un dito.
«Ragazzi, prima che si faccia ora di pranzo, vi va di giocare un po' a beach volley?» chiese Hinata, stringendosi la palla al petto e cercando con lo sguardo l'appoggio degli altri.
«Ma sai almeno come si gioca a beach volley?» chiese Tsukishima, con una mano sul fianco e alzando un sopracciglio.
«Non è come la pallavolo, solo che stiamo su una spiaggia?»
Tsukishima scosse il capo. «È simile, ma non uguale», iniziò a spiegare. «Nel beach volley si gioca in due contro due su un campo di sabbia più piccolo... un otto metri per otto, rispetto al nostro nove per nove. Le partite si vincono al meglio dei tre set a ventuno punti.» Spostò il peso da una gamba all'altra. «A differenza della pallavolo indoor, il muro conta come primo tocco e non è ammesso il tocco morbido, ovvero il pallonetto, con le dita aperte.» Poi buttò un occhio in generale sui compagni. «Il tocco di palleggio è molto più severo: non è consentita alcuna rotazione della palla e deve essere eseguito in modo perfetto e pulito, pena il fallo... E per concludere, è permesso invadere lo spazio o il campo avversario, purché ciò non ostacoli il gioco della squadra opposta.»
Incrociò le braccia. «Queste per ora sono le linee di massima. Perciò, se vogliamo giocare tutti a rete senza perderci in turni interminabili, ci conviene giocare al solito modo, con il solo handicap della sabbia.»
Hinata lo guardò con occhi luminosi. «Sai, per un attimo mi è sembrato di sentire in sottofondo la sigla di Quark. Sei veramente coinvolgente quando spieghi!»
Tsukishima rispose con una smorfia: non aveva idea se ringraziarlo per il complimento o affogarlo per la presa in giro.
Una volta asciugati e rimessa la crema solare – non senza che Tanaka e Nishinoya quasi si azzuffassero per farsela spalmare da Shimizu – i ragazzi si organizzarono rapidamente per disporsi sui due lati del campo. Yachi avrebbe fatto da arbitro, mentre Shimizu si sarebbe occupata del segnapunti.
Aprì le danze Sawamura con una schiacciata delle sue, dimostrando di non aver ancora perso il tocco, a cui Hinata rispose in difesa con un bagher.
Il numero dieci del Karasuno si accorse immediatamente della grande differenza tra un campo classico da pallavolo e quel terreno irregolare e sabbioso. Era davvero molto più difficile correre e saltare con il tempo giusto. Se ne rese conto soprattutto quando si trovò a saltare per schiacciare la palla alzata da Kageyama: i balzi incredibili che compiva di solito non gli riuscivano o, se ci riusciva, era a costo di una gran fatica. No, in quella situazione i classici schemi non potevano funzionare.
Anche Nishinoya si trovò in difficoltà con il suo leggendario "Rolling Thunder": rotolandosi nella sabbia, infatti, ne sollevò una tale quantità che gli finì dritta in bocca, costringendolo a fermarsi un attimo per tossire.
Prendere la rincorsa per caricare la battuta si rivoltò contro chiunque ci provasse, portando spesso a lanci del tutto imprecisi. In poco tempo, tra la sabbia instabile e il sole che picchiava forte, i giocatori si ritrovarono con il fiato corto e grondanti di sudore.
«Stai bene, Mei?» chiese Hinata dall'altra parte della rete. Era leggermente accigliato nel vedere che l'amica aveva forse più fiatone di tutti, con le braccia puntellate alle ginocchia che le tremavano appena.
La ragazza, però, rispose accennando un gran sorriso carico di determinazione.
Hinata ricambiò il sorriso. «Ti ho attaccato la mia testardaggine, eh?»
Mei sollevò leggermente il capo, asciugandosi la fronte con il dorso della mano. «Ce l'avevo già, tu mi hai semplicemente aiutata a tirarla fuori, eheh!»
La partita continuò: nessuno di loro aveva intenzione di arrendersi. Anzi, il fatto che la sabbia non li stesse facendo giocare al meglio delle loro possibilità venne raccolto come una sfida.
Questo valeva soprattutto per Hinata, che si chiese seriamente come potesse essere una vera partita di beach volley. Gli piaceva il mare, gli piaceva stare all'aria aperta, e la consapevolezza che lo sport del suo cuore si potesse tranquillamente praticare anche in quel modo fece sorgere in lui un dubbio profondo: non avrebbe forse dovuto approfondire l'argomento?
«Mia!» dichiarò Mei, ora in seconda linea, vedendo la palla lanciata da Yamaguchi, spinta molto in alto.
Come al solito, il ragazzo aveva fatto un lancio a effetto, perciò, seppur lunga, la palla poteva benissimo cadere a piombo nel campo avversario all'improvviso. Ormai la ragazza conosceva il suo metodo. Ma nella concitazione di rincorrerla, il piede inciampò su una duna e la sbilanciò in avanti. Corse, cercando di rimanere in equilibrio mentre aveva ancora le braccia tese e gli occhi puntati sul pallone, ma alla fine cadde sulla sabbia assieme a essa.
«Attenzione a non lasciare una voragine», la schernì una voce, con tono divertito.
Quando Mei sollevò lo sguardo verso l'alto, con espressione incredula, incrociò gli occhi azzurri di Akane, la quale la fissava a sua volta con la solita espressione perfida.
Tra i presenti calò il silenzio.
«Che ci fai qui?» chiese Mei, con la voce leggermente tremante.
«Mi godo una domenica al mare, ma a quanto pare i trichechi hanno invaso la spiaggia.»
In quel momento Tsukishima, che stava bevendo dalla sua borraccia, si voltò, notando che nel gruppo appena sopraggiunto c'era anche Sakura.
La ragazza incrociò il suo sguardo e, in tutta risposta, strinse le braccia al petto e lo distolse, infastidita.
Oltre a loro due c'era Kaori, che sorrideva da dietro la spalla di Akane, e altri ragazzi e ragazze della loro combriccola, che si lasciarono andare a risatine divertite.
La leader del gruppetto la squadrò, soffermandosi sul suo tankini giallo.
«E quel costume? Girasoli? Davvero credi che basti un po' di colore a nascondere tutte quelle abbondanze? Fai proprio ridere, Mei. Certe persone dovrebbero coprirsi, invece di mettersi in mostra.»
Mei sentì il sangue raggelarsi. Istintivamente incassò la testa nelle spalle e si strinse le braccia al petto, desiderando solo che la terra si aprisse sotto i suoi piedi. Le parole di Himawari sull'apparenza e i suoi mille complessi tornarono a galla come un macigno... e si odiava per il fatto di essere ricascata in quel vortice di pensieri. Era un anello debole. Una pappamolle. Avevano ragione loro.
«C'è qualche problema qui?» La voce profonda e calma di Shimizu interruppe bruscamente le risate. L'ex manager si fece avanti, affiancando Mei.
Quest'ultima vide chiaramente lo sguardo di Akane scivolare prima sul volto perfetto di Shimizu, con una nota di rabbia, per poi calare sulle sue cicatrici. Akane sorrise, come se fosse pronta a colpire con una battuta acida anche lei, ma Mei non glielo permise.
«Adesso basta. La spiaggia è grande. Girate i tacchi.»
«Ti vuoi fare ancora più grossa di quello che sei?» la schernì Akane. «Solo perché hai i tuoi corvetti a coprirti le spalle.»
«Ehi tu, si può sapere che vuoi?» intervenne Nishinoya, agitando l'indice.
Akane si chinò su di lui, sfruttando i suoi quasi venti centimetri di differenza, e nel farlo il suo abbondante petto, sostenuto da un reggiseno azzurro ricamato, venne messo in risalto. Nishinoya divenne rosso e dovette sforzarsi di concentrarsi sui suoi occhi ma, essendo anche quelli bellissimi, per un attimo si irrigidì perdendo la concentrazione.
«Certo che al Karasuno c'è la fiera dei tappetti, devo dire», commentò la ragazza con un sorriso divertito.
A Mei uscì fumo dalle orecchie e non ci vide più dalla rabbia. Diede una spinta così forte ad Akane per allontanarla da Nishinoya che la rivale sarebbe caduta all'indietro di sedere, se Kaori non l'avesse afferrata al volo.
«Cicciona di merda!» sbottò la giovane. «Non solo ci tradisci, ma adesso alzi anche le mani?!»
«Chiamami come ti pare, ma non devi insultare i miei amici!» rispose Mei con le lacrime agli occhi, asciugandosi la guancia con il palmo per sfogare il nervoso e la sorpresa dovuta a quel suo stesso gesto audace.
«Se non fossi una ragazza ti avrei preso a pugni seduta stante!» urlò Nishinoya, che ora non provava più alcun imbarazzo ed era realmente infuriato. «Scusati immediatamente con lei!»
«Cerchi rogna, nanerottolo?» si intromise uno dei ragazzi con tono minaccioso, facendosi avanti. Il tipo era grosso il doppio di lui e il libero del Karasuno sudò freddo.
«Siete voi che siete venuti a importunarci», disse Tanaka, piazzandosi davanti a Shimizu. «Come ha detto la nostra amica, la spiaggia è grande. Che cosa volete?»
«Siamo venuti per il campo da pallavolo, l'altro è troppo lontano», spiegò Kaori. «Quindi ora sloggiate, che questo serve a noi.»
In quel momento tutti capirono che le persone che avevano di fronte erano i giocatori della Shiroi Chō, venuti al mare proprio quel giorno e – esattamente come il Karasuno – intenzionati ad allenarsi in vista del ritiro. La tensione divenne palpabile e i due gruppi si squadrarono in cagnesco.
«Adesso basta», disse Sakura, spezzando la maretta e facendo un passo avanti. «Come capitana della squadra femminile, mi scuso per il comportamento inadeguato dei miei compagni.» Akane la fissò, sollevando un sopracciglio contrariata. «Ma non per questo rinunceremo al campo», proseguì la numero uno. «Perciò credo che l'unico modo sia vedersela nell'unico modo che noi tutti conosciamo.»
«Sono d'accordo», annuì Ennoshita.
«La cosa, però, potrebbe andare per le lunghe, perciò vi propongo un tre contro tre», proseguì Sakura e, così dicendo, indicò se stessa, Kaori e Akane.
«Bene, allora a sfidarvi saremo io, Hinata e Kageyama», propose Ennoshita facendo un passo avanti.
«Se non vi dispiace, vorrei essere io a giocare al posto di Kageyama.» La voce di Mei giunse improvvisa, lasciando molti dei presenti a bocca aperta.
«Non lo faccio perché mi sento un corvo, io sono e rimango una farfalla!» aggiunse, prima che qualcuno potesse insinuare qualcosa. «Ma in questo momento sono con i miei amici e qui c'eravamo prima noi...» Il suo sguardo saettò dritto su Akane. «E di certo non ci sto a farmi insultare da un'oca senza ribattere.»
Akane digrignò i denti.
Sakura, invece, le lanciò un'occhiata prolungata. Incrociò le braccia al petto e sollevò il mento. «Davvero credi di poter battere noi tre?»
«Certo, perché credo in me e credo nella mia squadra!» ribatté la ragazza.
In quel momento, le parole di quella voce femminile rimbombarono nelle orecchie di Sakura, la quale assottigliò lo sguardo. Davvero Mei credeva di poter battere lei? Forse era migliorata grazie un pochino, ma rimaneva grassa e goffa, e quello era un dato di fatto.
Era giunto il momento di dare una bella lezione a quella raccomandata che faceva la gradassa solo perché in quel momento aveva i suoi amici a sostenerla.
Qualcosa si contorse nel suo stomaco, al solo pensiero.