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Quando Nishinoya non si rialzò subito, ma piuttosto si rannicchiò su sé stesso, tenendosi la mano sinistra con l'altra e stringendosela al petto, il gelò calò nella palestra.
Ukai si avvicinò.
«Ti sei fatto male?» chiese, tradendo una certa urgenza nella voce.
«Sono caduto sul pollice e si è piegato male» rispose lui a denti stretti.
«Fammi vedere.»
Si chinò per prendere la mano e provò a muovergli delicatamente il pollice.
Nishinoya rispose sibilando tra le labbra.
«Tranquillo, non è rotto. Hai solo una distorsione. Una pomata e per domani sarà già passato.»
«Mi dispiace... mi dispiace tanto...» disse Mei con voce tremante, stropicciandosi le dita all'altezza del petto.
«Ah, ma stai tranquilla tu» rispose Nishinoya, con un sorriso. «Non è la prima volta che quest'altri qua mi investono!»
«Sarà perché sei tu ad essere un fuscello?» lo canzonò Tanaka, con le braccia incrociate e l'aria beffarda, guardandolo dall'alto verso il basso.
«Ripetilo se hai il coraggio, pelato!» ringhiò Nishinoya, con una vena pulsante sulla tempia e un pugno agitato in aria.
«Intanto pure le ragazze ti mettono K.O.!»
«Guarda che se Mei...»
Non terminò la frase.
Si rese conto solo allora che Mei non c'era più.
Attenta, stava per investirti il rinoceronte!
Nel momento in cui Nishinoya era caduto a terra, quelle parole avevano ricominciato a tuonarle nella testa, scuotendola nel profondo.
Era corsa nello spogliatoio e lì si era precipitata a lavarsi la faccia, cercando di cancellare con l'acqua fredda quel pensiero e la profonda vergogna che provava.
Ciò che ritrovò nel riflesso furono soltanto un paio di spalle larghe e un viso infiammato.
Qualcosa di totalmente diverso dalla grazia di Kyoko o dall'aspetto atletico di Sakura.
«Mei, stai bene? Ti sei fatta male?» chiese Yachi, entrando nel locale, accompagnata da Himawari.
La ragazza scosse il capo mentre si asciugava il viso con il panno.
«Allora perché sei corsa via? L'allenamento non è finito, ti stanno aspettando.»
Mei divenne rossa in viso.
«Gli ho fatto male...»
«Sono cose che capitano. Avresti dovuto vedere Hinata e Tsukishima l'altro giorno, che botta, per murare!» disse Yachi, ridacchiando.
Questo, però, non risollevò l'amica.
Himawari avanzò, sorridendo dolcemente. «Lascia perdere quello che hanno detto oggi quei cretini. Scommetto che nemmeno si è accorto della tenda, talaltro, mi sembra un tipo molto spensierato per formulare certi pensieri.»
«Eh!? La tenda?» esclamò Yachi, colta di sorpresa.
Himawari allora si voltò verso di lei, con una smorfia lieve. «Akane, la ragazza che più di tutte la tormenta, si è accorta che Mei indossava una tenda alla festa ed oggi non ha perso occasione.»
Yachi si portò le mani al petto. «Eppure era così ben fatto...»
Himawari scrollò le spalle. «Quali che fossero le buone intenzioni, purtroppo le si sono rivoltate contro.»
«Non preoccuparti, Hitoka, sei stata bravissima e ti ringrazio.» disse Mei, sorridendole, cercando di confortarla.
Yachi strinse le labbra ed annuì.
«Avanti, ora torna di là» disse Himawari, dandole una pacca. «È il tuo ultimo giorno con loro, no? Vuoi chiudere questa esperienza rinchiusa qui dentro?»
«Himawari ha ragione.» si accodò la studentessa del Karasuno, prendendole la mano. «Ma puoi venirci a trovare tutte le volte che vuoi, ovviamente.»
Quando tornò in palestra, non osò rialzare lo sguardo. Sentiva tutti gli occhi puntati su di sé. Inoltre Nishinoya era ora seduto da un lato, che si teneva il pollice.
«Oh eccoti, finalmente... ragazzi, le ultime battute, poi basta così per oggi.»
Mei tornò in posizione. Ora, al posto di Nishinoya c'era Sanzo.
Si piegò sulle ginocchia, ma quando sollevò lo sguardo notò che Hinata era parzialmente voltato a guardarla, leggermente accigliato.
Yamaguchi fece un'altra schiacciata ad effetto, ma questa volta - per sollievo di Mei - andò verso Tanaka e lui la passò di nuovo a Kageyama che la passò ad Hinata e fecero punto.
Grazie alla rotazione, così, toccò allo stesso alzatore che non era esperto solo nel suo ruolo principale e Baki non arrivò in tempo.
Kageyama, fece punto sulla parallela ed Ukai suonò il fischietto, annunciando la fine della partitella.
«Bene, ragazzi, ora tutti qui riuniti!» annunciò Takeda, dopo gli ultimi esercizi di stretching che concludevano l'allenamento.
I giocatori del Karasuno e Mei si riunirono in semicerchio attorno all'insegnante. Quest'ultimo aveva un'aria seria e accigliata.
«Come sapete, nei prossimi giorni dovremo vedercela con delle vecchie conoscenze, ma anche con delle nuove leve. Ho saputo che quest'anno c'è stata un'attenta selezione, quindi potremmo trovarci di fronte a nuovi e formidabili avversari.» Spostò lo sguardo sulla ragazza. «Anche la Shiroi Chō annovera dei primini interessanti e da quest'anno Kenji Takeshi è il nuovo capitano della squadra. Per quel che mi risulta, è un tipo determinato.»
«Tu lo conosci?» chiese Hinata.
Mei scosse il capo.
«Mi raccomando, dovete divertirvi durante questo ritiro, ma rinnovo il mio avvertimento: fate attenzione. Ci stanno studiando molto attentamente.»
«Sì, maestro!» risposero in coro i ragazzi, facendo riecheggiare la loro voce determinata nella palestra.
Takeda sorrise.
«Bene, allora per oggi è tutto. Grazie per il vostro impegno.» Fece un passo avanti. «E oggi si conclude anche il ciclo di allenamenti della nostra nuova amica. Spero che ti sia trovata bene con noi.»
Il viso di Mei si velò d'emozione e subito dopo porse loro una serie di rapidi inchini per ringraziare e scusarsi al tempo stesso per il disturbo.
Ai ragazzi sfuggì una risata divertita.
«Grazie a te per averci fatto compagnia» disse Hinata, avvolgendole un braccio attorno alle spalle. «Ma ovviamente non dimenticarti che i nostri allenamenti non sono ancora finiti.»
Strinse il pugno e gli occhi gli si accesero.
«Sei pronta per la corsa di domani mattina.»
«S-sì.»
«Sì... come?»
«Sì, sensei!» rispose la ragazza, ancora più rossa, sollevando il mento.
«Non ci starai prendendo un po' troppo gusto, tu?» chiese Tsukishima con un mezzo sorriso, portandosi una mano al mento.
«Il ruolo del sensei è molto importante. Non è gusto, è un dovere!» rispose solennemente il ragazzo.
Poi si voltò verso Mei e la guardò con maggiore serietà.
«E un'altra lezione che ora devi imparare è che quando si sbaglia non si fugge. Si affrontano i propri errori.»
Mei si strinse nelle spalle.
«Parli di prima?»
Hinata annuì.
«Anche se non l'hai fatto apposta, andartene via così non è stato carino. Parla con Nishinoya e scusati come si deve.»
Lo sguardo della ragazza tremò. Guardò verso il numero quattro, che stava scherzando allegramente con Narita e Kinoshita, anche se continuava a tenersi il pollice. E se non gli fosse passata? Se gli fosse rimasto dolorante anche nelle settimane successive, compromettendo le sue prestazioni in campo?
Gli aveva chiesto scusa sul momento, ma poi era scappata via, sopraffatta dalla vergogna.
Guardò Hinata, che ricambiò con un'espressione determinata, come a volerle trasmettere fiducia.
Non doveva comportarsi da codarda.
Avanzò allora quasi a passo militare, tanto era rigida, finché non si fermò a pochi passi dal ragazzo, battendo il tacco contro l'altro.
Nishinoya e gli altri due si voltarono con aria curiosa e interrogativa.
«S-scusami tanto per averti fatto male» disse, porgendogli un inchino.
Nishinoya agitò una mano.
«Ma no, ti ho detto di non preoccuparti.»
«Non dovevo andarmene senza nemmeno aiutarti a rialzarti. Come compagna di squadra, questa è stata una mia mancanza.»
Il ragazzo sorrise, leggermente a disagio.
«Beh, ti ringrazio e accetto le tue scuse allora.»
Mei tirò un sospiro di sollievo e tornò dritta con la schiena. Poi abbassò lo sguardo sulla sua mano.
«Ti fa male?»
«Tira un po', ma passerà.»
«C'è qualcosa che possa fare per rimediare?»
«Ahahah, ma che rimediare?» disse Kinoshita. «Come se foss...»
«Oh sì, in effetti mi fa molto male!»
Improvvisamente Nishinoya assunse un'aria tragica e teatrale, al punto che il faretto della palestra sembrava essere puntato tutto su di lui, lasciando il resto in ombra.
«Forse i miei giorni di gloria sono finiti... e cosa accadrà mai al ritiro?»
Mei divenne viola e si portò le mani al petto.
«Oh no, è così grave? Io... io ti pagherò le spese mediche!»
«Non c'è nessuna medicina che possa aiutarmi in questo momento... tranne forse una.»
Mei era tutta orecchie.
Nishinoya fece una pausa studiata, lasciando crescere la suspense tra loro quattro.
Poi, improvvisamente, si sporse in avanti, le prese le mani e una miriade di fiorellini vorticanti sembrarò apparire attorno a lui.
«Mi prepari altri mochi al Gari-Gari-kun, Mei-chan?»
Narita e Kinoshita, dietro di lui, lo guardarono con espressioni lugubri e indignate. Approfittarsi così dell'ingenuità di una ragazza timida e ansiosa come Mei.
«Ma... ma ti avevo dato la ricetta l'altro giorno» provò a dire lei.
Lui allora rispose girando su sé stesso e simulando uno svenimento.
«Oh no, forse ho battuto anche la testa, gira tutta la stanza!»
Si lasciò cadere all'indietro e Mei, lasciandosi sfuggire un'esclamazione di stupore e spavento, lo afferrò al volo per le braccia.
Lo guardò per qualche istante, ancora preoccupata.
Poi Nishinoya reclinò il capo e le mostrò un sorriso ampio e divertito.
«Lo vedi che sei una compagna affidabile?»
Mei sorrise timidamente, le guance imporporate, e distolse lo sguardo.
La squadra uscì dagli spogliatoi rinvigorita e, come al solito, facendo un gran baccano, almeno finché l'allenatore, il professore o Ennoshita, spazientiti, non li richiamavano all'ordine. Il peggio era quando il trio si univa, ma la lezione non sembrava mai essere imparata davvero.
Tutti espressero dispiacere, ma allo stesso tempo felicità, per aver avuto Mei come compagna di squadra e la speranza che quella non fosse l'ultima volta che sarebbe andata a trovarli.
«Magari vi rivedrete a Tokyo, per il ritiro. Vi ricordo che anche noi ragazze lo avremo.» disse Himawari, con un lieve sorriso.
Nishinoya e Tanaka si congelarono sul posto.
«È vero... lo fanno... lo fanno anche loro» balbettò il numero cinque.
«Oh no, ecco che ci risiamo» sospirò Hinata, mentre Kageyama si portava una mano al viso, scuotendo il capo.
«Ma no, che avete capito. Noi andremo solamente a tifare la nostra amica Mei» disse Tanaka.
«Esatto, dobbiamo supportare la nostra compagna ad honorem» aggiunse Nishinoya.
Ma anche se pronunciarono quelle parole con tutto lo spirito buddista che poteva scorrere nelle loro vene, nessuno credette a una sola parola. Nemmeno Himawari, che li conosceva soltanto da quel pomeriggio.
Questa fu l'ennesima scusa per alzare di nuovo la voce e far pulsare le vene agli allenatori ed il capitano.
Nella concitazione, Tsukishima ne approfittò per allontanarsi e correre verso il cancello, prima che la spia potesse dileguarsi.
«Ehi tu! Fermati!» esclamò con un leggero fiatone, per poi far roteare la borsa a mezz'aria come un fromboliere e lanciarla verso la figura che stava già scappando lungo la strada.
La borsa fendette l'aria e avrebbe colpito la testa del fuggitivo se questi, dotato di ottimi riflessi, non si fosse voltato in tempo per afferrarla al volo.
I piedi strusciarono il terreno mentre arrestava la corsa, sollevando un paio di nuvolette di polvere.
Tsukishima coprì gli ultimi metri che li separavano. Aveva inseguito la spia per un bel tratto, fuori dalla scuola. Era davvero veloce, al punto che, quando la raggiunse, dovette puntellare i palmi sulle ginocchia.
«Ma insomma, prima ci guardi per tutto il tempo e poi te ne vai così? Volevi studiare le nostre mosse?»
«Non sono venuta a curiosare... ma a cercare di capire.»
Tsukishima si raddrizzò, finalmente ripresosi, e si accigliò.
«Guarda che ti sarebbe bastato bussare... Sakura.»
La capitana delle Farfalle fissò il ragazzo con un cipiglio ostile.
«Credi che lo avrebbe gradito, se fossi piombata così all'improvviso?»
Tsukishima ci rifletté un attimo.
«No, probabilmente avresti messo Mei in soggezione e non sarebbe stata in grado nemmeno di palleggiare.»
Sakura gli restituì il borsone con un lancio e lui lo afferrò al volo.
«Tanto, anche senza di me, ha fatto la solita misera figura.»
«Ma si può sapere perché la odi tanto?» sbottò Tsukishima, digrignando i denti. «Anche se non è una cima, non per questo merita tutto questo livore.»
«Non provo livore, ma indignazione... Dobbiamo subirci quella schiappa piagnucolona solo perché i suoi genitori sono benefattori della scuola. Non riuscendoci con le proprie capacità, pensa di cavarsela con i soldi.»
Il ragazzo la fissò per un lungo momento, con le braccia rigide lungo i fianchi e gli occhi ridotti a due fessure.
Sakura, a denti stretti, distolse lo sguardo, ma mantenne i pugni chiusi e i piedi ben piantati a terra.
«Io non la conosco molto, ma ti posso assicurare che ciò che spinge quella ragazza a giocare è una passione autentica.» Fece una breve pausa. «Talento e passione non sempre vanno di pari passo, ma ciò che fa davvero la differenza è avere il sostegno degli altri. La possibilità di divertirsi, nonostante tutto.»
«Evidentemente il Karasuno non punta a borse di studio o all'attenzione delle commissioni di reclutamento.»
Tsukishima assottigliò lo sguardo e fece un passo avanti.
«E invece ci pensiamo eccome. Io stesso, lo scorso anno, sono stato selezionato per un allenamento speciale riservato ai migliori giocatori.»
Ora fu Sakura a fissarlo per un lungo momento, quasi sorpresa.
«Eppure mi sembri così svogliato.»
«Solo perché non faccio il pazzo come quegli altri non significa che io non mi diverta. Sì, è solo un club scolastico. Fuori da scuola probabilmente a questo sport ci giocherò giusto la domenica, ma finché ne faccio parte il mio impegno è al cento per cento, così come quello di tutti gli altri.»
Chinò la testa di lato e incrociò le braccia.
«E comunque non provare a cambiare argomento con me, signorinella... perché, se ti sta così antipatica, perché sei venuta a vederla? Cercavi materiale per prenderla in giro? Domani dirai alle tue compagne che la "ragazza grassa è finita addosso a un maschio, facendogli persino male"?»
Sakura sputò di lato. «Ma per chi mi hai presa?»
«Per un'altezzosa che guarda tutti dall'alto in basso solo perché non sono al suo livello.»
«Tu non sai niente di me.»
«Le tue azioni parlano da sole... e tu dovresti essere un capitano? Meno male che sei al terzo anno, povere ragazze.»
«Non ti permettere, dannato quattrocchi!»
Cercò di schiaffeggiarlo, ma anche Tsukishima era dotato di buoni riflessi e le afferrò il polso, bloccandolo a mezz'aria. Poi abbassò lo sguardo e la fissò dritta negli occhi.
«Rispondere all'oggettività con la violenza. Tipico di chi ha la coda di paglia. Pensare che, quando ti ho vista l'altro giorno allenarti fino allo stremo, mi è dispiaciuto e allo stesso tempo ho provato ammirazione per tutto quell'impegno.»
Le lasciò andare il braccio con un gesto stizzito.
«Ma mi rimangio tutto. Tu sei solo la tipica ossessionata dalla perfezione e le anomalie nel tuo mondo perfetto, come una ragazzina timida e impacciata come Mei, sono per te motivo d'odio... Mi fai pena, davvero.»
Fece una pausa.
«Anche se ancora non mi hai spiegato perché sei venuta a guardarla.»
Sakura si infilò le mani nelle tasche della gonna della divisa scolastica e serrò la mascella.
«A questo punto che ti importa del perché sono venuta? Tira pure le tue conclusioni, mi sembra che tu sia un esperto in questo.»
Detto ciò, si voltò e si allontanò a passo lento ma deciso.
Tsukishima non la fermò. Si portò una mano al fianco e la osservò allontanarsi.
«Che tipo difficile» commentò con un sopracciglio alzato.
Non appena fu fuori dalla vista del giocatore del Karasuno, Sakura si rifugiò dietro un angolo e dovette appoggiarsi con la schiena al muro per calmarsi.
«Sciocco... anche se sei più alto di me... io non... non ti permetto di giudicarmi.» Strinse i pugni lungo i fianchi, stringendo fino a farli tremare. «E poi che c'è di male nel cercare la perfezione?»
Chiuse gli occhi per un istante, poi li riaprì.
«Non si va da nessuna parte senza la perfezione.»
L'immagine di una figura femminile con il numero dodici della Shiroi Chō sulla schiena le apparve nella mente come una visione. Anche lei aveva lunghi capelli castani raccolti in una coda di cavallo.
🏐🏐🏐
«Buon pomeriggio, ragazze» disse l'allenatore della Shiroi Chō l'indomani, mentre le giocatrici si stavano scaldando per la nuova giornata di allenamento.
Anche lui aveva uno scatolone tra le mani.
«Sono arrivate le nuove divise, con i nuovi numeri per chi deve sostituire le vecchie.»
Le giocatrici del secondo e del terzo anno si lasciarono andare a un'esclamazione di entusiasmo. Finalmente avrebbero abbandonato i vecchi numeri per quelli che si erano guadagnate superando l'anno scolastico.
Akane ricevette così il numero due. Sollevò la maglia e la osservò con orgoglio sotto i raggi del sole che filtravano dalle alte finestre.
Kaori ebbe il numero tre e anche lei si dimostrò entusiasta, tanto da saltare sul posto.
«Sakura, guarda che c'è anche la tua» disse l'allenatore, vedendo che la numero uno era rimasta in fondo.
Sakura, fino a quel momento, era rimasta in disparte con le braccia conserte.
«Preferisco tenere quella che ho già.»
«Di nuovo? Ormai è vecchia e rovinata. Sei la capitana della squadra, devi indossare il numero che ti si addice.»
Sakura corrugò la fronte. «Non ne ho bisogno. Sono le mie schiacciate a fare la differenza, non un numero.»
«Me la prendo io, se vuoi!» esordì Akane, sorridendo fino a mostrare i denti.
«Come ti pare. Tanto, come ho già detto, non è il numero sulla maglia a dimostrare chi vale davvero.»
Akane assottigliò lo sguardo e la fissò, leggermente rabbuiata.
L'allenatore sospirò, poi si sistemò meglio gli occhiali sul naso.
«Fai come vuoi. La tua testardaggine è pari solo alle tue abilità.» Poi guardò Akane. «Tu rimettila nella scatola. Hai già la tua maglia.»
Mei osservò Sakura con aria interrogativa. La capitana stava fissando un punto imprecisato della palestra con espressione infastidita.
«Certo che è proprio scorbutica» sentì sussurrare una delle compagne a un'altra.
Mei abbassò lo sguardo.
No, per lei non era scorbutica. Forse perché anche lei era il tipo di persona che si teneva tutto dentro. In qualche modo sentiva che c'era dell'altro, oltre quella facciata che la faceva sembrare come se si sentisse superiore a tutti loro.
🏐🏐🏐
«Himawari, facciamo la strada di ritorno insieme?» chiese Mei, raggiungendo l'amica con il borsone in spalla.
L'allenamento era stato intenso quanto quello dell'altro giorno, ma anche se si sentiva stanca e accaldata, era comunque soddisfatta dei risultati ottenuti.
«Certo!» rispose la ragazza, voltandosi con un bel sorriso.
«Oggi la giornata è volata, non è vero?»
Himawari rispose con una smorfia e lasciò ciondolare le braccia.
«Tu dici? Eppure stamattina ti sei persino alzata presto per correre con il tuo amico.»
Mei annuì e l'altra rispose con un sospiro.
«Certo che hai una grandissima forza di volontà, questo non te lo si può negare.»
Mei si grattò la nuca con aria imbarazzata.
«Ma no... è solo che da quando ho conosciuto Shōyō mi sento più sicura di me stessa, tutto qui!»
Himawari alzò un sopracciglio. «Lo chiami anche per nome?»
Mei annuì di nuovo.
«Se non mi avessi detto che ti piace il libero del Karasuno, avrei giurato che tu avessi una cotta per il tuo sensei. Insomma, non fate altro che darvi appuntamento.»
Mei divenne improvvisamente rossa e saltò sul posto.
«Ma no! Non sono appuntamenti... o meglio, sì... ma con finalità di allenamento! Non c'è nient'altro, davvero!»
Himawari la fissò come a volerla studiare e Mei distolse lo sguardo, completamente a disagio sotto quell'occhiata indagatrice.
«Magari ce l'ha lui una cotta per te.»
Mei quasi inciampò in un sasso e l'amica osservò quella scena che sembrava la riproduzione di un balletto tradizionale, con un'enorme goccia immaginaria che le scendeva dalla testa.
«Ma no, la nostra è solo una sincera amicizia!» sbottò poi, stringendo i pugni al petto. «Un maschio e una femmina possono uscire tranquillamente insieme senza nessun'altra finalità!»
Himawari assottigliò lo sguardo, ma non si pronunciò ulteriormente sull'argomento.
Fiancheggiarono il fiume, che rimandava bagliori dorati colpito dai raggi del sole pomeridiano.
Per un tratto, le due rimasero in silenzio, ognuna raccolta nei propri pensieri, finché non fu la numero dieci della Shiroi Chō a prendere nuovamente la parola.
«Perché non ti fai mai la doccia in palestra come tutte noi? È da tutto il tempo che ti tiri il colletto della maglia.»
Mei si strinse nelle spalle. «Lo sai perché...»
«Lo so... sono delle arpie... ma non ti fa bene uscire sempre sudata.»
«Puzzo?»
«Un po'.» Si sistemò meglio il borsone in spalla. «E poi, se vuoi conquistare un ragazzo, dovresti curarti un po' di più.»
Mei arrossì di nuovo. «E che dovrei fare?»
Himawari la guardò per un attimo, poi tornò a osservare la strada.
«Prima di tutto, spazzolarti di più i capelli.»
«Ma lo faccio già... davvero! Solo che sembrano sempre gonfi e spettinati. Non sono lisci e fini come i tuoi.»
«Allora piastrateli... poi sei piena d'acne, dovresti usare il fondotinta.»
Mei si portò le mani alle guance. «Mamma non vuole che mi trucchi, ho solo quindici anni.»
«E perché io, no? E le altre della scuola? Mica devi diventare una ganguro, ma nemmeno uscire sempre come se ti fossi appena alzata dal letto.»
La numero quattordici abbassò lo sguardo e iniziò a giocherellare con la zip della tuta.
«Vuoi continuare a essere presa in giro da Akane e dalle altre?» aggiunse Himawari.
«No... certo che no...»
«E allora fai qualcosa per cambiare. A meno che tu non sia assolutamente sicura che Nishinoya possa interessarsi a te ugualmente.»
Mei abbassò lo sguardo e si strinse un po' di più la tracolla contro la spalla.
Ripensò a come il ragazzo guardava Shimizu. Lei era una bellezza naturale, con quei suoi capelli perfetti e la pelle così impeccabile da non aver nemmeno bisogno del trucco. Per non parlare della corporatura così snella.
Sospirò.
No, una genetica del genere lei se la sognava proprio...
Ma forse Himawari aveva ragione. Forse, con alcuni "trucchetti", anche lei avrebbe potuto sembrare più interessante.
Alla festa, del resto, il fondotinta lo aveva messo. Glielo aveva portato Hitoka stessa e quella sera Yū le aveva detto che la trovava carina.
Certo, in quel caso si trattava di una festa; era normale mettersi un po' di trucco. Ma usarlo tutti i giorni, come gli adulti...
Guardò poi il profilo della sua amica. Anche lei era bellissima, al punto che erano bastate poche settimane perché il capitano della squadra di pallavolo l'avesse già notata.
«Quindi... ecco... se apportassi queste modifiche... dici che a Nishinoya potrei piacere?» chiese infine, facendo toccare tra loro gli indici e gonfiando le guance.
«Cadrebbe ai tuoi piedi.»
«No, per carità, mi è bastato già ieri!»
Himawari scoppiò a ridere.
«Senti, domani, dopo scuola, possiamo andare a fare compere... vedrai che sorpresa quando ti vedranno!»
Mei si strinse nelle spalle, ancora un po' esitante, ma lo sguardo di Himawari sembrava più entusiasta che mai.
Alla fine sorrise e accettò.
Himawari saltò sul posto, contenta all'idea che l'indomani sarebbero andate in giro per negozi, e l'amica sorrise a sua volta.
Quella sera stessa, Yachi scrisse a Mei se per quel fine settimana fosse libera, poiché lei e la squadra del Karasuno sarebbero andati al mare. Un ultimo momento di svago prima del ritiro.
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