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Ci sono giorni in cui il cielo si fa pesante e il cammino sembra farsi troppo ripido per le nostre gambe stanche. Nel trambusto del mondo, è facile sentirsi smarriti, come piccoli battelli di carta in mezzo alla tempesta. Eppure, anche per questo esiste un insegnamento che i nonni tramandano ai bambini affinché sia come una carezza per la loro anima. Lo chiamano... Gaman.
Il Gaman non è la rabbia di chi combatte, né la fredda rassegnazione di chi si arrende. È l'arte gentile di saper sopportare l'insopportabile con pazienza e dignità. È quella forza calma che ti sussurra di fare un respiro profondo quando tutto va storto, di stringere i denti davanti alle piccole grandi difficoltà della vita, mantenendo intatta la propria gentilezza verso gli altri.
Praticare il Gaman significa comprendere che il dolore e le fatiche sono solo nuvole passeggere; significa proteggere la propria pace interiore e quella delle persone che amiamo, affrontando gli ostacoli un piccolo passo alla volta.
Non sei solo nella tempesta. E quando il peso del domani ti sembrerà troppo grande, ricordati del Gaman: la promessa silenziosa che, dopo ogni inverno, il sole tornerà a splendere sul tuo cammino.
Il mese di preparazione accanto ai giocatori del Karasuno fu per Mei forse uno dei più felici della sua vita. Non le importavano la differenza di forza né gli allenamenti più duri: grazie al sostegno dei suoi compagni e all'attenzione con cui Ukai e il professore spiegavano e correggevano i movimenti, sentiva di aver trovato tra le mura di quella palestra il suo "luogo sicuro".
Con Yachi, poi, era davvero facile parlare e confidarsi. Dopo la festa di Hinata, aveva raccontato all'amica che Nishinoya le aveva detto di trovarla carina e, come solo due ragazze della loro età sapevano fare, si erano messe a saltare sul posto, allegre ed emozionate.
Quest'ondata di positività Mei riusciva a portarsela anche a casa e tra i banchi di scuola. Alcune compagne di classe le avevano detto che ultimamente la trovavano più radiosa e questo la faceva sentire bene.
Aveva stampato la fotografia che avevano scattato mentre soffiava sulle candeline con Shōyō e Hitoka e l'aveva appesa alla bacheca di sughero sopra la scrivania. Dietro di lei c'era Nishinoya che esultava accanto a Tanaka e, proprio in quello spazio, aveva applicato un piccolo sticker a forma di cuore.
Sapeva che non doveva farsi illusioni: un complimento non equivaleva a una vita di sogni a occhi aperti, ma il suo cuore non poté fare a meno di lasciarsi andare a qualcuno di essi, mentre agitava le gambe sdraiata sul letto e premeva il cuscino sul viso per soffocare le risatine incontrollate.
Quando arrivò lunedì, Mei non era entusiasta, sia per il giorno in sé, sia perché sapeva che quello successivo sarebbe stato l'ultimo di allenamento con il Karasuno. La settimana seguente, poi, sarebbe stata ancora più intensa, perché il famigerato ritiro sarebbe infine arrivato, sia per le ragazze che per i ragazzi... e lei non avrebbe permesso a sé stessa di far fare penitenza alla squadra, a causa sua.
Era arrivata l'ora della ricreazione e Mei aveva appena aperto sul banco il suo bento quando una voce richiamò la sua attenzione.
Sulla soglia della porta c'era Himawari che, con un lieve sorriso, attendeva una risposta dalla ragazza.
«Ciao! Che sorpresa!» disse Mei, andandole incontro.
«Ciao, Mei, come stai? Sei pronta per l'allenamento di stasera?»
Mei sorrise e annuì. «Certo! E tu?»
Himawari annuì a sua volta, poi si morse il labbro e inclinò leggermente la testa, portando le mani dietro la schiena. «Mi chiedevo... ecco... se ti andasse di pranzare con me. Magari in terrazza, dove tira una bella aria.»
Mei trattenne il fiato per la sorpresa. Era dai tempi delle medie che le due non pranzavano insieme.
Senza pensarci un attimo, richiuse il fazzoletto attorno alla scatola nera di lacca lucida e si avviò lungo il corridoio insieme alla compagna.
«Mi fa davvero tanto, tanto piacere!» disse Mei, cercando il suo sguardo.
Himawari lo teneva basso, ma sorrideva. «Anche a me... Lo so, da quando è iniziata la scuola sono stata... distante» disse, portandosi una ciocca di capelli dietro l'orecchio. «Forse perché essermi fidanzata con il capitano della squadra maschile di pallavolo mi ha assorbita parecchio.»
Le guance di Mei si imporporarono e rise allegra. «Un bel colpo di fulmine, eh?»
Himawari rise con lei. «Puoi dirlo forte!»
In quel momento, girando l'angolo, Mei quasi urtò contro qualcuno. Akane.
«C'è mancato poco che il rinoceronte ti investisse!» esclamò uno dei ragazzi che era con lei e, subito dopo, alla risata si accodarono la stessa Akane, Kaori e gli altri due ragazzi.
Mei e Himawari, invece, non risero affatto, ma chiaramente al gruppetto non importava.
«Andiamo» disse Mei, secca, prendendo delicatamente il polso dell'amica.
«Stai attenta al tuo pranzo, Himawari, o potrebbe mangiare anche il tuo appena ti volti!» le disse Kaori alle spalle, ridendo a bocca larga.
«Ma insomma, mi volete lasciare in pace?» sbottò Mei, al culmine della sopportazione. «Vi credete belli voi?»
«Sì!» rispose Akane, senza esitazione. «Dimmi, la tappezzeria a quanto ti ha fatto la tenda?»
Il sangue di Mei si raggelò e Akane, in risposta, estrasse il cellulare dalla tasca della gonna, sventolandolo. «Non postare le fotografie, se non vuoi cadere nel ridicolo... era palese che indossassi una tenda, e pure sporca. Ce l'ho identica a casa mia!»
«Era un vestito!» ringhiò lei e Akane, nel ricevere quella risposta, si sentì solo più carica.
«No, era una tenda... scommetto che ti hanno presa in giro per tutto il tempo.»
«Non ne sai niente! Shōyō e gli altri sono miei amici!»
«Ah sì, ora te la fai coi corvi. Sei pure una traditrice... Magari non ti avranno detto niente per pietà. Ma non ti fai un po' schifo? La prossima volta usa un sacco dell'umido, no? Lancia una nuova moda!»
Il cuore di Mei stava battendo forte. Forse mai come quel giorno le mani le stavano prudendo dalla rabbia. Voleva prendere a pugni Akane e quegli altri cagnolini che le stavano attorno.
«Non capisci? Vuole solo provocarti» le sussurrò Himawari all'orecchio, prendendole delicatamente la mano. «Dai, andiamo su e godiamoci il sole. Lascia perdere.»
Mei fissò il gruppo di Akane ancora per un lungo momento, ma poi fece un profondo respiro e si girò, dirigendosi a passo deciso verso le scale che l'avrebbero portata sul tetto della scuola.
Forse uno di loro si era lasciato andare a un'ultima battuta demente, perché li sentì sghignazzare come delle iene. Mei si sforzò di ignorare quelle parole e, come un mantra, si ripeteva la regola numero uno che il suo sensei le aveva imposto.
No, nessuno di loro alla festa stava ridendo per la tenda.
Hitoka voleva solo aiutare e Asahi aveva persino aggiunto il suo tocco. Nessuno di loro...
Nessuno mi ha aiutata quando sono caduta... non è importato a nessuno se anch'io, per caso, mi fossi fatta male...
Chi potrebbe mai vedermi al di là di un'amica qualsiasi? Alle persone piace qualcuno come Shimizu: bella, magra, atletica...
...ma Nishinoya mi ha detto che ero carina, anche Asahi mi ha detto che sembravo una bambolina... e poi Shōyō e Hitoka stanno facendo così tanto per migliorare la mia autostima...
Quando la luce calda del sole la investì, ne rimase quasi accecata.
Sul terrazzo non c'era nessuno e si disse di essere fortunata: almeno poteva mangiare in santa pace, senza che nessuno si mettesse a contare il numero delle palline di riso o degli ingredienti del suo pranzo.
Seguì in silenzio Himawari, finché quest'ultima non decise di sedersi nell'angolo sinistro più in fondo. Da lì si vedevano la piscina della scuola e il campo per la maratona. Lo sport era molto praticato all'istituto, quindi la maggior parte degli studenti era in forma.
«Stai bene, Mei?» chiese Himawari, sistemandosi meglio la fascia bianca sulla testa.
«Sì, tutto ok...» rispose l'altra, cercando di regolarizzare il respiro.
«Akane è davvero cattiva... per fortuna che è il suo ultimo anno qui.»
«Già, per fortuna» rispose Mei con calma, mentre sollevava il coperchio.
«Oh, ma quella è la pallina pulcino! Tua mamma te la fa ancora?» esclamò Himawari, indicando una pallina di riso gialla che, con due chicchi di sesamo e un triangolino di carota, sembrava proprio un pulcino.
«No, ormai me lo preparo da sola» rispose lei, sorridendo timidamente. «Mi è sempre piaciuto.»
«Ahahah! Beh, è simpatico. È dai tempi delle elementari che non vedevo un bento così colorato.»
«Già, dobbiamo stare a scuola, almeno durante la ricreazione ci meritiamo un po' di buon umore!»
Himawari annuì, portando con le bacchette alla bocca la sua pallina di riso. Poi, qualche istante dopo, abbassò lo sguardo e si fece più malinconica.
«Era da tempo che non stavamo così, io e te... vero?»
Mei si strinse nelle spalle. «Prima che ti trasferissi nella nuova casa, ci vedevamo spesso.»
«Sì... un po' di cose sono cambiate... Quando giocavamo alle medie, nessuno di noi sapeva davvero reggere una palla in mano... e per questo nessuno era di cattivo umore o veniva denigrato.»
Mei sospirò e alzò lo sguardo al cielo.
«Anche alle medie, alla fine, avevo chi mi prendeva in giro per l'aspetto... In realtà per me non è poi cambiato molto... solo che, con la nuova scuola e in un club a cui desideravo unirmi, speravo che le cose andassero diversamente.» Lo sguardo le tremò. «Ma invece è anche peggio di prima.»
Himawari le accarezzò il dorso della mano. Il suo sguardo sembrava sinceramente preoccupato.
«Mei, ma perché lo fai? Perché continui a frequentare un posto dove non fanno che maltrattarti? Ti farai solo del male.»
Il vento soffiò leggero tra le due.
Mei smosse qualche chicco di riso con le bacchette. Poi sorrise.
«Beh, perché a me piace tantissimo la pallavolo, è una mia grande passione. Non voglio perdere un anno in attesa che quelle tre antipatiche se ne vadano.» La guardò in viso e allargò il sorriso. «E poi ci sei anche tu, Hima. Mi faceva tanto piacere giocare con te...» Lo sguardo si rattristò. «...anche se forse non vuoi più essere mia amica.»
Himawari allora si gettò in avanti e le prese le mani. Anche lei, ora, aveva lo sguardo lucido.
«No, voglio essere tua amica...» sospirò, socchiudendo gli occhi. «...ma sono una codarda. Per paura di essere presa di mira anch'io, ho lasciato che concentrassero le loro vessazioni solo su di te.»
Mei abbassò lo sguardo, ma non si sottrasse alla presa delle sue mani; anzi, gliele strinse a sua volta un poco.
«Tu sei forte, Mei, e questo io lo ammiro tantissimo» proseguì Himawari. «Non solo ti presenti agli allenamenti tutti i giorni, ma ti alleni persino al di fuori di essi, e questo sta portando dei risultati... Secondo te, perché Akane si è accanita così tanto prima?»
A quelle parole, Mei la guardò accigliata.
Himawari si sporse leggermente in avanti, come per confidarle un segreto.
«Si è accorta del tuo ruolo di palleggiatrice, che è anche il suo. Ha paura che tu possa soffiarle il posto da titolare.»
«Ma è ridicolo, lei ha comunque due anni di esperienza in più di me!»
«Sì, ma tu sei ostinata e stai facendo passi da gigante. Oggi pomeriggio, sono sicura che gliene darai la dimostrazione.»
In quel momento, lo sguardo entusiasta e colmo di fiducia di Himawari la commosse. Sembrava davvero tornata l'amica di un tempo. Grazie all'impegno nella pallavolo, si erano ritrovate.
Sorrise, colma di determinazione, e annuì.
«Le mostrerò chi è la farfalla monarca!»
Himawari sbatté le palpebre, senza cogliere la citazione. Tuttavia, volle comunque incoraggiarla e annuì a sua volta.
🏐🏐🏐
Quello stesso pomeriggio, Sakura osservò con la coda dell'occhio lo sguardo acceso di Mei mentre usciva dallo spogliatoio, ma non disse nulla.
Subito dopo venne raggiunta da Akane e Kaori, che mostrarono anche a lei la foto che Mei aveva postato sui social. Tuttavia, anche se Sakura non lo disse ad alta voce, era altro ad attirare la sua attenzione in quello scatto. Inoltre, nei commenti dei partecipanti al compleanno, tutti si mostravano più che entusiasti ed elogiavano Mei e la sua amica Yachi per ciò che avevano organizzato.
«Magari se la stampassimo...» provò a suggerire Kaori.
«Ora non esagerare.»
La voce di Sakura arrivò secca.
«Un conto è prenderla in giro tra di noi, un conto è metterla in ridicolo in piazza pubblica.»
Akane alzò un sopracciglio.
«E a te che importa? Tanto è solo una raccomandata e se la fa pure con gli avversari.»
«Niente, non mi importa niente di quella pappamolle!» rispose la capitana, digrignando i denti. «Ma pensa al caos che esploderebbe a scuola. Questo è il nostro ultimo anno e non permetterò che il club venga sospeso per atti del genere.»
Akane sbuffò.
«Oh, tu e i tuoi voti super per l'università... ma certo, non possiamo macchiarci il curriculum.»
Sakura le rivolse uno sguardo e poi passò a Kaori, alla quale sfuggì uno squittio intimorito.
«Ci aspettano giorni intensi. Mi aspetto che restiate concentrate sull'obiettivo.»
Akane la fissò per un lungo momento di sottecchi, ma alla fine cedette e scrollò le spalle.
«Vabbè, andiamo ad allenarci.»
L'allenatore sottopose le Farfalle a un allenamento più intenso del solito. Al ritiro avrebbero avuto il primo assaggio di quelli che poi sarebbero stati gli estivi, dove la competizione era alle stelle, soprattutto perché sarebbero stati presenti i tecnici dei vari club universitari, pronti a valutare con grande attenzione le potenziali giocatrici da arruolare negli Under 19.
Per l'occasione, la palestra era stata prenotata dal club per un'ora in più e questo significava più giri di campo, più salti a rete, più allenamento sulle schiacciate e sui palleggi.
Le ragazze iniziarono presto ad accusare la stanchezza di quel lavoro extra, tranne Sakura, che aveva una resistenza superiore alle altre e si allenava duramente anche fuori da scuola. Anche Kaori e Akane godevano di una buona resistenza, ma scoprirono presto di non essere le uniche.
Mei, infatti, era quella con meno fiatone. Sembrava essersi rafforzata, più capace di dosare il respiro e le energie.
«Azumane, oggi ti concentrerai solo sulle alzate» disse l'allenatore, mentre controllava una scheda. «Ne farai qualcuna a Himawari. Tu, Himawari, concentrati sulle parallele, dato che hai ancora qualche incertezza.»
«Delle veloci, signore?» chiese Himawari, sistemandosi meglio le ginocchiere.
«Sì. Azumane, hai capito come si fanno?»
Mei annuì. Lo sapeva fin troppo bene.
«Diventiamo il duo bislacco delle Farfalle» disse poi a bassa voce a Himawari, che per un attimo la guardò interrogativa, ma poi ricambiò il suo pollice alzato.
La numero quattordici della Shiroi Chō ripassò mentalmente tutte le nozioni che Kageyama e l'allenatore Ukai le avevano trasmesso. Si piegò sulle ginocchia, posizionò le mani leggermente a conca e attese il momento giusto per servire a Himawari una palla che raggiungesse il suo culmine a pochi centimetri sopra la rete.
Himawari, concentrata, seguì la traiettoria impressa da Mei al pallone... e la trovò ottima. Mosse le gambe mentre Mei toccava la palla, così da trovarsi già a mezz'aria quando questa arrivò esattamente nel punto desiderato.
La palla rimbalzò dall'altra parte del campo, mescolandosi agli schiaffi sul terreno degli altri palloni lanciati dalle compagne.
Lo sguardo azzurro di Akane si fece più sottile, costretto ad ammettere che quella ragazza grassa e goffa avesse una postura quasi impeccabile.
«Akane, non distrarti!» la richiamò Sakura, con cui si stava allenando. «Piuttosto metti più impegno in quelle braccia. Sono io che devo essere servita, non io che devo salvarti il culo.»
Akane si rabbuiò, ma non disse niente.
Passarono poi alle schiacciate a muro di gruppo e l'aria si riempì dei rimbalzi dei palloni che cercavano di superare la linea orizzontale della parete che divideva i pannelli antiurto dal cemento.
L'unica che non sbagliava mai era Sakura, e lei lo sapeva benissimo. Sapeva di essere migliore di tutte e amava vedere il timore e la frustrazione negli occhi delle altre, incapaci di raggiungere la sua altezza.
Una palla rimbalzò contro la sua.
«Scusami» disse Mei, mentre recuperava il pallone.
Sakura non rispose. Era rimasta come immobilizzata.
La palla che aveva deviato la sua era stata mandata persino più in alto.
Si voltò, osservando Mei correre verso il pallone, e rimase sorpresa quando notò che, nel girarsi, il suo sguardo era attraversato da una luce insolita.
Dove era finita la ragazzina spaventata e timida dei primi giorni?
Finalmente la campanella suonò, annunciando la fine dell'allenamento. Le giocatrici si sparsero un po' ovunque, completamente esauste.
Himawari e Mei erano sedute schiena contro schiena, mentre riprendevano fiato.
«Pensa che tutto questo il Karasuno lo concentra in due ore, per tre giorni alla settimana.»
«Eh? Davvero hanno questo ritmo? E tu riesci a stare loro dietro?»
Mei sorrise e sollevò di nuovo il pollice.
«Quando hai degli amici che ti sostengono, fidati che quelle ore volano.»
«Ma pensa... e domani ti aspetta proprio una di quelle sessioni.»
Mei sospirò.
«Purtroppo sarà anche l'ultima, ma ne sarà valsa la pena, ne sono certa.»
«Sarebbe un problema se venissi a vedere?» chiese Himawari, sporgendosi leggermente verso di lei.
L'altra si strinse nelle spalle, un po' esitante.
«Non credo ci siano problemi, ma scriverò per sicurezza al professore prima che venga a prendermi... sono pur sempre un'ospite anch'io.»
«Voglio venire anch'io» disse Sakura, a braccia incrociate e con lo sguardo duro.
Mei e Himawari alzarono un sopracciglio.
«Per quale motivo?» chiese Mei, stranita e con il labbro leggermente tremante.
Sakura batté un piede con rabbia.
«Sei una Farfalla o un Corvo? Sono il tuo capitano e, se una delle mie sottoposte si allena con il nemico, voglio almeno capire a che allenamento la sottopongono.»
«Non sono il nemico. Sono miei amici.»
Sakura lo notò subito.
In realtà era già successo l'altro giorno, ma adesso ne ebbe la conferma: potevano parlare male di lei quanto volevano, ma nessuno doveva toccarle le persone care.
Il suo sguardo diventava immediatamente ferino, gli occhi ridotti a due fessure.
«Chiamali come ti pare... ma in meno di un mese sei cambiata e voglio capire cosa posso trarre anch'io da questo insegnamento.»
«Non è nulla di diverso da quello che facciamo noi... ma loro non hanno sottoposti, solo compagni.»
L'audacia di Mei la fece irritare ancora di più.
Infine sbuffò.
«E va bene, non mi interessa. Vai pure a farti fare le carezze da cagnolino abbandonato. Basta che qui continui a portare risultati.»
Detto questo, girò i tacchi e si allontanò a grandi passi.
«Pensare che, se me l'avesse chiesto gentilmente, le avrei detto anche di sì...» sussurrò Mei a bassa voce.
Quando Himawari e Mei si salutarono, all'ultimo incrocio dove le loro strade si dividevano, il silenzio di quelle stradine iniziò presto a ronzare nelle orecchie di quest'ultima... e, di conseguenza, i pensieri tornarono ad accavallarsi con la stessa violenza con cui l'avevano assalita durante la ricreazione.
Per quanto sapesse che Akane, Kaori e quei loro amici fossero dei perfetti idioti, quelle parole... quelle maledette parole continuavano a trafiggerle il cuore come una lama.
Davvero alla festa si erano tutti accorti che stava indossando una tenda? E se fosse stato così, si sarebbero chiesti anche il motivo... e il motivo era la cosa più ovvia.
Si strinse le mani sui fianchi, come se quel gesto potesse far sparire la loro morbidezza. Si passò una mano sotto il mento, cercando di schiacciare quel doppio mento che tanto odiava. Con il sudore ancora addosso, poi, la stoffa della maglia sotto la giacca le tirava sulla pelle, facendola sentire ancora più costretta.
«Che mi abbia detto che sono carina solo perché si sentiva in colpa?» si chiese tra sé e sé.
Per non parlare di quell'ex giocatore del Dateko... come aveva potuto prenderla in giro a quel modo? Non la conosceva nemmeno e aveva comunque cercato di ottenere... cosa? Forse la reazione disperata di una sfigata che nessun ragazzo avrebbe mai guardato?
Quando tornò a casa non c'era ancora nessuno, così Mei poté buttarsi a peso morto sul letto senza doversi sforzare di salutare qualcuno.
Rimase lì sdraiata per svariati minuti, con la mente completamente svuotata... ma l'odore di sudore le ricordò che almeno una doccia avrebbe dovuto farsela.
Si sollevò e si osservò davanti allo specchio: sfatta, con i brufoli infiammati e le ciocche sporche attaccate alle tempie.
Spostò lentamente lo sguardo verso la bacheca di sughero e si soffermò su Nishinoya, allegro mentre esultava, in mezzo ai suoi amici.
No.
Se l'avesse vista in quel momento, lo sfidava ancora a dire che fosse carina.
🏐🏐🏐
«Ragazzi, prima di cominciare, indossate le vostre nuove divise» annunciò Ukai, con uno scatolone in mano.
I ragazzi si radunarono attorno a esso quando l'uomo lo posò a terra.
«Alcuni di voi hanno un nuovo numero, per altri abbiamo mantenuto lo stesso. Ennoshita, ora che sei il capitano, sei il nuovo numero uno.»
Un'esclamazione di entusiasmo sfuggì dalle labbra dei giocatori del Karasuno.
Kageyama era il nuovo numero due, seppur al secondo anno, essendo il migliore palleggiatore, Kinoshita il tre. Nishinoya e Tanaka avevano mantenuto il quattro e il cinque, così come Hinata aveva ancora il dieci, sempre in onore del suo idolo. Yamaguchi aveva il sei, Tsukishima il sette e Narita mantenne l'otto. I tre primini erano ora il nove, l'undici e il dodici.
«Che bello, non vedevo l'ora! Il numero della vecchia divisa si stava tutto screpolando!» esordì Hinata, mentre si rigirava tra le mani la nuova maglietta nera e arancione.
«Complimenti, ragazzi, vi stanno davvero bene!» si complimentò Mei quando la squadra emerse dagli spogliatoi con una rinnovata aria di sfida, più determinata che mai.
Ennoshita si prese i lembi della maglia e guardò il nuovo numero assegnatogli, colmo d'orgoglio e commosso allo stesso tempo. Quella sarebbe stata l'ultima maglietta del suo percorso scolastico e, probabilmente, una volta terminato, l'avrebbe persino incorniciata.
«Concordo!» disse Himawari, alzandosi in piedi.
Takeda aveva acconsentito a far venire anche l'amica di Mei agli allenamenti come spettatrice e ora sedeva accanto a Yachi. Quest'ultima l'aveva accolta con calore e la conversazione era nata in maniera spontanea.
«Forza, Mei, fai vedere che anche le pallavoliste non sono da meno dei ragazzi!» esultò Himawari quando l'amica avanzò nel rettangolo arancione per una partitella.
Mei sollevò il pollice e poi si sistemò meglio le ginocchiere.
Cercò quindi lo sguardo di Shōyō, che gliene restituì uno deciso e colmo di fiducia.
«Non preoccuparti, Mei, se ci sono palle troppo lunghe ci penso io!» disse Nishinoya, posizionato alla sua sinistra sulla stessa linea.
La ragazzina deglutì, ma poi annuì.
«C-conto su di te, allora.»
Ukai diede il via con un fischio ed Ennoshita aprì le danze con una rincorsa e un salto precisi e potenti.
La palla volò dall'altra parte, ma venne immediatamente intercettata da Tanaka, che si lasciò comunque sfuggire un'esclamazione di dolore per il forte impatto sui polsi.
La palla salì così in alto, quasi verticalmente, ma Kageyama era già pronto. Sollevò le braccia ed essa ricadde esattamente dove aveva previsto.
«Hinata!» annunciò, e il corpo del compagno si mosse in un gesto quasi automatico e naturale.
Hinata schiacciò quando era a mezz'aria, ma Tsukishima era già pronto. Tuttavia, il primo se lo aspettava e posizionò la mano in modo che il pallone potesse sfiorare la punta delle dita del nuovo numero sette.
Baki si allungò con il braccio e la recuperò in tempo.
La palla arrivò così a Murogana, che la alzò per Narita. Quest'ultimo schiacciò imprimendole una diagonale.
«È tua, Mei!» urlò Hinata.
Le gambe della ragazza non risposero subito. Così, quando si sporse per cercare di prenderla in bagher durante la rotazione, la palla impattò male sulle braccia e prese una direzione sbagliata che la mandò fuori campo.
«S-scusate» disse, stringendosi nelle spalle.
«Tranquilla, la prossima volta andrà meglio» disse Tanaka, sollevando il pollice, ma già rivolto verso Ennoshita che si preparava alla battuta successiva.
Il pallone finì di nuovo su Mei, ma questa volta la ragazza non aveva intenzione di scusarsi ancora. Piegò meglio le ginocchia e intercettò la palla proprio dove aveva previsto che sarebbe arrivata.
«Che ti avevo detto?» disse Tanaka, sorridendo.
Mei sorrise a sua volta, rincuorata.
Kageyama la raggiunse e, per cogliere di sorpresa gli avversari con la complicità dei compagni, eseguì una finta. Sembrò puntare di nuovo su Hinata, ma la parabola era diversa e a schiacciare fu Kinoshita.
Punto.
«Tutto bene, Himawari?» chiese Yachi a un certo punto, sporgendosi leggermente in avanti per cercare lo sguardo della studentessa della Shiroi Chō.
Quest'ultima era leggermente accigliata, con gli occhi fissi sui giocatori.
«Sembrano molto affiatati.»
«Sono una bella squadra» confermò Yachi, mentre compilava la scheda delle prestazioni dei suoi compagni.
«Anche la squadra del mio ragazzo lo è.»
«Anche lui gioca a pallavolo?»
«È il capitano, frequenta il terzo anno.»
Yachi la guardò con un misto di curiosità e stupore.
«Se non sbaglio, quest'anno anche la vostra squadra maschile si è qualificata agli estivi, giusto?»
Himawari annuì e poi assottigliò lo sguardo.
«Sono più determinati che mai.»
L'altra rispose sorridendo e stringendo il pugno.
«Allora che vinca il migliore!»
Himawari si limitò a sorridere, ma non aggiunse altro. Gli occhi si muovevano seguendo il gioco del Karasuno e il modo in cui veniva gestito il pallone. In particolare, si soffermò sul noto duo che tanto aveva fatto parlare di sé nel precedente anno scolastico.
Nel frattempo, Mei faceva del suo meglio per stare al passo, sia in difesa sia nel supporto. Si lanciava in avanti, richiamava la palla e, in un paio di occasioni, fu lei stessa a fare punto. In entrambe, i compagni le andarono incontro per congratularsi.
Himawari poté vedere con i propri occhi quanto lo sguardo della ragazza fosse diventato più proattivo, nonostante i membri del Karasuno non fossero i suoi veri compagni di squadra.
No. Non sono dei compagni, infatti, si disse tra sé e sé. Sono suoi amici.
«Forza, Mei, come ci siamo allenati in questi giorni!» la incoraggiò Hinata quando arrivò il suo turno in battuta.
La ragazza deglutì, ma non poteva ignorare lo sguardo fiducioso del suo amico. Doveva provarci, era questo che si disse.
Fece un passo avanti, poi un altro e a quel punto lanciò la palla in aria. Gli occhi guizzarono verso di essa mentre il braccio veniva sollevato e portato indietro per imprimere il colpo.
Riecheggiò un lieve tonfo quando il palmo impattò contro la gomma gialla e blu.
La palla compì una parabola, fendendo l'aria.
Sgranò gli occhi.
Stava per passare. Stava...
Il bordo superiore della rete fermò la traiettoria ed essa ricadde nel campo amico.
Lasciò ciondolare le braccia e il collo, coperta da un'aura scura.
«Scusate...» disse, atterrita.
«Ahah! Tranquilla, capita a chiunque!» disse Hinata.
Mei gli restituì un sorriso grato, poi una fitta le colpì la spalla e iniziò a massaggiarsela.
«Devi stare attenta con i rotatori. Ti ho visto: per cercare di concentrarti sulla potenza dell'impatto hai portato il braccio indietro in maniera troppo violenta» disse Ukai, accigliato, per poi spostare lo sguardo sugli altri, assicurandosi che avessero ascoltato la lezione. «Vai a metterci un po' d'acqua fresca. Ragazzi, qualche minuto di pausa.»
I giocatori tirarono un sospiro di sollievo e ne approfittarono per fare un po' di stretching, così da allentare la tensione.
«Vengo con te!» disse Himawari, prendendo Mei per un braccio mentre quest'ultima si dirigeva verso lo spogliatoio femminile.
«Complimenti, stai diventando davvero brava» aggiunse, portandosi le mani ai fianchi mentre Mei si sfilava la maglietta con il numero quattordici stampato sopra.
«Eheh! Ti ringrazio!» rispose Mei, stringendosi appena nelle spalle.
Quando la luce fredda del neon illuminò il suo viso, la ragazza inarcò appena le sopracciglia. Era arrossata e sfatta, uno spaventapasseri vivente. Davvero orribile.
«Certo che sei circondata proprio da ragazzi carini» disse Himawari all'improvviso.
«Sì... sono davvero fantastici» rispose la ragazza, mentre raccoglieva con la mano a coppa un po' d'acqua dal rubinetto per passarsela sulla spalla destra.
«Scommetto che almeno uno di loro ti piace!»
Dalla reazione che Himawari ottenne dall'altra stanza - il rubinetto aperto all'improvviso, gli schizzi ovunque e l'esclamazione sorpresa - intuì di aver colpito nel segno.
«Chi è? Chi è?» chiese, entrando nel bagno per prenderla per le spalle e guardarla negli occhi attraverso il riflesso.
«Ma no... sono tutti miei amici...»
Himawari fece una smorfia.
«Ti conosco da anni, so riconoscere quando ti piace qualcuno.» Sorrise e le strinse una mano. «A me puoi dirlo.»
Il cuore di Mei iniziò a martellarle nel petto. Osservò gli occhi scuri dell'amica, che le restituiva uno sguardo curioso ma allo stesso tempo gentile.
Fece un profondo respiro.
«Si tratta del numero quattro, Nishinoya.»
E, nel dirlo ad alta voce, sentì le orecchie andare a fuoco.
«Ah dai, quello più basso di tutti?»
«Beh, abbiamo la stessa altezza...» rispose Mei, un po' esitante.
«Ma tu sei una ragazza... comunque sono gusti. In effetti è carino anche lui.» Ci pensò un attimo. «Non è quello che mi hai detto essersi scusato alla festa per non averti aiutata subito?»
Mei annuì.
«Allora riscendi in campo adesso e mostragli quanto sei brava.» La osservò per un attimo. «E magari rifatti la coda, sei un po' spettinata, eheh!»
Non se lo fece ripetere due volte e iniziò subito ad armeggiare con l'elastico.
«Non così, è troppo bassa. Hai un viso tondo, quindi ci vuole una coda alta. Dai a me.»
Mei arrossì leggermente.
«Sei sempre stata esperta in queste cose, eheh!»
«Solo trucchetti imparati su WeTube» rispose lei, mentre sistemava i capelli. «Sono i dettagli che cambiano l'impressione che si ha di una persona.»
In quei gesti decisi ma curati, Mei sentì un calore salirle da dentro. Con la coda più alta, effettivamente, gli zigomi apparivano un po' più tirati e gli occhi sembravano più grandi.
«Himawari... senti...» disse allora, stropicciandosi i lembi della maglia. «Cos'altro dovrei migliorare?»
«Vuoi la verità?» chiese Himawari, con una voce un po' più seria, cercando il suo sguardo.
Mei deglutì.
«Hai sempre le spalle in avanti e il passo un po' pesante. Sembri come se cercassi di proteggerti ma, allo stesso tempo, di sfondare un muro.»
«Quindi... dovrei essere... meno rigida?»
«Più aperta, sì... altrimenti potrebbero darti del rinoceronte, come oggi.»
Quando Mei rientrò, Hinata le andò incontro.
«Meglio con la spalla?»
Lei annuì, sorridendo.
Hinata sollevò il braccio e Mei accolse la sua decisa stretta di mano.
«Molto bene... e ti vedo anche meglio rispetto a prima, sei più luminosa!»
Non appena si rimise in posizione, le parole di Himawari le tornarono alla mente. In realtà non era così diversa da prima, tranne che per un dettaglio: la coda alta e ben tirata.
Se già solo quel dettaglio aveva avuto un immediato riscontro, allora lo stesso doveva valere per il secondo consiglio.
Diede un'occhiata veloce a Nishinoya, appena coperto dalla presenza di Kinoshita, poi provò a rilassare le spalle. No, non doveva sembrare un pezzo di roccia.
«Forza, Murogana, una bella schiacciata!» esclamò Ennoshita.
Il primino aggrottò lo sguardo, raccogliendo tutta la concentrazione possibile.
La palla volò dall'altro lato, dritta e precisa.
«Mia!» dichiarò Nishinoya, muovendosi immediatamente con uno slancio rapido e allungando tutto il corpo. «Rolling Thunder!»
Rotolò su sé stesso per circa un metro, ma la palla era salva.
Kageyama, al centro, fece un paio di passi avanti per intercettarla, per poi passarla a Hinata, che schiacciò con una delle sue solite veloci.
Himawari riuscì a sentire appena in tempo lo strusciare delle suole sul terreno.
Il capitano non si fece cogliere di sorpresa. Intercettò con un bagher, ma la palla finì direttamente nel campo avversario.
Andò dritta verso Mei, che puntò immediatamente i piedi, avendo già intuito la traiettoria.
In quel momento, però, si rese conto di avere le spalle troppo vicine alle orecchie e le abbassò un attimo prima di rispondere con un palleggio.
«Bene così!» esclamò Ukai dal bordo campo, a braccia conserte ma sorridente.
Mei sorrise tra sé e sé.
La palla finì a Kinoshita, che rispose con un pallonetto.
Tsukishima recuperò con un bagher e servì Murogana, il quale gliela ripassò con un palleggio. Il numero sette schiacciò di nuovo, puntando alla seconda linea.
«Mia!» disse Mei, facendo un passo avanti. Ma di nuovo si rese conto di essere troppo chiusa, così drizzò la schiena e spostò il baricentro.
«Bene!» esclamò Nishinoya alle sue spalle, cosa che le fece salire il calore alle guance.
Dunque era così che doveva comportarsi. Doveva pensare alla postura, non doveva essere un bozzolo chiuso.
Passò così i minuti successivi a cercare di correggersi. Cercò di fare mente locale, per quanto quelle rapide azioni glielo permettessero.
A un certo punto le venne in mente Sakura, così marmorea ma allo stesso tempo flessibile. Lei sì che aveva un ottimo equilibrio.
Lo sguardo si accese di rinnovata determinazione e la mente iniziò a vagare, tornando su quella sua fantasia in cui si librava nell'aria proprio come il suo sensei, mentre il corpo si protendeva per compiere la schiacciata della vittoria.
Hinata fece di nuovo punto e così, finalmente, la squadra poté girare.
Mei era ora di nuovo accanto a Nishinoya che, in quanto libero, era esente dalla rotazione.
Tanaka schiacciò, ma Ennoshita salvò la squadra con un bagher. La palla andò a Murogana, che stavolta alzò per Baki.
«Una facile!» urlò Tanaka.
«Mia!» dichiarò di nuovo Mei.
Fece per muoversi, ma ebbe l'impressione di farlo troppo "a muso in avanti", così provò ancora una volta a correggersi. Quell'accortezza, però, stavolta le costò cara. L'esitazione la fece arrivare in ritardo e, nell'allungare il braccio, la palla prese una direzione sbagliata, finendo lateralmente.
Kinoshita provò a recuperarla, ma era troppo bassa e così cadde a terra.
«Mannaggia, questa era veramente facile!» sbottò Tanaka.
«Mi... mi dispiace...» disse la ragazza, con lo sguardo basso.
Tanaka rispose sventolando una mano, mentre gli altri si rimisero semplicemente in posizione di difesa.
Per quell'errore, Mei sentì come una folata di freddo attraversarla. Cercò di regolarizzare il respiro. Era stato un errore. Ma non erano in una partita ufficiale e non era l'unica che, durante quell'incontro, ne aveva commessi.
Doveva andare avanti, doveva concentrarsi sull'obiettivo.
«Yamaguchi, contiamo su di te, portaci alla vittoria!» esultò Kinoshita.
In quel momento erano avversari, quindi Yamaguchi gli rispose con un sorriso nervoso, anche se quel gesto celava intenti ben più sadici nei suoi confronti.
Al suono del fischietto, il suo sguardo mutò immediatamente. Aveva ormai un anno di esperienza alle spalle e il suo corpo reagiva come se al suo interno scattasse un interruttore.
I muscoli si tesero, i polmoni si riempirono e si svuotarono, mentre il braccio veniva sollevato e poi abbassato.
Una battuta flottante, il suo cavallo di battaglia.
La palla attraversò il campo. Era veloce e sembrava quasi catturare la corrente d'aria. Ruotava su sé stessa e, allo stesso tempo, pareva annodarsi. Da che sembrava procedere dritta, verso la fine curvò verso destra, dirigendosi verso la seconda linea.
«Mia!» urlarono contemporaneamente Mei e Nishinoya.
Le loro gambe si mossero prima ancora che si rendessero conto del doppio richiamo e così, nel tentativo di intercettare il pallone in bagher, si diedero una forte spallata.
A cadere a terra fu però solo Nishinoya, travolto dallo slancio di Mei, che era stata leggermente più rapida.
«A-accidenti, scusami!» esclamò lei.
Si tese verso di lui, ma il ragazzo reagì con un verso di dolore mentre si teneva la mano sinistra.
In quel momento Tsukishima sentì come uno squittio provenire dall'esterno e riuscì appena a intravedere parte di una testa prima che scomparisse oltre il muro.
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