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R.
L'aria era fresca quella mattina, il clima iniziava a sembrare finalmente quello autunnale, di lì a poco settembre avrebbe lasciato il posto ad ottobre e, seppur il mondo magico vantasse di un clima mite quasi tutto l'anno, nemmeno le fate potevano nulla con l'incedere dell'inverno.
La vecchia panchina di legno sul retro della serra gli era sembrato il posto migliore per prendere una boccata d'aria fresca.
Riven osservava assorto il fumo della sua sigaretta "speciale" lasciare i suoi polmoni e disperdersi con aria assorta, l'espressione intrappolata nelle recondite profondità della sua anima, dove i pensieri si facevano più oscuri.
Erano passati tre giorni.
Tre giorni di bende, disinfettanti, flebo.
Tre giorni di "stai sdraiato", "non alzarti", "non ti muovere".
Tre giorni di Harvey.
Era quasi peggio della prigionia, lì almeno sapevi di essere circondato da nemici, qui tutti "lo facevano per te".
Si fa per dire almeno.
Certo Sky era andato a trovarlo, gli aveva raccontato minuziosamente come si era svolta la prima giornata di simulazioni e Riven era stato felice di sentirlo parlare con un po' più di animo.
Anche Silva e diversi specialisti erano andati a trovarlo durante quei tre giorni, Dane gli aveva portato il fumo che lo stava così beatamente rilassando, mentre il suo caposquadra degli schemi tattici da analizzare per tenere la mente impegnata.
Ma furono misere distrazioni o pochi momenti di normalità rispetto all'assillante cortesia della famiglia di fate della terra che lo stava accudendo con eccessiva dovizia.
Si lasciò andare, mollemente accasciato contro lo schienale, mentre espirava ad occhi chiusi quel soffio di inibizione.
"Non credo che quella sigaretta sia consigliata nelle tue condizioni"
Trasalì, gettando il mozzicone di sigaretta a terra e schiacciandolo in tutta fretta mentre si rimetteva dritto, una sfilettata alla tempia gli deformò l'espressione.
Non vive il viola balenare con essa, quando mise a fuoco la figura di Musa i suoi occhi erano già tornati castani.
Lei lo guardava con un'espressione che sapeva di compassione, un rigurgito amaro gli salì fin dietro la gola.
Distolse lo sguardo dal suo, sentendo qualcosa ribollire in lui.
E di nuovo si perse il lampo viola.
"Di cosa ti vergogni?" Gli chiese.
Lui tornò a guardarla, aveva un sorrisetto beffardo in faccia, pronta a prendere per il culo quell'occhio nero che si era fatto fare.
"Ridi di me fata della mente?"
Il suo sorriso si allargò.
"Come potrei ridere di un malato! Per chi mi hai preso? Non sono una persona così orribile!" Il suo tono, ora civettuolo, aveva il suono delle risate.
"Non ci si comporta così con chi è in convalescenza, mi vedrò costretto ad informale la mia irreprensibile infermiera!"
Lei soffiò una risatina.
"Oh no, ti prego, non dirlo a Terra" lei teneva le mani in alto in segno di resa recitando la sua parte.
Si mosse per andare a sedersi accanto a lui.
Quella visita inaspettata prese un angolo della sua bocca e lo tirò verso lo zigomo in un sorrisetto sghembo.
"Come mi hai trovato, fata della mente? "
Lei incrociò le braccia al petto, appena sotto il seno, alzando un sopracciglio con sguardo di sfida.
"Non sei difficile da trovare signor Specialista!"
Anche il suo diventa un sorrisetto storto, pieno di sfida.
Eppure Riven notò quanto sembrasse stanco quel sorriso.
Quando aveva iniziato a notare la stanchezza nel sorriso di Musa?
"Dimentico di aver a che fare con una fata della mente a volte..." Un'inflessione in negativo porta il tono della sua voce a sembrare deluso.
"Una Fata della Mente che ha per amica Flora, che al momento sta facendo finta di non sapere che sei qui fuori a fumare le sigarette simpatiche che ti ha portato Dane..."
Lui prese dalla tasca dei pantaloni il pacchetto di sigarette, ormai tanto valeva, lo aprì e scelse una delle due sigarette rimaste e se la portò alla bocca.
"Quella ragazza è una manna dal cielo" la sigaretta ballonzolava tra le sue labbra mentre cerca nelle tasche l'accendino.
Questa cosa lo fa sentire sicuro di se, un figo, gonfia il petto di orgoglio e vanità, e all'altra brillano gli occhi, lui non li vede ma la sente soffocare una risatina.
"Si è davvero brava in quello che fa..." Risponde distratta.
"Ed è pure carina..." Provocò lui tirando una boccata dalla sigaretta.
"Non entro nel merito, non è il mio tipo diciamo..." Rimbeccò lei maliziosa.
"Giusto, tu sei più da fate della terra che attraversano i muri...." Stoccata, un sorriso trionfale sul suo viso sfigurato.
Calò il silenzio.
Un Silenzio così pesante che fece ritirare qualsiasi espressione dalla faccia dello specialista.
Perchè doveva sempre fare così?
"Flora mi ha detto che tu e Terra vi siete chiarite..."
Fu un labile tentativo di scusarsi per quella frecciatina e spostare altrove l'attenzione ma il silenzio persisteva, aveva lo sguardo cupo e il suo senso di colpa iniziò a depositarsi sulla bocca dello stomaco.
Lui fissava un punto imprecisato tra i suoi scarponi malamente allacciati, anche lei guardava da un altra parte.
Riven sentì la fata muoversi a disagio accanto a lui.
"Si, diciamo così." Anche il tono della ragazza ora era serio.
"Sono passata a chiedere un antidolorifico dopo la prima giornata di simulazioni..."
Lo specialista si riscosse, sentir nominare le simulazioni ebbe su di lui l'effetto di una scossa elettrica, gli raddrizzò la schiena e lo mise sull'attenti.
"Non è stato così eccitate!" Tornò un po' di verve della voce della ragazza.
Doveva aver interpretato male la sua reazione.
"Mi ha detto che una certa testa calda l'ha fatta pensare..."
Lui tirò appena un'angolo della bocca in un sorriso che sapeva di amaro
"Sono contento che quella particolare testa calda per una volta ne abbia fatta una giusta..." la sua voce era flebile, fiacca, sentiva il peso dello sforzo e dei farmaci ora.
"Oh si, ci siamo fatte anche un selfie dopo."
La fata della mente prese dalla tasca della giacca il cellulare e lo accese.
Sbloccò velocemente lo schermo con un gesto e scorse la galleria fino a quando non trovò una foto da mostrare allo specialista.
In primo piano due ragazze sorridevano e facevano smorfie mentre tra loro Riven dormiva a bocca aperta, la grossa fasciatura sulla testa copriva buona parte del volto del ragazzo.
Quando la vide lui sbuffò una risata roteando gli occhi.
La sua orbita oculare lo riportò alla realtà in men che non si dica, una fitta di dolore particolarmente forte gli trapanò il cervello in corrispondenza del suo trauma.
Gli occhi di Musa di accesero un'istante, frenetici, sembravano due lampadine scariche, e questa volta, Riven, le vide benissimo.
Improvvisamente si sentì nudo e, se possibile, ancora più vulnerabile.
L'istinto di alzarsi ed andarsene lo travolse, strinse il bracciolo della panca, pronto a darsi lo slancio per alzarsi, preda di quella furia che gli stava montando dentro.
Lo vide ancora, quel lampo viola.
- tutti quelli che amate sono già morti -
"Scusa..." La voce dell'altra era un sussurro, abbassò subito lo sguardo, colta in fallo.
"Non volevo leggerti..." Un tono supplichevole, costernato.
Ora sembrava lui quello che poteva leggere le emozioni.
- sei il suo anestetico.-
"Invece l'hai fatto.." Non c'era rabbia nella sua voce, era scemata insieme alle parole di Terra.
Lei non gli rispose, abbassò lo sguardo.
"Da quanto va avanti?"
Lei lo guardò di nuovo, colpevole.
"Cosa?"
"I tuoi poteri, da quanto non li controlli più?"
Musa teneva ancora il cellulare in mano, lo schermo si era spento e rifletteva il suo ritratto.
Si morse un labbro.
"Da quando li ho riavuti, praticamente."
Riven stette in silenzio, in attesa che lei continuasse ma non arrivò nulla dalla fata della mente, così si sistemò meglio sulla panca e tirò un profondo respiro.
"Se è di questo quello di cui hai bisogno... va bene, Musa..."
Quanto era strano sentirsi pronunciare il suo nome?
L'espressione della fata, ora, era indecifrabile per lui, anche se aveva già la sua idea in testa, quel tarlo stava erodendo indiscriminatamente parti del suo cervello.
"A cosa ti riferisci Riven?" Chiese con una punta di sospetto.
Guardò la ragazza seduta accanto a lui, espressione neutra, forse un po' delusa, sembrava leggermente più magra, ed aveva scuri segni sotto gli occhi.
Quando aveva iniziato a notare le sue occhiaie?
"Parlo degli inibitori, non credo che Silva abbia problemi a lasciarteli, non devi per forza venire ad allenarti... con me." Sul finale, le parole sembravano stentare ad uscire.
M.
Piccolo.
Musa trovava che quello era il termine più adatto a descrivere il Riven che aveva accanto a se su quella panchina.
Un piccolo e rotto Riven che cercava di trattenere i pezzi di quello che restava del suo orgoglio, di mostrarsi imperturbabile mentre lei lo vedeva nascondersi dietro quelle spalle curve, voltare la testa per non vedere le sue iridi viola mentre leggeva la sua solitudine.
Perché ora era questo che Riven provava, una profonda solitudine.
La ragazza si alzò lentamente e notò che lui la stava osservando da sopra la sua spalla, come un'animale ferito che controlla le mosse del suo predatore.
"L'anno scorso ti ho chiesto di insegnarmi a combattere." La sua voce era ferma, ma non lo guarda, sta guardando lontano, oltre il bosco, oltre la barriera magica, oltre il tempo presente, a quel giorno in quel vecchio casolare, il giorno che era scappata.
"L'ho fatto prima che mi procurassi gli inibitori."
Sentiva chiaramente di avere l'attenzione del ragazzo.
"Te lo chiedo di nuovo, Riven, voglio imparare a combattere, vuoi essere tu ad insegnarmi?"
Si voltò ad osservare la sua reazione, lo sguardo ora era di un viola profondo e brillante allo steso tempo, fisso e forte come la convinzione di lei.
Sentì un piccolo moto d'orgoglio salire dallo specialista mentre le sue labbra si increspavano di nuovo nel suo famoso sorrisetto storto.
Musa lo sentì crescere mentre il ragazzo cercava maldestramente di rimettersi in piedi, la tempia pulsò insieme alla sua, ma qualcosa dentro di lei aumentava di volume riempiendola come acqua che riempie un sacco e lo gonfia, lo sentiva e lo vedeva mentre Riven srotolava la sua colonna vertebrale fino a tornare dritto, le spalle aperte di fronte alla fata.
"Non voglio più essere quella che non può difendersi."
Lui fece un maldestro passo avanti.
"Non voglio più essere la persona che si è arresa agli Scrapers."
Era troppo vicino, e riempiva musa del suo solito turbinio di emozioni, l'orgoglio, il dolore, una parte di cautela ed un pizzico appena di senso di protezione.
Musa accolse tutto quello che sentiva venire dal ragazzo che aveva di fronte, non vacillò, non cedette.
Poteva sentire l'odore di tabacco e disinfettante che impregnavano la sua maglietta e perfino il calore della sua pelle sulle guance, ma l'altro restava in silenzio.
Sospetto, curiosità ed ancora quel senso di protezione.
"Ci vediamo al Bastione, Fata della mente."
Rimasero un attimo in sospeso.
Poi lei Annuì.
Mentre il ragazzo la superava, diretto nuovamente al suo letto d'ospedale, Musa tirò un sospiro di sollievo liberando il suo potere che tornò ad accendersi e spegnersi in autonomia.
Mantenere fisso il suo potere di fronte ad un casino emotivo come quello di Riven l'aveva stancata, tenerlo sotto controllo era come cercare di incatenare un animale selvatico.
Avrebbe davvero dovuto imparare a domarlo.
Poi lo sentì.
Un'assolo di chitarra elettrica, un acuto distorto.
Si voltò a guardarlo, lui le sorrise appena, prima di abbassare la testa e sparire dietro la porta.
Sorrise anche lei.