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← Esilio a Colonia - la misura del caos

Creato il 13/09/2026, 09:26 · Aggiornato il 13/09/2026, 09:27

Capitolo 2: La torre di Babele

@bloodymary79bloodymary79
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Era la metà di ottobre del 1998. L'illusione di un'estate tardiva era svanita da settimane, inghiottita da un cielo color peltro che sembrava premere minacciosamente sulle guglie del Duomo di Colonia.
La mattina era iniziata nel caos tipico di casa di zio Luigi e zia Rosa. La cucina era il vero epicentro della loro quotidianità, il luogo in cui il profumo tostato del caffè della moka di Luigi faceva a pugni con l'odore dei Bretzel freschi che Sergio portava puntualmente ogni santo giorno.

Sergio, studente di Ingegneria al terzo anno, era la quintessenza della puntualità teutonica: entrava in cucina con la sua agenda digitale già aperta, pronto a scansionare la giornata con lo sguardo di un capotreno. 

«Sally, hai controllato il materiale per il DaF? La precisione metodologica è l'unico modo per non annegare nella grammatica», le aveva detto quella mattina, passandole la tazza di tè con una precisione quasi chirurgica, rigido e protettivo come un fratello maggiore che corregge i compiti a un'aspirante scienziata.

A smorzare la tensione ci pensava Luisa, l'esatto opposto del fratello: bionda e solare ma con gli occhi e il temperamento irrequieto ereditati dalle radici italiane, irrompeva nella stanza ancora con il telefono d'ufficio incollato all'orecchio. Lavorava nell'ufficio commerciale di una grande ditta automobilistica e passava metà della sua vita su un aereo; chiudeva una chiamata in un Tedesco impeccabile per poi urlare un saluto in perfetto Italiano a Sally, scompigliandole i capelli con affetto. «Non ti abbattere, piccolina, i tedeschi saranno anche rigidi, ma tu hai la marcia in più», le aveva detto al volo prima di correre via verso l'ennesima riunione.

Portandosi dietro quell'eco di famiglia, Sally era uscita dalla stazione della metropolitana di Universitätstrasse stringendo la tracolla della borsa piena di libri che le pesava sulla spalla come un sacco di sassi. Aveva appena finito l'ennesima sessione di registrazione al Sprachenzentrum, il centro linguistico dell'università, dove aveva tentato disperatamente di distinguere tra le sfumature dei casi dativo e accusativo in un'aula piena di studenti turchi, giapponesi e spagnoli che sembravano capire tutto molto più velocemente di lei.

Il corso intensivo di Deutsch als Fremdsprache (DaF) si stava rivelando una Waterloo personale: lei, che a casa era abituata a dissezionare i testi con l'eleganza di un chirurgo, qui si sentiva ridotta all'infanzia intellettuale.

Mentre camminava a passo svelto verso l’Institut für Deutsche Sprache und Literatur, si fermò di scatto davanti a una bacheca; c'era un foglio spillato che annunciava un seminario introduttivo di letteratura tedesca. Sentì una fitta di nostalgia acuta, fisica, quasi un crampo allo stomaco: quello era il suo mondo, o almeno avrebbe voluto che lo fosse. Adesso, leggere quel titolo le sembrava un'offesa alla sua attuale condizione di afasia.

Decise di entrare lo stesso. Si sedette in fondo all'aula magna, un anfiteatro enorme e grigio. Il professore iniziò a parlare a un ritmo supersonico; usava termini tecnici — Hermeneutik, Rezeptionsästhetik — che in Italiano erano il suo pane quotidiano, ma che in Tedesco, pronunciati con quella cadenza renana, le rimbalzavano addosso come proiettili di gomma.

Per un'ora intera non capì praticamente nulla, si limitò a fissare le scarpe consunte dello studente seduto davanti a lei, sentendosi piccola, inutile e terribilmente fuori posto. L'ansia, una compagna nuova e sgradevole che le si era installata nel petto da quando aveva lasciato l'Italia, cominciò a salirle in gola.

Uscì dal seminario con la testa che le scoppiava e le lacrime agli occhi, non riuscendo a concentrarsi su nulla che non fosse il vuoto lasciato da Teo. Da quella mattina di fine agosto alla stazione non si erano mai più sentiti, neppure una parola, un messaggio, un cenno. Era stata una decisione lucida, disperata e necessaria: se avesse sentito la sua voce, se avesse ceduto anche solo a una telefonata, sapeva perfettamente che avrebbe mollato tutto per correre a comprare un biglietto del treno di ritorno, buttando all'aria il futuro che si stava sforzando di costruire. Era rimasta intrappolata in quel silenzio, con il cuore congelato su un binario.

Quella sera, il suo turno al ristorante degli zii, "Bella Italia" nel quartiere centrale di Colonia, fu una tortura: il locale era pieno di banchieri tedeschi in cravatta che ordinavano Chianti e parlavano a voce alta, incuranti del fatto che lei stesse lì, in piedi alla cassa, cercando di destreggiarsi tra i conti e il loro tedesco colorito.

Mentre sparecchiava un tavolo, si ritrovò davanti a un bicchiere di vino rosso lasciato a metà. La mente le corse a Teo, alla sua immagine sbiadita, chiedendosi se lui si ricordasse ancora di lei o se il suo nome fosse svanito nel vento dell'Appennino.

«Sally! Mach schneller!» (Sbrigati!), la richiamò lo zio Luigi, un uomo piccolo e tarchiato che dopo più di trent’anni in Germania d in tedesco parlava solo di cibo, fatture e denaro, sebbene i suoi occhi tradissero sempre una sottile tenerezza per quella nipote arrivata da lontano e con lo sguardo perennemente perso.

Sally tornò bruscamente alla realtà. Si scusò, pulì il tavolo e tornò alla cassa, sentendo un peso opprimente sul petto. Quella sera, mentre chiudeva il locale e salutava gli zii, decise che aveva bisogno di un contatto con l'Italia. Aveva bisogno di sentire la voce di Elena.

Corse a casa, nella sua mansarda, prese la sua tessera per le chiamate internazionali e compose il numero fisso.

— Pronto? — rispose la voce squillante di Elena dopo tre squilli.

— El, sono io — sussurrò Sally, stringendo la cornetta con forza.

— Sally! Ma che succede? Sono le undici di sera passate! Mi chiami per farti compatire? — scherzò Elena, ma percepì subito il tremito nella voce dell'amica. — Ehi, ci sei?

— Sì, sì, ci sono — rispose Sally, con la voce spezzata. — È solo che... oggi sono stata all'università e... non ho capito niente. Non capisco la lingua, non capisco i seminari, mi sento una fallita. E... e non lo so se ce la faccio. Ho una paura folle di cedere, di mollare tutto e tornare in Italia solo perché... insomma, hai capito.

Dall'altro capo del filo ci fu un attimo di silenzio, poi il tono di Elena si fece duro, fermo, ma con quella vena cinica e affettuosa che la contraddistingueva.

— Ascoltami bene, testa di rapa — tuonò Elena senza mezzi termini. — Tu non ti azzardi nemmeno a pensare di tornare indietro. Lo so che l'inizio fa schifo, che la Germania ti sembra una follia e che hai quel blocco in gola grande come una casa. Ma ti sei fatta un mazzo così per arrivare fin lì. Teo è rimasto in Italia, non ti ha fermato e non ti sta cercando e lo sai: se crolli adesso e cedi alla tentazione di sentirlo, torni al punto di partenza a farti del male da sola. L'inizio è difficile, è una salita verticale, ma ti ambienterai presto, te lo prometto. Ascolta bene: esci, comprati una birra gelata e fai una scorta di preservativi, che la Germania è piena di teutonici biondi alti due metri che non aspettano altro che una bella studentessa italiana disperata! Sei Sally, cazzo! Non farti sconfiggere da quattro declinazioni tedesche!

Sally scoppiò a ridere in mezzo alle lacrime, stringendo la cornetta mentre fuori la nebbia renana iniziava a inghiottire i tetti appuntiti di Colonia.

— Sei sempre la solita scema, El — disse Sally, asciugandosi una guancia con il dorso della mano, con il cuore che le batteva un po' più leggero. — Grazie.

— Figurati. Adesso vado che Jo mi sta aspettando e non ha tutta questa pazienza — ridacchiò Elena dall'altra parte dell'oceano di cavi telefonici. — E mi raccomando: niente pianti notturni, vatti a cercare un po' di sano svago teutonico e scrivi. Hai capito? Scrivi!

— Promesso. Ciao, El.

— Ciao. Tieni duro e fatti valere!

Sally riagganciò il telefono e rimase seduta per un momento in silenzio. Guardò la sua mansarda, la finestra a velux che incorniciava il cielo plumbeo, e poi aprì il cassetto dove teneva la vecchia cassetta audio di Teo. Non lo avrebbe cercato. Non poteva.

Prese un quaderno pulito e la penna. Prese i pezzi di quelle melodie mute che le risuonavano in testa e, con la mano che le tremava leggermente, cominciò a scrivere i suoi testi in Inglese, trasformando il dolore in inchiostro, e la solitudine in una lingua tutta sua.

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