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← Esilio a Colonia - la misura del caos

Creato il 13/09/2026, 09:25 · Aggiornato il 13/09/2026, 09:25

Capitolo 1: Prologo

@bloodymary79bloodymary79
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La fine dell'estate a Colonia non stava ancora mollando la presa, ma non era l'estate della Pianura Padana: mancava del tutto quella cappa di umidità densa, stagnante e familiare che in Italia le appiccicava i vestiti alla pelle ma che, in fondo, aveva il sapore rassicurante e soffocante di casa. L'aria qui era già sorprendentemente tagliente e pulita, un'illusione di calore che svaniva improvvisamente non appena il sole si nascondeva dietro i tetti appuntiti e le guglie scure della città. Quando il treno rallentò la sua corsa e si fermò sbuffando sotto la grande volta di ferro e vetro della stazione centrale, la Hauptbahnhof, a Sally parve di essere entrata dentro una cattedrale di ghiaccio.

Il giorno del suo arrivo, la città l'accolse con una luce fredda e un vento che sapeva di asfalto bagnato e di una lingua ostile, un muro di consonanti dure che le raschiava la gola. Ma la vera ferita non era fuori; era dentro il suo petto, rimasta intrappolata su un binario della stazione in Italia e inchiodata all'ultimo sguardo di Teo. Aveva ancora nelle orecchie il fischio del treno che si staccava e la figura del ragazzo di cui era disperatamente innamorata che rimpiccioliva sul marciapiede, mentre il suo cuore, semplicemente, aveva rifiutato di seguirla, decidendo di restare indietro.

Le prime settimane furono un concentrato di scartoffie, uffici impersonali e file interminabili per districarsi nella burocrazia universitaria. Ospitata nella villetta a schiera dei cugini di secondo grado — una famiglia calorosa e fin troppo presente, stabilita da anni in una periferia ordinata e silenziosa a nord della città —, Sally si scontrò subito con una quotidianità che le sembrava un corpo estraneo: i cugini, gentili e prodighi di consigli, la trattavano con un misto di affetto protettivo e stupore per la sua aria perennemente smarrita. Quella specie di calore familiare, così casalingo e invadente, faceva a pugni con la sua disperata urgenza di isolamento e di silenzio.

Tra una pratica e l'altra, dovette affrontare l'impatto con l'Università di Colonia e con i requisiti d'ingresso per stranieri. Per poter frequentare i corsi regolari di lettere e filologia, fu costretta a iscriversi ai corsi intensivi di Deutsch als Fremdsprache presso lo Sprachenzentrum dell'ateneo. Aule affollate di studenti provenienti da ogni angolo del mondo, lavagne coperte di grammatiche punitive e declinazioni infinite che le facevano sembrare la sua amata letteratura tedesca una lingua morta e incomprensibile. Lei, che in Italia era considerata una brillante studentessa di lettere, capace di dominare i testi con ironia e precisione, si ritrovava improvvisamente muta, costretta a balbettare frasi fatte per comprare il pane o per chiedere un'informazione allo sportello della segreteria.

Per non soccombere al silenzio della sua nuova mansarda e per rendersi utile sdebitandosi per l'ospitalità, Sally aveva iniziato a dare una mano anche nel ristorante italiano che gli zii gestivano nel cuore di Colonia, un locale molto frequentato da impiegati tedeschi in cerca di comfort food e da nostalgici della via Emilia. Lavorare lì era diventato il suo survival kit: imparare a tradurre in fretta i piatti del giorno in un tedesco stentato, ingoiare la stanchezza dopo i turni serali e sfoggiare un sorriso di circostanza mentre sparecchiava i tavoli coperti a quadri rossi e bianchi. Spesso, mentre fissava i bicchieri di Chianti, la mente le scivolava inevitabilmente verso le osterie di montagna, chiedendosi se Teo stesse imbracciando la chitarra o se il suo nome suonasse vuoto anche per lui.

Nella sua nuova stanza mansardata, illuminata da una finestra a velux che incorniciava un cielo che iniziava a farsi plumbeo, c'erano due oggetti che custodiva come reliquie laiche: il primo era la cornice con le firme di tutti i suoi amici — il segno indelebile tracciato da Marco, Elena, Dado, Tommy, Jo e Teo su un pezzo di carta. Guardarla la sera, mentre fuori la nebbia iniziava a inghiottire i tetti, era un rituale doloroso: passava ore a fissare la grafia di Teo, cercando di indovinare a cosa stesse pensando in quel preciso istante. Il secondo oggetto era la vecchia cassetta audio che lui le aveva regalato prima della partenza, quella con gli accordi di chitarra lasciati a metà.

Nel buio della notte, con le cuffie consumate appoggiate alle orecchie, Sally ascoltava quelle note ripetutamente e iniziava a scrivere. Era iniziato tutto come un disperato bisogno di sopravvivenza: prendeva i pezzi delle melodie di Teo e annotava testi in Inglese, poesie malinconiche e taglienti sui treni che partono e sui binari che spezzano le vite in due. Scriveva sui margini dei suoi manuali di lingua, riempiendo quaderni interi che teneva gelosamente nascosti nel cassetto della sua scrivania, trasformandoli nell'unico rifugio sicuro in cui il suo cuore poteva finalmente battere.

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