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← Ernesto... ancora?

Creato il 24/06/2026, 06:51 · Aggiornato il 24/06/2026, 10:43

Capitolo 9: Eco del passato

@bergadavideDavide
MaturoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Contenuto sessuale esplicito
  • Copertina AI
  • Gaslighting / Manipolazione psicologica
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Il ronzio del bar dell'università mi avvolgeva in un'orchestra stonata di voci, il clangore delle tazzine e quel profumo inebriante di caffè, ormai quasi familiare. Seduto di fronte a Micaela, provavo a concentrarmi, ma la mia mente, come una barca alla deriva, remava già verso un altro tempo. Avevamo trovato un tavolo un po' appartato, lontano dal flusso costante di studenti, eppure il baccano era comunque una marea che minacciava di travolgermi.

Micaela, con i suoi ricci ribelli che le incorniciavano il viso e gli occhi castani che brillavano di un'innocenza disarmante, parlava a ruota libera. Le sue parole, un fiume in piena di aneddoti universitari e speranze future, erano per me un dolce mormorio lontano. "E quindi, capisci, questo esame di fisica è un incubo, ma se lo passo, sarò a metà strada per la laurea..." La sua voce era melodiosa, ma a un certo punto smisi di ascoltarla. La mia attenzione non era più su di lei, né sul brusio circostante. Era successo di nuovo.

Un'eco del passato aveva squarciato il velo del tempo. I miei occhi si persero in un punto indefinito oltre le spalle di Micaela, e il frastuono del bar si affievolì fino a diventare un lontano ronzio. La mia mente mi aveva catapultato indietro, in un'altra vita, un altro corpo, e un amore che credevo perduto per sempre. Il tempo e lo spazio si erano distorti: ero di nuovo Basilio.

Quel nome mi risuonò nella mente come un gong, un'identità indossata nell'antica Costantinopoli, intorno al 900 a.C. Era stata la mia prima reincarnazione dopo quella breve vita da Etius a Roma. In quell'esistenza, avevo giurato di sfuggire alla violenza e alla morte prematura che mi avevano perseguitato. Avevo scelto una vita semplice, quella di un contadino, convinto che la terra e il ciclo delle stagioni mi avrebbero offerto pace. E, in un certo senso, era stato così. I miei poteri, allora, erano più lievi: un'attrazione meno prepotente rispetto a quella che affliggeva Ernesto, e una forma di preveggenza, la capacità di anticipare gli eventi futuri con un paio di giorni di anticipo. Questa preveggenza era stata la mia salvezza, permettendomi di mettere al riparo il raccolto prima delle tempeste imminenti, di prevedere le malattie del bestiame e di evitare i pericoli nascosti nei campi. La vita da contadino mi si addiceva; mi permetteva di usare il mio dono per prosperare, non per fuggire.

E poi c'era Elena. Era lei, la ragazza più desiderata del villaggio, la personificazione della bellezza rustica. I suoi capelli erano di un biondo dorato, un'esplosione di ricci che danzavano con ogni suo movimento. Gli occhi, di un azzurro così limpido da rivaleggiare con un cielo estivo senza nuvole, riflettevano una gioia genuina. Le sue gambe lunghe e affusolate promettevano agilità e grazia. Ci eravamo sposati da poco, in una cerimonia semplice ma sentita, e la nostra capanna profumava di fieno e di un amore innocente che mai più avrei provato.

La nostra felicità, però, era destinata a essere effimera. Un giorno, mentre stavo riponendo il grano, la visione mi colpì con una violenza inaudita. Il Conte della città vicina aveva messo gli occhi su Elena. La fama della sua, era arrivata fino a lui e la voleva tra le sue concubine e il Conte non era un uomo da cui si potesse scappare facilmente.

Elena e io decidemmo di fuggire nella notte, lasciando dietro di noi la nostra vita semplice per salvare la nostra dignità. Ma la preveggenza mi aveva anche mostrato la nostra fine: le guardie del Conte ci avevano raggiunti. Io, nonostante la mia natura pacifica di contadino, mi ero rifiutato con veemenza di concedere mia moglie. Il ricordo si fece nitido, la scena cruenta: Elena e io, trucidati senza pietà dalle guardie, il sangue che macchiava la terra, la speranza infranta.

Non avevo dubbi: Elena era Micaela. La stessa purezza negli occhi, la stessa luminosità nei ricci, lo stesso sorriso che, allora come adesso, sembrava sfidare il peso del mondo. Ma Micaela, seduta di fronte a me, non ricordava nulla. La sua mente era un libro bianco, un mistero che desideravo disperatamente svelare. Era questa la ragione della sua immunità ai miei poteri? Una connessione d'anima che trascendeva le reincarnazioni?

Il ricordo, vivido e doloroso, svanì all'improvviso come fumo nel vento. I rumori del bar rientrarono prepotentemente nelle mie orecchie, un'esplosione assordante di chiacchiere, risate e il ronzio delle macchine del caffè. Mi ritrovai di nuovo seduto al tavolo, gli occhi di Micaela che mi fissavano con una preoccupazione velata. Il mio stomaco si contorse, non per fame, ma per il senso di vertigine lasciato dal balzo temporale.

"Ernesto? Stai bene?" La voce di Micaela mi riportò al presente, il suo tono ora più vicino, più reale. "Ti sei... bloccato un attimo. Ti senti poco bene?" Le sue sopracciglia erano aggrottate, e sul suo viso si leggeva una genuina apprensione.

Sbattei le palpebre, il sapore amaro del passato ancora sulla lingua. "Sì... sì, sto bene," balbettai, cercando di ricompormi. La mia gola era secca. "Solo... un momento di distrazione. Stavi dicendo... dell'esame di fisica?" Provai a sorriderle, ma sentii il mio volto rigido, come una maschera di cera. Il mio cuore, il cuore di Ernesto, batteva forte, un tamburo impazzito. Il ricordo di Elena, di Basilio, di quella vita spezzata, mi aveva scosso fin nelle fondamenta. Micaela era Elena. E questo cambiava tutto.

Micaela mi fissò per un istante, poi i suoi occhi castani si tinsero di un'insolita intensità. Si arrotolò un riccio dei capelli intorno alla mano, un gesto che, in altre donne, avrei interpretato come un segnale. "Già, fisica. Ma parliamo di cose più... interessanti." Si morse voluttuosamente la matita con cui stava prendendo appunti, i suoi denti bianchi che brillavano. "Allora, la professoressa Moretti... Che ne dici delle sue... avance?" La sua voce si abbassò, quasi un sussurro complice. "Tutta la classe le ha notate, sai. E tu... eri lì, al centro della scena. Intendi davvero andare nel suo ufficio?"

Mentre parlava, il suo vestitino corto scivolava leggermente più in alto, rivelando le sue gambe nude e affusolate. Si sistemò meglio sulla sedia, avvicinandosi ancora di più, e nel farlo il suo ginocchio sfiorò il mio. Un brivido mi corse lungo la schiena, non di repulsione, ma di una strana, improvvisa consapevolezza.

Ero abituato al mio potere di attrazione, un fardello più che un dono. Ma in quell'istante, mentre il suo ginocchio toccava il mio, compresi qualcosa di nuovo e di fondamentale. Micaela non era immune alla mia capacità di affascinare; non me ne ero accorto perché non potevo leggerle il pensiero, ma quel suo comportamento civettuolo mi fece capire subito che anche lei non poteva resistere al mio potere di attrazione.

Senza pensarci troppo, con un sorriso divertito che credevo potesse rassicurarla (o almeno, questo era il mio intento), allungai una mano e le appoggiai il palmo sulla spalla. "Ma figurati, Micaela," dissi, la voce di Etius che risuonava con una finta leggerezza, "io? Farmi abbindolare da una come quella lì? Ho affrontato donne ben più scaltre della professoressa Moretti!"

Le sue risate si bloccarono. I suoi occhi, un istante prima iniettati di una curiosità vivace, si fecero improvvisamente vacui, vitrei, come se la sua anima si fosse momentaneamente ritirata. Il riccio che si stava arrotolando le sfuggì dalle dita. La matita, ancora stretta tra i denti, non fu più morsa con voluttà, ma semplicemente trattenuta, quasi dimenticata. La sua presenza, il suo sguardo penetrante, tutto svanì, sostituito da una sorta di assenza, una nebbia che sembrava avvolgere il suo essere.

Un istante dopo, riuscii a sentire i suoi pensieri, che fino a quel momento erano rimasti celati dietro un enigmatico silenzio. Mi piombarono addosso come un'onda impetuosa, un coro muto di puro, primordiale desiderio. Non c'era curiosità, né malizia, né la sua solita, rassicurante normalità. Solo una fame primordiale. «Voglio... lui. Subito. Qui. Adesso! Voglio che mi comandi, voglio che mi dica cosa devo fare! Sono totalmente rapita dalla sua volontà!» Era un pensiero così crudo, così potente, così privo di ogni sfumatura, che mi fece gelare il sangue.

La mia mano era ancora sulla sua spalla, e la sua pelle, sotto la mia palma, sembrava vibrante. Il sorriso si spense sul mio volto. Oh, dèi. Avevo appena scoperto un nuovo lato del mio potere ai danni di un'inconsapevole Micaela, e il risultato era... terrificante! Era immune alla telepatia a distanza, ma il contatto fisico amplificava a tal punto la mia maledizione da trasformare la sua mente in un vuoto di desiderio.

Con un movimento brusco, ritirai la mano dalla sua spalla come se mi fossi scottato. "Oh," mormorai, il tono che non riuscii a rendere più divertente, "credo... credo che questo esame di fisica stia iniziando a farsi sentire anche per me. Forse dovrei prendere un altro caffè."

Micaela sbatté le palpebre un paio di volte, il vuoto nei suoi occhi che si dissipava lentamente. Il riccio tornò a essere giocato tra le sue dita, e la matita fu di nuovo morsa con una punta di civetteria. Mi guardò, un sorriso confuso sul volto. "Caffè? Ma se l'hai appena finito... stai bene, Ernesto?" Il suo ginocchio, però, rimase lì, a sfiorare il mio, come un promemoria silenzioso della potenza che avevo appena risvegliato.

Fantastico. L'unica persona che mi offriva pace mentale, e io avevo appena scoperto il modo per trasformarla in un'altra vittima della mia maledizione. E adesso sapevo che non era immune. Era solo una diversa forma di reazione. Un'altra freccia al mio arco, certo, ma una freccia che, temevo, avrebbe ferito più lei che me.

Il bar dell’università era un tumulto di voci, tazzine che sbattevano e un odore di caffè che mi avvolgeva come una rete. Seduto di fronte a Micaela, cercavo di ancorarmi al presente, ma il suo ginocchio sfiorava ancora il mio sotto il tavolo, un contatto che mi faceva tremare non per desiderio, ma per il timore di ciò che avevo risvegliato. Lei, ignara, continuava a parlare di esami e professori, i suoi ricci ribelli che danzavano a ogni gesto, i suoi occhi castani che brillavano di un’innocenza disarmante. Ma poi, per una frazione di secondo, qualcosa cambiò.

«Sai, Ernesto,» disse, interrompendo il suo racconto su un professore di fisica con la mania dei quiz a sorpresa. Si sporse verso di me, un riccio che le cadeva sul viso come una tenda selvaggia. «È strano, ma… mi sembra di averti già visto da qualche parte. Non qui, intendo. È come… una sensazione di familiarità.» Le sue parole, leggere come un soffio, si spensero in un sorriso incerto, e per un istante i suoi occhi parvero perdersi, come se un’ombra di un altro tempo li avesse attraversati. Fu un lampo, rapido come il battito d’ali di una farfalla, e subito tornò a mordicchiare la matita, ignara del terremoto che quelle parole avevano scatenato in me.

Elena. Il nome mi bruciò nella mente, un’eco di Costantinopoli, di una capanna profumata di fieno, di una vita spezzata sotto il peso di spade e ambizioni altrui. Era possibile? Quel tocco, che aveva trasformato la sua curiosità in un desiderio primordiale, aveva forse scosso un frammento della sua anima, un ricordo sepolto nei secoli? Eppure, la sua mente restava un enigma, un silenzio che la mia telepatia non poteva penetrare. Anche ora, dopo il contatto, i suoi pensieri erano un muro di nebbia, un mistero che mi tormentava più di qualsiasi lussuria gridata dalle folle.

Stavo per rispondere, per sondare con cautela quel barlume di passato, quando un’ombra si stagliò sul nostro tavolo, accompagnata da un profumo floreale che ormai associavo a un assedio. Clara Moretti, la professoressa, era lì, il tailleur nero che aderiva al suo corpo come un’armatura di seta, il sorriso che prometteva battaglia. «Signor Rossi, che piacere trovarti qui,» disse, la voce chiara e affilata come una lama. I suoi occhi saettarono su Micaela, squadrandola con un disprezzo appena velato. «Questa sciacquetta non sarà un problema per me,» pensò, e io captai il suo pensiero con la chiarezza di una campana. «Nessuna ragazza di questo campus può competere con il mio fascino. Ernesto sarà mio.» La sua arroganza era quasi comica, se non fosse stata così pericolosamente determinata.

Micaela si irrigidì, il suo sorriso che svaniva come un fuoco spento dal vento. «Professoressa Moretti,» disse, la voce educata ma fredda come una brezza invernale. «Stavamo solo… parlando di esami.» Il suo ginocchio si ritrasse dal mio, un movimento che mi fece sentire improvvisamente abbandonato. Lessi nei suoi occhi una sorta di timore, come se avesse paura di pestare i piedi alla professoressa. Ma io non ero un trofeo da contendere, e stavo per ribattere quando la Moretti agì.

Con un movimento rapido, quasi felino, la sua mano scattò verso la mia, posata sul tavolo. Le sue dita, fredde e curate, si chiusero attorno al mio polso prima che potessi ritrarlo. Il contatto fu improvviso, e il mio cuore accelerò, temendo l’esplosione di desiderio che avevo scatenato in Micaela. Mi preparai al peggio: un’onda di pensieri lussuriosi, una fame primordiale che avrebbe travolto la sua mente. Ma… nulla. I suoi pensieri rimasero nitidi, arroganti, calcolati: «Ora ti ho in pugno, Ernesto. Non mi sfuggirai.» Nessun vuoto, nessuna perdita di controllo. Solo la sua volontà ferrea, immutata.

Un lampo di comprensione mi attraversò. Il potere non si era attivato. Con Micaela, ero stato io a toccarla volontariamente, posando la mano sulla sua spalla. Qui, era stata lei a prendere l’iniziativa. Dunque, non era il contatto in sé, ma la mia intenzione a scatenare quella nuova, terrificante forma della mia maledizione. Il sollievo mi inondò, ma durò poco: la sua presa era ancora salda, le sue unghie laccate che premevano leggermente sulla mia pelle.

Con un gesto rapido, ritirai la mano, liberandomi dalla sua stretta con un sorriso teso. Non potevo permettere che quel gioco continuasse. «Mia cara professoressa,» dissi, alzandomi con un inchino che avrebbe fatto invidia a un cortigiano di Bisanzio, la voce intrisa di un’ironia che scivolava come seta, «le vostre offerte sono un canto di sirena che farebbe naufragare anche il più stoico dei marinai. Ma, ahimè, il mio destino mi chiama altrove, verso lidi temo meno… allettanti. Devo preparare l’esame di fisica, credo.» La scusa mi uscì incerta, ma sperai che ‘fisica’ fosse una materia plausibile in questo secolo.

La Moretti inarcò un sopracciglio, il sorriso di chi non è abituata a un no che le si dipingeva come un ghigno sulle labbra carnose e ben curate. «Oh, Ernesto, non sei così sfuggente come credi,» disse, la voce bassa ma tagliente. Il suo pensiero era una sentenza: «Questa sciacquetta non ti terrà lontano da me a lungo.» Si raddrizzò, il tailleur che si tendeva in un modo che attirò gli sguardi di mezzo bar, e si allontanò con un ticchettio di tacchi che sembrava un tamburo di guerra.

Micaela mi guardò, le sopracciglia aggrottate, un misto di divertimento e sospetto sul viso. «Wow, Ernesto, nessuno rifiuta le avances della Moretti,» disse, ridendo piano. «Come al solito parli come se fossi uscito da un libro di storia. E quella risposta alla Moretti? Epica.» Si sporse di nuovo verso di me, e il suo ginocchio tornò a sfiorare il mio. «Ma sul serio, Ernesto, cos’è questa storia? Sembri sempre… non so, fuori posto…» Il suo tono era leggero, mentre nei suoi occhi si dipinse l'eco di un'infatuazione sul nascere. Lo avevo visto ormai in migliaia di donne, quel lampo negli occhi, per non farmelo sfuggire.

«Un vecchio trucco, Micaela,» replicai, forzando un sorriso mentre mi alzavo, il cuore di Ernesto che martellava come un tamburo. «Le vie del destino sono tortuose, e io sono solo un viandante che cerca di non inciampare.» Le feci un cenno con la testa, un altro gesto d’altri tempi, e prima di avviarmi verso l’uscita aggiunsi, “Adesso vado che davvero devo prepararmi per fisica,” il ronzio del bar che si mescolava al tumulto nella mia mente. Micaela mi guardò, un’ombra di delusione che le increspava le labbra. ‘Fisica, eh?’ disse, ma il suo tono era più morbido, come se sperasse che restassi. I suoi occhi, però, tradivano quel lampo di infatuazione che avevo visto troppe volte per ignorarlo.

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