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← Ernesto... ancora?

Creato il 19/06/2026, 07:28 · Aggiornato il 19/06/2026, 07:29

Capitolo 8: Università

@bergadavideDavide
MaturoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Contenuto sessuale esplicito
  • Copertina AI
  • Gaslighting / Manipolazione psicologica
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Università

Il sole del mattino, un disco pallido intrappolato tra le nubi grigie di Milano, sembrava schernire la mia nuova prova. Io, Etius, che avevo calcato le strade lastricate di Roma, sfidato i venti del deserto con carovane di mercanti e discusso con filosofi sotto i portici di Atene, mi trovavo ora, con un'amara ironia, imprigionato nel corpo di Ernesto Rossi, uno studente universitario in un’epoca di strani congegni e frenesia.

La mia dimora, ancora impregnata del profumo dolciastro di Tiffany, era un ricordo lontano. Dopo il rituale purificatore della notte precedente, il mio corpo era immacolato; eppure, la mente ribolliva d'inquietudini.

Oggi, il destino mi trascinava verso l'università, un presunto tempio del sapere che, nei frammenti di memoria di Ernesto, appariva più come un bazar di vanità e chiacchiere. «Che ironia,» pensai, aggiustando i jeans stretti che mi tormentavano le cosce, «un eterno viandante del tempo, ridotto a scribacchino in un mondo di automi.»

Il primo ostacolo fu la metropolitana; fremevo al pensiero di poter rivivere quella stessa agonia del giorno prima. Ai miei occhi appariva come una cloaca sotterranea che i milanesi chiamavano «la metro». Scesi le scale di una stazione che puzzava di ferro arrugginito e sudore rancido, la folla che mi spintonava come un'orda di barbari. Le porte di un vagone si aprirono con un sibilo, e mi ritrovai schiacciato in una scatola d'acciaio, un mosaico di corpi sconosciuti che si urtavano senza ritegno. La mia maglietta, fresca di lavaggio, si incollava già alla schiena, e i jeans, moderni accessori di tortura, erano una prigione di stoffa che mi graffiava la pelle a ogni sobbalzo. «Per gli dèi,» mormorai, aggrappandomi a una sbarra di metallo come fosse il corrimano di un vascello in balia delle onde dell'Oceano Indiano, «questo è peggio di un assedio.» Ero in preda al panico; ne avevo viste e vissute di ogni genere, ma la debolezza cronica di questo corpo, unita alla frenesia della gente di questo tempo, era davvero spaventosa.

Fu allora che la mia telepatia percepì un’onda di pensieri altrui che mi travolse come un mare sporco. «Cazzo, sono in ritardo per il meeting!» «Quel caffè era schifoso, mai più!» «Devo postare questa foto, è perfetta.» «Perché non mi ha risposto su WhatsApp?» Era una cacofonia assordante, un mercato di anime meschine che gridavano le loro miserie. Una donna con un congegno di vetro premuto contro l’orecchio mi sfiorò, e il suo pensiero mi colpì: «Se non mi chiama entro stasera, lo mollo.» Un ragazzo con auricolari luminescenti, schiacciato contro il mio fianco, mi squadrò con occhi famelici: «Chi è ‘sto figo? Con la scusa di perdere l'equilibrio potrei cadere tra le sue braccia per farmi sorreggere… ho già la pelle d'oca al pensiero!» Strinsi i denti, il sudore che mi imperlava la fronte. Non era solo il contatto fisico – gomiti, spalle, borse che mi urtavano – a offendermi, bensì l’odore: un misto di profumi chimici, sudore e cibo rancido che avrebbe fatto impallidire persino una fogna romana.

Una ragazza con capelli tinti di rosa, premuta contro la porta, mi fissava senza pudore. «Dio, che mascella… vorrei baciarlo qui, ora.» Mi ritrassi, premendomi contro la parete del vagone, ma non c’era scampo. Un uomo in giacca, con una valigetta stretta al petto, pensava: «A vent’anni ero un disastro, e questo sembra un modello. Che ingiustizia!»

Risi tra me, un suono strozzato che attirò un’occhiata curiosa da un anziano con un bastone. «Ride da solo? Però… che occhi...» «Fantastico,» mormorai, la voce persa nel ruggito del vagone. «Un’altra giornata a navigare tra pensieri lascivi e volgari!» Io, che avevo affrontato orge romane con più dignità, ero ridotto a un fantoccio in un carro di folli, tormentato da desideri che non volevo ispirare. Immaginai che da lì a breve dalle mie orecchie sarebbe sceso il sangue, qualora quella tortura si fosse protratta oltre.

Quando il vagone si fermò alla stazione di Duomo, mi lanciai verso l’uscita, spintonando senza ritegno. L’aria aperta, per quanto impregnata di smog, fu una benedizione.

Camminai verso l’Università degli Studi, un colosso di pietra grigia che, con le sue colonne e i suoi archi, evocava vagamente un foro romano, seppur deturpato da graffiti e cartelli di plastica. Seguivo le indicazioni della «strega», quello strano oggetto che sembrava essere indispensabile per chiunque in questo strambo presente.

I corridoi erano un labirinto di voci e congegni, studenti che chiacchieravano in una lingua rapida e incomprensibile, i loro pensieri un ronzio costante: «Guarda quel tipo, sembra uscito da un film.» «Cazzo, perché non sono così?» Mi infilai in un’aula al secondo piano, un anfiteatro di banchi coperti di scarabocchi, sperando che il sapere accademico fosse un’oasi di silenzio mentale. Era esattamente dove dovevo essere, e lo sapevo dai ricordi confusi della mente di Ernesto.

Seduto in fondo, cercai di rendermi invisibile, ma la mia maledizione non conosceva tregua. Gli sguardi mi piovevano addosso: una ragazza con treccine mi sorrise, un ragazzo con occhiali mi squadrò con invidia, e i loro pensieri – «È… divino!» «Perché non sono io quello lì?» – mi travolsero. Stavo per cedere al panico quando una figura familiare si sedette a pochi banchi di distanza. Micaela. La ragazza del mercato, con i suoi ricci ribelli e il sorriso normale, scribacchiava su un taccuino, ignara del caos che mi circondava. Il mio cuore di Ernesto diede un balzo, non per desiderio, ma per una speranza fragile. Lei era l’unica il cui silenzio mentale mi dava pace, un’oasi in questo deserto di pensieri lascivi.

Mi avvicinai, esitante, e mi sedetti accanto a lei. «Salve,» dissi, la voce di Etius che risuonava come un’arpa in una taverna. Lei alzò gli occhi, sorpresa, e mi offrì un sorriso privo di malizia, ma i suoi occhi castani tradivano un’ammirazione che conoscevo fin troppo bene. «Non è immune,» pensai, notando il lieve rossore sulle sue guance e il modo in cui si sistemò i ricci. «Ernesto, giusto?» disse, la voce morbida ma incerta. «Non ti avevo mai visto a lezione. Pensavo fossi uno di quelli che studia da casa.»

Risi, un suono che mascherava il mio smarrimento. «Le vie del sapere, mia cara, sono tortuose,» replicai, scivolando nel tono forbito che aveva piegato regine e sultani. «Ma dimmi, cosa ci attende in questo… tempio di parole?»

Micaela ridacchiò, giocherellando con la penna. «Oggi c’è la Moretti, filosofia moderna. Parla di Nietzsche. È un po’… intensa, ma sa il fatto suo. Però, attento, ha un debole per gli studenti… interessanti.» Mi lanciò un’occhiata di sbieco, e il suo sorriso era un misto di avvertimento e divertimento. «Un enigma,» pensai, affascinato dal suo silenzio mentale. «Forse una chiave, forse solo un altro gioco del destino.» Parlammo, o meglio, lei parlò, di libri, professori e della vita universitaria, e per un istante mi parve di essere un uomo normale, non un saltimbanco del tempo. Ma la mia tregua fu fin troppo breve.

La porta dell’aula si spalancò, introducendo un turbine di seta e tacchi. Clara Moretti, una donna sulla quarantina con capelli castani raccolti in uno chignon severo e un tailleur nero che non riusciva a nascondere una grazia felina, avanzò come un’imperatrice. Gli studenti ammutolirono, mentre io sentii un brivido premonitore. I suoi occhi, acuti come quelli di un falco, scandagliarono l’aula e si fermarono su di me. «Oh, chi abbiamo qui? Un Adone in carne e ossa… questo semestre sarà delizioso.» Il suo pensiero mi colpì come una lama, e subito capii che la mia maledizione aveva trovato un’altra preda.

«Buongiorno, miei cari discepoli!» esordì, la voce chiara e autoritaria, ma con una nota di malizia che non sfuggì a nessuno. «Oggi ci immergiamo nell’abisso di Friedrich Nietzsche, il profeta del superuomo, della volontà di potenza, dell’eterno ritorno. Un uomo che sfidava le convenzioni, che viveva al confine tra genio e follia.» Si appoggiò alla cattedra, il suo sguardo che tornava su di me con insistenza, e iniziò a declamare: «Nietzsche ci invita a superare noi stessi, a distruggere le catene della morale comune e a creare il nostro destino. Il superuomo è colui che abbraccia il caos, che danza sull’orlo del precipizio!»

Risi tra me, un suono amaro che si perse nel fruscio dei quaderni. Nietzsche! Io, Etius, l’avevo conosciuto a Torino, nell’autunno del 1880, in una bettola puzzolente di vino e fumo. Altro che profeta! Era un uomo smunto, con baffi ridicoli che sembravano un nido di topi e un alito che sapeva di grappa scadente. Una sera, dopo tre bicchieri di troppo, mi aveva sfidato a una gara di bevute, blaterando di «volontà di potenza» mentre inciampava su una sedia e farfugliava di «superuomini». «Se solo sapessero,» pensai, «che il loro filosofo si lamentava del mal di denti e temeva che il suo cappello fosse troppo fuori moda.» La professoressa Moretti lo dipingeva come un titano; io lo ricordavo come un mortale con una tosse cronica e un’ossessione per i cavalli.

La lezione continuò, un’interpretazione pomposa che mi fece alzare gli occhi al cielo. Ogni citazione di Così parlò Zarathustra era un affronto alla verità che avevo vissuto. «Eterno ritorno? Nietzsche lo balbettava tra un singhiozzo e l’altro, dopo aver vomitato dietro una taverna per la troppa birra.» La mia fronte si corrugò, un sorriso involontario mi increspò le labbra, e fu allora che lei lo notò.

«Signor Rossi,» disse la Moretti, interrompendo la lezione con un tono che fece voltare ogni testa verso di me. Si avvicinò, i tacchi che ticchettavano come un conto alla rovescia, e si fermò davanti al mio banco, le mani sui fianchi. «Vedo che la mia esposizione sul caro Friedrich suscita in lei una certa… perplessità. O forse è divertimento?» Il suo sorriso era predatorio, i suoi occhi scintillavano di curiosità e desiderio. «Dio, quel sorrisetto… sembra sapere qualcosa che io non so. E voglio scoprirlo. Ora.» L’aula trattenne il fiato, e i pensieri degli studenti esplosero nella mia mente: «Cosa sta succedendo?» «La Moretti lo sta fissando!» «Fortunato bastardo…»

«Niente affatto, professoressa,» risposi, la voce calma ma con un’ironia che non potevo reprimere. «Sono solo… colpito dalla vostra passione per un uomo che, oserei dire, non era sempre all’altezza della sua leggenda. Nietzsche era… più umano di quanto i libri suggeriscano.» Un errore. La classe scoppiò in risatine soffocate, e Micaela, accanto a me, si coprì la bocca, gli occhi che scintillavano di divertimento.

La Moretti inarcò un sopracciglio, un sorriso lento che le si dipinse sul volto. «Oh, davvero, signor Rossi?» disse, sporgendosi leggermente verso di me, il suo profumo floreale che mi soffocava. «E cosa ne sa lei del nostro Nietzsche? Forse lei è un esempio vivente di quella ‘volontà di potenza’ di cui parlava, no? Un uomo che sfida le convenzioni, che incarna… il superuomo?» La sua mano scivolò sul mio banco, le unghie curate che tamburellavano piano, e l’aula esplose in un coro di mormorii scandalizzati. «Cazzo, quel corpo… potrei mangiarmelo qui, davanti a tutti. È mio, lo voglio.» I pensieri degli studenti si accavallavano: «Non ci credo, lo sta flirtando!» «Che imbarazzo…» «Vorrei essere al suo posto!»

Il mio cuore di Ernesto galoppava, il panico che mi stringeva come una morsa. Io, che avevo affrontato sultani e sicari, ero intrappolato da una professoressa che brandiva Nietzsche come un’arma di seduzione. «Professoressa Moretti,» dissi, cercando di mantenere la compostezza, «temo che il superuomo di Nietzsche fosse più… incline a inciampare sulle sue stesse idee che a incarnarle. Era un uomo di parole, non di gesta, e le vostre parole, però, sono più… potenti di lui.» Un altro errore. La classe rise apertamente, e Micaela mi lanciò un’occhiata che era un misto di ammirazione e incredulità.

«Oh, Ernesto, che spirito!» esclamò, gettando la testa indietro come una diva d’opera. Si avvicinò ancora, appoggiandosi al mio banco, il tailleur che si tendeva sul suo corpo in modo che non sfuggisse a nessuno. «Un uomo con questa sicurezza… deve avere una forza interiore che brucia. Forse lei vive l’eterno ritorno, no? Ogni giorno, rinascendo, sempre più… irresistibile.» Strizzò l’occhio, e la sua voce si abbassò, abbastanza forte da farsi sentire da tutti: «Se vuole, dopo la lezione possiamo… esplorare il ‘superuomo’ insieme, nel mio ufficio. Ho una collezione di testi rari che le piacerebbe… molto.» L’aula esplose in un misto di risate, fischi e un «oooh!» collettivo. Una ragazza in prima fila pensò: «La Moretti è fuori di testa!» Un ragazzo accanto a lei: «Fortunato bastardo!»

«Per gli dèi, neanche le cortigiane di Babilonia erano così sfacciate!» pensai, il panico che mi serrava la gola. Cercai lo sguardo di Micaela, sperando in un’ancora di salvezza, ma lei si copriva il viso con il taccuino, le spalle che tremavano dal ridere. Anche lei, pur senza pensieri leggibili, sembrava catturata dal caos che la mia maledizione aveva scatenato. «La vostra offerta è… generosa, mia signora,» dissi, alzandomi con un inchino che avrebbe fatto invidia a un cortigiano. «Ma temo che il mio destino sia già scritto altrove, forse tra le pagine di un libro meno… ardente.» Detto ciò, scivolai verso la porta, ignorando il suo sguardo incendiario e le risate dell’aula.

La Moretti si raddrizzò, il sorriso intatto ma gli occhi che promettevano vendetta. «Tornerai, Ernesto,» pensò. «Nessuno mi resiste.» Il resto della lezione fu una tortura, ogni sua parola un doppio senso che mi sembrava diretto, ogni citazione di Nietzsche un altro colpo alla mia sanità. Gli studenti continuavano a guardarmi, i loro pensieri un coro di invidia, scherno e desiderio. Solo quando la lezione finì potei respirare di nuovo.

Micaela mi raggiunse fuori dall’aula, il sorriso ora più caldo. «Sei stato… epico là dentro,» disse, ridendo piano. «Non molti sfidano la Moretti così. Come facevi a sapere tutte quelle cose su Nietzsche? Sembri quasi… non so, uno che l’ha conosciuto.» Mi colpì con una pacca sul braccio, un gesto amichevole che, per una volta, non era carico di desiderio.

«Un vecchio segreto, mia cara,» risposi, con un sorriso stanco. «Ma dimmi, tu… cosa pensi di questo Nietzsche? O di questo mondo?» Lei scrollò le spalle, i suoi pensieri ancora un mistero, ma il suo sguardo era aperto, quasi curioso. «Nietzsche? Un po’ troppo drammatico per me. Ma il mondo… beh, è complicato, no? Però, non so, tu sembri diverso. Magari un giorno mi racconti la tua storia.» Si avviò verso il corridoio, voltandosi per un ultimo sorriso.

La guardai andare, il cuore di Ernesto che batteva un ritmo sconosciuto. «Un giorno, forse,» pensai. Ma per ora, il mio destino era sopravvivere a questo mondo di pensieri impuri, professoresse ardite e filosofi mal ricordati.

Stavo per seguirla, attratto dal mistero che era Micaela, quando una mano si posò sulla mia spalla, un tocco fermo che mi fece sobbalzare. Non l’avevo vista arrivare. Clara Moretti, con il suo profumo floreale e un sorriso che prometteva guai, mi fissava da dietro, i suoi occhi come lame sotto la luce fioca del corridoio. «Adesso ti blocco io, mio caro saputello… e, per gli dèi, anche da dietro sei un dannato capolavoro!» Il suo pensiero mi colpì come un dardo, volgare e bruciante. Prima che potessi reagire, mi spinse con decisione contro il muro, il freddo della parete che mi gelava la schiena. «Signor Rossi,» sussurrò, la voce un misto di sfida e seduzione, «venga con me nel mio ufficio. Possiamo continuare a parlare del nostro… filosofo preferito. O di altro.» Le sue dita si strinsero sulla mia spalla, il tailleur che si tendeva mentre si avvicinava, il suo sguardo che mi inchiodava come un trofeo.

«Per gli dèi, adesso sono proprio nei guai, maledetta boccaccia!» pensai, maledicendo la mia presunzione. «Professoressa,» dissi, la voce di Etius che scivolava fuori come seta, «il vostro zelo per il sapere è ammirevole, ma temo di essere desiderato altrove. Mi duole dover procrastinare una tale offerta.» Tentai di scivolare via, ma la sua mano mi tenne fermo, il suo sorriso che si allargava come quello di un predatore. «Oh, non scappi così facilmente, Ernesto…» Non capii se fosse un pensiero o un sussurro, il confine sfumato nella foga del momento.

Fu allora che il mio congegno – quel maledetto telefono di Ernesto – vibrò nella tasca. Con un gesto rapido, mi liberai dalla presa della Moretti, mormorando una scusa incoerente, e mi allontanai di qualche passo, il cuore che martellava. Tirai fuori il telefono, le dita tremanti, e lessi il messaggio: «Ehi, Ernesto, l’altra mattina quando ti ho aiutato col navigatore ho preso il tuo numero… non proprio un caso, lo ammetto. 😊 Se vuoi, ti aspetto al bar dell’università. Magari possiamo andare avanti a conoscerci…» Era firmato «Micaela». Il mio stomaco si contrasse, non per il desiderio che pervadeva ogni altro mortale, ma per un’eco improvvisa, un ricordo che mi sfuggiva come sabbia tra le dita.

Per un istante, il volto di Micaela si sovrappose a un altro, perduto nei secoli. Una ragazza di Costantinopoli, forse, sotto un cielo crepuscolare, con ricci simili e un sorriso che sfidava il peso del mondo. «Elena,» pensai, o forse era un altro nome, cancellato dal tempo. Ricordavo la sua voce, un canto leggero mentre intrecciava ghirlande di fiori vicino al Bosforo, la sua risata che echeggiava come un’eco di libertà. «Possibile che sia lei? Un’anima reincarnata, priva della memoria di sé?» Il pensiero mi colpì come un fulmine: forse era per questo che la sua mente mi era negata, un frammento di passato intrecciato al mio presente. Ma il ricordo svanì, sfuggente come un sogno, lasciandomi con il battito del cuore di Ernesto e la promessa di un incontro al bar.

La Moretti mi guardava ancora, a pochi passi, il suo sorriso che non prometteva nulla di buono. «Tornerai, Ernesto! Ma che mi prende? Non ho mai desiderato così un uomo in vita mia… chissà se a letto è altrettanto esperto come con le parole…» pensò, e io sentii il peso della mia maledizione, un fardello che neanche Nietzsche avrebbe potuto sopportare. Ma il messaggio di Micaela, quel barlume di normalità, era un’ancora. «Un giorno, forse,» pensai, infilando il telefono in tasca e avviandomi verso l’uscita, il corridoio che sembrava un’arena. Per ora, il mio destino era sopravvivere a questo mondo di pensieri impuri, professoresse ardite e ricordi che danzavano appena oltre la mia portata.

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