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Il corridoio dell’università era un fiume di corpi e voci, un caos di studenti che si muovevano come api impazzite, ignari del mio crescente fastidio. Lasciato il bar alle spalle, l'immagine di Micaela e il suo ginocchio che sfiorava il mio ancora impressa nella mente, camminavo con un unico scopo: capire. Capire la portata di questa variante, o forse potenziamento, della mia irresistibilità, che mi aveva trasformato da semplice mortale a… be’, un potenziale burattinaio. Non che “semplice mortale” mi si addica, sia chiaro.
Quel tocco sulla spalla di Micaela, che in un lampo aveva piegato la sua volontà, aveva spalancato un ventaglio di possibilità da testare. Se persino lei, immune alla mia telepatia, poteva cedere, cosa sarebbe successo con un mortale qualunque, già preda della mia aura passiva? La curiosità, una tentazione assurdamente divertente, mi stringeva il cuore come una morsa, ma sotto pulsava un disagio, una paura sorda simile a quella provata prima di una battaglia. Era un brivido freddo, il presagio di un potere che si faceva più grande, più incontrollabile, un fardello dalle implicazioni sconosciute. La sensazione era quella di danzare sull'orlo di un abisso, un precipizio di influenza sulla volontà altrui che mi attirava e al contempo mi ripugnava.
Il campus, con le sue gerarchie effimere e le sue vanità, era il terreno di prova perfetto. Non volevo i solitari, i disperati, quelli che si sarebbero inginocchiati al mio passaggio senza bisogno di un tocco. No, volevo i re di questo piccolo mondo, quelli che brillavano di arroganza, la cui autostima era una corazza spessa. Solo così avrei compreso i limiti – o l’assenza di limiti – di questa singolare abilità. E il destino, con il suo crudele senso dell’umorismo, non mi fece aspettare.
Li vidi all’istante, come se fossero lì per me, un'apparizione calcolata del fato. Luca e Serena, i sovrani indiscussi del pantheon universitario. Luca, con i capelli perfettamente spettinati e una giacca di pelle che urlava “ammirami”, era il presidente del consiglio studentesco, un ragazzo che comandava con un sorriso e un cenno, un vero principe della plebe studentesca. Serena, al suo fianco, era un’icona di Instagram; il suo vestito aderente era un faro che attirava ogni sguardo, un faro di glitter e popolarità. I loro pensieri, captati dalla mia telepatia, erano un inno alla vanità: “Tutti mi vogliono, è quasi noioso,” pensava Luca, con un sospiro di falsa stanchezza. “Questa stories avrà mille like in un’ora, garantito,” si vantava Serena, il pollice già pronto a postare.
Perfetti. Se il mio tocco poteva piegare loro, i pilastri di questa piccola società, poteva piegare chiunque. La sfida era allettante, quasi irresistibile.
Mi avvicinai, il cuore che galoppava come un destriero imbizzarrito. Il piano era semplice: un contatto casuale, una stretta di mano, un gesto che passasse inosservato, annegato nel flusso del corridoio. Mi infilai nel loro cerchio di amici, fingendo di cercare un’aula. «Scusate,» dissi, la voce di Etius che scivolava come seta, bassa e penetrante, «qualcuno sa dov’è l’aula 3B?» Una bugia banale, ma sufficiente. Luca si voltò, il sorriso di un condottiero sicuro della vittoria che si estendeva sul suo volto. «Ehi, amico, sei nuovo?» disse, tendendo la mano con fare protettivo. “Sembra uno famoso… devo conoscerlo. Potrebbe essermi utile.”
Presi la sua mano, un contatto breve ma deliberato. Fu come accendere una miccia, una scintilla che innescò l'esplosione. I suoi occhi, un istante prima pieni di sicurezza, si velarono, vuoti, vitrei, come finestre su un’anima svuotata. Un leggero tremito gli scosse le labbra. «Io… ehi, tu sei…» balbettò, il sorriso trasformato in una smorfia patetica, la mascella leggermente cascante. “Devo stargli vicino, devo… obbedire.” La sua volontà era stata cancellata, sostituita da un comando silenzioso che lo lasciava sospeso, in attesa di me, come un pupazzo i cui fili erano stati tagliati. Serena, accanto a lui, mi squadrò, incuriosita, una mano che le copriva la bocca in una posa studiata. «Wow, sei tipo… famoso?» disse, sporgendosi con un'innocente audacia, la sua mano che sfiorava il mio braccio prima che potessi ritrarlo. Il risultato fu istantaneo. I suoi occhi si spalancarono per un millisecondo, poi si velarono, vuoti come quelli di Luca, la loro luminosità social media spenta in un istante. “Voglio lui. Ora. Non mi importa di niente. Devo averlo.” Il suo respiro si fece corto, un leggero affanno le fece gonfiare il petto, la sua mente un foglio bianco in attesa di essere scritto.
Entrambi rimasero immobili, il capo inclinato, come automi in attesa di ordini. Erano statue di cera, plasmate dalla mia imposizione. Ma dopo dieci secondi di silenzio, mentre li osservavo con il cuore in gola, una sensazione di disagio che mi attanagliava, qualcosa cambiò. Un leggero battito di palpebre, un sospiro quasi impercettibile. I loro occhi tornarono a fuoco, la loro volontà riemerse, anche se i pensieri restavano intrisi della mia attrazione passiva. “È… incredibile, ma chi è davvero? Che mi è successo?” pensava Luca, confuso ma ancora affascinato, la sua posa ricomponendosi con uno sforzo evidente. “Non so cosa sia successo, ma lo voglio ancora, lo desidero con una forza nuova,” pensava Serena, il suo sguardo che mi inseguiva con una possessività appena accennata. Annotai mentalmente: il mio tocco piegava le volontà, ma senza un comando entro pochi secondi, l’effetto svaniva, lasciando solo il mio fascino naturale, amplificato da quell'esperienza diretta.
«Per gli dèi,» mormorai, arretrando di un passo, il corridoio che sembrava chiudersi su di me, l'aria farsi più densa. Non stavo solo risvegliando desiderio. Stavo programmando le loro anime, come uno scriba su tavolette d’argilla, un potere che mi ripugnava tanto quanto mi affascinava. Luca e Serena, anche se tornati in sé, erano ancora sotto il mio incantesimo passivo, i loro sguardi che mi seguivano come falene attratte da una fiamma, con un'intensità quasi dolorosa. Era un potere che non desideravo, una condanna che superava ogni immaginazione. Io, Etius, che avevo affrontato sultani e tempeste, ero ridotto a un burattinaio involontario… e, francamente, a tratti ridicolo. La mia antica dignità di condottiero sembrava dissolversi in questa nuova, bizzarra realtà.
Un’esplosione di risate squillanti tagliò l’aria, un suono acuto che fece voltare teste e zittire conversazioni, come un fulmine in un cielo sereno. Quattro figure emersero dal flusso di studenti, un quartetto compatto che si muoveva con la sicurezza di chi possiede la scena, un'aura di sfida che li precedeva. Erano minute, quasi fragili, ma la loro energia era un vortice che attirava ogni sguardo, un magnetismo oscuro che mi ricordava, vagamente, la mia stessa natura. Al centro, la leader: Alexis. I suoi capelli rosa shocking, tagliati a caschetto netto come un colpo di rasoio, incorniciavano un viso dalla pelle bianca come neve, luminescente sotto le luci al neon, quasi innaturale. I suoi occhi neri, come una notte senza stelle, brillavano di un’intensità febbrile, un misto di follia e magnetismo, un abisso in cui si percepiva la tempesta. Indossava un top nero aderente, con spalline sottili che scivolavano sulle spalle, e una gonna di pelle corta, una provocazione deliberata che urlava: "guardami!". Ogni suo movimento era un’esplosione controllata, come se il mondo fosse il suo palco, e tutti gli altri semplici spettatori.
Mentre avanzava, una ragazza troppo lenta si ritrovò sul suo cammino. Senza battere ciglio, Alexis le diede una spinta secca con la spalla, tanto bastò a farla barcollare contro il muro, il suo zaino che cadeva con un tonfo. Alexis non si voltò nemmeno, il suo sguardo fisso su di me. Poi, con un'espressione indecifrabile, lanciò un'occhiata tagliente alle sue tre compagne, un avvertimento silenzioso che le fece fermare di colpo, immobili a pochi passi da lei, i loro sorrisi vacillanti.
Alla sua destra, Chloe, la ragazza con capelli viola, lunghi e lisci, cadevano su spalle nude coperte da una canotta argentata che rifletteva bagliori accecanti. I suoi occhi verdi, felini, saettavano come in cerca di una preda, calcolatrice e astuta. A sinistra, Maya, un’altra aveva capelli biondi, raccolti in una coda alta che oscillava a ogni passo, il suo vestito giallo limone un faro che urlava attenzione, vivace e spensierata ma con un tocco di malizia. La quarta, Sarah, con capelli castani corti e mossi, portava una giacca di jeans aperta su una maglietta strappata, un look che gridava ribellione, la più taciturna ma con un'energia selvaggia. Tutte minute, tutte pallide come porcellana, sembano spiriti di un sogno oscuro, un coro di Parche pronte a tessere destini incerti.
«Oh, guarda chi abbiamo qui!» esclamò Alexis, la voce acuta ma tagliente, come un coltello sul vetro, con un sottofondo di follia vibrante. Si fermò a pochi passi da me, nel corridoio, le mani sui fianchi, il sorriso un misto di sfida e divertimento. Le sue compagne si disposero a ventaglio, come guardie di un esercito in miniatura, attendendo il suo prossimo passo. I loro pensieri mi colpirono come un’onda, amplificati dalla mia telepatia: “Chi è questo? È… magnetico, ma è pericoloso,” pensava Chloe, gli occhi verdi che mi scandagliavano con una curiosità quasi predatoria. “È tipo una rockstar, lo voglio conoscere!” pensava Maya, mordendosi il labbro con eccitazione. Sarah, più riservata, pensava: “Se Alexis lo vuole, sarà un problema per tutte noi. Guai a mettersi in mezzo.”
Ma Alexis… i suoi pensieri erano un vortice. “Voglio sapere tutto di lui. Voglio che mi guardi, che mi prenda. Subito. Deve essere mio.” La sua mente era un groviglio di impulsi, un’altalena tra euforia e oscurità, la linea di demarcazione tra desiderio e ossessione sfumata, quasi inesistente. La sua natura bipolare si manifestava in lampi: un momento un raggio di sole accecante, il successivo un abisso di ossessione cieca, un desiderio divorante che minacciava di travolgere tutto. Il mio potere di attrazione, quella maledizione che non potevo spegnere, la stava avvolgendo, ma con lei era diverso. Non era solo desiderio: era una fame selvaggia, amplificata dalla sua psiche instabile, una tempesta che si nutriva del mio stesso potere.
«Ernesto, giusto?» disse, sporgendosi verso di me, il suo profumo – zucchero filato misto a incenso bruciato, una combinazione strana e inebriante – che mi avvolse. Il suo sorriso si allargò, ma i suoi occhi neri bruciavano con un fuoco primordiale. «Ti ho visto al bar con quella… Micaela? Carina, ma un po’ banale, no?» La sua voce era un sibilo di scherno e seduzione, un invito e una minaccia insieme. Le sue compagne ridacchiolarono, i loro sguardi incollati su di me, come se fossi il centro del loro universo in quel momento. “Non è al suo livello, ma ha gusto,” pensava Chloe, un'ombra di invidia nei suoi pensieri. “Guardalo… è perfetto, voglio che mi noti,” pensava Maya, il respiro corto per l'emozione.
Non volevo toccarla. Non dopo Luca e Serena, non dopo aver sperimentato la portata del mio potere. Ma Alexis non mi diede scelta. Con un movimento felino, la sua mano scattò verso la mia, posata sul braccio, con una velocità sorprendente. Le sue dita, fredde come marmo, si chiusero sul mio polso, e il contatto fu come un fulmine, una scarica di energia selvaggia. Mi preparai al peggio, al vuoto vitreo negli occhi, al crollo della sua volontà. Ma con Alexis non accadde. I suoi pensieri non si spensero; esplosero. “Lo voglio. Ora. Non mi importa di nessuno. È mio, solo mio!” La sua mente era un incendio, un caos di desiderio primordiale che non aveva bisogno del mio tocco per scatenarsi. Il mio potere non la piegava: la amplificava, come benzina su una fiamma già ardente, trasformandola in un'ossessione ancora più bruciante.
«Wow, hai proprio un’aura, Ernesto,» disse, la voce tremante di eccitazione, quasi un gemito. Si avvicinò, il suo ginocchio che sfiorava il mio, un gesto calcolato per massimizzare il contatto, la sua pelle fresca contro la mia. Le sue compagne, un coro di ombre, si avvicinarono a loro volta, i loro pensieri un’eco del caos di Alexis, ma più attenuati. “Se Alexis lo vuole, non abbiamo speranze, ma è così affascinante,” pensava Sarah, con invidia misto a una strana rassegnazione. “Ma guardalo… è perfetto, un sogno che cammina,” pensava Maya, il respiro corto, i suoi occhi che brillavano di un desiderio quasi infantile.
Ritirai la mano di scatto, il cuore che martellava furiosamente nel petto. «Signorina… Alexis, presumo?» dissi, la voce di Etius calma e affilata, un lama d'acciaio celata sotto un velluto morbido. «Il tuo entusiasmo è lusinghiero, ma temo di essere un uomo semplice, diretto verso studi più terreni.» Tentai un sorriso, ma il suo sguardo, un pozzo nero senza fondo, mi inchiodava, scavando nella mia anima. La sua mente era un uragano incontrollabile, e il mio potere sembrava averla resa ancora più instabile, quasi al limite della rottura.
Micaela, a pochi passi, ci osservava, le sopracciglia aggrottate, un'espressione di perplessità e allarme. «Ernesto, tutto okay?» chiese, la voce incerta ma tagliente, come se percepisse il pericolo sottostante, la tensione che mi avvolgeva. I suoi occhi saettarono su Alexis, poi su di me, un lampo di gelosia – o forse protezione, non riuscivo a distinguerlo del tutto in quel momento di caos. Alexis la ignorò, il sorriso da predatore che si allargava sul suo viso. «Tranquilla, tesoro,» disse, senza nemmeno degnarla di uno sguardo, la sua attenzione totalmente su di me. «Stiamo solo… conoscendo il nuovo ragazzo. Vero, Ernesto?» I suoi pensieri ruggivano come un leone affamato: “Non mi importa di lei. È mio. Lo avrò.”
Per gli dèi, cosa avevo fatto? Alexis non era come gli altri. Il mio potere, che piegava le volontà come fili d’erba, con lei era come gettare olio su un incendio. La sua psiche, già un campo di battaglia di emozioni e impulsi, trasformava la mia maledizione in qualcosa di più pericoloso, una forza che mi sfuggiva di mano. Ma io, Etius, che avevo affrontato eserciti e tempeste, non ero uomo da piegarsi al capriccio di una mortale, per quanto il suo caos fosse un uragano che minacciava di travolgermi. Il suo tocco non aveva attivato il mio potere – lo sapevo. La mia maledizione si innescava solo con la mia intenzione. E questo mi dava il controllo, la leva che cercavo.
Alexis, con la sua psiche instabile, non era solo una minaccia. Era un’opportunità. Se riuscivo a dirigerla, a trasformarla in una pedina in questo gioco di potere, potevo imparare a plasmare il caos invece di esserne vittima. Con un sorriso da condottiero di Bisanzio, un'espressione di astuzia antica che forse neanche Ernesto riusciva a contenere, mi sporsi verso di lei, il mio sguardo che incontrava il suo, nero come la pece. «Alexis, vero?» dissi, la voce morbida ma d’acciaio, forgiata da millenni di comando. «Sai attirare l’attenzione. Ma forse… possiamo parlare in modo più civile?» Le parole erano un’esca, e lei si inclinò verso di me, i capelli rosa come un fuoco liquido, la sua espressione di desiderio incontrollato. “Ci sta. È mio. Finalmente!” pensava, la sua mente un’esplosione di euforia che quasi mi assordava.
Con un movimento lento, calcolato, posai la mano sulla sua spalla nuda, la pelle fredda sotto le dita, quasi gelida al contatto. Il contatto fu intenzionale, un sigillo che accese il mio potere, una scarica di energia che io stesso controllavo. Un’onda invisibile fluì dalla mia pelle alla sua, e il caos della sua mente si spense, come una tempesta soffocata dal silenzio, le sue urla interiori ridotte a un sussurro. I suoi occhi neri, un istante prima brucianti di un'insana brama, si velarono, vuoti, come finestre su un’anima sospesa, la fiamma spenta.
“Ernesto… cosa vuoi che faccia? Dimmi… qualsiasi cosa… la farò…” Non era più la predatrice. Era una marionetta, pronta ai miei comandi, un'eco sottomessa della mia volontà.
«Alexis,» dissi, la voce bassa e autoritaria, come un generale che impartisce ordini sul campo di battaglia, «allontanati. Torna dalle tue amiche e digli che sono uno sfigato, noioso, e che devono lasciarmi in pace. Mi capisci?» Il mio tocco si prolungò per qualche istante in più, rinforzando il comando, imprimendolo a fondo nella sua psiche.
Lei annuì, il viso inespressivo, la sua energia selvaggia ridotta a brace. «Sì… Ernesto,» mormorò, docile in modo inquietante, quasi robotico. Si voltò, i passi incerti, e tornò dalle sue compagne, che la guardarono con confusione e stupore. «Ehi, ragazze,» disse, la voce sorprendentemente convincente, come se fosse una verità scontata, «Ernesto è uno sfigato. Noioso. Lasciamolo in pace.» Senza aspettare risposta, si girò e si allontanò, sparendo nel flusso di studenti, lasciando le sue amiche a guardarla, attonite e incredule.
“Cosa? Ma è fantastico! È impazzita?” pensava Maya, irritata e confusa. “È impazzita? Non è da lei mollare la preda così!” si chiedeva Sarah, i suoi occhi che seguivano Alexis con sospetto. Chloe, la ragazza dai capelli viola, gli occhi verdi spalancati, pensava: “Non capisco, ma… okay. Alexis è strana, ma è la leader.”
Micaela mi fissava, le sopracciglia aggrottate, un misto di shock e curiosità nei suoi occhi castani, profondi come pozzi. «Ernesto… cosa hai fatto?» chiese, la voce incrinata, i ricci ribelli che tremavano leggermente, un'emozione che non riuscivo a decifrare pienamente.
Non c’era tempo per le spiegazioni. La presi per mano, la sua pelle calda sotto la mia, e la tirai a me. «Non ho tempo per spiegarti!» dissi, la voce tesa, trascinandola via dal centro dell'attenzione, lontano dagli sguardi curiosi che cominciavano a convergere su di noi. Lei barcollò, sorpresa, ma mi seguì senza opporre resistenza, la sua mano stretta nella mia.
Capii due cose: il mio comando su Alexis persisteva, perché la vidi sparire nel corridoio, proseguendo la sua strada senza voltarsi, e potevo attivare il potere a mia volontà, perché Micaela non era influenzata dal mio tocco, anche se i suoi occhi da cerbiatto tradivano l’effetto della mia attrazione passiva, la mia aura che la avvolgeva costantemente.
«Cosa è successo con Alexis? La conosco bene, non molla mai una preda quando la punta…» disse, trasognata, ancora confusa dagli eventi.
«Probabilmente, guardandomi da vicino, non le sono sembrato così interessante,» risposi, forzando un sorriso d’altri tempi, un'espressione di Etius che non era del tutto sincera. «A volte il caos è caos perché è incomprensibile. Vieni…» Le feci un cenno con la testa, un gesto d’un’altra epoca, e mi allontanai, il corridoio che si apriva come un campo di battaglia conquistato, ma con la consapevolezza che questa vittoria era solo temporanea.
Micaela mi seguiva in silenzio, mano nella mano, e per un istante pensai a lei, la sua figura esile ma resistente accanto alla mia. Non era solo il suo silenzio mentale, l'assenza di pensieri invasivi che mi tormentava in un mondo di rumore, o il lampo di familiarità che mi perseguitava ogni volta che i nostri sguardi si incrociavano. Era la sua capacità di vedere il caos che il mio potere seminava, là dove gli altri si perdevano in un velo di desiderio. Era una chiave, o forse una trappola, una promessa di comprensione o un pericolo latente, e il pensiero mi dilettava oltre misura. Il suo silenzio era un enigma, un'oasi di calma in un mondo che la mia stessa presenza rendeva turbolento.