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Il portone della mia nuova dimora si chiuse alle mie spalle con un tonfo cavernoso, isolandomi dalla frenesia notturna di Milano. L'aria nel corridoio era tiepida, quasi soffocante, impregnata del profumo dolciastro di Tiffany, ormai un odore, che per quanto fosse irritante, stava diventando familiare.
Avevo trascorso ore nel parco giochi deserto, un santuario di gomma e metallo,mentre riflettevo sullo stato attuale della mia esistenza. Facendo per quanto possibile, dopo quasi tre mila anni di esistenza, il punto della situazione.
Mi portai una mano alla fronte, ridendo di me stesso, tremila anni, trentasei vite, tutte spezzate, tutte finite in un bagno di sangue. E ora, in questo 2025 sterile e volgare, il mio tormento aveva un nuovo sapore: quello dell'incesto.
Di colpo appresi che fino a quel momento mi ero dato per scontato, vita dopo vita mi ero accontentato di vivere e assecondare il mio rinascere, senza cercavi mai un senso, e se un senso poi alla fine potesse esserci?
Mia madre, Tiffany, con i suoi pensieri lussuriosi, era una minaccia più sottile e nauseabonda di qualsiasi lama avvelenata. Avrei per prima cosa dovuto trovare un rimedio a questa sua pressione, ripensai a tutte le volte che mi era successo di affrontare la stessa cosa. Sgranai gli occhi, mai! Non mi era mai successo, in nessuna della mie vite passate, mai una situazione come quella con Tiffany e poi c'era anche Micaela, perché a lei non potevo leggere la mente?
Ma se avevo imparato una cosa dalla vita e che comunque le questioni irrisoltie ti vengono sempre ripresentatie, avrei dovuto avere solo pazienza e sicuramente sarebbe comparsa di nuovo sulla mia strada Micaela.
Ma adesso avevo un'incombenza ben più pressante a cui dare attenzione.
Sentivo il corpo di Ernesto appiccicoso, i jeans stretti che mi graffiavano la pelle e la maglietta che mi si incollava addosso come una seconda pelle.
Era stata una giornata stancante, la fuga dalla cassiera del supermercato, la ressa nella metro infernale e le "attenzioni" dei giovani del parco mi avevano lasciato intriso di sudore, smog e chissà quali altre impurità moderne. L'idea di restare in quello stato mi faceva ribrezzo.
Io, Etius, che avevo sperimentato i bagni termali di Roma, le abluzioni profumate degli harem turchi e le tinozze di legno riscaldate nei castelli medievali, mi sentivo un sudicio plebeo. Lavarsi era un rituale sacro, una necessità del corpo e dello spirito, ma che in questo secolo… non avevo la più pallida idea di come si facesse.
Non c'era nulla che riconoscessi come un locale adibito alla purificazione del corpo in queste, strane e nuove abitazioni. L'assenza di rituali chiari e accessibili mi disorientava, rendendo un gesto così basilare un'impresa titanica. E l'idea che Tiffany potesse in qualche modo occuparsi di quella incombenza mi fece tremare fin nelle ossa.
Era un pensiero più terrificante di qualsiasi esecuzione. Il solo pensiero di mettersi nelle mani di quella moderna meretrice, superava di gran lunga, qualsiasi dolore fisico.
Mi avvicinai al salotto, preparandomi a trovare la casa vuota come Tiffany aveva annunciato. Il silenzio tombale preannunciava l'assenza, e un sospiro di sollievo era già pronto a scivolarmi dalle labbra. Invece, una luce fioca proveniva dalla cucina, un bagliore intimo e inaspettato. Il mio respiro si bloccò in gola.
Entrai, e con mia grande sorpresa, la vidi. Tiffany era lì, accanto al bancone lucido, in piedi,. La luce del LED sotto gli armadietti illuminava la scena con una fredda chiarezza, rivelando ogni dettaglio con una precisione quasi clinica.
Indossava una vestaglia di seta, leggera e semitrasparente, color crema e i piedini erano calzati da strane calzature formate da un lungo e setoso pelo rosa, quasi indossasse due piccoli tassi di quel colore.
Lasciava intravedere chiaramente le sue mutande di pizzo nero e il reggiseno color carne. La stoffa si tendeva leggermente sul suo corpo tonico, rivelando curve che, se non fossero state quelle di "mia madre", avrei potuto apprezzare con l'occhio di un esteta navigato. I capelli biondi erano sciolti, una cascata morbida che le arrivava quasi alla vita, ma il suo viso, di solito tirato e impeccabile, era segnato. Un sopracciglio era leggermente abbassato in una smorfia di disagio, e la sua bocca, solitamente un arco di volgarità, era ora sottile e tesa, dovevo ammettere che a suo modo era una donna attraente, malgrado l'età. Ai miei tempi non ricordavo donne, così ben tenute sull'orlo dei cinquant'anni, ne dimostrava tranquillamente una decina in meno.
Guardandola meglio in viso, però sembrava provata, quasi vulnerabile.
In mano stringeva un piccolo bicchiere d'acqua e, nell'altra, una pastiglia bianca, la superficie liscia e anonima.
La guardai. I suoi pensieri mi colpirono come un treno in corsa, limpidi e inequivocabili, quasi un commento udibile nel silenzio della cucina: “Cazzo, stasera Michele mi ha aperto in due come un’albicocca… sarà meglio prendere una pastiglia per il mal di testa, prima di andare a dormire.”
Un brivido di disgusto mi corse lungo la schiena, un’ondata di nausea che mi fece stringere i pugni. Erano pensieri troppo intimi, troppo sfacciati per essere ascoltati da me, suo "figlio". Perfino per il Conte Frederick, la mia penultima vita, navigato in mille corti e abituato alla dissolutezza più raffinata o più cruda, aveva visto di tutto: orge romane, intrighi di palazzo, seduzioni lascive in harem profumati. Ma l'idea che la sua "madre" potesse avere tali pensieri così espliciti, e che io dovessi esserne testimone di quel l'intimità forzata, era un affronto insopportabile, una violazione delle ultime barriere della mia sanità mentale. Eppure, la mia telepatia era implacabile, un fiume di coscienza altrui in cui ero costretto a nuotare.
Tiffany non si accorse subito della mia presenza. Ingerì la pastiglia con un'espressione di sollievo, una ruga di tensione che si distendeva tra le sue sopracciglia. Poi appoggiò il bicchiere sul bancone con un sospiro che mi parve quasi un lamento liberatorio. Si voltò, e i suoi occhi verdi, pur non avendo ancora messo a fuoco la mia figura, si sgranarono leggermente, sorprendendola. Il suo sguardo scese sul mio corpo, che nonostante il tentativo di coprirlo con le braccia incrociate sul petto, era ancora un sudicio pasticcio di stoffa appiccicosa e disordine.
«Ernesto?» disse, la sua voce rauca, un misto di sorpresa e stanchezza, ma con quella nota familiare di irritazione che ormai riconoscevo a memoria. «Sei già tornato? Beh, in effetti la tua vita non è propriamente piena di persone con cui passare una serata...» Il solito disprezzo era tornato, affilato come una lama, ma era attenuato da un velo di vulnerabilità, quasi un accenno di vera stanchezza che la rendeva, per un istante, meno una caricatura e più una persona reale.
I suoi pensieri, tuttavia, erano di tutt'altra natura, un vortice in cui il disprezzo si mescolava a un desiderio quasi maniacale: “Però…adesso che è qui…E con quella camicia appiccicata, i jeans sporchi... sembra ancora più selvaggio. E sudato? Cazzo, mi fa impazzire. Voglio solo... toccarlo, o farmi toccare…anche se sono ancora a pezzi per la foga di Michele. Potrei, con una scusa, farmi fare un massaggio... Devo smetterla! È mio figlio. Ma, quella bocca… vorrei assaggiarla, quella pelle… vorrei graffiarla, sentire il sapore del suo sudore.” La volgarità era sconcertante, e il mio stomaco si contorse.
Sentii il calore invadermi il viso, una marea di imbarazzo e disgusto. L'irresistibilità di Etius era una condanna che non risparmiava nessuno, nemmeno una madre surrogata. Avrei dovuto chiederle come lavarsi, e l'idea che lei potesse fraintendere la mia richiesta o, peggio, insistere per aiutarmi in quel "rituale igienico", mi fece desiderare di tornare nel parco giochi e dormire tra i mozziconi di sigaretta. Ma la puzza del mio stesso corpo era un richiamo irresistibile, una tortura fisica che superava persino il tormento mentale dei suoi pensieri.
«Madre,» esordii, cercando di mantenere il mio tono forbito nonostante la nausea che mi serrava la gola. La voce di Etius, profonda e risonante, era sempre stata un’arma, ma ora speravo fosse una barriera. «Perdonate l’improvvisa interruzione del vostro riposo, ma il mio corpo, ahimè, reclama un’impellente necessità! Sono… alquanto infangato dagli avvenimenti odierni. La polvere delle strade, il sudore del corpo in questa strana stoffa...» Tentai un sorriso, che probabilmente risultò più una smorfia, una contrazione involontaria dei muscoli facciali. «Vi sarei infinitamente grato se poteste illuminarmi sul rituale igienico di codesta epoca. Come… come si procede con l’abluzione in questa dimora, voglio dire dove posso trovare il locale nel quale posso adempiere alla mia igiene personale? Forse, potreste indicarmi dove trovare le più vicine terme pubbliche. Il concetto di catino e spugna mi pare obsoleto…» dissi un po' disorientamento io stesso dalla mia richiesta.
Tiffany mi fissò, la bocca leggermente socchiusa, e poi scoppiò in una risata squillante, un suono che era un misto di scherno e divertimento malizioso, come se avessi recitato una battuta da commedia plebea. I suoi occhi verdi scintillarono, carichi di una gioia perversa che mascherava a stento il desiderio imposto dalla mia maledizione. “Abluzione? Ma che cazzo, Ernesto, sembri uscito da un libro di storia! Fai il finto tonto o cosa? “Dio, è adorabile quando fa così… voglio restare qui, stuzzicarlo ancora. È sudato, disordinato… cazzo, mi piace troppo. No, Tiffany, è tuo figlio! Ma questo gioco… lo voglio giocare.” I suoi pensieri erano un turbine di ilarità e brama, un cocktail che mi fece rabbrividire fin nelle ossa.
«Lavarsi? Oh, Ernesto, ma sul serio!» disse, portandosi una mano al fianco con un gesto teatrale, la vestaglia di seta che si tendeva sul suo corpo, rivelando curve che avrei preferito ignorare. La sua voce era un misto di sarcasmo e provocazione, come se stesse parlando a un bambino che finge ignoranza per attirare attenzione. Poi, con un sorrisetto malizioso, si avvicinò di un passo e posò le dita sul mio petto, un tocco leggero ma deliberato, come se stesse saggiando la stoffa appiccicosa della mia maglietta. «Non dirmi che è tutta una scena per farti accompagnare in bagno da tua madre…?!” disse con un sorriso a mezza bocca e facendomi l'occhiolino.
Poi dandomi una leggera spinta verso in corridoio, aggiunse: “ Dai, bambinone, ti ci porto io, ma non aspettarti che ti lavi la schiena… o forse è questo il tuo piano?» Strizzò l’occhio, il gesto carico di una malizia che trasformava il suo scherno in un invito. La mia paura si stava manifestando, in effetti a pensarci la sola richiesta era assurda, chissà quante volte Ernesto s'era lavato in quella dimora, con questo pensiero mi maledissi per la poca scaltrezza che avevo usato. Io che nei panni di Alarico alla corte del sultano Yazid avevo gestito una dozzina di donne come Tiffany adesso cadevo in un simile errore?!
La sua risata si fece più bassa, quasi un ringhio, mentre le sue dita indugiavano un istante di troppo, sfiorando i contorni del mio torace. “Cazzo, è così divertente prenderlo in giro… ma questa pelle sotto la maglietta… potrei spogliarlo io, qui, ora. No, Tiffany, smettila! Però… se continua a fare il prezioso, potrei ‘insegnargli’ per bene.”
Il cuore di Ernesto accelerò, il panico che mi stringeva come una morsa. Quel tocco, così leggero eppure così invasivo, era un assalto alla mia dignità, un filo teso tra derisione e seduzione che minacciava di spezzarmi.
“No. Assolutamente no,” esclamai a voce un po’ troppo alta, con un’intensità tale che per poco non lo gridai, la mia dignità appesa a un filo sottile come la seta della sua vestaglia, “...Madre credo che sarebbe oltremisura indecoroso per la vostra persona, posso benissimo fare da solo…”
Ma lei non mi ascoltava più, era completamente preda del desiderio emanato silenziosamente dal mio corpo, uno dei miei poteri più pericolosi in questo periodo dove la moralità era terribilmente bassa se paragonata a quella Londinese del 1855.
Con voce di seta e occhi di fuoco, disse al mio orecchio: «Seguimi, mio caro…bambinone» ridacchiando mentre mi prendeva sotto braccio conducendomi lungo il corridoio con una andatura felina, al suo incedere la vestaglia ondeggiava come un velo da cortigiana. Il suo profumo, dolce e opprimente, mi avvolse, un altro assalto ai miei sensi. “Dio, è così vulnerabile… potrei trascinarlo nella doccia con me. Solo per scherzo, no? Gli mostro come si fa e… Dio, quel corpo sotto l’acqua. No, Tiffany, è tuo figlio! Ma è così… perfetto. Voglio toccarlo ancora.” La sua mente era un caos di scherno e desiderio, e ogni passo verso il bagno mi sembrava un avvicinamento a un patibolo.
Percorremmo il breve corridoio, il pavimento lucido che rifletteva le luci soffuse come uno specchio d’ossidiana. La porta del bagno, un pannello di legno bianco, si ergeva in fondo come l’ingresso a un’arena sconosciuta. Tiffany la aprì con un gesto esagerato, come una sacerdotessa che svela un tempio profano. «Eccolo, il tuo ‘tempio dell’abluzione’!» annunciò, la voce carica di ironia, un sorriso malizioso che le increspava le labbra. La stanza era piccola, piastrellata in un bianco immacolato che mi sembrava freddo e sterile. Una grande vasca lucida dominava una parete, e di fronte, un box di vetro trasparente si ergeva come una teca per bestie rare.
«Questa,» disse, indicando il box con un gesto enfatico, come se stesse rivelando un segreto arcano, «è la doccia. Non un catino, non una tinozza da contadini. Entri qui, giri questa manopola,» continuò, sfiorando una leva cromata con un movimento lento, quasi seduttivo, mentre mi lanciava un’occhiata di sbieco, «e l’acqua scende. Calda, fredda, come piace a te. Questa qui regola la temperatura. Non è scienza, Ernesto, anche un idiota ci arriva, l'avrai fatto mille volte..!» Rise di nuovo, un suono che era più un invito che una spiegazione, e si appoggiò al bordo del box, la vestaglia che si apriva appena, rivelando un lembo di pelle.
Il suo tono beffardo mascherava a malapena il desiderio che pulsava nei suoi pensieri, e io sentii il mio stomaco contorcersi. La sua derisione era un gioco, un modo per prolungare la nostra vicinanza, e quel tocco sul mio petto continuava a bruciarmi come un marchio. «E qui,» aggiunse, indicando un appendiabiti sulla porta con un sorriso che era puro veleno, «c’è il tuo accappatoio. Morbido, comodo, perfetto per il nostro signorino ‘infangato’. O magari preferisci uscire senza, eh? Mostrare un po’ di… splendore?» Il suo sopracciglio si alzò, il tono zeppo di ironia, ma i suoi occhi tradivano una fame che mi fece desiderare di essere altrove, magari sotto le lame dei sicari del 600 d.C.
Mi porse l’accappatoio, un soffice telo bianco, e la sua mano sfiorò la mia, un contatto che mi fece rabbrividire. “Dio, quella pelle… vorrei lavarlo io. Sentire ogni muscolo sotto le mie dita. Smettila, Tiffany! Ma è così… eccitante.” La sua mente era un vortice, e la sua risata, ora più morbida, sembrava un invito a restare, a cedere.
«Non metterci troppo, mio caro…che domani devi andare in università!» disse, voltandosi con un’ultima risata, la vestaglia che ondeggiava come una bandiera di resa. «E comunque è inutile pulirsi per bene…tanto, non c’è nessuna fanciulla che ti aspetta domani, no?» La frecciata era tagliente, ma la sua voce tremava di stanchezza, e i suoi pensieri rivelavano un conflitto: “Sono distrutta. Michele mi ha spremuta. Ma Ernesto… cazzo, è un’occasione. No, domani. O mai. Ma che peccato.” prima di lasciarmi finalmente solo, mi scoccò un bacio volante mimando il gesto con la mano.
Riuscii solo ad annuire, incapace di formulare una risposta, mentre usciva dal bagno. Si avviò verso la sua camera, e il clic della porta che si chiudeva fu come un colpo di grazia. Il silenzio tornò, pesante ma liberatorio. Tirai un sospiro di sollievo, lungo come un secolo. Finalmente era andata! Io, Etius, pur nel corpo di Ernesto e con il fardello di millenni, ero pur sempre un uomo di carne e sangue. E il suo corpo, unito a quei pensieri peccaminosi, stava pericolosamente prendendo il sopravvento sul mio buonsenso. Stavo per cedere alle malie così ben orchestrate da quella donna che, a dispetto del suo ruolo di “madre”, era pur sempre una professionista nell’arte di ammaliare ogni uomo. Adesso, il “rituale impuro” era solo mio. Il bagno, il calore dell’acqua, l’atto stesso del lavarsi lontano da ogni sguardo e da ogni pensiero impuro, era l’unica cosa che desideravo in quel momento.