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6 - L’Altalena del Tempo
Il parco giochi era un circo abbandonato, un’arena di plastica e acciaio dove i sogni dei bambini marcivano sotto i graffiti. Scivoli screziati di scritte volgari – roba che avrebbe fatto impallidire un taverniere di Roma – si curvavano come rovine di un tempio pagano. Le altalene, catene arrugginite che cigolavano come lamenti di fantasmi, dondolavano piano, mentre attrezzi bizzarri, reti e pali per arrampicarsi, sembravano trappole per nani barbari. Il pavimento, morbido come un tappeto di gomma, era un mosaico di macchie: gomme masticate, mozziconi. Mi sedetti su un’altalena, mentre i jeans stretti mi punivano come una cintura di castità, e strinsi le catene, fredde come le manette di un carceriere, a disagio.
Che ironia, pensai, la pace di quel momento strideva prepotentemente con la velocità di quella giornata caotica, mi sentivo stanco. Il riposino di prima era tipico, quasi un rituale post reincarnazione.
Di solito, ci volevano almeno un paio di settimane per abituarsi al nuovo corpo. Dovevo mettere in equilibrio molte cose: alimentazione, esercizio fisico e disciplina mentale, prima di potermi dire ‘padrone’ di un nuovo corpo, ma dovetti constatare che soprattutto l'ultima era del tutto assente in questo nuovo corpo. Ernesto, doveva essere stato una persona del tutto priva di disciplina e volontà.
C'era molto da fare, come quando ti insedi in una nuova abitazione, ci sono pulizie e lavori da fare.
E tutto questo con la massima riservatezza senza che nessuno si accorgesse di niente. E dovevo anche prendere confidenza con la nuova realtà in cui ero stato catapultato.
Oltre il parco, Milano era una cloaca moderna. Luci artificiali, come torce di un esercito infinito, illuminavano strade affollate di carrozze senza cavalli che ruggivano più forte di un’orda. Cumuli di immondizia decoravano i marciapiedi come offerte a un dio sconosciuto, e i passanti, con piccoli congegni infilati nelle orecchie, marciavano come automi, i loro pensieri un coro di desiderio e vuoto: “Voglio quel nuovo telefono!” “Perché nessuno mi ama?” o ancora devo correre a casa per vedere questo o quell'altro programma su un canale in streaming…cos'era un canale in streaming? Cosa si riferivano a programma? Rimaneva una incognita , però il carattere di quel pensiero rimandava una necessità impellente, come fossero cose fondamentali nelle loro vite. Mi ripromessi che se dovevo inserirmi in questa nuova esistenza ne avrei dovuto sapere di più.
In trentasei vite, avevo visto il degrado ovunque. A Roma, nel 1245 a.C., il fango delle strade si mescolava al sangue degli schiavi. A Costantinopoli, le fiamme dei saccheggi illuminavano la notte. Nel 600 d.C., in una Francia di foreste e tradimenti, cinquanta sicari mi crivellarono con coltelli avvelenati, un’esecuzione degna di un tiranno. Ma quel degrado aveva un’anima, un odore di terra e sudore. Qui, nel 2025, era tutto sterile: luci abbaglianti, profumi sintetici, una madre, quella di Ernesto che si faceva chiamare Tiffany, non si faceva problemi fantasticava sul proprio figlio.
Questo mondo mi dava la pelle d’oca, un brivido che nessuna lama aveva mai suscitato.
Non ero Ernesto Rossi, né il Conte Frederick. Ero Etius, un ragazzo strangolato tremila anni fa’, condannato a indossare corpi come abiti logori.
Ogni vita iniziava ai miei diciassette anni, come se il destino avesse una fissazione per gli adolescenti.
Ogni volta, dovevo impare usi e costumi, solo per morire in un’esplosione di violenza.
Risi piano della mia situazione, il suono perso nel cigolio dell’altalena.
Cos’altro potevo fare, dopo tremila anni, se non ridere di me stesso, un eterno saltimbanco del tempo?
La mia prima vita era stata breve, come un cattivo scherzo. Roma, 1245 a.C., un mondo di fango e sangue dove gli schiavi come me valevano meno di un’anfora di vino. Ero Etius, diciassette anni, mani callose e sogni troppo grandi. Livia, la moglie del mio padrone, aveva occhi come il mare e un sorriso che prometteva libertà. “Vieni,” sussurrò, e io, idiota, la seguii nel suo letto. Il padrone mi trovò, l’ultimo ricordo che ho di quella vita sono le sue mani come tenaglie sul mio collo, poi il buio.
Credevo fosse la fine; invece, mi risvegliai in un altro corpo, in un altro tempo, con lo stesso fardello: sempre a diciassette anni, sempre nel corpo di un’uomo, sempre a dover capire chi e dove fossi, e da lì non mi sono mai fermato. Trentasei vite, tutte iniziate allo stesso modo, tutte finite con un sipario di sangue.
Ma ad ogni vita, la fine era sempre più cruenta.
All’inizio, bastava una corda o una lama, o due mani sul mio fragile collo.
Poi, il destino si è fatto più creativo. Nel 600 d.C., in una Francia di nebbia e tradimenti, cinquanta sicari mi inseguirono come lupi, i loro coltelli avvelenati che mi squarciavano il corpo in un’orgia di fuoco e acciaio. “Un po’ eccessivo,” pensai mentre crollavo, il veleno che mi bruciava le vene.
A Sebastopoli, nel 1855, come Conte Frederick, una baionetta su di un fucile, mi trafisse il petto durante una carica. Nel 1400, un monaco mi bruciò come eretico, urlando: “Tu sei il diavolo!” Ogni volta, uccidermi era più difficile, come se il mio corpo si ribellasse al fato. Ma alla fine, un evento mi spezzava, letteralmente, come un ramo secco.
E ogni volta, mi chiedevo: perché? Nessun oracolo, alchimista o prete aveva mai avuto risposte da darmi. Soprattutto era il senso di solitudine, di unicità, in una esistenza tanto lunga, non avevo incontrato nessun altro come me, lungo il mio cammino.
Solo io, Etius, a danzare su questa altalena del tempo, senza un copione.
Il 2025 era il peggiore.
Non per le guerre o le pestilenze – quelle le conoscevo – ma per la sua freddezza.
Tiffany, con il suo profumo sintetico e i suoi pensieri incestuosi, era un drago più pericoloso di qualsiasi sultano.
Le carrozze moderne, con i loro ruggiti e le loro luci, mi guardavano come un nemico.
Questo mondo era sterile, un deserto di torce artificiali dove anche il desiderio era artificiale. L'unica novità dopo tre mila anni era rappresentata da Micaela.
La ragazza del mercato, con i suoi ricci e il suo sorriso normale, si era rivelata l’unica immune alla mia telepatia, e non solo a quella, sembrava pure immune al mio fascino magnetico, che mai come in questa vita sembrava essere più potente, come se fossi nettare per le api .
“Finalmente qualcuno che non vuole strapparmi i jeans,” pensai, ridacchiando.
Era un’anomalia, forse una chiave. O forse, solo non aveva ancora avuto il tempo di salutarmi addosso…
Mi alzai dall’altalena, il cigolio che si spegneva come un lamento.
Il parco era ancora deserto, ma il telefono vibrò nella tasca, il “talismano con la strega” che mi perseguitava.
Lo ignorai, non pronto per un’altra battaglia con quel marchingegno.
Camminai verso la mia nuova casa,
un'altra anomalia di questo tempo, un ragazzo di vent'anni che ancora vive sotto lo stesso tetto della sua stessa madre, già nella mia ultima vita in Inghilterra a vent'anni uno era già un uomo fatto e finito, non un bamboccio ancora attaccato alle gonne, troppo corte , della propria genitrice.
Un rombo mi fece voltare: la carrozza di Michele, quel mostro nero che avevo scambiato per un ariete da sfondamento, si allontanava dal palazzo con un ruggito. “Addio, legione di un uomo solo,” pensai, ridendo.
Ma il mio sorriso si spense quando un gruppo di otto giovani, sui vent’anni, sbucò da un vicolo. Quattro ragazze e quattro ragazzi, con mantelli larghi e piccoli congegni luminosi infilati nelle orecchie, ridevano e si spingevano, diretti verso casa. Poi mi videro, e i loro pensieri mi investirono come una tempesta.
“Cazzo, chi è quello? È… perfetto.” “Voglio toccarlo, ora.” “Dio, quel corpo magro… lo voglio.” Le ragazze erano le peggiori, con i loro calzoni corti che a malapena coprivano il necessario e tuniche così succinte da mostrare il ventre, gli occhi che scintillavano come lupi affamati. Una, con capelli tinti di viola, si avvicinò, il suo profumo dolce che mi soffocava. “Ehi, bello, dove vai tutto solo?” disse, la voce suadente, la mano che sfiorava il mio braccio. Le altre si avvicinarono, ridacchiando, mentre i ragazzi restavano indietro, i loro pensieri un misto di desiderio e invidia. “Vieni con noi,” sussurrò un’altra, con treccine nere, premendosi contro di me. “Possiamo divertirci.”
“Fantastico,” pensai, ironico. “Un’altra legione, e questa vuole mangiarmi vivo.” Feci un sorriso stanco, di quelli che avevano affascinato regine e deposto tiranni. “Signorine, signori,” esordii, la voce profonda che li fece trasalire, “vi ringrazio per l’invito. Mi fermerei volentieri con voi, ma temo di non essere abbastanza divertente per la vostra compagnia.” Non mi hanno fermato le legioni di Napoleone e Alessandro Magno, figuriamoci un gruppetto di giovani, ma la noia… quella sì, può essere un nemico temibile. Pensai tra me e me.
Cercai di scivolare via, ma la ragazza viola mi afferrò la tunica, gli occhi che urlavano un unico, primordiale desiderio. “Non fare il prezioso,” sibilò, le sue amiche che le fecero eco con risate stridule e mani che mi sfioravano con prepotenza. I ragazzi, più timidi, si strinsero, ma i loro occhi tradivano lo stesso fuoco famelico.
Il telefono vibrò di nuovo, un tempismo che, lo ammetto, era quasi divino. Lo estrassi, fingendo un’urgenza che nemmeno la caduta di Costantinopoli aveva richiesto. Vidi un messaggio di Tiffany: “Sono stanca, vado a letto. Michele stasera era un treno!” Lessi, e un piccolo moto di indignazione mi attraversò: “Sarebbe stato molto meglio non mi avesse messo al corrente di quel dettaglio… questa notte avrò gli incubi.” pensai. Sotto, un simbolo a forma di cuore lampeggiava.
Alzai lo sguardo verso i miei “ammiratori”. “Vedete?” dissi, con un sorriso che avrebbe piegato un sultano e forse anche un dio minore. “Il dovere mi chiama. E, credetemi, la mia persona è chiamata ad impegni ben più gravosi, che l’intrattenere voi giovani uomini e graziose dame, Ma grazie per il divertimento. È sempre bello vedere che la passione giovanile, per quanto mal riposta, è ancora viva.” Scivolai via, il loro disappunto un coro nella mia mente, e mi incamminai verso il palazzo, il cuore che martellava per l’ennesima, banale, minaccia.
Il cuore di Tiffany, insieme al suo messaggio, mi fece sorridere amaramente. “Fantastico,” mormorai. “Mia madre, o meglio la madre di Ernesto si faceva, ogni scorrere di lancetta sul quadrante di un orologio, sempre più impudente….” dovrò trovare il modo per limitare l'ardore che brucia nel suo petto, mi ripromisi mentre mi incamminavo verso il portone di quella che d'ora in poi sarebbe stata a casa mia.