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Il sonno mi avvolgeva come un sudario di seta nera, un rifugio fragile dal tumulto del 2025 e dall’onnipresenza di Tiffany. Il letto di Ernesto, un materasso troppo morbido che sembrava accogliermi con un’intelligenza aliena, mi teneva sospeso in un oblio senza sogni. Ma la quiete, come sempre, era un lusso che non mi spettava.
Un tocco caldo mi sfiorò la fronte, scendendo con lentezza calcolata lungo la tempia, poi sul collo. Le dita di Tiffany, lunghe e curate, danzavano sulla mia pelle con la precisione di chi conosce ogni punto debole del corpo umano. Un brivido mi attraversò, non di piacere, ma di quell’allarme che il Conte Frederick, veterano di intrighi e seduzioni, riconosceva come pericolo imminente. Il suo profumo – vaniglia sintetica e ambra con una nota metallica – mi invase le narici, un’arma chimica di questo strano secolo.
«Ernesto, tesoro mio…» La sua voce era un sussurro vellutato, carico di una sensualità che avrebbe fatto arrossire le cortigiane del mio tempo. Un suono che, pur nella sua volgarità sottile, strideva alle mie orecchie nobili. «Sveglia, dai, che Michele sta arrivando, e non puoi mica restare qui a fare il bello addormentato.» Le sue dita scesero sul mio petto, tracciando cerchi lenti, troppo lenti, quasi una litania profana, mentre il suo respiro caldo mi sfiorava l’orecchio, portando con sé un sentore di menta e qualcosa di più forte, che tradiva le sue abitudini notturne.
Tenevo gli occhi chiusi, fingendo di dormire, ma la mia mente era vigile. I suoi pensieri, captati dalla mia maledizione, mi investirono come un’onda sporca di fango e desiderio: “Cazzo, guarda che pelle liscia… è magro, ma c’è qualcosa in lui. Accidenti, come lo vorrei sul serio! Potrei… no, che sto pensando? È Ernesto! Però… se lo svegliassi un po’ più… direttamente? Solo per vedere come reagisce. Dai, Tiffany, smettila, è tuo figlio! Ma ha una bocca così… voglio vederla aperta.”
Il conflitto nella sua mente era un groviglio di desiderio e vergogna, ma il desiderio stava vincendo, ruggendo come un animale affamato. Il suo tocco si fece più audace, scivolando verso l’orlo dei miei boxer. Fu allora che un flash, improvviso e accecante come un fulmine divino, mi strappò dal presente, trascinandomi in un’altra vita.
Turchia, 300 a.C.
Ero Alarico, sovrintendente dell’harem del sultano Yazid, un uomo che temeva le sue concubine più dei suoi nemici. L’harem era un dedalo di profumi oppiacei e sete cangianti, un’arena dove ogni donna era un’arma affilata, ma con la grazia di un cobra danzante. Io, con il mio fascino e la mia lingua tagliente, ero il loro domatore, colui che teneva a bada i serpenti senza farsi mordere. Camminavo tra cuscini scarlatti, il tintinnio dei bracciali d’oro che accompagnava i loro sussurri, e ogni sguardo che incontravo era una promessa, una supplica o una minaccia.
Zahira, la più pericolosa, mi si avvicinò, il suo velo trasparente che lasciava intravedere un sorriso letale e labbra tinte di un rosso scuro e invitante. «Alarico,» mormorò, la voce come miele avvelenato, «la nuova arrivata trama contro la favorita. Vuoi che la faccia sparire?»
La guardai, un sopracciglio alzato, e le sfiorai il polso con un gesto che la fece fremere, i suoi occhi neri che mi bruciavano d’attesa. «Zahira, un serpente non si uccide. Si incanta. E tu, mia cara, sai bene come farlo.» I suoi pensieri esplosero, limpidi per la mia maledizione: “Quest’uomo è il diavolo… lo voglio. Lo voglio ora. Se solo potesse stringermi tra le sue braccia come un velo.”
Ma non era solo Zahira. Ogni donna nell’harem mi guardava con lo stesso fuoco, una prigione di desideri che la mia irresistibilità alimentava senza sosta. Gestivo i loro intrighi con la freddezza di un generale, assaporando il mio potere, ma dentro di me, il peso della loro brama mi consumava, una marea che minacciava di travolgermi in un mare di carne e voluttà.
Tornai al presente con un sussulto, il tocco di Tiffany che mi riportava al 2025. Le sue dita erano ferme sul mio addome, non più un innocuo pizzicare, ma un impaziente artiglio, il suo viso a pochi centimetri dal mio, i capelli biondo platino che mi sfioravano la guancia. «Ernesto, cazzo, svegliati!» sibilò, ma il suo tono era meno impaziente, più… invitante. I suoi pensieri erano un uragano: “Dio, è così vulnerabile… potrei spogliarlo qui, ora. Che importa se è mio figlio? Non è più lui! No, Tiffany, è tuo figlio! Ma… cazzo, non sembra lui. È… qualcos’altro. Lo voglio. Lo voglio e basta. Voglio assaggiarlo.”
Aprii gli occhi di scatto, trovandola china su di me, il suo vestito scollato che rivelava più di quanto fosse decente, quasi una veduta aerea della sua innegabile e ostentata prosperità. I suoi occhi verdi scintillavano di una fame che mi fece rabbrividire, una fame predatrice che si abbinava alla sua bocca sottile. «Madre,» esordii, la voce profonda e levigata, un’arma che la fece trasalire. «Vi prego, un minimo di ritegno. Non sono uno dei vostri… clienti. Né uno dei vostri giocattoli.»
Tiffany si ritrasse appena, un lampo di imbarazzo che le attraversava il viso, subito soffocato da una risata forzata, che suonava come una campana stonata in un tempio sacro. «Oh, ma senti il signorino! Ritegno, dice! Dai, Ernesto, non fare la verginella. Ti ho cambiato i pannolini, lo sai, no?» Si appoggiò al bordo del letto, accavallando le gambe con un gesto studiato, il vestito che saliva pericolosamente, lasciando intravedere una coscia muscolosa che avrebbe potuto competere con quella di un legionario romano. Ma i suoi pensieri erano un tradimento, un fiume in piena: “Cazzo, quella voce… mi fa venire i brividi. Voglio vederlo nudo. Non per un video, non per soldi. Solo… per me. Voglio sentire il suo corpo contro il mio. Ma che sto pensando? Sono sua madre! Ma è così fottutamente eccitante.”
Mi alzai a sedere, mantenendo una distanza strategica. Il cuore di Ernesto martellava, ma io, il Conte Frederick, ero un maestro nel nascondere il disgusto, sostituendolo con una cortesia gelida che era un’arte in sé. «Madre, vorrei vestirmi. In privato.»
Ella inclinò la testa, un sorriso malizioso sulle labbra. «Privato? E perché, tesoro? Non hai niente che non abbia già visto. Non fare il prezioso.» Si avvicinò, il suo profumo che mi soffocava, le dita che sfioravano il bordo del lenzuolo, quasi una carezza sul tessuto invisibile tra noi. I suoi pensieri erano un grido: “Dio, se si spogliasse ora… potrei… No, Tiffany, no, datti un contegno! Ma perché è così… intrigante? Voglio vedere ogni muscolo di quel corpo magro.”
«Fuori,» ordinai, il tono tagliente, un’eco del mio passato da Alarico, che piegava sultani e concubine con una sola parola. Puntai un dito verso la porta, il mio sguardo fisso nei suoi occhi verdi. Tiffany trasalì, le sue ciglia che tremavano, il suo respiro si fece più rapido, quasi un ansimo soffocato, ma non si mosse. I suoi pensieri esplosero: “Cazzo, quell’ordine… mi eccita. Mi eccita da morire. Non dovrebbe, ma… voglio che mi comandi ancora. Voglio che mi prenda con la stessa forza.”
«Madre,» ripetei, alzandomi dal letto in boxer, la mia figura scheletrica che torreggiava su di lei, una silhouette inaspettatamente imponente. «Fuori. Ora.» Le indicai la porta con un gesto deciso, e per un istante, vidi il conflitto nei suoi occhi: la donna che voleva restare, la madre che sapeva di dover andare. Con un ultimo sforzo, la spinsi verso la porta, le mie mani sulle sue spalle, un contatto che la fece fremere, quasi un gemito inudibile. I suoi pensieri erano un lamento: “Cazzo, mi sta toccando… potrei… no, Basta, Tiffany, esci! Non rovinare tutto questo momento… o forse sì?”
Sbuffò, si voltò e uscì, non senza un’ultima occhiata carica di frustrazione e desiderio. «Due minuti, Ernesto, o ti tiro fuori a calci!» gridò, ma la sua voce tremava, tradendo un’emozione che non era solo rabbia. Chiusi la porta con un tonfo, il cuore di Ernesto che galoppava, la mia mente che gridava d’indignazione, ma anche di un certo, perverso, fascino.
Mi voltai verso l’armadio, un pannello di legno scuro che si aprì con uno scatto. La desolazione mi colpì come un pugno. Vestiti neri, tutti aderenti, tutti decadenti. T-shirt slabbrate con teschi sbiaditi, jeans strappati che sembravano sopravvissuti a una guerra, giacche di pelle logore. L’armadio di un poeta fallito, un riflesso del vecchio Ernesto. Sospirai, scegliendo una maglietta nera attillata e un paio di jeans che non cadevano a pezzi. Mi cambiai in fretta, sentendo ancora l’eco dei pensieri di Tiffany oltre la porta, e un senso di ridicola ironia nel mio travestimento da “ribelle moderno”.
Uscii dalla camera, trovandola nel corridoio, che tamburellava le dita sul muro con un nervosismo malcelato. Mi squadrò, un sopracciglio alzato, e un leggero rossore sulle guance che la rendeva quasi umana. «Non male, Ernesto. Sembri quasi… decente. Ora sparisci, che Michele è quasi qui.» I suoi pensieri, però, erano più morbidi, quasi una melodia perversa: “Cazzo, sta bene con quei vestiti. Potrei… no, Basta, Tiffany. Lascialo andare. Ma quel sedere… vorrei toccarlo.”
«Madre,» replicai, inclinando il capo con un sorriso che la fece sobbalzare, un sorriso che nascondeva un millennio di malizia, «mi ritiro con la grazia che si conviene. Non temete.» Le passai accanto, ignorando il suo profumo opprimente, che ora mi sembrava quasi un effluvio diabolico, e scesi le scale di Via del Corso 23, il portone che si chiudeva alle mie spalle con un tonfo liberatorio.
L’aria della sera era fresca, un balsamo dopo l’atmosfera incestuosa dell’appartamento. Milano, con le sue luci artificiali e il rumore delle auto, mi accolse con la sua frenesia. Camminavo senza meta, i pensieri un groviglio di passato e presente. Dopo una decina di minuti, mi ritrovai davanti a un parco giochi deserto, un’isola di silenzio nel caos urbano. Le altalene dondolavano piano, mosse dal vento, e un’astronave di legno, destinata ai bambini, sembrava un relitto di un’era perduta. Mi sedetti su una panca di legno, il freddo che mi pizzicava attraverso i jeans, sentendomi un clown in un costume troppo stretto.
Qui, lontano da Tiffany e dalla sua mente perversa, potevo riflettere. La mia maledizione aveva trasformato il suo disprezzo in un desiderio osceno, rendendola una caricatura grottesca, e in un certo senso, un’altra vittima. Una vittima irresistibile, per di più. Ma io non ero Ernesto, il ragazzo spezzato. Ero il Conte Frederick, che aveva domato harem e corti. Una donna come Tiffany non sarebbe stata la mia rovina.
Il telefono vibrò. Un messaggio: “Torna fra un’ora. Non fare casini.” Sbuffai, alzando lo sguardo al cielo viola di Milano, striato di luci artificiali. Il parco, con la sua desolazione, era un specchio della mia esistenza: un luogo di possibilità abbandonate, in attesa di essere riscritte.
Mentre mi dondolavo pigramente sull’altalena, il metallo freddo della catena mi graffiava le dita attraverso i guanti che Ernesto indossava per qualche strana ragione. L’altalena cigolava con un lamento, un suono che in un altro tempo avrei interpretato come un presagio di sventura. Il cielo viola di Milano si accendeva di luci artificiali, e il rombo occasionale delle auto disturbava il silenzio della mia riflessione. Il parco giochi deserto, con la sua astronave di legno che pareva un relitto di un’era perduta, era la mia fortezza per un paio d’ore, lontano dalle perversioni materne.
Fu allora che la vidi. Un’ombra scura, che si avvicinava silenziosa lungo la strada. Un’automobile. Ma non una qualsiasi. Questa era una bestia, un mostro nero e lucido che cresceva a vista d’occhio, con fianchi enormi e una massa imponente che rifletteva le luci della città. Il mio cuore di Conte Frederick sobbalzò. Era grande, maledettamente grande. In confronto, le carrozze più sfarzose del mio tempo erano bagnarole per bambini. Questa… questa era una vera e propria macchina d’assedio, pensai con una punta di amara ironia. Aveva le dimensioni e l’imponenza di un ariete da sfondamento, di quelli usati per scardinare le mura di un castello ben fortificato.
Ah, riflettei, stringendo le mani sulla catena dell’altalena, ecco che arrivano i rinforzi di Tiffany. In un arnese gigante come quello, ci staranno dentro almeno una legione di guerrieri. O forse un’intera guarnigione di demoni, considerando la natura di mia madre e dei suoi… “clienti”. Preparati, Milano, all’invasione di qualche losco figuro del futuro!
L’auto si fermò davanti al palazzo di Via del Corso 23, la portiera si aprì con un sibilo quasi impercettibile, e un piede calzato in un lucido stivale ne emerse. Trattenni il respiro, preparandomi a una processione di energumeni, magari armati di futuristici spiedi o di qualche strano marchingegno.
E invece.
Dall’enorme, minacciosa vettura d’assedio scese un uomo solo. Un unico, solitario individuo. Era alto, sì, e vestito con un abito impeccabile che lo faceva sembrare un manichino costoso. Aveva l’aria di un affarista annoiato o di un modello sceso da una passerella. Non un guerriero. Non un demone. Solo… Michele.
La delusione mi colpì con la forza di un maglio, seguita da un’ondata di ilarità che mi fece quasi cadere dall’altalena. Tutto quel dramma, tutta quella costruzione mentale per una sola persona! Sembrava quasi uno scherzo del destino, o forse un’ulteriore beffa di questa bizzarra epoca. La legione era un ragioniere, e la vettura d’assedio una semplice macchina di lusso per un singolo individuo. Il mondo moderno era davvero assurdo.
Michele tirò su il bavero della giacca con un gesto rapido, si aggiustò il polsino e, con passo svelto, si diresse verso il portone del palazzo, quello stesso portone che per me era un “sigillo di condanna”. Era chiaro che non era lì per un assedio, ma per un… incontro. E io ero il solo spettatore di quella farsa, un Conte Frederick dondolante su un’altalena, in mezzo a un parco giochi mezzo abbandonato, mentre il mondo intorno a me continuava la sua folle danza.