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← Ernesto... ancora?

Creato il 29/05/2026, 11:53 · Aggiornato il 29/05/2026, 11:53

Capitolo 4: Tiffany

@bergadavideDavide
MaturoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Contenuto Sessuale Esplicito
  • Copertina AI
  • Gaslighting / Manipolazione psicologica
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4 - Tiffany

Finalmente arrivai all’indirizzo tanto agognato: Via del Corso 23.

Era un bel palazzo bianco e ben tenuto, in una zona verdeggiante, con a fianco un giardinetto con strani attrezzi; pensai che fosse adibito al divertimento dei più piccoli.

Guardai il numero, scolpito nel legno scuro del portone, sembrava un sigillo di condanna più che un indirizzo. Stringevo la bottiglia di latte quasi fosse una missiva di massima importanza dalla quale dipendevano le sorti di intere nazioni. Cosa che, tra l’altro, mi era già capitata una volta, quando ero stato capitano della scorta per il principe Domangart mac Fergusa, primo figlio di Fergus mac Éric, re di Dál Riata, nella Scozia del 500 d.C.

Guardai ridendo la sagoma del contenitore che riempiva la mia mano, muta testimonianza del mio incarico.

La camicetta nera era ridotta a brandelli che sventolavano come una bandiera al vento leggero della sera, e le mutande elastiche ormai si erano trasformate in una tortura infilandosi continuamente tra le natiche e stringendomi sul davanti: era diventato un supplizio.

Avevo affrontato la metro di Milano, un inferno di passeggeri con strani attrezzi che utilizzavano per ascoltare la musica, infilati nelle orecchie, che non capivo bene da dove venisse il suono e che li isolavano dal mondo. Avevo sfidato macchine parlanti nei negozi e scansato una cassiera famelica che, se solo fossi stato meno attento, mi avrebbe divorato in un boccone...

Ma lì, davanti a quel portone, mi sentivo orgoglioso di me stesso! Mi ero adattato in fretta a questa nuova realtà: in una mano il latte e nell’altra quello strano attrezzo chiamato telefono, con una voce metallica che mi ripeteva che avevo raggiunto la mia destinazione. Lo riposi nella tasca dei jeans, preparandomi ad affrontare questa persona chiamata Tiffany. O, come appresi dai ricordi confusi di Ernesto, si chiamava davvero Claudia. Ma guai a chiamarla così: Tiffany era, per così dire, l’identità che aveva scelto per sé stessa, quasi un nome di battaglia.

Mi avvicinai al campanello, un bottone di plastica grigia che mi fissava come un occhio ostile.

Premere?

O bussare col battaglio di ottone, come si conveniva a un gentiluomo?

Scelsi il bottone.

Un ronzio elettrico, freddo e asettico, risuonò dall’interno.

Silenzio.

Poi, un clic metallico.

Il portone si socchiuse con un gemito sommesso, rivelando un androne buio e una scala che si arrampicava verso l’ignoto.

«Ernesto! Che cazzo, sei rimasto a dormire sul pianerottolo?» La voce di Tiffany mi colpì come una frustata, tagliente e volgare, un misto di acciaio e veleno.

Non vedevo ancora il suo viso, ma il tono era già una sentenza che mi stringeva alla gola.

Era lei!

Il mio stomaco si contorse, un riflesso del corpo di Ernesto, che aveva sempre conosciuto quel disprezzo, senza mai avere il coraggio di affrontarlo.

Salii le scale, ogni gradino era un passo pesante verso un’arena dove sapevo di dover combattere.

L’appartamento era al terzo piano.

La porta era socchiusa, lasciando filtrare una luce calda, quasi innaturale, proveniente da strisce LED nascoste lungo il soffitto. La spinsi con reticenza, trattenendo il respiro; il cigolio appena percettibile era un grido soffocato nel silenzio che mi inghiottiva. Il salotto si spalancò, rivelando un ambiente ipermoderno: mobili squadrati e di un lucido velluto bordeaux che sembravano quasi galleggiare sul pavimento di un parquet nero, manco fossimo a bordo di vascelli oceanici.

Su una parete, un pannello sottile come un foglio proiettava strane immagini e suoni che si riflettevano sul vetro di un tavolino basso, interamente trasparente, sul quale brillava la pagina di una rivista di moda. Tutto in questo strano tempo era relegato dietro a strani proiettori o portatili, nel caso dei “telefoni”, o da parete…

L’aria era densa, satura di un profumo costoso e dolciastro, un accordo di vaniglia e ambra con una nota quasi metallica, che mi pizzicava le narici.

E lì, al centro della stanza, c’era lei.

Tiffany.

Alta come me, ma dove io ero un’ombra scheletrica, lei era una presenza imponente, una scultura di curve modellate dalla chirurgia estetica. Anche questo particolare lo appresi dalle memorie di Ernesto: erano soldi che la madre aveva messo da parte per il figlio ma che poi aveva utilizzato per sé stessa.

I capelli biondo platino, una cascata curata e impeccabile, incorniciavano un viso che tradiva l’approssimarsi dei cinquanta, nonostante il trattamento chirurgico che tirava la pelle. Occhi verdi, affilati come lame, scintillavano di un’impazienza che rasentava la fame. Indossava un vestito corto e scintillante, più adatto a un locale notturno che a un salotto diurno, che metteva in mostra gambe toniche e un décolleté che sfidava la gravità. Era una donna che viveva per essere vista, una “party girl” a oltranza che si sentiva più giovane di suo figlio e che non tollerava la sua esistenza, considerandola un vero e proprio cartello luminoso che urlava la sua età.

Mi squadrò da capo a piedi, il suo sguardo un rasoio che catalogava ogni imperfezione, dai lacci slacciati delle mie scarpe consumate alle cuciture scucite della mia camicetta strappata. Il suo viso era un cocktail di disgusto e fastidio, il solito. “Ma che schifo, guarda ‘sto disastro! Sembra uscito da un cassonetto. E quella camicia strappata… che cazzo ha combinato stavolta? Sempre la stessa storia, un fallito, venuto al mondo solo per farmi vergognare.” I suoi pensieri, che il mio potere mi permetteva di captare, mi investirono come un’onda gelida. Ma sotto quel disprezzo, c’era qualcos’altro. Un fremito, una curiosità perversa, quasi un desiderio represso. “Però… con quella camicia a pezzi e quell’aria da cane bastonato… c’è qualcosa di… sexy? No, ma che dico? È pur sempre Ernesto, suvvia Tiffany, che vai a pensare! Eppure… potrei farci qualcosa, su OnlyFans andrebbe forte un tipo così, con quel look da poeta maledetto. Anzi, no, OnlyFans è troppo poco. Questo andrebbe su un sito di nicchia per aristocratici decaduti, o magari potrei lanciarlo io stessa!”

Rimasi impietrito, il respiro bloccato. Mio Dio, pensai, e questa dovrebbe essere la mia genitrice!? Con pensieri del genere? Era un abominio, un’offesa alla decenza che persino io, il Conte Frederick, veterano di bordelli e intrighi del 1855, trovavo disturbante. Ma era la mia maledizione: la mia irresistibilità, che tormentava chiunque, persino Tiffany.

Il mondo non aveva più confini, né morali né logici…

«Finalmente, cazzo!» esclamò, la voce squillante e volgare, e scosse la testa. «Ti sei conciato come un barbone, Ernesto! Che ti hanno fatto, ti hanno buttato in un frullatore? E il latte, era così difficile da trovare?» Ogni parola era un dardo, sparato con la precisione di chi conosceva ogni punto debole di suo figlio. Tiffany era la regina del suo regno, una donna che usava la sua sessualità e il suo carisma come armi, che non aveva mai sopportato l’isolamento emotivo di Ernesto, i suoi voti disastrosi a psicologia, la sua incapacità di trovare un lavoro o un amico. Una madre che non sapeva chi fosse il padre di suo figlio, e che probabilmente non se n’era mai curata.

Sentii il vecchio Ernesto, il ragazzo che aveva vissuto in questo corpo, tremare dentro di me, come un criceto impazzito in una gabbia troppo stretta. La paura di abbassare lo sguardo, di balbettare scuse, di accettare ogni insulto. Ma io non ero lui. Ero il Conte Frederick, un uomo che aveva attraversato secoli, che conosceva la natura umana come le sue tasche, che aveva piegato re e cortigiani con il solo potere delle parole.

«Madre,» esordii, la mia voce profonda e levigata, un timbro che questo corpo non aveva mai prodotto. Notai un lampo di sorpresa nei suoi occhi verdi, e i suoi pensieri esplosero: “Ma che cazzo? Quella voce… è da brividi! Da quando parla così? E mi ha chiamato ‘madre’? Ernesto è fuori di testa, ma… cazzo, è interessante. E ha portato il latte? Un miracolo!”

«Perdonate il mio aspetto,» continuai, mantenendo lo sguardo fisso nel suo, un gesto che il vecchio Ernesto non avrebbe mai osato. Le sue ciglia, lunghe e folte, ebbero un impercettibile battito. «È il risultato di un’esperienza… alquanto movimentata. Mi sono risvegliato in ospedale oggi, senza memoria di ciò che è accaduto prima. Ma mi sentivo bene, e la prima cosa che ho fatto è stato procurarvi il latte che avevate richiesto.» Allungai la bottiglia con un gesto deciso, quasi teatrale, come se fosse un elisir raro.

Tiffany strinse le labbra in una linea sottile, il suo volto un misto di rabbia e confusione. «Che cazzo di maniere sono queste? Hai bevuto? Che ti prende, Ernesto? Non mi hai mai parlato così in vita tua!» Il suo tono era un ringhio, ma i suoi pensieri la tradivano: “Non è lui. È… diverso. Che gli hanno dato in ospedale? Droga? No, troppo figo per essere strafatto. Mi guarda come un uomo, non come quel fallito di mio figlio. Cazzo, è quasi… attraente. Devo smetterla di pensarlo!”

«Madre, vi assicuro che la mia mente è lucida come non lo è mai stata,» replicai, alzando un sopracciglio con un movimento misurato, un gesto che avrebbe fatto svenire le dame del mio tempo. «La mia memoria è frammentata, ma la mia volontà è salda. Ho eseguito il vostro ordine, come vedete.» Indicai la bottiglia con un cenno del capo, il mio braccio teso, contrastando con la mia figura scheletrica.

Tiffany mi fissò, la bocca socchiusa, un’espressione che oscillava tra lo shock e un’ammirazione riluttante. Non era abituata a essere sfidata, né a un Ernesto che parlava con tanta eloquenza e sicurezza. I suoi pensieri erano un vortice di conflitto: “Porca puttana, Ernesto è diventato… un uomo? Un uomo che potrei… no, cazzo, no! È mio figlio, il mio disastro ambulante. Ma perché non sembra più lui? Potrei usarlo, sai? Un tipo così, con quella voce, quella sicurezza… su OnlyFans spaccherebbe. Ma che sto pensando? Devo darmi una calmata.”

Il silenzio si fece pesante; la mia attenzione venne catturata da un altro strano aggeggio che ricordava vagamente un orologio, con grossi numeri rossi sul muro, le cui cifre fluttuavano come fantasmi luminosi. Mi rendevo conto che questo era solo l’inizio di una battaglia con questa donna, la quale viveva per controllare ogni interazione, che si sentiva più giovane di suo figlio, che non tollerava la sua esistenza come un’ombra sulla sua vita scintillante.

Ma io non ero più il suo Ernesto, il ragazzo alto e magro, con i capelli ricci neri, gli occhi scuri e le labbra fini, sempre curvo su sé stesso, incapace di affrontare il mondo.

Ero Etius, e vivevo da ormai molti anni, quando probabilmente sulla terra in cui era eretta questa costruzione c’erano ancora paludi o foreste, e conoscevo ogni piega dell’animo umano.

«Siediti, cazzo,» sbottò infine Tiffany, indicando un divano di pelle sintetica color bordeaux. Si lasciò cadere su una poltrona adiacente, accavallando le gambe con un gesto studiato, il vestito che saliva appena troppo, mettendo in mostra le cosce tornite. I suoi occhi non mi lasciavano, come se cercasse di decifrare un enigma. Un leggero tamburellare delle dita sul bracciolo rivelava una punta di nervosismo.

Mi sedetti, mantenendo la schiena dritta, un portamento che contrastava con la mia figura scheletrica e i vestiti strappati. Appoggiai la bottiglia di latte sul tavolino trasparente con un movimento calmo e deliberato. «Come vi ho detto, mi sono risvegliato in ospedale. Non ricordo nulla del passato recente, ma… sento di essere diverso. Più consapevole, forse. Non intendo causarvi disturbo, madre, ma desidero capire chi sono e cosa mi è accaduto.»

Tiffany sbuffò, incrociando le braccia. «Consapevole? Tu? Ernesto, tu non sei mai stato consapevole di un cazzo. Non hai mai avuto un amico, un lavoro, niente. Ti ho iscritto a psicologia per salvarti il culo, e guarda che voti schifosi! E ora mi vieni a parlare come un professore? Mi prendi per il culo?» Ma i suoi pensieri erano più morbidi: “Cazzo, è convincente. Non so cosa gli sia successo, ma… mi piace. No, non dovrebbe piacermi. Ma è così… intrigante. Potrei sfruttarlo, sai? Un Ernesto così potrebbe fare qualcosa di utile, per una volta.”

Sorrisi appena, un gesto che fece sobbalzare le sue sopracciglia. «Non vi prendo in giro, madre. Forse questo… risveglio è un’opportunità. Per me, e per voi. Non sono più il ragazzo che vi faceva vergognare.»

Tiffany scoppiò a ridere, una risata aspra e sonora che riempì il salotto. «Oh, questa è buona! Tu, non farmi vergognare? Ernesto, tu sei nato per farmi vergognare! Ma sai che c’è? Mi sto quasi divertendo. Continua, vediamo fin dove arrivi con ‘sto teatrino.» Si sporse in avanti, i suoi occhi verdi che scintillavano di sfida, un lampo di eccitazione in essi.

E così iniziò la nostra danza. Per la prima volta, Tiffany non aveva il controllo totale della conversazione. Io, con la mia esperienza millenaria, anticipavo ogni sua mossa, ogni insulto, ogni tentativo di sminuirmi. Rispondevo con calma, con una cortesia che la disarmava, con una sicurezza che la confondeva. Parlammo per ore, o almeno così mi sembrò, mentre il sole calava oltre le finestre e le luci al neon si intensificavano, proiettando ombre lunghe e mutevoli nella stanza. Le raccontai una versione abbellita della mia giornata, omettendo la mia vera natura, ma lasciando intendere che qualcosa in me era cambiato per sempre.

Tiffany, per quanto riluttante, era affascinata. Lo vedevo nei suoi occhi, lo sentivo nei suoi pensieri. Non era più solo la madre che disprezzava suo figlio, ma una donna che intravedeva in me un potenziale, forse persino un alleato. O, più probabilmente, uno strumento per i suoi scopi. Ma io non ero il suo burattino. Ero il Conte Frederick, e questa era solo la prima mossa di una partita che intendevo vincere.

Quando finalmente mi alzai, sentii il bisogno di ritirarmi. Il corpo di Ernesto era stanco, e la mia mente, pur affilata, aveva bisogno di riflettere. «Madre, con il vostro permesso, mi ritirerei per riposare,» dissi, inclinando il capo con un gesto di cortesia che strideva con l’ambiente ipermoderno.

Tiffany alzò un sopracciglio, un sorriso ambiguo sulle labbra. «Riposare? E dove pensi di andare, eh?» La sua voce era ancora tagliente, ma c’era una nota diversa, più morbida, quasi giocosa. I suoi pensieri mi colpirono come un fulmine: “Cazzo, non voglio che se ne vada. Non ancora. È… diverso. Mi sta facendo impazzire, ma in un modo che mi piace. Che cazzo mi sta succedendo?”

Mi voltai verso il corridoio, rendendomi conto che non avevo idea di dove fosse la camera di Ernesto. Il suo passato era un buco nero nella mia mente, e questo appartamento, con i suoi schermi fluttuanti e le luci al neon, mi era estraneo. Mi fermai, esitando, poi mi girai verso di lei. «Madre, perdonate la mia ignoranza… dove si trova la mia camera?»

Tiffany si alzò lentamente, il suo movimento fluido, quasi felino. Si avvicinò, i tacchi che ticchettavano sul pavimento di resina lucida. Il suo profumo sintetico mi avvolse, un misto di vaniglia e chimica che mi fece storcere il naso, un ricordo pungente della modernità. Si fermò a pochi centimetri da me, troppo vicina, il suo respiro caldo che mi sfiorava il viso. I suoi occhi verdi erano fissi nei miei, e per un istante vidi il conflitto in lei: la madre che combatteva con la donna, il disprezzo che si mescolava a un desiderio che non avrebbe dovuto esistere. Mi sfiorò il braccio, la punta delle dita che sfiorava il tessuto strappato della mia camicia, una scossa elettrica che mi attraversò la pelle.

Poi si chinò, le sue labbra a un soffio dal mio orecchio. «Proprio lì, nel corridoio,» sussurrò, la sua voce suadente, carica di una sensualità che mi fece rabbrividire. «Di fronte alla mia.» Le sue parole erano un veleno dolce, e i suoi pensieri un uragano: “Cazzo, non dovrei. È Ernesto. Ma… non è più lui. È… qualcos’altro. E lo voglio vicino. Troppo vicino.”

Rimasi immobile, il cuore di Ernesto che martellava nel petto, mentre la mia mente, quella del Conte Frederick, gridava di disgusto e fascinazione. Tiffany era caduta, vittima della mia irresistibilità, proprio come tanti altri prima di lei. Ma questo era diverso. Era sbagliato, eppure inevitabile.

Mi ritrassi appena, inclinando il capo. «Grazie, madre,» dissi, la voce ferma nonostante il tumulto interiore. «Buona serata.» Mi voltai e mi incamminai verso il corridoio, sentendo il suo sguardo bruciarmi la schiena, un misto di desiderio e frustrazione che avrebbe tormentato entrambi.

Mentre procedevo, avvertii la sua presenza immobile alle mie spalle: una statua di carne e filler, con le braccia incrociate al petto e la punta della scarpa che batteva un ritmo impaziente sul pavimento lucido. Non avevo bisogno di vederla per immaginarla, né di udirla per sapere cosa stesse frullando nella sua mente. Raggiunsi la porta della camera, afferrai la maniglia fredda, e proprio mentre stavo per chiudere, la sua voce mi perforò i timpani come un trapano di precisione.

«Ah, Ernesto! Fra un’ora ti voglio fuori di casa! Sta per arrivare un cliente abituale. E ci dovrai stare fuori di casa almeno per un paio di ore, tieni il telefono a portata di mano che ti dico io quando puoi tornare, tanto tu ovviamente non avendo un cazzo di nessuno come amico andrai al bar o al parco a farti i cazzi tuoi come al solito…»

Intanto, nella sua mente, un turbine di pensieri si scatenava, limpido per le mie orecchie invisibili: “Cavolo, se questo Ernesto me lo portassi in un video e facessi una cosa in tre con Michele che sta arrivando, sarebbe eccezionale… Ma no, ma cosa vado a pensare? Sono sua madre…”

Mi colpii la fronte con una mano, l’indignazione del Conte Frederick che si scontrava con la realtà volgare del 2025. Mia madre. Una meretrice. Prima o poi, avrei dovuto fare qualcosa per cambiare questa sua... attitudine. Ma per ora, la priorità era non finire in un video su chissà quale piattaforma del futuro.

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