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3 - La Metro Infernale
Con il latte stretto come un ostaggio e la camicetta a brandelli, uscii dal supermercato, il cuore che martellava come un tamburo di guerra. Quella cassiera, con i suoi pensieri lascivi – «Sono mesi che con mio marito non si batte chiodo!» – e il suo balzo felino mi avevano lasciato mezzo nudo, la camicetta scadente ridotta a un cencio che sventolava come una bandiera di resa. Io, Frederick Lansdowne, conte del 1855, che avevo indossato sete bizantine e velluti fiorentini in trentasei vite, ero ora un saltimbanco in pantaloni stretti come una corazza mal concepita, con mutande elastiche che aderivano come una morsa diabolica, tormentandomi a ogni passo. Mi risistemai la camicetta, o quel che ne restava, cercando di coprire il petto con brandelli di stoffa che sembravano carta da lettere, ma il risultato fu patetico.
L’indirizzo di Tiffany, la madre di Ernesto, Via del Corso 23, mi bruciava in mente, un sigillo infernale, e il «telefono», quel talismano nero con la strega intrappolata dentro, gracchiò: «Prendi la linea Uno, direzione Sesto San Giovanni, scendi a San Babila.»
Linea Uno? San Babila? Nomi da battaglia, che evocavano più un campo di Sebastopoli che una città civile! L’idea di infilarmi in un altro antro affollato mi faceva tremare le ginocchia, ma Tiffany attendeva il suo latte, e vagare per sempre in questa Milano del 2025 non era un’opzione. Sospirai, rassegnato al mio destino di carne da macello per i desideri altrui, e seguii la voce della strega, imboccando un ingresso che sembrava l’accesso agli Inferi.
Un vortice di scale mobili mi risucchiò nelle viscere della terra, serpenti meccanici che mi trascinavano giù con un ronzio sinistro. La gente mi fissava, i loro pensieri un coro assordante: «Mmh…» ansimavano al mio passaggio, «Vorrei strappargli quel che resta di quella camicia!» pensavano guardandomi negli occhi senza pudore. Una signora che teneva stretta la sua borsa si passò la lingua sulle labbra inumidendole, e avvertii chiaramente provenire da lei il pensiero: «Ma guarda che spudorato andare in giro con la maglietta in quello stato… ma devo ammettere che se lo può permettere… quanto ben di Dio!»
La mia camicetta a brandelli e le mutande elastiche, che si arrotolavano attorno alle mie parti intime, non offrivano riparo. Mi aggrappai al corrimano, il panico che mi stringeva la gola, mentre il sudore freddo mi scivolava lungo la schiena. In mille anni, nemmeno le strade di Costantinopoli durante un saccheggio mi avevano fatto sentire così vulnerabile.
Giunsi a una banchina, un muro di carne umana ammassata come bestiame in attesa di un mostro sotterraneo. L’aria era densa di profumi, sudore e pensieri: brama, fretta, noia. La mia irresistibilità, una maledizione affinata in un millennio, era un faro che attirava ogni sguardo. «Che uomo! Potrei lasciare mio marito per lui!» pensava una dama in tailleur, giocherellando con un anello. «Quei ricci… li accarezzerei fino a consumarmi le mani!» rimuginava un giovanotto con auricolari. Persino un cane in braccio a una signora mi fissava con occhi adoranti, come fossi un dio pagano!
Un boato squarciò l’aria. Un drago d’acciaio, con occhi luminosi e fauci spalancate, emerse dall’oscurità. Era la «metro», un treno senza cavalli, spinto da una forza stregata. Le porte si aprirono con un sibilo, e la folla si riversò al suo interno, una marea inarrestabile che mi travolse. Fui spinto dentro, schiacciato contro corpi sconosciuti, il latte premuto contro il petto come uno scudo. Era una mischia barbara che non mi era capitato di vedere nemmeno durante l’assedio a un castello, ma senza la dignità della battaglia! Il caldo soffocante, impregnato di odore di metallo e umanità, mi faceva girare la testa.
I pensieri dei passeggeri mi assalirono come un’ondata:
«È così bello che mi viene voglia di morderlo!» pensava una donna anziana con una borsa della spesa, squadrandomi con occhi famelici.
«Potrei invitarlo a casa e non farlo più uscire!» rifletteva un uomo in giacca e cravatta, il suo sguardo fisso su di me.
«Guarda che bel petto… vorrei affondargli le mani tra gli squarci di quella camicetta» mugolava una ragazza con auricolari, muovendo la testa a ritmo di musica.
E poi, accanto a me, una giovane madre con un neonato di due mesi nel passeggino. Il piccolo dormiva, ma lei mi fissava, i suoi pensieri un uragano di frustrazione: «Dio, che uomo! Sono due mesi che mio marito non mi tocca… mi farei dare una ripassata da lui qui e ora!» Il suo sguardo era un misto di desiderio e disperazione, e io, intrappolato contro una barra, sentii il panico montare. Cercai di farmi spazio, di respirare, ma ero un cervo in una gabbia di tigri affamate, la mia irresistibilità un veleno amplificato da questo antro chiuso.
Il treno sferragliava, sobbalzando, e io mi ritrovai sbilanciato, finendo addosso a una signora corpulenta. «Oh, scusi, madamigella!» balbettai, cercando di ricompormi, la camicetta che si apriva ulteriormente, rivelando il petto.
Lei mi afferrò per le braccia, la presa ferrea. «Non si preoccupi, giovanotto! Ma guarda che bel tocco… potrei farmi coccolare da lui per ore!» I suoi pensieri erano un turbine di desiderio materno e qualcosa di più. Cercò di stringermi in un abbraccio soffocante, il suo profumo di lavanda che mi soffocava.
«No, vi prego!» gemetti, divincolandomi con un guizzo, urtando un altro passeggero. Le mutande elastiche mi tradirono, arrotolandosi ulteriormente, e il latte rischiò di scivolarmi dalle mani. Ero un conte, non un giocattolo!
A peggiorare le cose, una figura si fece largo tra la folla: una controllora, una donna sulla quarantina con un’uniforme grigia e un’espressione severa. «Biglietti, prego!» annunciò, e il suo sguardo si posò su di me. I suoi pensieri erano un misto di dovere e brama: «Che uomo! Gli farei una multa solo per toccarlo… oddio, devo restare professionale!» Mi puntò un dito. «Il suo biglietto, signore!»
Sgranai gli occhi. Biglietto? Micaela, nella sua fretta, non aveva accennato a questa usanza barbarica! Pensavo che il talismano con la strega fosse sufficiente! «Ehm, madamigella,» balbettai, aggiustandomi la camicetta a brandelli, «temo vi sia un malinteso… sono appena uscito da un ospedale, e non sono avvezzo a codesti… rituali sotterranei!»
La controllora inarcò un sopracciglio, ma i suoi pensieri tradivano un sorriso: «Mmh… dovrei fargli la multa? Ma con quella camicia strappata è ancora più sexy… potrei portarlo in ufficio per ‘verifiche’!» Si avvicinò, fin troppo. «Senza biglietto, è una multa di cinquanta euro, favorisca i documenti,» disse, ma il suo tono era quasi un sussurro. «A meno che… non voglia spiegarsi meglio.» Le sue dita sfiorarono il latte, e i suoi pensieri esplosero: «Dio, lo porterei nel deposito e gli farei vedere io la linea Uno!»
«D… documenti?» balbettai, frenando le mani di lei che già mi scorrevano lungo il petto.
La folla ci osservava, i loro pensieri un coro di curiosità e desiderio. La madre col neonato si sporse: «Se non lo vuole la controllora, me lo prendo io!» pensò, e io sentii il sudore colarmi lungo la schiena. «Vi giuro, madamigella,» implorai, «non sapevo di codesto biglietto! Ho solo questo latte per una dama imperiosa!» Mostrai la bottiglia come un’offerta sacrificale, ma la controllora si avvicinò ancora, il suo profumo di menta che mi travolgeva.
«Facciamo così,» disse, con un sorriso predatorio, «mi segue al capolinea e… risolviamo.» Ma prima che potessi rispondere, il treno sobbalzò, e la controllora mi cadde addosso, le sue mani che afferravano i miei ricci. «Oh sì, proprio come immaginavo!» pensò, mentre la folla ridacchiava. Io, con un urlo da cavaliere in ritirata, mi divincolai, spingendo il latte contro di lei come uno scudo. «Tenete il latte, vi prego!» gridai, ma lei lo respinse, ridendo.
Il treno si fermò, e la voce metallica annunciò: «San Babila, prossima fermata.» Mai un nome era suonato così dolce! Le porte si aprirono, e mi fiondai fuori, spingendo, sgomitando, ignorando le grida della controllora («Torna qui, Romeo!») e i pensieri della madre col neonato («Peccato, sarebbe stato meglio di mio marito!»). La fuga, l’unica costante della mia vita eterna.
Arrivo a Via del Corso
Mi ritrovai all’aria aperta, in una piazza caotica, inondata da un sole violento che mi schiaffeggiava il viso. L’aria, nonostante il frastuono dei mostri metallici, sapeva di qualcosa di strano, un misto di asfalto caldo e un profumo dolce che non riuscivo a identificare, forse qualcosa che i moderni chiamavano «benzina» o «smog». Il mio telefono, quel rettangolo nero, continuava a borbottare, la voce della strega che mi impartiva istruzioni, ma ora in un tono più calmo, come se la vicinanza della mia destinazione la placasse. «Procedi per cento metri, poi svolta a destra,» gracchiò la voce dal talismano. Mi sforzai di capire, di dare un senso a quelle direzioni astratte, io che ero abituato a punti di riferimento come il campanile della chiesa o il mercato del villaggio.
Strinsi il latte come un trofeo di guerra, la camicetta ridotta a un filo e le mutande elastiche che continuavano la loro personale tortura. Via del Corso 23 era lì, a portata di mano, ma mi sembrava ancora un miraggio. Seguii le indicazioni del talismano, muovendomi come un automa tra la folla indifferente. I palazzi erano alti, freddi, di vetro e acciaio, senza il calore delle pietre antiche o il profumo di legno dei mercati. Ogni tanto, qualche volto si girava, e sentivo l’ondata familiare di pensieri lascivi: «Che uomo! Che fisico!» «Vorrei vederlo senza quella camicia!» Ma erano lampi fugaci, che non si concretizzavano in attacchi diretti, forse perché la mia fuga dalla metro mi aveva reso un fantasma più che una preda.
Finalmente, il talismano vibrò con una nuova intensità. «Sei arrivato a destinazione,» annunciò la strega con una voce piatta. Alzai lo sguardo e vidi un portone massiccio, di un legno scuro e lucido, quasi minaccioso. Sopra di esso, il numero 23, inciso in ottone lucido. Era un portone che non prometteva nulla di buono. Sembrava la porta di un mausoleo o di una prigione, non certo l’ingresso di una dimora civile. Il campanello, un piccolo bottone anonimo accanto a una targa, era un altro mistero. Dovevo bussare? Premere? La mia mano esitò.
Tiffany, il mio drago personale, attendeva oltre quella soglia. Sentivo già il suo odio, la sua impazienza, un’aura di veleno che mi avvolgeva anche prima di vederla. In questa vita di Ernesto Rossi, ero un magnete per l’attrazione e il disprezzo. Era una combinazione letale. Avevo attraversato secoli, combattuto guerre, amato e perso, ma mai avevo provato un terrore così viscerale per una singola donna. E quante altre trappole aveva in serbo questo mondo impazzito, questo secolo barbaro che mi aveva riportato in vita solo per tormentarmi? La battaglia finale, con Tiffany, era appena iniziata, e io, in mutande elastiche e camicia a brandelli, ero tutt’altro che pronto.