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Ero appena sfuggito a quell’antro d’inferno chiamato ospedale, un’arena di luci accecanti e afrore di disinfettante che avrebbero fatto svenire un soldato di Sebastopoli, quando mi ritrovai scaraventato su un marciapiede, abbagliato da un sole che pareva deciso a incenerirmi le pupille. «Via del Corso 23», l’unico faro in questa tempesta, l’indirizzo della temibile Tiffany, madre di questo Ernesto Rossi che, mio malgrado, ora impersonavo. Ma dove diavolo si trovava questa via? E in quale città? Milano, mi aveva sussurrato un’eco nella mente, ma il nome evocava solo un caos indistinto. Dopo trentasei vite, da schiavo romano a conte vittoriano, avrei dovuto essere avvezzo agli strani scherzi del destino, ma questo mondo del 2025 era un pandemonio di vetro e acciaio, un labirinto degno di un incubo dantesco. Carrozze senza cavalli – mostri metallici che vomitavano fumo e velocità – ruggivano più forte di un reggimento di cannoni, mentre luci stregate, che i moderni chiamavano «semafori», danzavano un balletto psichedelico, come se un alchimista impazzito le avesse incantate per tormentarmi. E questi abiti! Oh, i pantaloni, stretti e rigidi come una corazza mal concepita, mi stringevano le membra con un’arroganza mai sperimentata in mille anni. Per non parlare del tessuto elastico delle mutande – un’invenzione diabolica, che aderiva come una seconda pelle, privandomi di ogni dignità! E la camicetta, un affronto di stoffa scadente, sottile come carta e priva del decoro di un buon panciotto. Io, che avevo indossato sete bizantine e velluti fiorentini, ero costretto a vagare in un costume da saltimbanco!
Stringevo tra le mani il «telefono», un talismano nero che vibrava come un artefatto posseduto, e il portafoglio, un grimorio di cuoio zeppo di tessere arcane, come talismani di un culto capitalista. Il mio stomaco, traditore, ruggiva come un leone in gabbia, rammentandomi l’ordine di Tiffany: procacciarmi del latte. Latte! In questa giungla urbana, dove avrei trovato un dannato secchio di latte? Non c’erano venditori ambulanti con carri di mucche, solo vetrine luccicanti piene di merci misteriose, un caleidoscopio di enigmi che mi faceva rimpiangere i mercati di Costantinopoli del 1200. Io, che avevo negoziato con mercanti arabi e corteggiato dame rinascimentali, ero ridotto a cercare un liquido banale per una madre-drago che mi disprezzava.
Peggio ancora, ogni passo era un’agonia. La mia irresistibilità, una maledizione affinata in mille anni di reincarnazioni, trasformava ogni passante in un lupo famelico. «Che gentiluomo divino! Lo inviterei a un valzer nella mia dimora!» pensava una dama in abiti scandalosamente succinti, sfrecciando su uno di quei velocipedi demoniaci che si muovevano senza pedali. «Quegli occhi! Potrei abbandonare la mia bottega per seguirlo!» rimuginava un mercante con una valigetta lucida. Persino un piccione, con un’occhiata adorante, sembrava pronto a giurarmi fedeltà eterna, come se fossi un idolo pagano! La mia mente, un’arena di pensieri lascivi che mi travolgevano come una salva di cannoni, era un tormento che nemmeno le strade di Atene al culmine della mia ventesima vita avevano mai inflitto. Il frastuono del traffico – clacson che ululavano come sirene dell’Apocalisse, motori che ruggivano come draghi – e quei velocipedi elettrici, guidati da corrieri kamikaze che ignoravano ogni legge divina e umana, non facevano che accrescere il mio supplizio. Ero un cavaliere braccato, un eroe tragico che sognava un angolo di pace in questo circo infernale, io che avevo affrontato baionette russe e intrighi di corte senza battere ciglio.
Poi, la vidi. Seduta a un tavolino di un’osteria moderna – un «caffè», un termine che strideva con la mia sensibilità – c’era una visione celestiale: una giovane di vent’anni, con lunghi capelli scuri che cadevano come seta e occhi grandi, profondi come laghi sotto un cielo stellato. Sorseggiava una bevanda scura con la grazia di una dama di corte, ignara del pandemonio che mi dilaniava. Mi avvicinai, preparandomi al solito assalto mentale, al torrente di brama che ormai conoscevo fin troppo bene. Ma… nulla! Un silenzio glorioso, come il quieto fruscio di una foresta dopo una battaglia. La mia mente, abituata a un Armageddon di pensieri peccaminosi, si trovò avvolta in una calma divina. Non potevo leggere i suoi pensieri! Era un miracolo, un unicorno in un serraglio di belve fameliche. In trentasei vite, avevo corteggiato migliaia di donne – da ancelle troiane a muse parigine – e sapevo che una giovane dama si conquista con galanteria, un pizzico di mistero e un sorriso ben calibrato, anche senza l’ausilio della telepatia.
Ella alzò lo sguardo, cogliendo la mia fissità. Un sorriso, lieve come una brezza primaverile, le illuminò il volto. «Tutto bene?» chiese, con una voce che era un’arpa suonata da angeli, priva di quel sottofondo lascivo che ormai infestava il mio spirito.
Mi inchinai con la grazia di un gentiluomo, benché questi pantaloni infernali e la camicetta scadente minacciassero di farmi sembrare un buffone. «Madamigella,» esordii, la voce profonda e levigata da anni di conversazioni galanti, «perdonate l’ardire di questo viandante smarrito, che si trova naufrago in codesta selva di acciaio e frastuono. Imploro la vostra magnanima cortesia: potreste guidarmi verso un luogo chiamato Via del Corso, ventitreesimo numero? E, se non è troppo disturbo, indicarmi dove procacciarmi del latte, ché una dama alquanto… imperiosa ne ha fatto richiesta?» Le rivolsi un sorriso, quel mezzo sogghigno che avevo affinato in corti e salotti, sapendo che una ragazza di vent’anni, anche in questo secolo barbaro, non resiste a un tocco di originalità.
Ella scoppiò a ridere, un suono cristallino che avrebbe potuto sciogliere il cuore di un generale. «Oddio, ma come parli?» esclamò, coprendosi la bocca con una mano, gli occhi scintillanti di ilarità. «Sembri uscito da un film in costume! Sei un attore o cosa? Tipo, fai teatro shakespeariano?» Si sporse in avanti, la curiosità che le illuminava il viso come una lanterna. «Sul serio, dove hai imparato a parlare così? È… incredibile! Sei sempre così o è una specie di performance?»
Arrossii, o almeno così supposi, poiché il mio volto traditore sembrava incapace di celare l’imbarazzo. Questi abiti moderni – le mutande elastiche che mi stringevano come una morsa, la camicetta che sembrava tessuta con carta da lettere – non aiutavano. In mille anni, avevo affrontato situazioni ben più complesse, ma mai con un guardaroba così umiliante. Dovevo improvvisare una scusa, e in fretta. «Ehm, madamigella,» risposi, aggiustandomi il colletto inesistente con un gesto che tradiva il mio disagio, «in verità, sono un attore di teatro, sì! Ero impegnato in una recita… alquanto intensa, prima di ritrovarmi in ospedale. E questi… questi pantaloni, e il tessuto elastico delle… ehm, vestimenta intime, per non parlare di questa camicetta scadente, mi furono imposti al mio risveglio! Non sono avvezzo a tali… innovazioni sartoriali, e il mio personaggio, vedete, mi possiede ancora!» Sorrisi, sperando che la mia scusa, per quanto improbabile, placasse la sua curiosità e mascherasse il peso di un millennio di vite che portavo sulle spalle.
Micaela rise di nuovo, battendo le mani come una bambina davanti a uno spettacolo. «Un attore! Lo sapevo! Sei tipo… un Romeo in jeans stretti!» disse, indicando i miei pantaloni con un ghigno. «E quella storia del latte? È parte del copione o la tua ‘dama imperiosa’ esiste davvero? Dai, raccontami, sei troppo divertente!» I suoi occhi brillavano di divertimento, ma anche di un interesse genuino, come se il mio eloquio fosse un puzzle da risolvere.
«Oh, la dama esiste, ahimè,» replicai, con un’ironia amara che mascherava il terrore di Tiffany, un mostro che nemmeno le corti di Bisanzio avevano mai ospitato. «E il latte è un tributo che devo offrirle, se voglio evitare la sua ira. Ma ditemi, di grazia, qual è il nome di colei che, con un solo sorriso, ha placato il tumulto di questo mondo barbaro?» Il mio tono era galante, ma con un pizzico di ironia, sapendo che una giovane dama moderna ama l’originalità, e il mio parlare d’altri tempi era più unico di qualsiasi aggeggio tecnologico.
«Piacere, sono Micaela,» disse, porgendomi una mano delicata come porcellana, ridacchiando ancora. «E tu sei… l’attore più strano che abbia mai conosciuto! Dai, Ernesto, ti spiego come arrivare a Via del Corso. E magari ti accompagno al supermercato, così non ti perdi a recitare monologhi in mezzo alle casse automatiche!»
E così, tra le sue risate cristalline e la mia disperata ignoranza del mondo moderno, Micaela si assunse il compito di iniziare il mio apprendistato. Il telefono, quel rettangolo nero che prima mi sembrava un talismano demoniaco, divenne il suo primo strumento di tortura didattica.
Strinsi la sua mano, un gesto semplice che mi parve un’ancora di salvezza. «Vi sono immensamente grato, madamigella Micaela,» risposi, con un altro sorriso che avevo affinato in secoli di corteggiamenti. «In un mondo che mi vuole divorare come un trofeo, voi siete la prima anima che mi tratta come un uomo, non come un idolo pagano.» Per la prima volta da quando ero riemerso in questo corpo, sentii un barlume di speranza. Micaela, con la sua risata e la sua mente silente, era un’oasi. Ma una voce, forgiata in mille anni di sospetti, sussurrava nella mia mente: poteva un miracolo essere così semplice? O era questa la prossima trappola del mio eterno destino?
«Senti, Ernesto, Via del Corso è lontana, ma puoi arrivarci col navigatore,» disse, con un sorriso che era un balsamo in questo circo infernale. «Dai, ti faccio vedere, è facilissimo!»
Facilissimo? In mille anni, avevo negoziato con sultani e schivato pugnali, ma quel rettangolo nero era un enigma degno di un mago egizio. Micaela, con un misto di pazienza e risate, mi guidò. «Guarda, sblocca così… no, Ernesto, non premerlo come se fosse una bomba!» Ridacchiò, mentre io, sudando, stringevo il talismano come se potesse esplodermi tra le mani. «Scorri qui… oddio, sembri un cavaliere medievale con uno smartphone!» Ogni mio errore scatenava una risata, e la sua ilarità era un’oasi, anche se mi faceva sentire un cavaliere che lotta con una catapulta rotta. «Scrivi ‘Via del Corso 23’… no, non ‘ventitreesimo’, Ernesto, scrivi normale!» esclamò, coprendosi la bocca per soffocare una risata. «Ma dove hai imparato a parlare così? Sei tipo… un Romeo in jeans stretti!» Indicò i miei pantaloni con un ghigno, e io arrossii, tradito da queste mutande elastiche che mi stringevano come una morsa e dalla camicetta scadente che sembrava carta.
«Madamigella Micaela,» risposi, aggiustandomi il colletto inesistente, «in verità, sono un attore di teatro, e questi… questi pantaloni, e il tessuto elastico delle… ehm, vestimenta intime, per non parlare di questa camicetta scadente, mi furono imposti al mio risveglio in ospedale! Il mio personaggio mi possiede ancora!» Sorrisi, sperando che la scusa placasse la sua curiosità.
Micaela rise ancora, battendo le mani. Dopo un’eternità, il navigatore emise un suono e una voce femminile ordinò: «Procedi per cento metri.» Sgranai gli occhi. Una strega intrappolata nel talismano! Feci un salto sentendo quella voce uscire da quell’arnese infernale, che quasi rischiai di farmi cadere a terra.
Ella eruppe di nuovo in una risata divertita, piegandosi in due e appoggiando le mani sulla sua magnifica pancia piatta.
«Visto? Ce l’hai fatta!» disse Micaela, trionfante. «Il supermercato è qui dietro, gira l’angolo e lo trovi. Non puoi sbagliare, c’è un’insegna gigante. Ma ora devo scappare, ho lezione all’università!» Infilò un quaderno in una borsa e mi fece l’occhiolino. «Buona fortuna col latte, Romeo! E non perderti, ok?» Sparì nella folla, lasciandomi solo con il telefono che vibrava come un demone.
Mi avviai verso il supermercato, il cuore che martellava. L’insegna, un mostro luminoso di lettere rosse, mi accolse come un portale infernale. Dentro, un caos di luci, colori e suoni mi travolse. Scaffali alti come torri, carrelli che si muovevano come carri da guerra, e una folla che mi fissava, i loro pensieri un coro di lussuria: «Che uomo! Lo inviterei a cena!» «Quei ricci, potrei toccarli per ore!» Persino una bambina con un lecca-lecca mi guardava come fossi un principe! Cercai il latte, ma trovai un labirinto di bottiglie, alcune con immagini di mucche, altre con scritte indecifrabili. «Senza lattosio»? «Biologico»? Che diavoleria era mai questa? Io, che avevo banchettato con re, ero sconfitto da un corridoio di bevande!
Poi, la prova finale: una «cassa automatica». Una voce metallica ordinò: «Scansiona il prodotto.» Scansione? Premetti il latte contro uno schermo, ma nulla. Lo agitai, sperando di placare la macchina. «Errore, ripeti,» gracchiò. La folla dietro di me sospirava, i loro pensieri un mix di impazienza e desiderio. Le mutande elastiche mi torturavano, la camicetta scadente mi faceva sudare come un plebeo. Ero un gentiluomo umiliato da una scatola parlante!
Il supermercato si svuotò. Era mattina presto, e io ero l’ultimo cliente. Una cassiera, una donna sulla trentina con capelli raccolti e un grembiule verde, si avvicinò. «Ha bisogno di aiuto?» chiese, con un sorriso che sembrava innocente. Ma i suoi pensieri! «Dio, che uomo! Sono mesi che con mio marito non batte chiodo… potrei portarlo nel retro… nessuno ci vedrebbe!» Il suo desiderio era un uragano, un misto di frustrazione e brama che mi fece rabbrividire. Io, che avevo schivato le avances di cortigiane romane, ero in trappola!
«Vi ringrazio, madamigella,» balbettai, cercando di mantenere la compostezza, «ma questa… questa macchina infernale rifiuta di obbedirmi!»
«Tranquillo, ci penso io,» disse, avvicinandosi fin troppo. Le sue mani sfiorarono le mie mentre prendeva il latte, e i suoi pensieri esplosero: «Che mani! Potrei strappargli quella camicetta… oddio, devo smetterla, ma è così sexy!» Mi fissava, il sorriso che si trasformava in qualcosa di predatorio. «Vede, basta passare il codice qui…» Ma prima che finisse, con un balzo felino, mi saltò letteralmente addosso, premendosi contro di me. «Sei così… affascinante!» sussurrò, le sue mani che cercavano i miei ricci. «Finalmente un uomo vero! Al diavolo mio marito!»
Il panico mi travolse. «Madamigella, vi prego!» esclamai, cercando di divincolarmi, ma le mutande elastiche e i pantaloni stretti mi tradirono, facendomi inciampare contro la cassa. La bottiglia di latte cadde, rotolando sul pavimento. La cassiera, imperterrita, mi afferrò per la camicetta scadente, che si strappò con un suono pietoso. «Oh sì, ancora meglio senza camicia!» pensò, mentre io, con un balzo disperato, afferrai il latte e una tessera dal portafoglio, gettandola sulla cassa. «Tenete il resto!» gridai, schizzando verso l’uscita, con i suoi pensieri che mi inseguivano: «Torna indietro, ti voglio!»
Uscii, stringendo il latte come un trofeo insanguinato. Via del Corso 23 e Tiffany mi aspettavano, ma una voce, forgiata in mille anni di sospetti, sussurrava: poteva una semplice bottiglia placare un drago?