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26 - La Grande M Gialla
Il viaggio dall'autolavaggio era stato un assalto concentrico alla mia pazienza. L'abitacolo della piccola 500 era saturo di panico e domande che mi piovevano addosso come una grandinata.
"Ernesto, mi vuoi spiegare chi diavolo era quella? E come ha fatto a... a spostarmi?" gridava Micaela, la voce incrinata tra la rabbia e una paura che non voleva ammettere. Le sue nocche erano bianche sul volante. "Un secondo prima ero in macchina con te e quello dopo ero seduta su una panchina a dieci metri di distanza! Non sono pazza! Tu l'hai vista, l'hanno vista tutti! Esigo una spiegazione, e la voglio adesso!".
Dal sedile posteriore, la voce di Giulia era più controllata, ma non meno urgente, un bisturi che cercava di incidere l'assurdo. "La sequenza degli eventi è logicamente impossibile. C'è stato un evidente scarto temporale a cui nessuno di noi ha assistito. Un'allucinazione collettiva? Una qualche forma di suggestione post-ipnotica? Quella donna... la sua comparsa nell'auto sfida ogni spiegazione razionale".
"L'avete vista? L'avete vista?!" la interrompeva Marco, la sua voce un lamento acuto dal fondo dell'auto. "È sparita e poi è entrata in macchina! E tu... tu sei uscito e l'hai presa! Sembrava un film!".
Io rimanevo in silenzio, lo sguardo fisso sulla strada davanti a noi. "È una questione complessa," riuscii solo a dire, usando il tono più neutro possibile. "Una persona instabile che voleva creare problemi. Non vale la pena discuterne".
"Instabile?!" replicò Micaela, la sua voce che si alzava di un'ottava. "Quella non era instabile, era... qualcos'altro! Non provare a liquidare la cosa così!". La sua frustrazione era un'energia crepitante nell'aria. Con una sterzata rabbiosa, deviò dalla strada principale ed entrò nel primo parcheggio che trovò, le ruote che stridevano leggermente sull'asfalto. L'insegna con la grande M gialla ci accolse come un beffardo faro nella notte. "Bene," sibilò, spegnendo il motore con un gesto secco. "Adesso non hai più scuse. Parla".
La sua parola rimase sospesa nell'abitacolo, carica di un peso insopportabile. Gli occhi di Micaela erano puntati su di me, ardenti di rabbia e tradimento. Dietro, sentivo lo sguardo analitico di Giulia e quello terrorizzato di Marco. Ero in trappola, circondato da un'aspettativa a cui non potevo e non volevo rispondere. Da quella situazione non sarei riuscito a uscire con la logica.
Decisi di ricorrere a un'arma diversa.
Chiusi gli occhi e mi massaggiai lentamente le tempie con la punta delle dita, come un uomo stremato da un lungo viaggio. All'istante, ogni suono cessò. Il respiro affannoso di Micaela, il fruscio dei vestiti di Giulia, il lamento sommesso di Marco. Tutti si ammutolirono, i loro sguardi fissi su quel mio semplice gesto.
Fu allora che agii. Concentrai la mia volontà e spinsi la mia aura verso l'esterno, non come la solita, passiva emanazione di fascino, ma come un'onda d'urto invisibile e pervasiva. La estesi all'inverosimile, saturando ogni centimetro cubo della piccola auto, avvolgendo le loro menti agitate in una coperta di calma forzata e irresistibile attrazione. Sentii il potere fluire da me in un modo nuovo, più denso, più mirato.
Aprii gli occhi. Non seppi neanche io come, ma la mia voce, quando parlai, non era la mia. Era un suono calmo e tranquillo, eppure risuonava con un'autorità antica, una melodia suadente che aggirava il pensiero critico e parlava direttamente al desiderio.
"Non dovete pensare a quello che è successo," dissi, scandendo le parole con una dolcezza innaturale. "Ci sono al mondo cose inspiegabili, e a noi adesso interessa solo di mettere qualcosa sotto i denti".
Feci una pausa, lasciando che la suggestione attecchisse. Poi, lasciai che le mie labbra si piegassero in un sorriso smagliante, un faro di rassicurazione e gioia incondizionata.
"Non siete d'accordo con me?".
L'effetto fu istantaneo e totale. La tensione sul volto di Micaela si sciolse come neve al sole, sostituita da un'espressione quasi beata. "Hai ragione," disse, la sua voce ora allegra. "Muoio di fame!".
Dietro, Giulia sbatté le palpebre come se si fosse svegliata da un sogno, un sorriso sereno che le distendeva i lineamenti. Persino il terrore di Marco si era trasformato in un entusiasmo infantile. Erano felici, contenti, e sembrava avessero completamente dimenticato il motivo per cui ci eravamo fermati.
E così, sotto l'effetto della mia volontà, scendemmo tutti dall'auto per dirigerci verso la grande M gialla, come un piccolo esercito sgangherato in marcia verso il suo pasto.
Esiste un girone infernale, ne sono ormai convinto, che Dante, nella sua pur vivida immaginazione, non ha avuto la crudeltà di concepire. È un luogo di supplizio sensoriale, un tempio consacrato alla mediocrità culinaria, dove le anime vengono tormentate non dal fuoco, ma da un odore dolciastro di grasso fritto, da colori primari così aggressivi da offendere la retina e da una musica di sottofondo così insulsa da erodere la volontà. I dannati di quest'epoca lo chiamano "McDonald's".
Ed era lì, seduto su una sedia di plastica dura e scomoda, che mi trovavo a contemplare l'apocalisse. Di fronte a me, un vassoio ospitava un'architettura di cibo che sfidava ogni logica gastronomica che avevo appreso in tremila anni: un panino floscio che sembrava aver rinunciato alla vita, delle patate fritte così uniformi da sembrare scolpite da un legionario svogliato e una bevanda scura e frizzante che, mi era stato assicurato, non era veleno.
"Allora," esordì Micaela, la sua voce un'ancora di salvezza in quel mare di assurdità, "non hai intenzione di toccare il tuo McMenu? Guarda che se non lo mangi tu, lo faccio io. La rabbia mi ha messo una fame incredibile."
Era furiosa, sì, ma la sua rabbia era un fuoco caldo e protettivo. Giulia, al suo fianco, non mangiava. Fissava un punto vuoto del tavolo, i suoi pensieri un vortice di calcoli e ipotesi che percepivo come un ronzio distante. Marco, dal canto suo, stava divorando il suo panino con la foga di un condannato al suo ultimo pasto, un tentativo disperato di trovare conforto nel cibo di fronte a eventi che la sua mente non poteva processare. Erano tutti lì, ma io ero altrove. La mia mente era ancora intrappolata nel parcheggio dell'autolavaggio, intenta a dissezionare, con la fredda precisione di un generale che analizza una sconfitta, i frammenti dell'incontro con Clelia.
Intorno a noi, il dramma ironico dettato dalla mia sola presenza si svolgeva come una farsa inarrestabile. Un ragazzo con un vassoio carico fino all'inverosimile, nel tentativo di passare accanto al nostro tavolo, si bloccò non appena i suoi occhi incrociarono i miei. Lo vidi barcollare. Il suo pensiero mi colpì come un'onda: "Oddio. Ma è... è il tipo di YouTube. Dal vivo è... illegale. Non riesco a... le gambe non mi reggono." Il suo vassoio oscillò pericolosamente, una torre di Pisa di panini e bibite. Con un ultimo, disperato tentativo di rimanere in piedi, inciampò su una sedia, e il vassoio si capovolse in un'esplosione catastrofica di ketchup, Coca-Cola e patatine. Un capolavoro di goffaggine indotta.
Ignorai il caos. Il primo dilemma martellava nella mia mente. La forza. Quando Clelia aveva sollevato Micaela, l'aveva fatto senza il minimo sforzo. L'aveva maneggiata come se fosse una bambola di pezza, un oggetto privo di peso e di volontà. Le possibilità erano due, e nessuna delle due era rassicurante. O Clelia possedeva una forza fisica sovrumana, una potenza nascosta sotto quell'abito impeccabile, oppure, e questa ipotesi era ancora più inquietante, il suo potere sulla stasi temporale alterava le leggi stesse della fisica. Forse, nel suo tempo congelato, la massa e la gravità diventavano concetti relativi, permettendole di manipolare persone e oggetti come un burattinaio divino. Se così fosse, il suo potere non era solo una pausa nel gioco; era la capacità di riscrivere le regole a suo piacimento.
"Ma hai visto che volo?!" commentò Micaela, indicando il disastro con una patatina. "Quel tipo si è letteralmente liquefatto appena ti ha visto. Stai diventando un pericolo pubblico, Erny."
Non le risposi. Il mio pensiero era già al secondo dilemma. Il mio potere. Ero riuscito a muovermi, seppur con uno sforzo che mi era quasi costato un'apoplessia. Avevo girato la testa, un atto di pura volontà contro le catene della realtà. Ma era stata una reazione, un istinto. Come potevo migliorare, affinare questa abilità? Non potevo. Per allenare una difesa, avrei bisogno di un attacco. E io non posso fermare il tempo. Sono un guerriero che può imparare a parare un solo, specifico fendente, ma solo quando l'avversario decide di sferrarlo. Ero in una posizione di svantaggio strategico assoluto, capace di progredire solo a discrezione del mio nemico. Una prospettiva a dir poco frustrante per un'anima che un tempo comandava eserciti.
Un gruppo di ragazze si avvicinò al nostro tavolo con la scusa di dover raggiungere il cestino dei rifiuti, che si trovava dalla parte opposta della sala. Camminavano con una lentezza esasperante, i loro sguardi fissi su di me. I loro pensieri erano un coro assordante e monotono: "È lui, è lui! Digli qualcosa! No, diglielo tu! Oddio, mi sta guardando? No, non mi sta guardando. Respira, respira..." Una di loro, nel tentativo di apparire disinvolta, si appoggiò a un tavolo vicino, mancandolo completamente e finendo a terra in un groviglio di gambe e imbarazzo. Le sue amiche, invece di aiutarla, la usarono come scusa per fermarsi ancora più vicino a noi.
Il terzo dilemma. L'identità. Clelia. La sua postura, il modo in cui occupava lo spazio, la sua voce che era un ordine anche quando sussurrava. Tutto in lei gridava potere. Aveva un'aura regale, un'autorità innata che non derivava dalla ricchezza o dallo stile, ma da qualcosa di più profondo. Mi ricordava le regine che avevo conosciuto, le imperatrici bizantine, le dame di Castiglia. Ma la sua aura aveva un sapore più antico, più esotico. E poi il nome che mi aveva quasi sussurrato: Cleopatra. Una suggestione, un'eco. E se fosse proprio lei? Un'anima non solo antica, ma leggendaria. Se così fosse, non stavo affrontando una semplice rivale dotata di poteri, ma una delle volontà più potenti e ambiziose che la storia umana avesse mai prodotto. Questo cambiava radicalmente la scala del conflitto.
"Erny, mi stai ascoltando?" La voce di Micaela mi riportò bruscamente alla realtà. "Ti ho chiesto se pensi che quella... tipa... possa essere la sorella di Damiano. Si chiamava Valerius, no? Come lui."
"È una seria possibilità," intervenne Giulia, pulendosi gli occhiali con una meticolosità quasi scientifica. "Geneticamente, entrambi mostrano una predisposizione per un'alta statura e una struttura ossea definita. E psicologicamente, entrambi manifestano tratti narcisistici e un bisogno di controllo quasi patologico. Potrebbe esserci un legame."
Ecco. Il quarto dilemma. La conoscenza. Clelia mi conosceva. Conosceva il mio nome, Etius. Come? Le opzioni erano limitate e terrificanti. Poteva leggere la mente, come me, ma in modo diverso, più mirato? O forse leggeva le auree, percependo le stratificazioni delle mie vite passate? Ma la questione più urgente era un'altra: sapeva dove trovarmi. Non era un caso. Aveva orchestrato quell'incontro. Questo significava che o si muove da sola, e possiede capacità di ricerca e sorveglianza che la rendono un predatore quasi onnisciente, oppure è in combutta con qualcuno. E chi sapeva di me? Damiano, ovviamente. Tiffany. Veronica. Matthias. Ognuno di loro era un potenziale anello debole, una fonte di informazione, volontaria o involontaria. Dovevo considerare ogni alleato un potenziale traditore. Era una lezione che avevo imparato a mie spese nella Francia del Seicento.
"Scusate... permesso..." Un cameriere del McDonald's, un ragazzo magrissimo con un'espressione terrorizzata, cercava di pulire il disastro del vassoio caduto. Ma continuava a lanciare sguardi verso di me, e ogni volta che lo faceva, la sua mano tremava, spargendo ancora più ketchup sul pavimento. Il suo pensiero era un mantra: "Non guardarlo, non guardarlo, o farai un altro casino. Ok, lo guardo solo un secondo. Merda."
Infine, il quinto e più pressante dilemma. Il tempo. Mi aveva concesso un ultimatum di una settimana. Sette giorni. Un tempo ridicolmente breve per risolvere enigmi che abbracciavano millenni. Sette giorni per capire la natura dei suoi poteri, per trovare un modo di difendermi, per indagare sulle sue conoscenze e, soprattutto, per proteggere Micaela. Perché era chiaro che lei era il primo obiettivo sulla sua lista. Clelia non voleva ucciderla. Voleva di più. Voleva che fossi io a rimuoverla, a spezzarle il cuore, a dimostrare la mia lealtà alla sua causa folle.
Alzai lo sguardo dal mio panino intonso. Il caos del McDonald's continuava intorno a me, una sinfonia di desideri, goffaggine e calorie a basso costo. Ma nella mia mente, il rumore si era spento. Le domande avevano lasciato il posto a una fredda e lucida certezza.
Fu in quell'istante di glaciale lucidità che sentii un calore improvviso e delicato. Micaela, vedendomi così assorto e notando gli sguardi famelici che continuavano a piovere sul nostro tavolo da ogni angolo della sala, aveva agito. La sua possessività, solitamente così schietta e ironica, si era fatta silenziosa, quasi clandestina.
Senza farsi vedere da Giulia o Marco, la sua piccola mano calda scivolò sotto il tavolo e si posò con fermezza sulla mia coscia. La scossa di quel contatto mi strappò dai miei calcoli strategici. Mi voltai verso di lei. Si sporse, fingendo di volermi dire qualcosa di confidenziale, il suo profumo di agrumi che scacciava l'odore stantio del fritto. I suoi ricci mi solleticarono la guancia mentre le sue labbra trovarono la pelle sensibile del mio collo in una serie di baci leggeri.
"Sai, Erny," mi sussurrò all'orecchio, la voce un miele denso e carico di promesse, "se ripenso a prima, a quando mi hai preso in braccio per portarmi alla macchina... mi sale un'eccitazione che ti trascinerei per i capelli fino alla stanza del mio dormitorio, e ti farei tutto quello che ti ho fatto la volta scorsa!".
Le sue parole furono una torcia in una polveriera. Per un istante, il condottiero, il generale, l'anima millenaria svanirono, lasciando solo l'uomo, acceso da un desiderio primordiale che minacciava di consumare ogni pensiero. Ma fu un attimo. Come un'ondata di gelo, il volto di Clelia si materializzò nella mia mente, e con esso il peso del suo ultimatum. Sette giorni. Un tempo non per l'amore, ma per la guerra. La passione si ritrasse, domata da una consapevolezza più fredda e affilata: ogni istante perso nel piacere era un istante rubato alla preparazione, alla difesa di colei che ora mi stava tentando.
Con una lentezza che mi costò un'immensa fatica, le presi la mano e la fermai. Mi scostai quel tanto che bastava per guardarla negli occhi. Il mio sguardo non era più quello di un amante, ma quello di un uomo gravato da un dovere antico.
"Mia diletta," dissi, la mia voce tornata involontariamente quella di un'altra epoca, calma e formale. "Per quanto la vostra ardente proposta accenda in me un fuoco pari al vostro, un dovere più pressante mi vede costretto, con sommo rincrescimento, a declinare il vostro generoso invito. Vi imploro di concedermi la grazia di rimandare il tutto a tempi più sereni."
Micaela mi fissò, la passione nei suoi occhi che lasciava il posto a uno sbigottimento confuso. Socchiuse le labbra per dire qualcosa, forse per chiedere una spiegazione a quella risposta così assurda e formale, ma non ne ebbe il tempo.
SPLASH!
Un getto di qualcosa di gelido, denso e appiccicoso mi colpì in pieno petto, interrompendo bruscamente quel momento teso. Abbassai lo sguardo. La mia maglietta era ora adornata da una macchia rosa pallido che odorava inequivocabilmente di fragola.
Mi voltai. Al tavolo accanto, una ragazza era paralizzata, la mano a mezz'aria, un bicchiere di milkshake rovesciato davanti a sé. Il suo pensiero era un grido di puro panico: "Volevo solo guardarlo meglio! Che profilo! Mi sono sporta e... ODDIO, L'HO INZUPPATO!"
Per un lungo istante, calò il silenzio. Poi, sentii un suono soffocato. Era Micaela, che si copriva la bocca con una mano, le spalle scosse da un tremito. Un secondo dopo, la diga cedette. La sua risata esplose, un suono cristallino e incontenibile che riempì la sala. Giulia cercò di mantenere un contegno, ma un risolino le sfuggì, e persino Marco accennò un sorriso.
Mi passai una mano sulla maglietta, sentendo la consistenza zuccherosa del disastro. Fantastico. La mia grande, epica dichiarazione di guerra... battezzata con un frappè. Decisamente, questo secolo aveva un senso dell'umorismo perverso.