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Era passato un mese. Trenta giorni terrestri, un battito di ciglia nel mio personale e sterminato calendario esistenziale. Un mese in cui il mondo, o per lo meno quella sua frazione chiassosa, volatile e perennemente connessa, aveva deciso che Ernesto Rossi, fino a ieri un fantasma sociale, era diventato inspiegabilmente interessante. La “crociata ludica” di Matthias, come l’avevo battezzata nella mia mente, si era trasformata in un cataclisma virale. Il nostro video, intitolato con un'enfasi che trovavo stomachevole “L’UNBOXING PIÙ EPICO DI SEMPRE!!! (con ospite MISTERIOSO)”, aveva accumulato un numero di visualizzazioni che, a detta di Matthias, avrebbe potuto fondare una nazione di medie dimensioni. A quanto pare, la mia espressione di solenne e perplessa costernazione di fronte a una scatola di plastica, unita alla mia sintassi seicentesca, aveva creato un cortocircuito comico irresistibile per le orde digitali. Ero diventato, mio malgrado, un “meme”. Esistevano innumerevoli immagini di me, con la mia espressione confusa, affiancate a frasi come: “Quando la prof spiega l’analisi del periodo” o “La mia faccia quando scopro che il weekend è finito”. Un’umiliazione su scala globale. Se solo avessero saputo che quella stessa espressione l'avevo avuta di fronte all'incendio della Biblioteca di Alessandria. La mia nuova, assurda fama aveva reso le mie uscite mattutine un'impresa degna delle dodici fatiche di Ercole. Una vecchietta mi aveva fermato offrendomi una teglia di lasagne alle sette del mattino. Matthias, estasiato, mi inondava di proposte deliranti. Avevo gentilmente, ma fermamente, declinato.
Quel pomeriggio, l'attesa fuori dal palazzo di via del Corso fu interrotta non dal solito rombo di un motore a scoppio, ma da un fruscio quasi impercettibile. Una Fiat 500 Elettrica, di un rosso fiammante così lucido da sembrare ancora umida di vernice, si fermò silenziosamente davanti a me. Era la nuova, orgogliosa conquista di Micaela. Anche il mio stesso abbigliamento, una semplice maglia di lino e pantaloni scuri, mi faceva sentire un pezzo da museo di fronte alla scena che mi si presentava. Dal finestrino potei scorgere Micaela e Giulia, vestite quasi in concerto per la calura estiva. Micaela indossava dei pantaloncini bianchi, cortissimi e aderenti, e una canottiera nera che le lasciava scoperto l'addome tonico. Per la prima volta da quando la conoscevo, aveva i capelli ricci legati in una coda alta e disordinata, un dettaglio che, unito ai grandi occhiali da sole che le celavano gli occhi, le dava un'aria quasi sconosciuta. Giulia le faceva eco con shorts di jeans e una canottiera grigia. Anche lei portava occhiali scuri. Dietro, potei solo intravedere la figura di Marco, affossato nel suo sedile con addosso dei bermuda cargo troppo larghi e una t-shirt stinta che doveva aver visto tempi migliori.
"Condottiero! In carrozza!" esclamò Micaela dal finestrino abbassato, il suo sorriso che gareggiava in brillantezza con la carrozzeria dell'auto. Al suo fianco, Giulia, con i suoi occhi azzurri, mi rivolse uno sguardo carico di intensa curiosità intellettuale, poi con un gesto rapido scese per farmi accomodare, andando a sedersi dietro. Salii, e l'abitacolo, che odorava ancora di nuovo, si riempì immediatamente di una tensione che avrei potuto affettare con la mia vecchia spada toledana. Al volante, Micaela era un concentrato di energia. Dietro di lei ora sedeva Giulia, mentre rannicchiato come un prigioniero in attesa dell'esecuzione, c'era Marco.
"Allora, oggi portiamo questa signorina a farsi il suo primo bagnetto," annunciò Micaela, accarezzando il cruscotto. "Un bel lavaggio automatico. Ti piacerà, Erny, è come farsi inghiottire da un leviatano di spazzole e sapone, ma senza il rischio di essere digeriti".
Il "tempio di rulli e sapone" era una struttura di metallo e vetro che incombeva all'angolo di una strada, promettendo purificazione a pagamento. Infilammo la 500 nelle sue fauci meccaniche, e il mondo esterno scomparve, sostituito da un'oscurità pulsante di luci al neon e suoni assordanti. Enormi spazzole rotanti, simili ai tentacoli di un kraken policromo, si abbatterono sul vetro con una furia controllata, mentre cascate di schiuma bianca ci sommergevano, trasformando l'abitacolo in un sottomarino in piena emergenza. Mentre il mostro meccanico ci scuoteva, Micaela si sporse verso di me. "Visto? Te l'avevo detto che era divertente," mormorò, dandomi un bacio rapido.
"Interessante," commentai. "Un rituale di purificazione meccanizzato. Meno spirituale di un'abluzione nel Gange, ma decisamente più rapido". "Sei sempre il solito," rise Micaela, appoggiando la testa sulla mia spalla.
Fu in quel preciso istante che lo percepii. Un'improvvisa, totale, innaturale quiete. Le cascate di schiuma si immobilizzarono, le singole bolle sospese a mezz'aria come una costellazione effimera. Il tempo si era fermato. Micaela, Giulia, Marco. Immobili. Congelati. Io, però, ero cosciente. Percepivo la trama del tempo, tesa all'inverosimile da una volontà esterna. Una volontà di potere quasi pari alla mia.
Una portiera si aprì. Quella di un'imponente Mercedes G-Wagon nera dietro di noi. Ne scese una donna. La sua bellezza non era rassicurante; era una sfida. Lunghi capelli nero corvino le incorniciavano un viso dalla pelle candida. Il suo abbigliamento era una sinfonia dark e provocante, studiata per soggiogare lo sguardo. Indossava una minigonna di pelle nera, così corta da essere un affronto alla decenza, abbinata a un corpetto di pizzo e seta che le modellava il busto con eleganza e grazia. Alti stivali con il tacco a spillo completavano quell'immagine da regina delle tenebre.
Avanzò con una lentezza regale e si fermò accanto al mio finestrino. Indossava grandi occhiali da sole a specchio, che riflettevano la mia espressione confusa. "Finalmente," disse la sua voce, un pensiero che penetrò la mia mente. "La tua aura è un faro. Ti ho cercato per così tanto tempo, Re perduto". Mentre parlava, sollevò lentamente gli occhiali sulla fronte. I suoi occhi scuri mi fissarono, e in quello sguardo c'era riconoscimento. "Mi chiamano Clelia. Ma tu, un tempo lontano, mi conoscevi con un altro nome. Ed io sento la tua vera essenza, Etius".
Il mio sangue, che non si gelava dai tempi dell'assedio di Costantinopoli, divenne ghiaccio. Etius. Quel nome. Nessuno. Mai. In trentasei vite, tra intrighi di corte e campi di battaglia insanguinati, nessuno aveva mai squarciato il velo della mia esistenza terrena per pronunciare il mio vero nome. Era un segreto sepolto sotto secoli di polvere e menzogne. Eppure, lei l'aveva pronunciato con una naturalezza disarmante. Chi era? Chi era davvero quell'essere dalla bellezza letale che si parava davanti a me, armata di una conoscenza che non avrebbe dovuto possedere?
"Queste," continuò il suo pensiero, "sono delle bambole carine. Distrazioni mortali. Io sono il tuo destino". Con un sorriso quasi impercettibile, si allontanò. Un istante dopo, il mondo ripartì con un boato.
"Che succede, Erny? Sei sbiancato". Il mio sguardo era incollato allo specchietto retrovisore. La Mercedes nera era ancora lì, in attesa. "Fermati un istante, per favore," dissi a Micaela. Lei obbedì, accostando a pochi metri dal panzer nero. E, come avevo previsto, il mondo si congelò di nuovo.
Clelia scese, aprì la nostra portiera, sollevò Micaela e la adagiò con cura su una panchina. Poi, con la stessa grazia letale, entrò nella nostra auto. Si sedette al posto di Micaela e il tempo ripartì. Accanto a me c'era Clelia.
"Un'auto graziosa," esordì. "Un giocattolo. Adatto alla tua attuale... compagnia". Non la lasciai continuare. La sua presenza era un veleno. "Questa conversazione," sibilai, "non avrà luogo qui". Non attesi risposta. Aprii di scatto la mia portiera, uscii e in un istante fui dall'altro lato. Spalancai la sua portiera e la afferrai per un braccio, trascinandola fuori dalla Fiat 500 con una forza che non sapevo che il corpo di Ernesto possedesse. Vidi sorpresa nei suoi occhi, ma subito dopo le sue labbra si curvarono in un sorriso di puro, divertito interesse.
Spinsi Clelia verso la sua fortezza nera. "Nella vostra carrozza," ordinai. La spinsi senza troppi complimenti verso il lato del guidatore. Lei non oppose resistenza, anzi, mi assecondò con una fluidità quasi felina, aprendo la portiera e scivolando al posto di guida. Feci il giro dell'imponente veicolo e mi sedetti al suo fianco, nel posto del passeggero. Chiusi la portiera alle mie spalle. Un istante dopo, il mondo fuori dal finestrino riprese a muoversi. E con esso, Micaela. Corse verso di noi, una furia che si abbatté sul vetro scuro.
"ERNY! CHE CAZZO FAI?! CHI È QUESTA?! APRI!".
"Distrazioni," mormorò Clelia. "Fastidiose". E fermò di nuovo il tempo. Fuori, la mano di Micaela si bloccò a mezz'aria. Ma questa volta, qualcosa dentro di me fu diverso. Mi ribellai. Sentii la stasi come una corrente densa contro cui potevo spingere. Con uno sforzo immane, girai la testa. E la guardai. La sua maschera di regina si frantumò. Vidi stupore reverenziale. Vidi adorazione.
"Ora," dissi, "potete dirmi cosa volete da me. Senza... interruzioni".
"Io non voglio qualcosa da te, Etius," mormorò, la sua voce ora calda, vibrante. "Io voglio te". Si sporse, la sua mano guantata che mi accarezzava il viso. "Io sono una regina. E una regina esige un re, non un principe consorte. Esige un suo pari". "Insieme, saremmo l'ordine naturale delle cose". Il suo sguardo si spostò per un istante sulla figura congelata di Micaela. "Lei è un ostacolo. Un grazioso, insignificante ostacolo. Ma gli ostacoli si possono rimuovere. L'universo stesso esige che due forze come le nostre si uniscano".
Rimasi in silenzio, studiandola. Finito di parlare, si sporse verso di me. Il suo movimento fu lento, calcolato. La sua mano guantata si posò sulla maniglia della mia portiera e con un clic secco la aprì. Mi guardò, e i suoi occhi scuri erano due braci ardenti. "Adesso puoi pure andare," sussurrò. Rimase immobile per un istante, in attesa di una mia reazione. Poi aggiunse, con una voce che era una carezza e una promessa: "Ma se vuoi restare.... La mia casa è anche la tua!".
Il mio silenzio fu la sola risposta di cui aveva bisogno. Con un lieve cenno del capo, rilasciò la sua stretta sul tempo, ma prima di partire posò di nuovo i suoi bellissimi e terribili occhi neri su di me e con un sospiro che sapeva di ultimatum aggiunse, “Ma bada bene mio caro, “ accarezzando distrattamente il volante super tecnologico della ‘fortezza mobile’, “ti do una settimana per decidere, al termine della quale ti verrò io stessa a prendere!” Indicandomi, con un piccolo e affusolato dito guantato. Senza risponderle nulla, uscì dall'abitacolo e la sua auto si allontanò con un ruggito sommesso.
Mentre nella mia testa ronzavano ancora le sue ultime parole, “ è l'universo stesso che vuole la nostra unione, ed io non intendo tradire un decreto divino!” Cosa intendeva veramente con queste ultime parole?
Il mondo riprese a correre. E il tonfo sordo della mano di Micaela contro il vetro. Ma ora, senza la stasi a sostenerla, il suo slancio la tradì e perse l'equilibrio. Ma io ero già in movimento. Scattai fuori dall'auto, coprii la distanza in due falcate e l'afferrai al volo, un istante prima che toccasse terra. La tenni stretta, sentendo il battito frenetico del suo cuore contro il mio petto.
Lei alzò lo sguardo, il viso una maschera di confusione, paura e rabbia. "Erny... che... che è successo?" balbettò. "Io... ero in macchina... e poi... sulla panchina... Come ci sono finita qui?".
Come potevo dirle che una regina immortale aveva appena fermato il tempo per dichiararmi guerra e amore, e che lei era diventata il primo, preziosissimo ostacolo sul suo cammino?
"È una lunga storia," riuscii solo a mormorare, mentre da lontano, la Mercedes nera di Clelia svaniva, lasciandosi dietro un'eco di silenzio e la promessa di una tempesta imminente.
Senza attendere una sua ulteriore domanda, la strinsi più forte. Con un movimento fluido che non apparteneva al goffo corpo di Ernesto ma alla mia essenza millenaria, la sollevai da terra, prendendola in braccio. Lei si aggrappò a me, il viso ancora confuso nascosto contro il mio petto, come un porto sicuro dopo la tempesta.
Mi avviai verso la piccola Fiat 500 rossa. Attraverso il parabrezza, vidi gli sguardi esterrefatti di Giulia e Marco. I loro volti erano maschere di sbigottimento, gli occhi sgranati e le bocche socchiuse nel vedere la scena, testimoni silenziosi di un potere e una velocità che non potevano comprendere.
Raggiunsi lo sportello e, con la massima delicatezza, la deposi a terra davanti al lato del guidatore, tenendola per un istante perché riprendesse l'equilibrio. Lei alzò i suoi occhi interrogativi su di me, ancora troppo scossa per parlare. Le scostai una ciocca di capelli ricci dalla fronte, la mia mano che le accarezzava la tempia in un gesto lento e rassicurante. La guardai e, per la prima volta quella sera, le offrii un piccolo, rassicurante sorriso.
"Ora andiamo a mangiare qualcosa che mi è venuta fame," dissi, con una calma che speravo potesse placare anche solo una frazione della sua paura.