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L'eco della telefonata apocalittica di Matthias aleggiava ancora nella stanza, un contrasto stridente con la quiete beata che ci aveva avvolti fino a un istante prima. Micaela, ancora accoccolata contro di me, mi osservava con un'espressione che era un capolavoro di divertimento e curiosità. Il suo sguardo mi inchiodava, in attesa di una spiegazione che, sapevo, non sarebbe stata semplice.
Come potevo tradurre in un linguaggio comprensibile a una fanciulla del ventunesimo secolo il concetto di un dovere che trascendeva la logica? Mi schiarii la gola, sentendomi improvvisamente a disagio, non per la nudità, ma per l'assurdità della mia imminente dichiarazione. Io, che avevo appena condotto una campagna di conquista degna di un sultano, mi sentivo ora come un giovane scudiero che deve confessare al suo signore di aver perso il cavallo.
"Mia cara Micaela," esordii, scegliendo con cura le parole, come un generale che pianifica la sua prossima mossa. "So che la tempistica di questa... convocazione può apparire inopportuna, quasi grottesca, data la magnificenza della nostra recente... contesa."
Lei soffocò una risata nel cuscino. "Contesa? Erny, è così che la chiami? Mi piace."
"Tuttavia," continuai, ignorando la sua ironia, "vi è una questione che esula dal mero capriccio. Un patto d'onore, siglato in tempi che precedono la nostra attuale frequentazione, mi lega a quel giovane... araldo del mondo digitale. Ho dato la mia parola. E per un uomo del mio lignaggio, la parola data è un vincolo più sacro di qualsiasi catena."
Il silenzio che seguì fu breve, ma denso. Poi, come era successo poco prima, la sua risata esplose, un torrente cristallino di pura gioia che la fece rotolare sul letto, i ricci che le coprivano il viso. Si teneva la pancia, le spalle scosse da un'ilarità così genuina che, mio malgrado, mi strappò un sorriso.
"Un patto d'onore?" ansimò tra le lacrime. "Per... per una scatola di plastica? Erny, sei incredibile! Parli come un cavaliere errante e poi devi correre a salvare un nerd da una crisi di nervi per un videogioco! È la cosa più assurda e... adorabile che abbia mai sentito."
Si tirò su, gli occhi che brillavano, asciugandosi una lacrima. "E va bene, mio nobile condottiero," disse, dandomi un bacio rapido. "Non lascerò che tu affronti questa perigliosa missione da solo. Vengo con te."
Scossi la testa, il mio volto che si faceva serio. "È qui, mia diletta, che la questione si complica. Temo di dover affrontare questa prova in solitaria."
Micaela aggrottò la fronte, il divertimento che lasciava spazio a un'espressione interrogativa. "Da solo? E perché mai? Non vorrai dirmi che questo tuo 'patto d'onore' vieta la presenza di dame di compagnia?"
"Non esattamente," replicai, cercando il tono più solenne e convincente possibile. "La verità è che la psiche del mio compagno d'arme, Matthias, è un ecosistema di delicato e fragile equilibrio. La sua interazione con il genere femminile è, per usare un eufemismo, problematica. Non hai forse notato la sua reazione al Mediaworld, al cospetto tuo e della signorina Veronica? La sua mente è andata in cortocircuito, rendendolo incapace persino di articolare un saluto consono. Non è preparato a gestire una presenza tanto... sfolgorante come la tua. Sarebbe una calamità per la sua concentrazione e, temo, per la riuscita della nostra impresa. Lo capisco, sai? Fino a due settimane fa, ero esattamente come lui."
Micaela mi fissò per un lungo istante. Vidi il suo cervello elaborare la mia spiegazione, passando dalla perplessità a una scintilla di comprensione, fino a un'illuminazione che le fece sgranare gli occhi. Poi, scoppiò a ridere di nuovo, una risata diversa, più sommessa e intrisa di una tenerezza quasi materna.
"Oddio," disse, scuotendo la testa. "Quindi, in pratica, non posso venire perché sono troppo bella e il tuo amico andrebbe in palla? È la scusa più nerd e meravigliosamente contorta che abbia mai sentito." Si alzò dal letto con la sua consueta grazia, iniziando a vestirsi. "Però non mi sento tranquilla a lasciarti andare da solo. Ho visto bene come ti guardano le altre. Non è che ci tengo a recitare la parte della cerva, sai?" disse, mimando le corna con le dita sulla testa.
"Hai il mio onore, mia signora," la rassicurai, con una serietà che la fece sorridere. "Nessun'altra oserà avvicinarsi."
"Va bene, va bene," cedette lei, divertita. "Sono una tipa che capisce le esigenze di voi maschietti quando avete bisogno di stare da soli..." Mi fece un occhiolino carico di allusioni che, reduce dalla mia ultima vita ottocentesca, non colsi minimamente, ma che apprezzai come un gesto di fiducia. "Allora ti spiego come arrivare in zona Colonne. È facile, da qui prendi il tram 9 e scendi in Porta Genova. Da lì sono due passi. Io ne approfitto per andare in biblioteca con Giulia, dobbiamo preparare l'esame con la Moretti."
Si avvicinò, mi diede un ultimo bacio, più profondo questa volta. "Però," aggiunse, la voce che si abbassava a un sussurro carico di malizia, "ti avverto, condottiero. Ti chiamerò ogni ora. Solo per assicurarmi che tu non sia stato assediato da un crogiuolo di donne adoranti. Considerala una... verifica di sicurezza."
Il "ferrovecchio mobile", o tram numero 9, era un mostro sferragliante di metallo giallo che si trascinava per le vie di Milano con la grazia di un elefante ferito. L'interno era un microcosmo di questa strana epoca: un crogiolo di studenti assonnati, anziani con borse della spesa stracolme e turisti che guardavano fuori dal finestrino con un'espressione di perenne smarrimento.
L'aria era un miscuglio di profumi, non tutti gradevoli. Riconobbi l'odore del sudore, un classico intramontabile in ogni epoca, mescolato a sentori di cibo fritto e a una dozzina di fragranze sintetiche che si combattevano per la supremazia olfattiva. La mia aura passiva, come sempre, non mancò di fare il suo dovere. Una ragazza seduta di fronte a me, che fino a un istante prima era immersa nel suo telefono, alzò lo sguardo e i suoi pensieri mi colpirono con la delicatezza di un maglio: "Oddio. Ma chi è? Sembra... scolpito dagli dei. E perché è su un tram? Dovrebbe essere su un trono."
Scendemmo a poche centinaia di metri dalle Colonne, un'imponente reliquia di un passato che conoscevo fin troppo bene, ora circondata da bar e negozi moderni. La casa di Matthias era in un palazzo d'epoca, e quando entrammo, capii che non era un'abitazione. Era un santuario.
Le pareti erano quasi invisibili, coperte non solo da poster, ma da scaffalature che ospitavano una cronistoria quasi completa dell'arte videoludica. Intonse, nelle loro scatole originali, riposavano le reliquie di un'intera civiltà. C'erano gli antenati, il Milton Bradley Microvision e il quasi mitologico Atari Cosmos del 1979. Poi la dinastia che aveva forgiato l'immaginario di intere generazioni: il Nintendo Entertainment System del 1989, il suo successore, il Super Nintendo, e poi il Nintendo 64, il GameCube, il Wii e il Wii U. Accanto, i titani rivali: la Xbox 360, la PlayStation 4, la Xbox One, fino ai monoliti neri della PlayStation 5 e della Xbox Series X. E la collezione di portatili era altrettanto sbalorditiva: l'Atari Lynx, il Game Boy in ogni sua incarnazione, dal classico al Color all'Advance, il Game Gear, il Neo Geo Pocket, fino alla famiglia dei Nintendo DS e 3DS e alla più recente Nintendo Switch.
Matthias mi accolse sulla soglia. Era pallido, gli occhi cerchiati, ma vestito per l'occasione. Indossava una maglietta nera che recitava "IO NON INVECCHIO, SALGO DI LIVELLO" sopra l'immagine di un controller, e un paio di semplici jeans.
"Ernesto! Finalmente!" esclamò. Poi mi vide bene, e la sua mascella cadde. I suoi pensieri esplosero, un misto di shock e calcolo improvviso: "Ma... che si è fatto? È... un dio greco. Aspetta. Aspetta un attimo. Con un'immagine così, il video non farà il doppio delle visualizzazioni... ne farà dieci volte tanto! Questo non è un unboxing, è un'opportunità virale!"
Mentre mi guardavo intorno, sbalordito da quel museo, feci un passo indietro, il cuore che mi balzava in gola. Un uomo mi fissava in silenzio da un angolo della stanza. Basso, sorridente, con un'aria gentile. Stavo per porgergli un saluto formale quando notai la sua innaturale immobilità e la sottile lucidità della sua figura. Era un'effigie di cartone a grandezza naturale.
"Per gli dèi," mormorai. "Chi è quell'uomo?" chiesi a Matthias, indicando la figura.
Matthias si portò una mano al petto, offeso. "Quello, mio profano amico, è un santo. È Shigeru Miyamoto. Il padre di tutto questo. L'architetto dei nostri sogni."
Mi condusse al centro del suo salotto, dove, su un tavolino di vetro, giaceva la famigerata scatola: la Nintendo Switch 2, la nuova console prevista per il 2025. Attorno ad essa, come guardie del corpo, erano schierate piccole statuette: Mario, la principessa Zelda, Donkey Kong, l'eroe Link, e persino Ash con Pikachu dei Pokémon.
"Non capisci, Ernesto," iniziò Matthias, la voce tremante per l'emozione e la privazione del sonno. "Questo non è un video. È un evento. È l'unboxing! È un rituale che i miei iscritti attendono da mesi! La prima impressione, il suono della plastica che si stacca, l'odore della componentistica nuova... è una sinfonia sensoriale che devo catturare!"
Gesticolava, indicando una telecamera montata su un treppiede e delle luci professionali puntate sul tavolino.
"L'algoritmo di YouTube," continuò, gli occhi spiritati, "è una bestia insaziabile. Si nutre di novità, di immediatezza. Se non pubblichiamo questo video entro oggi, verremo divorati! I nostri concorrenti, i reseller, avranno già pubblicato le loro recensioni, e noi... noi saremo storia antica! Dimenticati! Capisci l'urgenza?!"
Lo guardai. Avevo vissuto per tremila anni, ero reduce da una notte di passione con una donna meravigliosa, e lui mi stava parlando di un "algoritmo" come se fosse un drago che minacciava il regno. La sua disperazione era così pura, così totalizzante, che non potei fare a meno di trovarla... affascinante.
"Matthias," dissi, con la voce più calma che riuscii a trovare. "Non ho compreso una singola parola di ciò che hai detto. Ma ho dato la mia parola. Dimmi cosa devo fare."
Il suo viso si illuminò di una gioia quasi messianica. "Perfetto! Siediti qui. Io sarò alla tua destra. L'importante è che tu apra la scatola. Con solennità. Il destino della nostra crociata ludica è nelle tue mani."
Mi sedetti, ma un pensiero mi attraversò la mente. "Aspetta un attimo," dissi, prima che potesse avviare la registrazione. "Prima che iniziamo tutto, spiegami come far sì che Micaela possa vedere questo strano momento che stiamo vivendo assieme, di modo che si tranquillizzi, visto che era un po' gelosa che venissi qui da solo."
Matthias alzò gli occhi al cielo con un sospiro teatrale, un misto di disprezzo per la mia frequentazione femminile e rassegnazione. "La variabile impazzita... Certo che ci pensi ancora. E va bene." Iniziò a spiegarmi una procedura che coinvolgeva "link", "dirette streaming" e "condivisioni", ma vedendo la mia espressione, vuota come quella di un contadino di fronte a un testo in sanscrito, sbuffò e mi strappò il telefono di mano.
"Lascia, lascia fare a me, sei un caso disperato," borbottò, le dita che volavano sullo schermo con una velocità disumana. "Come fai ad avere una ragazza se non sai nemmeno condividere un link?"
Digitò furiosamente per qualche secondo, poi mi mostrò lo schermo. Aveva scritto un messaggio a Micaela.
"Salute, o Musa che distoglie il prode Ernesto dalle sue sacre missioni. Sono Matthias, il Maestro del Gioco, e ti sto scrivendo dal suo telefono. Poiché il tuo condottiero è tecnologicamente inetto quanto un barbaro di fronte a un'equazione, ti invio io il sacro link alla nostra cerimonia. Sappi, però, che per quanto tu possa tentarlo con le lusinghe del mondo reale, il suo cuore apparterrà sempre al sacro richiamo di un boss finale sconfitto. Buona visione."
Premette "invia" con un gesto plateale. "Fatto. Ora sa che sei al sicuro... più o meno. Possiamo iniziare?" mi chiese, gli occhi che brillavano di un'eccitazione febbrile.
Annuii, mentre il mio telefono vibrava per la risposta di Micaela, che immaginavo sarebbe stata un'altra risata. Un condottiero. Un'antica anima. E ora, il protagonista di un "unboxing" in diretta streaming. Decisamente, questa epoca era la più strana di tutte.