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Creato il 01/08/2026, 12:37 · Aggiornato il 01/08/2026, 12:37

Capitolo 23: Note a margine di una conquista

@bergadavideDavide
MaturoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Contenuto sessuale esplicito
  • Copertina AI
  • Gaslighting / Manipolazione psicologica
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L'aria nella stanza era satura. Avevo guidato cariche di cavalleria sotto il sole di mezzogiorno e resistito ad assedi che si protraevano per mesi, ma dovevo ammettere che quelle quattro ore di "battaglia" con Micaela avevano messo a dura prova la resistenza del corpo di Ernesto, non ostante, la settimana di duro allenamento al quale l'avevo sottoposto. Una prova, peraltro, superata con un punteggio che mi parve più che onorevole.

Lei, sfinita al mio fianco, giaceva accasciata contro di me. Il suo respiro, ora lento e regolare, era l'unica tregua in quella che era stata una tempesta di sospiri e amplessi, una vera battaglia per sancire il vincitore di una contesa, che per il momento, ci vedeva in perfetto stallo.

Con la metodica curiosità di un cartografo che esplora un nuovo continente, le sue dita tracciavano i confini del mio petto, un territorio che, dovevo ammetterlo con una punta di vanità, era stato adeguatamente fortificato nelle ultime settimane.

L’espressione di Micaela era esausta, ma profondamente soddisfatta. Poi, emise un sospiro che sembrava provenire dalle profondità della sua anima, "Sei volte..." mormorò, con una voce che era un misto di sfinimento e pura meraviglia. "Sai…pensavo, che certe cose, si potessero fare solo nei film a luci rosse!" I suoi occhi risplendevano di una luce terribilmente lussuriosa, anche dopo quelle lunghe ore di ginnastica da letto.

Sei, un numero che le sembrava degno di nota.

Interessante…avevo perso il conto dopo la terza, più concentrato sulla tattica che sull'aritmetica.

Ma la sua seconda affermazione catturò la mia attenzione. "Film a luci rosse". Un altro curioso artefatto di questa epoca. Un termine che non avevo incontrato nei libri di testo di Ernesto.

Aprii gli occhi. La logica, basata sulle mie conoscenze accumulate fino alla fine dell'Ottocento, suggeriva un'unica, ovvia spiegazione. Mi rivolsi a lei, usando quel tono pacato e formale che mi veniva così naturale, memore delle conversazioni nei fumosi salotti torinesi.

"Perdona la mia ignoranza, diletta..." cominciai, notando il suo sguardo farsi interrogativo. "...ma cosa sono, precisamente, i 'film a luci rosse'? Si tratta forse di una nuova tecnica di dagherrotipia? Immagino si catturino le immagini attraverso delle lenti di cristallo rosso, per conferire alla scena una tonalità più... passionale?"

La guardai, in attesa di una conferma alla mia brillante deduzione.

Per un lungo istante, mi fissò con gli occhi sbarrati. Vidi il suo cervello elaborare la mia domanda, passare dalla confusione, all'incredulità, fino a una comprensione improvvisa che le fece sgranare gli occhi.

Poi, la diga cedette.

Un'esplosione di ilarità pura, un suono così genuino e incontenibile che la fece quasi cadere dal letto. Si teneva la pancia, scossa da spasmi di gioia, con le lacrime che le rigavano le guance. Non avevo ben compreso la fonte di tale divertimento, ma ne apprezzavo l'effetto. Era un suono che, per un istante, sembrava poter curare millenni di cinismo.

Quando la sua risata si quietò, lasciando il posto a un borbottio felice, lasciai che il mio sguardo ispezionasse il resto della stanza. Era uno spettacolo degno di una cronaca di guerra. Il nostro letto era il centro di una devastazione gloriosa. Le lenzuola, un tempo ordinate, erano state sconfitte e giacevano ai piedi del materasso. I suoi indumenti e i miei erano sparsi come le spoglie di una contesa furiosa: una mia calza solitaria faceva la guardia vicino alla porta, mentre la sua camicetta di seta era diventata un improbabile vessillo drappeggiato su una lampada.

Persino la cultura si era arresa al caos. Un tomo di "Economia Aziendale" giaceva a terra, sconfitto e umiliato, con un cuscino che ne profanava le pagine aperte.

Sì, pensai con un sorriso interiore. Un campo di battaglia decisamente magnifico. E, a giudicare dalla reazione della mia compagna d'armi, la campagna era stata un successo strepitoso.

Il mio sorriso interiore fu interrotto da un movimento. Il divertimento di Micaela si era placato, ma l'energia che lo aveva generato non si era affatto spenta. Al contrario, si era trasformata in qualcos'altro, qualcosa di più mirato e felino.

Con una fluidità che mi sorprese, si sollevò su di me, mettendosi a cavalcioni sul mio bacino. Una posizione di dominio che, in altre epoche, avrei visto assumere solo da regine o da cortigiane particolarmente audaci. Era ancora nuda, la sua pelle illuminata dalla luce fioca del lampione, un'apparizione magnifica nel caos che avevamo creato.

Appoggiò entrambe le piccole mani sul mio petto, come a reclamare ufficialmente il territorio. Inclinò la testa di lato, fissandomi con un'intensità che mi fece sentire, per la prima volta, l'oggetto di un'attenta valutazione. I suoi ricci scuri le ricaddero su un lato del viso, lambendole una guancia in una carezza disordinata.

"Lo sai," esordì, la sua voce ora seria, ma con una nota vibrante di possesso. "Che con questi 'numeri' non ti lascerò mai a nessuna, vero?"

Una dichiarazione schietta, quasi una proclamazione. Niente giuramenti su antichi dei o promesse scritte col sangue, solo un avvertimento basato su una performance. Curiosamente moderno. E, a suo modo, efficace.

Prima che potessi formulare una risposta arguta, degna di un diplomatico del diciassettesimo secolo, mi prese l'indice della mano destra. Lo portò alle sue labbra e, senza mai staccare i suoi occhi dai miei, se lo succhiò lentamente.

Rimasi immobile. Avevo assistito a rituali di seduzione in ogni angolo del globo, dalle danze velate negli harem di Costantinopoli ai complessi giochi di sguardi nelle corti francesi. Eppure, quel gesto così semplice, così primitivo, mi inviò una scossa diretta lungo la spina dorsale, bypassando secoli di sovrastrutture e cinismo. Era un atto di possesso più potente di qualsiasi contratto o catena.

Un patto sigillato non con l'inchiostro, ma con la saliva.

Ritirò le labbra, lasciandomi il dito umido e freddo nell'aria della stanza, il suo sguardo ancora fisso sul mio, ora con un lampo di trionfo.

Una promessa. E una minaccia.

Decisamente, questa epoca aveva i suoi innegabili vantaggi.

Il suo gesto, quella promessa sigillata con un'audacia quasi selvaggia, mi lasciò per un istante a contemplare le bizzarre ma efficaci usanze di quest'epoca. Una minaccia. Una promessa. E, soprattutto, una sfida. Credeva di aver preso il comando, di aver stabilito i termini della nostra alleanza. Un errore comprensibile, ma pur sempre un errore. Nessuno, né re né amante, mi aveva mai sottomesso. Non avrei iniziato ora.

Lasciai che si godesse il suo piccolo trionfo per un istante, poi la mia calma si spezzò. Le mie mani scattarono e le afferrarono i fianchi con una presa salda, che la fece trasalire. In un unico, fluido movimento, ribaltai le nostre posizioni, costringendola a sdraiarsi sulla schiena e sovrastandola con il mio peso. I suoi occhi si sgranarono per la sorpresa. Ora era lei a essere l'oggetto del mio sguardo, e nei miei occhi non c'era più la curiosità intellettuale, ma il fuoco di un condottiero che non ha alcuna intenzione di concedere il campo.

Mi chinai su di lei, il mio viso a un palmo dal suo.

"Pronta per ricominciare?" le chiesi, la mia voce un sussurro basso, una sfida diretta.

Lei mi fissò, ansimando leggermente. L'arroganza trionfante era svanita, sostituita da un'incredulità elettrizzata.

"Incredibile..." mormorò, quasi senza fiato. "Sei... sei sicuro di farcela?"

Un sorriso affilato mi si disegnò sulle labbra. "Mettimi alla prova."

Quella che seguì non fu una battaglia, fu una campagna di conquista. Tre assalti finali, tre ondate di passione in cui ogni sua resistenza fu prima incontrata, poi aggirata, e infine travolta, finché l'unica cosa che rimase fu una resa dolce e incondizionata. L'ultima immagine che ebbi di lei, prima che il sonno la reclamasse del tutto, fu un sorriso beato e le sue labbra che mormoravano un "basta... ti prego" che suonava più come una preghiera di ringraziamento che come una richiesta.

Alla fine, crollò. Si addormentò con la testa sulla mia spalla, il suo respiro profondo e tranquillo, il corpo completamente abbandonato contro il mio.

La tenni stretta, osservando le ombre danzare sul soffitto, un generale vittorioso che veglia sul suo prezioso bottino di guerra. In quel silenzio, in quella pace, mi sentii più vicino a qualcosa di simile alla contentezza di quanto non mi sentissi da secoli.

Fu in quel momento di quiete quasi sacra che una vibrazione insistente e un suono sintetico e irritante ruppero l'incantesimo.

Bzzz... Bzzz... Trillo-trillo-trillo...

Il rumore proveniva dal mio "telefono", abbandonato sul pavimento insieme ai resti del nostro abbigliamento. Allungai un braccio con una certa fatica, cercando di non svegliare Micaela, e afferrai il congegno luminoso. Sullo schermo lampeggiava un nome: Matthias.

Feci scorrere un dito sullo schermo come mi aveva insegnato, portando l'aggeggio all'orecchio.

"Pronto?"

"ERNESTO! FINALMENTE! DOVE DIAVOLO SEI FINITO?!" La voce di Matthias era un lamento acuto, un misto di sollievo e di puro panico da Youtuber sull'orlo di una crisi di nervi. "È UNA SETTIMANA! UNA. SETTIMANA. CHE TI ASPETTO! Che TI chiamo! Che fisso questa scatola!"

Aggrottai la fronte. "Scatola?"

"LA SWITCH 2! LA TUA SWITCH 2, ERNESTO! È qui, nel mio salotto, che mi guarda con disprezzo! Mi sta giudicando! L'algoritmo di YouTube è un dio crudele e non aspetta i comodi di nessuno! I miei iscritti si aspettano l'unboxing, la recensione del Day One, il gameplay in co-op! La mia carriera è appesa a un filo e tu sei irreperibile!"

Ah, ecco. La famosa "crociata ludica". Un'altra delle bizzarre ossessioni del precedente occupante di questo corpo.

"Avevamo un patto, Ernesto!" continuò Matthias, la sua voce che si incrinava per il dramma. "L'unboxing insieme! La nostra più grande collaborazione! E invece tu sei sparito! Svanito! Io sono qui, prigioniero di lusso nel mio stesso appartamento alle Colonne, sento la gente che brinda e si diverte giù in piazza e io... io sono in ostaggio di una scatola di cartone e del tuo fantasma!"

Ascoltavo la sua tirata, tenendo tra le braccia una donna sfinita dalla passione, nel mezzo di una stanza che sembrava il sacco di Roma. E dall'altra parte del filo, un ricco Youtuber si lamentava della sua prigionia dorata, la sua carriera minacciata da un rettangolo di plastica e silicio.

"Matthias," lo interruppi, con la voce più calma possibile. "Sono... stato occupato."

Un eufemismo che avrebbe fatto impallidire i più grandi diplomatici della storia.

"OCCUPATO?! L'impero delle visualizzazioni sta crollando e tu sei 'occupato'?! Di cosa puoi essere così occupato da una settimana?!"

Lanciai un'occhiata al viso sereno di Micaela, addormentata sul mio petto.

"Faccende," risposi, vago. "Passerò nei prossimi giorni. La tua reliquia e il tuo canale sopravviveranno."

Chiusi la chiamata prima che potesse lanciare un altro lamento apocalittico.

Un intero reame digitale era sull'orlo del collasso perché il suo prescelto era impegnato in conquiste ben più... tangibili. Le prio

rità di questa epoca erano, a dirpoco, sconcertanti.

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