Vai al contenuto principale

← Ernesto... ancora?

Creato il 29/07/2026, 12:59 · Aggiornato il 29/07/2026, 12:59

Capitolo 22: Il legato Romano

@bergadavideDavide
MaturoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Contenuto sessuale esplicito
  • Copertina AI
  • Gaslighting / Manipolazione psicologica
Scarica EPUB (capitolo)

Tocca un passaggio (o un’immagine) per aprire il filo commenti a fianco. I link nel testo restano cliccabili.

La campanella suonò, un trillo stridulo che squarciò l'aria e pose fine alla lezione. L'aula, prima immobile, si animò di colpo in un fruscio di zaini e chiacchiere. Sollevati, gli studenti si affrettarono verso l'uscita, un'orda chiassosa in cerca di una boccata d'aria.

Micaela si girò verso di me, un lampo di malizia negli occhi. "Erny, vado un attimo in bagno," disse, la sua voce calda che si faceva strada nel caos. "Tienimi il posto a filosofia, eh? Non osare lasciarmi sola con questi barbari che confondono Nietzsche con una marca di birra." Mi diede una gomitata complice, i suoi ricci che danzavano mentre si allontanava.

Accanto a lei, Giulia si alzò. Il suo sguardo azzurro si posò su di me, un'indagine silenziosa e intensa. Non era la solita brama che scatenavo; era una curiosità profonda, quasi filosofica. La sua mente, che potevo percepire chiaramente, era un vortice di domande: “Chi è quest’uomo? È come se portasse il peso di mille vite nei suoi occhi... Devo capire cosa nasconde.” Un'anima affine, o forse solo una mente troppo acuta per il suo bene.

La reazione di Micaela fu fulminea. Notando lo sguardo dell'amica, le afferrò la mano con un po' troppa foga. "Giulia, andiamo! La fila sarà chilometrica!" la trascinò via, troncando di netto quello scambio silenzioso. Giulia mi lanciò un'ultima occhiata, un misto di scuse e di curiosità irrisolta, prima di sparire nel corridoio. Micaela, pur non essendo affatto immune al mio fascino, possedeva una volontà di ferro e una gelosia quasi divertente.

Poco distante, Luca, il principe della plebe studentesca, osservava la scena con un'espressione di tragico strazio. Si portò una mano al petto, i suoi pensieri un lamelnto teatrale: “Oh, Micaela! Tradito! Pugnalato! Come può preferire lui, questo... adone misterioso? Il mio cuore è in frantumi, un mosaico di dolore!” Serena, al suo fianco, scuoteva la testa, visibilmente scocciata ma segretamente affascinata da quel dramma da quattro soldi.

Raggiunsi l'aula di filosofia, più grande e luminosa, inondata da una luce naturale che sapeva di tregua. L'aria odorava di legno antico e libri, un profumo che mi era più familiare di qualsiasi deodorante giovanile. Presi posto, lasciando libera la sedia accanto a me, mentre l'aula si riempiva del solito brusio. I pensieri mi vorticavano intorno: ammirazione per il mio fisico ("Ma si è allenato tutta la settimana? Che muscoli..."), piani per il weekend, lamentele accademiche.

Poi, di colpo, qualcosa si spezzò. Un'area di silenzio innaturale si aprì nella mia mente, un vuoto dove prima c'era il coro assordante dei pensieri altrui. Un'anomalia. Un presagio.

La porta si aprì. Sulla soglia apparve una figura che calamitò ogni sguardo. Alto, portamento impeccabile, indossava un completo elegante che esaltava un fisico atletico, da gladiatore. Capelli scuri pettinati all'indietro, fronte ampia e occhi neri, penetranti, che sembravano analizzare e comprendere ogni cosa in un istante.

Era Damiano Valerius, il nuovo professore di Filosofia Antica e Retorica.

Attraversò l'aula con passi misurati e carichi di gravità. Gli studenti si raddrizzarono, non per paura, ma per un'istintiva deferenza. I loro pensieri erano di ammirazione pura: "Che carisma! Un vero oratore, degno di Cicerone." / "Sembra un condottiero antico, uscito dalle pagine di un libro di storia." Nessuna traccia della brama volgare che la mia aura scatenava; solo rispetto intellettuale per il suo fascino calcolato.

Il suo sguardo scannerizzò l'aula, e infine si posò su di me. La mia aura passiva non lo piegò. Percepivo una resistenza attiva, uno scudo mentale eretto con pratica e disciplina. Ma attraverso le crepe di quello scudo, colsi i suoi pensieri, non più imperscrutabili ma chiari come un ordine sul campo di battaglia: “Eccolo qui. Interessante... c'è più di quel che sembra in questo ragazzo. Un rivale. E vedo che la sua 'preda' non è al suo fianco. Ottimo. Il campo è libero. Per ora.”

Proprio in quel momento, Micaela rientrò, seguita da una Giulia ancora visibilmente scossa dalla sua attrazione per me. Valerius vide Micaela e un sorriso quasi impercettibile, un ghigno di calcolo, si disegnò sulle sue labbra. Con una naturalezza sconcertante, si avvicinò al nostro banco, ignorandomi come se fossi parte dell'arredamento.

"Signorina..." iniziò, la sua voce profonda e melodiosa, studiata per incantare. "Perdonate la domanda diretta, ma è la prima volta che la mia lezione viene onorata da una presenza così... luminosa. Siete forse la Musa che il destino ha condotto qui per ispirarci?"

Micaela, sorpresa da quella pomposità, arrossì leggermente ma sorrise, divertita. "Veramente sono Micaela. E studio Economia. Le mie muse sono i bilanci, professore, e le mie battaglie i flussi di cassa." La sua risposta, pragmatica e spiritosa, fece arricciare per un istante le labbra di Damiano. Il suo incantesimo retorico non aveva fatto pienamente presa.

Senza scompormi, accolsi la sfida. "Le ho tenuto il posto, Micaela," intervenni, la mia voce fredda e cristallina, afferrando la sedia vuota con un gesto possessivo che fece stridere le gambe sul pavimento. Il rumore fu un piccolo tuono nella quiete tesa. Poi, rivolto a lui, aggiunsi: "Professore, temo che le sue muse siano più a loro agio con i tassi di interesse che con le odi greche."

Un lampo di sorpresa attraversò gli occhi di Damiano, ma recuperò subito il controllo. "Ah, Economia!" esclamò, con un sorriso di chi ha appena risolto un enigma. "L'arte di governare l'abbondanza. Una disciplina più vicina a un imperatore che a un contabile, non crede?" Con un gesto delicato, prese la mano di Micaela e la sfiorò con il pollice, portandola alle labbra in un accenno di baciamano. "Permettete che vi sia di guida in questo tempio. Un enigma affascinante come voi merita di essere compreso."

Micaela ritirò la mano, naturale ma palesemente consapevole della tensione elettrica tra noi due.

Sentii la rabbia ribollire, un fuoco antico. Quella mano su di lei. Quel tocco. "Non è peculiare, professore," replicai, la mia voce un sussurro affilato come una lama, "che un maestro della retorica usi le sue arti per un'anima che dichiara di preferire i registri contabili? Sembra quasi che la vostra sete di sapere sia in realtà una sete di conquista."

Damiano mi fissò, la sorpresa ora evidente. Le sue labbra si strinsero. I suoi pensieri erano un ringhio furioso: “Come osa? Questo... pivello... vede attraverso la mia maschera!” La sua voce si fece tagliente. "E non è forse un'insolenza, giovane discepolo," ribatté, "insinuare motivi che esulano dalla nobile ricerca della conoscenza?"

"Nobile ricerca?" replicai, abbassando ancora la voce, ma caricandola di un peso millenario. "Maestro, la storia insegna che la più nobile retorica è spesso il manto che nasconde le più prosaiche delle intenzioni. Un occhio attento, invero, discerne il generale sotto il manto del filosofo."

A quelle parole, sentii la sua calma incrinarsi. Un lampo di pura rabbia attraversò i suoi occhi, a stento mascherato da un'espressione di sdegno accademico. La sua sorpresa era totale. "Tanto ardore... per difendere una compagna, o per reclamare un possesso?" sibilò, in un ultimo, disperato tentativo di provocazione.

Non cedetti. "La difesa è un dovere quando si custodisce ciò che è prezioso," affermai, con voce piatta e priva di emozione. "Il possesso, invece, è un concetto che si addice a chi vede nelle anime altrui semplici trofei. Ma un'anima libera, professore, non si conquista con le catene. Nemmeno con quelle della retorica."

Il colpo andò a segno. Damiano rimase senza parole, la sua maschera di superiorità frantumata.

Fu Micaela a rompere l'incantesimo, con la sua meravigliosa e involontaria ironia. "Ragazzi, ma siete sempre così profondi? Che vi siete fumati?"

Damiano fece un respiro profondo, ricomponendosi a fatica. Il suo sorriso era tirato, i suoi occhi ancora ardenti di rabbia. "La giovinezza... così veemente," mormorò, rivolgendosi a lei e ignorandomi di nuovo. "Prego, sedete. E tu," il suo sguardo si spostò su di me, freddo come l'acciaio, "prendi il tuo posto. La lezione sta per iniziare."

La battaglia era appena iniziata. E il Legato Romano, per la prima volta, aveva mostrato una crepa nella sua armatura. La sua sorpresa era stata la mia vittoria. La posta in gioco era Micaela, ma la sfida, ora, era tra due antiche volontà. E per Etius, questo era solo l'inizio del divertimento.

L'ora che seguì fu una delle più lunghe della mia esistenza trimillenaria, e questo includeva essere stato murato vivo nel 1100.

Il professor Damiano Valerius non teneva una lezione, inscenava un monologo. Passeggiava davanti alla cattedra con l'andatura di un predatore in gabbia, le mani ora gesticolavano per enfatizzare un concetto, ora si nascondevano dietro la schiena come un generale che ispeziona le truppe. L'argomento era lo Stoicismo, ma nelle sue parole diventava un manuale per la dominazione del mondo. Citava Seneca in un latino impeccabile e sonoro, senza mai degnarsi di tradurre, lanciando sguardi di sfida all'aula come a dire: "Tenete il passo, se ne siete capaci".

"Vivere, Lucili, est militare!" tuonò, facendo sobbalzare uno studente in prima fila. "La vita è una guerra, e il saggio non è colui che si ritira, ma colui che comanda il campo di battaglia delle proprie passioni per poi soggiogare quelle altrui!"

Percepivo la noia diffusa nell'aula come una nebbia densa e appiccicosa. Gli studenti erano piegati sui loro quaderni, ma le loro menti vagavano tra piani per il weekend e la disperazione più totale. Accanto a me, Micaela scarabocchiava un diagramma di flusso che sembrava calcolare il tasso di mortalità per tedio.

Il professore si fermò, puntando un dito verso una ragazza terrorizzata. "Lei! Mi dica, qual è la differenza fondamentale tra la ataraxia epicurea e l'apatheia stoica?" Non attese risposta. "La differenza è tra la resa e la vittoria! Tra la fuga e il dominio!"

Quando finalmente la campanella suonò, fu come una liberazione collettiva, un espiro di sollievo che attraversò l'intera aula. Gli studenti iniziarono a raccogliere le loro cose con la foga di prigionieri a cui è stata appena aperta la cella.

Ma Micaela non si mosse.

Lentamente, si girò verso di me. I suoi occhi, prima appannati dalla noia, ora ardevano di una luce intensa, febbrile. Un'eccitazione primordiale, quasi selvaggia, aveva preso il posto della stanchezza. Con un movimento lento e deliberato, posò una mano sul mio avambraccio. Le sue dita si strinsero, un tocco possessivo, una rivendicazione.

Il brusio dell'aula si smorzò. Tutti gli sguardi, come attirati da una forza magnetica, si puntarono su di noi.

Micaela si avvicinò, le sue labbra a un soffio dal mio orecchio. La sua voce era un sussurro basso e roco, carico di una passione che era quasi palpabile nell'aria.

"Non ho capito un accidente di quello che è successo prima con il professore," mormorò, il suo fiato caldo sulla mia pelle. "Ma... mi ha fatta eccitare da morire." Sentii un brivido percorrerla, un'onda di pura adrenalina. "Adesso," continuò, la sua voce che si abbassava ancora di più, diventando una promessa roca. "Io e te andiamo nella mia stanza in dormitorio e ripetiamo esattamente quello che è successo la settimana scorsa!" Fece una pausa, e il suo sguardo mi divorò. "Ho una voglia matta di testare per bene questo tuo nuovo corpo."

Il silenzio nell'aula divenne assoluto, denso, quasi solido. Si potevano sentire le mascelle degli altri ragazzi toccare il pavimento e l'aria sfrigolare di invidia pura. I loro pensieri erano un coro di: "Ma stai scherzando?!" e "Non è possibile, la vuole... ora!".

E per sigillare la promessa, concluse la scenetta lasciandomi tre piccoli baci umidi e lenti sulla pelle sensibile del collo. Una scarica elettrica mi percorse la schiena. Non era una perdita di volontà, ma una piacevole resa alla sua audacia. Sorpreso, ma intimamente compiaciuto, chiusi gli occhi per un istante. Poi, molto lentamente, feci un cenno affermativo con il capo.

A quel gesto inequivocabile, un

"Ooooh..." collettivo, un mormorio di

stupore e invidia, si levò dall'aula.

Poi, il mio sguardo incrociò quello di Damiano Valerius, rimasto in piedi vicino alla cattedra. La sua maschera di superiore distacco si era incrinata. Le sue labbra erano una linea sottile e bianca di rabbia contenuta, e le sue dita stringevano una copia delle "Meditazioni" di Marco Aurelio con una tale forza che le nocche erano diventate bianche. Aveva perso. Non in una disputa filosofica, ma in un'arena molto più antica e brutale.

Ma lo sguardo più devastante era quello di Giulia.

Era rimasta immobile, a pochi passi da noi. Il colore le era defluito dal viso, lasciandola pallida come il marmo. I suoi grandi occhi azzurri erano sbarrati, fissi sulla mano di Micaela che stringeva il mio braccio. Le sue labbra erano leggermente aperte in un'espressione di shock e dolore profondo. Le sue mani stringevano così forte il bordo del suo quaderno da accartocciarne la copertina. Percepivo la sua mente come un grido silenzioso: un'ondata gelida di gelosia e di un'inadeguatezza quasi insopportabile.

È così... semplice? pensò, e il suo dolore mi trafisse. Tutta quella tensione, quel duello di parole... si riduce a questo? A un invito nel suo letto? Io volevo capire la sua anima... e lei vuole solo... il suo corpo.

Mentre Micaela mi tirava dolcemente per un braccio, guidandomi fuori dall'aula sotto gli occhi di tutti, l'ultimo pensiero che colsi da Giulia fu un sussurro spezzato dal cuore.

E lui la segue.

Ovviamente.

Commenti

I commenti sui singoli passaggi si aprono dal fumetto accanto al testo; qui sotto trovi solo i commenti al capitolo intero.

Caricamento…