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La notte, come un archivista dispettoso, aveva deciso di ripescare un ricordo particolarmente fastidioso dalla mia sterminata collezione di esistenze. Non un sogno, ma un frammento di veglia vivido e irritante, riesumato direttamente dalla Spagna del 1630. Ero di nuovo nel corpo impeccabile di Giulemme de Gaspar, un tempio di muscoli agili forgiati da innumerevoli duelli e infinite cavalcate sotto il sole della Castiglia. Il problema, come sempre, non era il ricordo in sé, ma la sua desolante attualità.
Il mio avversario era un damerino impomatato, un certo Duca de la Serna, un uomo la cui prosopopea era inversamente proporzionale alla sua igiene orale. Mi stava accusando di aver macchiato l'onore di una giovane marchesa, una donna i cui unici, limpidi pensieri — che io captavo con la chiarezza di un ruscello di montagna — riguardavano il costo esorbitante del broccato e la circonferenza invidiabile dei miei polpacci.
«Villano!» mi aveva sibilato in faccia, il suo fiato un'arma chimica a base di aglio e vino scadente. «Avete osato posare il vostro sguardo lascivo sulla mia protetta! Il suo candore è stato offeso!»
Il suo pensiero, nel frattempo, era un calcolo ben più prosaico, un piccolo capolavoro di opportunismo: “Se umilio questo spadaccino da quattro soldi davanti a tutti, la marchesa finalmente mi noterà. E forse, dico forse, suo padre, quel vecchio spilorcio, mi concederà il prestito per ripianare i miei debiti di gioco…”
Ero lì, nel mezzo di una piazza polverosa, con la mia fidata spada in mano, un'opera d'arte d'acciaio toledano che meritava avversari migliori, costretto ad assistere a una lezione sulla virtù da un uomo che avrebbe venduto la propria per un paio di monete e la promessa di un letto caldo. La folla rumoreggiava, eccitata dalla prospettiva del sangue.
«Ah, i bei vecchi tempi,» pensai, risvegliandomi di soprassalto nel letto di Ernesto, con un sospiro che era un trattato di stanchezza esistenziale. «Almeno allora, per una scocciatura del genere, si poteva legalmente infilzare qualcuno e chiamarlo 'onore'. Era un sistema più efficiente.»
Il cuore di Ernesto batteva con una regolarità potente, non per il panico del sogno, ma per un'efficienza cardiovascolare che fino a una settimana prima era pura fantascienza. Il suo vecchio cuore sembrava alimentato a disperazione e carboidrati; questo nuovo modello andava a pura forza di volontà. Milano, 2025, mi ronzava nelle orecchie con la sua consueta sinfonia di sirene, traffico e lamentele urbane. L’appuntamento con Micaela all’aula 12 della Bocconi era il mio unico faro in quella giornata nebbiosa. Ma il ricordo di quel duello insulso, di quella farsa d'onore, mi lasciava addosso una sgradevole premonizione, la certezza matematica che i rivali stupidi, arroganti e mossi da meschini interessi fossero una costante universale, una specie invasiva che né il tempo né le estinzioni di massa erano riuscite a debellare.
Il tragitto verso l'università fu esattamente la prova che temevo: una via crucis di attenzioni non richieste, una parata trionfale che non avevo né organizzato né desiderato. L'allenamento intensivo — o meglio, la mia volontà millenaria che costringeva le pigre cellule di Ernesto a una riorganizzazione forzata e disumana — aveva trasformato il "relitto ambulante", come l'aveva definito Tiffany, in qualcosa che assomigliava pericolosamente a una statua greca semovente. Ogni vetrina di negozio, ogni specchietto di un'auto parcheggiata, ogni superficie riflettente mi rimandava l'immagine di un estraneo che indossava i miei vestiti. Spalle più larghe, una postura quasi nobiliare, muscoli magri ma definiti che tendevano la maglietta nei punti giusti. Il corpo di Ernesto stava diventando un vascello degno di Etius, un tempio funzionale, ma il prezzo del biglietto per abitarlo era un costante e nauseante assalto sensoriale.
La mia aura passiva, amplificata da questo nuovo involucro, trasformava i marciapiedi di Milano in un festival del desiderio a basso costo, una sagra della brama. Era una cacofonia, un miasma di pensieri che mi investiva senza tregua.
“Ma quello non può essere Ernesto… che si è fatto? Palestra? No, impossibile… sembra scolpito. È… illegale essere così,” pensò una ragazza, inciampando platealmente sul marciapiede e quasi finendo dentro un cestino dell'immondizia.
“Cristo santo,” rimuginò un uomo di mezz'età in giacca e cravatta, squadrandomi con un misto di invidia e sconforto. “Ha più muscoli lui adesso di tutto il mio ufficio marketing. E io pago un personal trainer… devo licenziarlo.”
Mentalmente, avevo sviluppato un sistema di classificazione per non impazzire.
Categoria A: Lussuria Primaria (la più comune). Un flusso di immagini anatomiche e verbi all'imperativo. ("Voglio… toccare… mordere… ora… mio…"). Semplice, diretto, animalesco. Molto popolare.
Categoria B: Proiezione Romantica (la più irritante). Vedevano un eroe tragico, un'anima tormentata da salvare con il potere del loro amore. ("Chissà quali abissi di dolore nasconde dietro quello sguardo profondo… potrei essere io la sua luce…").
Categoria C: Inventario Dettagliato (la più onesta). Un elenco puntuale e quasi tecnico. ("Addominali, ok. Pettorali, ben definiti. Bicipiti, notevoli. Spalle, larghe. Glutei… sì, decisamente sì."). Almeno era un approccio metodico.
Io, Etius, che avevo discusso di tattiche militari con Scipione e di metafisica con filosofi persiani, ora ero ridotto a un catalogo di carne ambulante, un menù vivente recensito in tempo reale dalle menti della folla. Era un'umiliazione cosmica, una farsa senza fine scritta da un drammaturgo sadico e privo di talento.
L'atrio della Bocconi era un formicaio brulicante di ambizioni, ansie e caffeina. L'aria era un miscuglio olfattivo di carta stampata, profumi costosi e disperazione pre-esame. Un'arena moderna dove i gladiatori combattevano a colpi di slide di PowerPoint e tesi di laurea. L’aula 12, illuminata da neon ronzanti che sembravano sul punto di avere una crisi epilettica, era il Colosseo. Ma in mezzo a quel caos organizzato, a quella giungla di zaini, laptop e smartphone, lei spiccava come un'orchidea selvaggia in un parcheggio di cemento.
Micaela era lì, in piedi vicino a un banco, e la sua semplice presenza sembrava assorbire e annullare il rumore di fondo.
Mi vide e il suo sorriso fu una boccata d'aria pulita, un armistizio istantaneo. "Condottiero! Alla fine ce l'hai fatta! Pensavo mi avessi dato buca!" esclamò, venendomi incontro con quella sua camminata leggera e sicura.
Poi mi abbracciò, e capii subito che qualcosa era cambiato. Non era un abbraccio puramente amichevole. Era più stretto, più lungo, il suo corpo premeva contro il mio con una familiarità nuova. I suoi occhi scuri, quando si scostò, brillarono di una luce diversa, un misto di affetto e di una malizia più intensa. Il suo sguardo indugiò per un istante sul mio petto, poi risalì al mio viso.
"Wow," disse, a voce bassa. "Il 'riposo del guerriero' ti ha fatto decisamente bene. Dopo la tua fuga dal Mediaworld e i tuoi messaggi criptici, ho temuto fossi stato reclutato da una setta di culturisti o, peggio, da tua madre per qualche losco affare."
La sua risata cristallina, come sempre, era una melodia. Ma ora capivo. La mia aura funzionava anche su di lei. Non era immune al fascino, alla maledetta attrazione che proiettavo. La sua unica, preziosissima immunità era alla telepatia. Non potevo sentire il ronzio dei suoi pensieri. La sua mente era un giardino segreto, un'oasi di silenzio in un mondo che urlava. E questo, capii in quell'istante, la rendeva ancora più intrigante. Vedevo l'effetto, ma non potevo sentirne la causa. Era un mistero, l'unico mistero rimasto in un mondo altrimenti trasparente e volgare. Era la mia ancora, non perché fosse insensibile a me, ma perché la sua attrazione era una musica di cui potevo vedere la danza, senza esserne assordato.
La pace, ovviamente, era un bene di lusso che non potevo permettermi. Alla cattedra, la professoressa Clara Moretti, fasciata in un impeccabile e severo tailleur nero che sembrava progettato per esaltare ogni sua curva, mi puntò addosso i suoi occhi da predatrice alfa. Il suo pensiero mi investì come un'onda di calore, preciso e affilato. "Ma guarda un po' chi si vede. Il pulcino spennato della settimana scorsa si è trasformato in un'aquila reale. Anzi, in un grifone mitologico. Questo semestre si fa improvvisamente… delizioso. Quei muscoli sotto la maglietta… Nietzsche approverebbe senza riserve questa ‘volontà di potenza’ fatta corpo. E anche io."
Iniziò la sua lezione sul filosofo tedesco, e la sua voce teatrale, impostata e pomposa, riempiva l'aula come un gas. Esaltava il concetto di Superuomo, ma i suoi occhi non lasciavano i miei. Io, nel frattempo, non potevo fare a meno di sovrapporre alla sua figura imponente il ricordo del vero Friedrich Nietzsche, che avevo conosciuto a Torino nella mia vita da Conte Frederick. Un ometto smunto, con baffi improbabili macchiati di schiuma e un alito che avrebbe potuto essere imbottigliato e venduto come solvente. Un uomo che balbettava di "Superuomini" e "oltrepassare se stessi" tra un singhiozzo e l'altro, dovuto più a una birra di pessima qualità che all'ispirazione divina.
"Se solo sapesse," pensai con un'alzata di spalle interiore, "che la sua musa accademica era più interessata al super-prezzo della prossima pinta che al superamento dell'uomo. La fantasia è sempre più affascinante della puzzolente realtà."
Il mio sguardo vagò per l'aula, un campo minato di desideri e insicurezze. In terza fila, Luca, il principe ereditario del consiglio studentesco, sedeva accanto a Serena, la sua consorte, un'icona di Instagram il cui vestito aderente era un faro per gli sguardi. Il pensiero di Luca era un inno alla sua stessa magnificenza: "Sono il migliore, tutti mi ammirano, è quasi noioso." Poi i suoi occhi incrociarono i miei e la sua spina dorsale mentale si sciolse come cera al sole. "Oh. Oh, no. Chi è questo? Sento… una forza… Devo stargli vicino, devo… obbedire. Qualsiasi cosa voglia." Serena, notando lo sguardo ipnotizzato del suo fidanzato, si aggrappò al suo braccio con fare possessivo. La sua mente, un vortice di glitter e vanità, andò in cortocircuito: "Chi diavolo è quello? Luca è MIO! Però… che fisico. Non è l'Ernesto che conoscevamo. Ok, piano B: lo voglio anch'io. Adesso."
Come se la situazione non fosse abbastanza affollata, la porta dell'aula si spalancò con un tonfo teatrale e fecero irruzione Alexis e la sua corte personale: il quartetto della follia. Capelli rosa shocking, occhi neri carichi di un'ossessione quasi comica. Mi puntò il dito, ignorando la lezione e la professoressa. "Ernesto," disse, la voce tagliente. I suoi pensieri erano un uragano, un delirio senza freni: "È lui! È diventato un dio greco! È ancora più incredibile! Deve essere mio, lo rapirò, lo legherò in cantina, gli leggerò le mie poesie finché non si innamorerà di me! Sarà magnifico e romantico!"
Mentalmente, feci l'appello: la Furia Rosa (Alexis), la Predatrice Viola (Chloe), l'Entusiasta Gialla (Maya) e la Giudice Silenziosa (Sarah). Un arcobaleno di disturbi della personalità. Che gioia infinita.
Poi, in un angolo, quasi nascosta dietro una pila di libri, sedeva Giulia. Capelli castani, occhi azzurri e un'aria intellettuale che la distingueva. Il suo sguardo era diverso. Intenso, analitico. E i suoi pensieri, che captavo con una chiarezza sorprendente, erano un affascinante miscuglio.
"Interessante. Il cambiamento fisico è troppo rapido per essere naturale. Ma non è solo quello. Il modo in cui parla, la calma che emana… c'è una struttura nel suo linguaggio che è quasi arcaica. Non è solo un bel ragazzo, è un enigma vivente. Devo capire." E subito dopo, un'altra linea di pensiero, più terrena, a confermare che nessuno era immune: "E, dannazione, quel profilo. Potrei scriverci una tesi. O semplicemente guardarlo per ore. Concentrati, Giulia, sei una donna di intelletto, non una…"
Ah, una filosofa. Non voleva solo possedere il tempio, voleva studiarne l'architettura e decifrarne le iscrizioni, pur non disdegnando la solidità delle fondamenta. Un approccio nuovo, ma non meno invadente.
Il mio sguardo si spostò verso la cattedra, e lì notai una figura che prima mi era sfuggita. Lorenzo, il ragazzo di Giulia, nel suo ruolo di assistente della Moretti. Stava fingendo di sistemare delle carte, ma i suoi occhi erano un laser puntato su Giulia. E la sua mente era un teatro di tormento.
"Guardala. È completamente andata. Non mi ha degnato di uno sguardo da quando è entrato. Per lei, esiste solo lui. E cosa avrà mai di così speciale? Quell'aria da santone, da finto saggio... La sta plagiando, e lei ci casca come un'ingenua." E poi, il colpo di grazia, il dettaglio che rendeva la farsa ancora più sublime. Sotto lo strato di rabbia e gelosia, percepii un'altra corrente, più debole, confusa e terrorizzata: "Perché continuo a guardare le sue spalle? E perché il suo modo di parlare… mi affascina? No, no, no. Io lo odio. Lo odio."
Trattenni a stento una risata. Era magnifico. Lorenzo era geloso di me, mi odiava per l'effetto che avevo su Giulia, e allo stesso tempo era confuso dalla sua stessa, inconfessabile attrazione per me. Gli esseri umani del XXI secolo erano un groviglio meravigliosamente complicato.
"Ernesto!" La voce della Moretti mi riportò bruscamente alla realtà. Mi stava fissando con un sorriso che era un misto di invito, sfida e ordine. "Visto che sembra così assorto nei suoi pensieri, ci illumini lei. Il Superuomo di Nietzsche forgia il proprio destino, non si arrende alle circostanze. Lei, con questo suo… evidente e notevole cambiamento, cosa ne pensa? È forse un esempio vivente di volontà di potenza?" Il suo sguardo scese per un istante sul mio petto, poi risalì ai miei occhi, carico di promesse non verbali.
Mi alzai, sentendo il peso di decine di sguardi addosso. L'aria era densa di aspettative. Proprio in quel momento, sentii la mano di Micaela stringere la mia sotto il banco. Un contatto caldo, solido. Un gesto che diceva "sono qui". Ma ora sapevo che quel gesto non era solo complicità. Era anche desiderio, un'attrazione che sentiva anche lei. Non era un rifugio dalla tempesta, ma il suo occhio del ciclone, un luogo di calma relativa al centro del caos. Era diverso. Era meglio.
Respirai a fondo.
"La volontà di potenza, professoressa," risposi con calma, usando il tono pacato che riservavo ai negoziati più delicati, "non è mero desiderio di dominio, ma la disciplina interiore di superare i propri limiti. È la capacità di forgiare la propria anima, di imporre un ordine al caos delle proprie passioni. Il corpo, di conseguenza, non può che seguire questa trasformazione. È un riflesso, non la fonte."
Un mormorio sorpreso attraversò l'aula. La mia sintassi, forse un po' troppo seicentesca per l'era dei social, aveva sempre un certo effetto straniante.
Mentre mi sedevo, il mio sguardo incrociò quello di Giulia. La sua curiosità si era trasformata in pura, bruciante determinazione. Poi incrociai quello di Lorenzo, che distolse subito il suo, il volto una maschera di sofferenza.
In quell'istante, il ricordo del damerino spagnolo, il Duca de la Serna, tornò a galla con prepotenza. Compresi con una chiarezza esasperata e quasi comica che la mia esistenza era destinata a essere un'eterna, estenuante sequela di duelli. Alcuni combattuti con la spada per l'onore di dame disinteressate, altri in un'aula universitaria, sotto gli sguardi bramosi di un intero campionario umano.
E in mezzo a questo piccolo teatro di passioni, sentii un brivido freddo, un'eco del vero pericolo. Quello rappresentato non da damerini presuntuosi o professori predatrici, ma da un rivale calcolatore, spietato, un altro predatore come me.
"Fantastico," pensai, mentre Micaela mi disegnava un piccolo, quasi impercettibile, cuoricino sul dorso della mano. "Le scaramucce locali sono già abbastanza noiose. E il mio istinto mi dice che il vero generale nemico non è ancora sceso in campo. Il lavoro del saltimbanco del tempo non finisce davvero mai.”