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L’aria di Milano, ancora fresca e frizzante nonostante il sole che si arrampicava nel cielo, portava con sé il profumo inconfondibile di caffè e l'odore familiare dell'asfalto riscaldato che si levava dai giardinetti di via del Corso. Camminavo accanto a Micaela, il respiro leggermente affannoso per il bacio rapido e rubato sull'impalcatura di un cantiere, un bacio che mi bruciava ancora sulle labbra come un marchio. La sua mano era intrecciata alla mia, un nodo saldo che mi ancorava alla realtà, un contatto che da tremila anni non provavo con nessuna.
I suoi ricci castani, liberati dal vento leggero, danzavano intorno al suo viso, e il suo sorriso, una combinazione perfetta di malizia e sincerità, era un faro in questo mondo moderno che minacciava costantemente di inghiottirmi. Mi osservava con uno sguardo che mischiava dolcezza e un pizzico di sfida, come se leggesse qualcosa in me che nemmeno io osavo ammettere.
“Allora, domani,” disse, fermandosi sotto l'ombra rassicurante di un vecchio platano. I suoi occhi castani scintillavano di una promessa che mi faceva fremere, una promessa di normalità e di un futuro che, per la prima volta, mi sembrava desiderabile. “Ci vediamo alla Bocconi, condottiero. Non ghostarmi, eh!” La sua risata, un suono cristallino che per me, Etius, risuonava come le campane di Toledo in un'alba del 1630, mi strappò un sorriso raro, quasi involontario. Era un suono che mi ricordava la bellezza semplice, la gioia pura che non avevo più provato in secoli.
“Mia cara Micaela,” risposi, il tono solenne e quasi aulico di Etius che si mescolava all'ironia un po' impacciata di Ernesto, “nessun marchingegno moderno, per quanto diabolico, potrà tenermi lontano dalla tua compagnia. Né un telefono, né una connessione instabile, né un'aula affollata di studenti.” L'accenno al telefono la fece ridere di nuovo, e mi diede una spintarella scherzosa sul braccio. "Sempre così poetico, Erny," ribatté, con un'aria divertita. "Ci vediamo alle dieci, aula 12. Non fare tardi!" Mi lanciò un ultimo sguardo, carico di quel fuoco dolce e travolgente che solo lei sapeva accendere in me, e poi si allontanò, i suoi jeans che ondeggiavano come in una danza, lasciandosi dietro un'eco del suo profumo di agrumi che mi fece sospirare.
Tornai verso casa, il corpo di Ernesto che, sebbene più forte e reattivo grazie a una settimana di intenso allenamento, era ancora segnato da una stanchezza che non riconoscevo. Ogni muscolo protestava, ogni passo era un monito dei limiti di questo guscio fragile. La mia mente, però, era un tumulto ben più complesso. Io, Etius, che in altre vite avevo orchestrato complotti nelle corti di Bisanzio e sfidato la morte in duelli sotto il sole cocente di Castiglia, ora mi trovavo a combattere una battaglia nuova, forse la più insidiosa. Non contro spade, intrighi o eserciti, ma contro il desiderio puro e disarmante di Micaela, contro la vulnerabilità che il suo amore sembrava risvegliare, e contro il peso insopportabile della mia irresistibilità.
Ogni passante nei giardinetti sembrava fissarmi, attirato da un'energia che non comprendeva. I loro pensieri, un ronzio molesto nella mia mente, erano un coro assordante di desiderio e confusione: “Chi è questo tizio? È magro, sì, ma… cazzo, ha un’aura che mi fa girare la testa!” Una donna anziana con un carrello della spesa, i capelli grigi in un crocchia disordinata, mi inseguì per mezzo isolato, offrendomi un'arancia come se fossi un dio pagano sceso in terra. Scossi la testa, accelerando il passo, quasi correndo. Questo secolo era un circo impazzito, e io, Etius, ne ero il leone più riluttante, costretto a esibirmi in un palcoscenico che mi ripugnava.
Arrivai al portone di casa, il palazzo di via del Corso che si ergeva come una fortezza decadente, i suoi dettagli storici macchiati dal tempo e dalla incuria. La porta, con mia grande sorpresa, era socchiusa. Un dettaglio insignificante per molti, ma per me un campanello d'allarme: Tiffany non lasciava mai nulla al caso. Spinsi il battente, e un’ondata di profumo stucchevole – vaniglia mescolata al fumo pungente di sigaretta – mi colpì come un gas tossico, quasi soffocandomi. Voci taglienti provenivano dal soggiorno, e la mia telepatia, affinata anche dalla stanchezza, captò un turbine di pensieri prima ancora che potessi mettere a fuoco i loro volti.
Tiffany era lì, avvolta nella solita vestaglia di seta leopardata, che sembrava quasi un'estensione della sua personalità volgare. I suoi capelli biondo platino, solitamente raccolti, erano ora sciolti come una cascata artificiale, ma il disordine era tutt'altro che casuale. Di fronte a lei, seduta con la compostezza di una regina, c'era una donna che riconobbi dai ricordi di Ernesto al Mediaworld, e che ora sentivo con chiarezza abissale nella mia mente: Veronica.
Veronica era una figura imponente, nonostante la sua statura media. Indossava un tailleur nero impeccabile, che sembrava tagliato da un sarto di un'altra epoca, con linee affilate che gridavano autorità e potere. I suoi capelli, un castano scuro striato di grigio, erano raccolti in uno chignon severo, e i suoi occhi, di un azzurro glaciale, scrutavano Tiffany con la fredda determinazione di un falco che valuta la sua preda. Le sue unghie, laccate di un rosso scuro e lucido, tamburellavano con un ritmo inquietante sul bicchiere di vino che stringeva con noncuranza. I suoi pensieri erano un bisturi affilato, che sezionava la realtà senza pietà: “Questa idiota pensa di potermi fregare. I guadagni di OnlyFans sono miei, almeno per il 60%. Se crede di tenerseli, le faccio vedere chi comanda. E adesso c’è pure il figlio, lo stallone che ho incontrato al Mediaworld. Potrebbe essere un’arma a doppio taglio, ma anche una risorsa. Se lo metto sotto contratto, farò soldi a palate.”
Tiffany, in piedi accanto al divano, gesticolava con una sigaretta accesa in mano, la cenere che cadeva sul parquet lucido come neve sporca. “Veronica, tesoro, sai che sto ancora sistemando i conti, la banca mi ha fatto un casino!” disse, la voce un misto di servilismo e un'ostinata, quasi patetica, sfida. I suoi pensieri, però, erano un urlo di frustrazione, un lamento viscerale: “Questa stronza vuole tutto! Ho lavorato come una schiava su quel dannato sito, e ora vuole i miei soldi? Merda, se potessi usare Ernesto per distrarla, per metterla alle strette… Quel ragazzo è la mia unica speranza. La sua aura… è un dono di Dio, per quanto abominevole, e io lo userò.” Il suo sguardo saettò verso di me quando entrai, e un lampo di calcolo, freddo e disumano, le attraversò gli occhi verdi. “Oh, Ernesto, sei tornato! Guarda chi c’è, la mia… collega, Veronica. Ricordi, l'amica del Mediaworld?”
Veronica mi squadrò da capo a piedi, il suo sguardo che mi sezionava come un chirurgo, studiando ogni mio movimento, ogni espressione. I suoi pensieri erano un misto inquietante di curiosità e interesse calcolatore, una valutazione precisa del mio "valore": “Il ragazzo di Tiffany. Quella energia che mi aveva colpito al Mediaworld… non era un’illusione, era una scossa. Chissà quanto può valere, se gestito bene. Forse Tiffany non è così inutile, dopotutto, se ha generato una tale fonte di reddito. Potrebbe essere un affare d'oro.” Si alzò con grazia felina, porgendomi una mano con un sorriso che non raggiungeva minimamente i suoi occhi azzurri. “Bentornato, Ernesto. Non mi aspettavo di rivederti così presto, e in un contesto così... familiare.” La sua voce era velluto, ma il suo tono nascondeva un coltello affilato, pronto a colpire.
“Signora Veronica,” risposi, stringendo la sua mano con la fermezza di un condottiero abituato a siglare alleanze. “È un piacere ritrovarvi, seppur in queste circostanze che paiono meno fortunate.” Il mio lessico arcaico, la formalità della mia espressione, la colsero di sorpresa. I suoi pensieri vacillarono per un istante, incrinando la sua maschera di controllo: “Parla ancora come un nobile d’altri tempi. È incredibile. Non è solo l’aspetto. C’è qualcosa di più, di molto più potente, in questo ragazzo. Non è solo una questione fisica, è qualcosa che va oltre. Una mente antica, forse? Devo scoprirlo.”
Tiffany intervenne, il tono zuccheroso ma teso, quasi stridulo. “Veronica, dai, siediti. Parliamo di numeri, no? Ernesto, tesoro, perché non vai in camera tua? Sono affari di grandi, capisci?” I suoi pensieri tradivano un panico quasi palpabile: “Non deve sapere di OnlyFans. Non ancora. È troppo ingenuo, o almeno sembra. Ma se Veronica lo vuole, se la sua aura è così potente, potrei usarlo per negoziare. Cazzo, è troppo perfetto per non sfruttarlo, anche se è mio figlio. Forse proprio perché è mio figlio posso controllarlo.”
“Madre, preferirei restare,” dissi, la voce calma ma tagliente come una spada sguainata. “Le questioni che riguardano la vostra… attività mi incuriosiscono. Forse potrei aiutare a trovare una soluzione che soddisfi entrambe le parti, evitando spiacevoli conseguenze.” Avevo orchestrato trattati di pace in palazzi bizantini, mediato dispute tra signori della guerra in campi di battaglia medievali; una schermaglia domestica, per quanto volgare, non mi avrebbe colto impreparato. Veronica inarcò un sopracciglio, i suoi occhi glaciali che si tingevano di un interesse nuovo, quasi pericoloso. I suoi pensieri si trasformarono in un'onda di calcolo e anticipazione: “Questo ragazzo non è affatto un idiota. E non è affatto fragile come dice Tiffany. La sua intelligenza, la sua calma… Potrebbe essere un mediatore insolito, o magari… una pedina inaspettata, capace di spostare gli equilibri. E la sua aura… così potente, così persuasiva. Forse potrei sfruttare anche questa sua… dignità, per i miei affari. Un testimonial involontario.”
“Bene, allora parliamo chiaro,” disse Veronica, appoggiando il bicchiere con un gesto deciso, che risuonò come un colpo di frusta. “Tiffany, i tuoi ultimi post su OnlyFans hanno fruttato bene. Voglio il 60% entro domani, o ci saranno conseguenze. Conosco le tue debolezze, so dove colpire.” La sua voce era fredda e implacabile, un ultimatum che non ammetteva repliche, una sentenza di condanna. Tiffany impallidì, la sigaretta che tremava tra le sue dita, minacciando di cadere. I suoi pensieri erano un caos indescrivibile, un vortice di terrore e calcolo: “Merda, il 60%? Mi lascia in mutande! Mi rovina! Devo trovare un modo per distrarla… Ernesto, sì, lui può aiutarmi. Userò la sua bellezza, la sua aura. Non le resisterà. Non può. Nessuno lo fa.”
“Signora Veronica,” intervenni, la voce calma ma ferma, come un generale che propone un accordo in tempo di guerra. “Comprendo le vostre pretese, e la loro legittimità. Tuttavia, forse un accordo più equo potrebbe giovare a entrambi sul lungo termine. Mia madre, pur con le sue… peculiarità caratteriali e professionali, è una risorsa, un elemento che può generare profitti. Non sarebbe più saggio mantenere una collaborazione che non la soffochi del tutto, permettendole di continuare a produrre?” Il mio tono era distaccato, quasi accademico, ma le parole erano calcolate per trovare un punto d'incontro, un compromesso che salvasse la faccia di Tiffany e, soprattutto, tenesse me lontano dai guai.
Veronica mi osservò con un misto di stupore, che non riusciva a nascondere, e un leggero divertimento, quasi una risata interiore. “Interessante,” disse, la sua voce ora meno tagliente, i suoi pensieri che si accendevano di una curiosità pericolosa e di un desiderio crescente: “Questo ragazzo ha fegato, e intelligenza. Nonostante difenda la madre, non è affatto il burattino che pensavo. E la sua aura… così potente, così persuasiva, così magnetica. Forse potrei sfruttare anche questa sua… dignità, questa sua onestà, per i miei affari. Potrebbe essere il volto di qualcosa di nuovo, qualcosa di grande. Un’arma.” Si alzò, prendendo la borsa con un movimento più lento del previsto, ma i suoi movimenti erano meno affrettati, meno minacciosi. “Tiffany, per stavolta, considererò una dilazione. Ma non è per te che lo faccio,” disse, il suo sguardo che si posò su di me, carico di un nuovo, inquietante interesse, un'ombra di promessa e minaccia. “Ci sentiremo presto, Ernesto. Molto presto.” Uscì, lasciando dietro di sé un silenzio pesante, quasi tangibile.
Tiffany si accasciò sul divano, un sospiro di sollievo che le sfuggì dalle labbra. La sigaretta bruciava ancora tra le sue dita, dimenticata. “Ernesto, tu…” iniziò, ma i suoi pensieri erano un lamento che si mescolava a un barlume di gratitudine, una riconoscenza meschina e opportunistica: “Cazzo, mi ha salvato. Ma sa troppo. Devo controllarlo, o sono finita. E Veronica… il suo sguardo su di lui. È un problema, e una tentazione. Un problema che devo sfruttare a mio vantaggio. Un figlio così… è un’arma.”
La guardai, il disgusto che mi ribolliva dentro, un'ondata di nausea che mi fece tremare, mitigato solo da una strana consapevolezza di aver agito con un minimo di astuzia moderna, di aver piegato le regole di questo mondo corrotto a mio vantaggio. “Madre, le vostre scelte sono vostre. E sono affari vostri. Ma non trascinatemi nei vostri abissi di volgarità e dissolutezza. E non usatemi per i vostri scopi, perché vi assicuro che la mia pazienza ha un limite.” La mia voce era bassa, ma carica di una minaccia che non le sfuggì. “Finché sarò costretto a dimorare sotto il vostro tetto, vi assisterò con Veronica. Ma questo è tutto. Non voglio nient’altro a che fare con i vostri affari sordidi.”
Raggiunsi camera mia, il passo deciso, e mi chiusi dietro la porta. Il rumore sordo del chiavistello fu un piccolo, simbolico atto di resistenza. Ma il pensiero di Micaela e dell’appuntamento di domani non mi abbandonò. In tremila anni, era la prima volta che il mio cuore vacillava così tanto, non per paura, ma per la promessa di una felicità semplice, e per la consapevolezza che, per proteggerla, avrei dovuto affrontare battaglie ben più complesse di quelle di spada, in un mondo che si rivelava ogni giorno più alieno e corrotto.