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Il lunedì, dopo un'intera settimana di sudore e disciplina, avevo trasformato il corpo di Ernesto. Quel guscio fragile che solo una settimana prima, aveva ceduto di schianto sotto il peso della mia essenza, adesso era qualcosa di più degno. Non ero ancora il tempio di forza e controllo, che era stato Giulemme de Gaspar, spadaccino e seduttore della Spagna del 1630 d.C., ma le fondamenta erano solide.
Non solo nel fisico, ma anche e soprattutto nella mente, ora meno ottenebrata dagli impulsi lascivi e sconclusionati tipici dei giovani di questo periodo storico. Ora era più focalizzata, presente e pronta a reggere il peso delle ere che le riversavo dentro con la mia sola presenza.
Però dovevo ammettere, senza falsa modestia, che il mio metodo di lavoro aveva dato i suoi frutti. I muscoli, ancora snelli, vantavano ora una definizione che prima era un sogno lontano; le spalle si erano allargate, come ali di un falco che si preparano al volo; la mia resistenza, un tempo un sussurro, ora ruggiva come un torrente. Nello specchio polveroso della mia stanza, non vedevo più un relitto, ma il progetto di un guerriero, un’armatura di carne in costruzione. Mi concessi un raro momento di compiacimento, un cenno al mio riflesso, come a dire: “Non sei ancora Giulemme, ma sei sulla via.” La mia mente, però, non era solo quella di Ernesto, un ventenne del 2025: era quella di Etius, che aveva danzato con re, piegato imperi e spezzato cuori in epoche remote. Avevo affrontato duelli sotto il sole cocente di Castiglia, complotti nelle corti di Bisanzio, e tradimenti in palazzi di marmo. Nessuna sorpresa poteva cogliermi impreparato, eppure il mondo moderno, con i suoi marchingegni e le sue follie, continuava a mettermi alla prova.
Un suono acuto, come il lamento di una sirena ferita, squarciò la quiete mattutina. Il campanello. Un’intrusione che mi strappò dai miei pensieri, come un arciere che colpisce un cavaliere in pieno galoppo. Scesi le scale con cautela, il corpo di Ernesto ancora rigido ma più reattivo di quanto fosse stato giorni prima. Trovai Tiffany già sulla soglia, una vedova nera avvolta in una vestaglia di seta color rubino, che scivolava sul suo corpo come sangue liquido. La sua figura era un’ode alla decadenza calcolata: i capelli biondo platino, raccolti in una coda disordinata ma studiata, incorniciavano un viso scolpito dalla chirurgia, con zigomi affilati e labbra gonfie che sembravano pronte a divorare chiunque osasse avvicinarsi. I suoi occhi verdi, freddi come smeraldi, scrutavano l’ospite con un fastidio che mascherava a malapena un’ira crescente. La vestaglia, slacciata quel tanto che bastava, rivelava un reggiseno di pizzo nero e una striscia di pelle abbronzata, tesa come un tamburo di guerra. Ogni suo movimento era un’esibizione, un invito e una minaccia. I suoi pensieri, captati dalla mia telepatia, erano un vortice di veleno e desiderio: “Cazzo, chi osa disturbarmi a quest’ora? Ernesto non riceve mai visite. È lei, quella mocciosa dell’altra sera, vero? Quella provinciale con i ricci e l’aria da santarella. Non è stata invitata. Questo è il mio territorio, e lei è una minaccia. Devo capire cosa vuole e come levarla di mezzo. Ernesto è mio, il suo fuoco, la sua aura… sono la mia via d’uscita da Veronica e da questa vita schifosa.”
“Tesoro,” cinguettò Tiffany, voltandosi verso di me con un sorriso affilato come vetro rotto, i denti che scintillavano sotto la luce del mattino. “C’è una… amica per te.” La pausa prima di “amica” era una lama, un tentativo di sminuire l’ospite senza pronunciare una parola diretta. I suoi pensieri si fecero più oscuri: “Ventidue anni e non ha mai portato a casa una ragazza. Mai. Ora questa? Qui, nella mia casa? È un affronto. Devo farla sentire fuori posto, schiacciarla. Veronica mi ha insegnato come piegare le persone: sminuirle, farle dubitare di sé. Questa non sa con chi ha a che fare.”
Sulla soglia c’era Micaela, un faro di luce in un mare di falsità. Indossava un paio di jeans aderenti, consunti ma eleganti, e una maglietta bianca che aderiva al suo corpo con una semplicità disarmante, come una musa greca che non ha bisogno di ornamenti per brillare. I suoi ricci castani, ribelli e profumati di agrumi, danzavano al minimo movimento, incorniciando un viso dai lineamenti decisi: zigomi alti, occhi castani che bruciavano di un fuoco antico, labbra piene che si curvavano in un sorriso appena accennato ma carico di determinazione. La sua presenza era un contrasto stridente con l’opulenza artefatta di Tiffany: Micaela non aveva bisogno di pizzi o tacchi per dominare la scena. La sua aura era pura, un misto di forza e vulnerabilità che mi colpiva come una freccia al cuore. I suoi pensieri, impenetrabili alla mia telepatia, erano un mistero che mi affascinava e tormentava. Eppure, il modo in cui mi guardava, con un’intensità che sfidava la mia irresistibilità, mi diceva che vedeva oltre la facciata di Ernesto, forse fino all’anima di Etius.
“Buongiorno, signora,” disse Micaela, la voce calma ma con un’autorità naturale che non si lasciava intimidire dal veleno di Tiffany. “Scusi il disturbo, sono venuta a trovare Ernesto.” I suoi occhi si posarono su di me, e una scossa mi attraversò, come se un fulmine avesse colpito il pavimento. La mia irresistibilità, quella forza passiva che piegava le menti come un vento inarrestabile, si irradiò nella stanza, un’onda di calore che avvolse entrambe le donne. Tiffany si irrigidì, il suo corpo teso come una corda di violino, i pensieri che esplodevano in un misto di gelosia e brama: “Guardala, quella mocciosa. Lo fissa come se fosse suo. Ma è mio! Quel fuoco negli occhi di Ernesto, quella voce che fa tremare l’aria… è la mia salvezza. Veronica mi tiene al guinzaglio, ma lui… lui potrebbe liberarmi. Non lascerò che questa ragazza me lo porti via.”
Micaela, ignara del torrente di pensieri tossici, percepì la tensione come un lupo che fiuta il pericolo. Non indietreggiò. Anzi, fece un passo avanti, il suo sguardo su di me che si intensificava, un misto di preoccupazione e di un desiderio così potente da essere quasi tangibile. Non era solo attrazione: era come se la sua anima riconoscesse la mia, un’eco di epoche passate che non riuscivo a decifrare. Io, Etius, che avevo sedotto principesse e conquistato città, che avevo affrontato tradimenti e duelli senza battere ciglio, mi trovai spiazzato da quel fuoco puro. Nei miei secoli di esistenza, avevo piegato re e incantato folle, ma Micaela era diversa: la sua parziale immunità al mio potere la rendeva un enigma, una sfida che mi attraeva e spaventava.
“Oh, carissima, ma che disturbo!” esclamò Tiffany, spalancando la porta con un gesto teatrale, la vestaglia che si apriva quel tanto che bastava per rivelare una curva di pelle abbronzata e un luccichio di pizzo nero. La sua voce era miele avvelenato, un invito che nascondeva una trappola. “Entra, entra pure! Ernesto era proprio qui, che si struggeva senza la tua compagnia, non è vero, tesoro?” Mi lanciò un’occhiata carica di minaccia, gli occhi verdi che scintillavano come lame sotto il sole. I suoi pensieri erano un sibilo: “Dì una parola sbagliata, Ernesto, e te la faccio pagare. Questa ragazza è un problema, ma io sono più furba. Devo gestirla, farla sentire piccola, farle capire che non appartiene a questo mondo. Veronica mi ha insegnato come spezzare le persone, e questa non farà eccezione.”
“Madre,” intervenni, la voce intrisa di un’autorità che apparteneva a un’altra epoca, un tono che avevo usato per placare cortigiani e generali. “La signorina Micaela ed io avevamo in animo di concederci una passeggiata, onde godere della frescura mattutina e della compagnia reciproca.” Il mio lessico arcaico era uno scudo, un modo per creare distanza tra la loro contesa e mantenere il controllo della situazione. Avevo orchestrato trattati di pace in palazzi bizantini e duelli sotto le mura di Toledo: una schermaglia domestica non mi avrebbe colto impreparato.
Tiffany, però, non era una cortigiana qualunque. “Ma prima un caffè, no?” insistette, il sorriso che si allargava come una crepa nel ghiaccio. Guidò Micaela verso il soggiorno con la grazia di un ragno che attira una mosca nella sua tela, i tacchi che ticchettavano sul parquet come un tamburo di guerra. “Siediti, cara. Raccontami un po’ di te. Ernesto è un ragazzo così… riservato.” La parola “riservato” era un dardo, un tentativo di dipingermi come un debole agli occhi di Micaela. I suoi pensieri erano una strategia calcolata: “Sembra così sicura di sé, questa stronzetta. Non ha paura di me, e questo è un problema. Devo trovare un punto debole, qualcosa da usare contro di lei. Le chiederò del suo lavoro, della sua famiglia… la farò sentire inferiore. Veronica dice sempre che per controllare qualcuno devi prima sminuirlo. E io sono brava in questo.”
La scena che seguì fu un capolavoro di ipocrisia, un duello di parole mascherato da conversazione. Tiffany, con la sua finta cordialità, interrogava Micaela come un’inquisitrice, ogni domanda un tentativo di scovare una crepa nella sua armatura. “Oh, studi alla Bocconi? Che carino. E i tuoi genitori, cosa fanno? Non dev’essere facile, sai, mantenere il passo con un posto come Milano.” Il suo tono era zuccheroso, ma i suoi pensieri erano un coltello: “Vediamo se ha un punto debole. Una famiglia povera? Un’insicurezza? Devo farla crollare. Ernesto è mio, e questa deve capirlo.” Si sporse in avanti, la vestaglia che scivolava leggermente, rivelando un lembo di pelle che brillava come bronzo sotto la luce del lampadario. Ogni suo gesto era calcolato, un’esibizione di potere e seduzione, un tentativo di intimidire Micaela e, allo stesso tempo, di attirare me.
Micaela, però, era una guerriera a modo suo. Rispondeva con una semplicità disarmante, il tono calmo ma fermo, come un generale che non ha bisogno di alzare la voce per comandare. “Studio psicologia, signora. E i miei? Gente normale, lavorano sodo. Milano è tosta, ma me la cavo.” Il suo sguardo non vacillava, sempre fisso su di me, come se Tiffany fosse un rumore di fondo. I suoi ricci, che ondeggiavano a ogni movimento, sembravano vivi, un’aureola di fuoco castano che catturava la luce. La sua maglietta bianca, leggermente aderente, rivelava una silhouette snella ma forte, come quella di una danzatrice che conosce il proprio potere. La sua voce aveva una musicalità che mi ricordava le cantanti di strada di Napoli nel XVIII secolo, donne che con una nota potevano spezzare il cuore di un re. Non potevo leggere i suoi pensieri, ma il modo in cui stringeva il bordo della sedia, con le dita che tamburellavano leggere, mi diceva che era pronta a combattere, non con pugni, ma con la sua pura, incrollabile lealtà.
Io, in piedi tra le due, ero un condottiero che osservava un campo di battaglia. Nei miei secoli di vita, avevo visto duelli di spade e di parole, complotti orditi in sale da ballo e tradimenti sussurrati in camere da letto. Questa schermaglia, per quanto moderna, era antica nella sua essenza: un gioco di potere, desiderio e controllo. Tiffany voleva dominare, Micaela voleva proteggere, e io… io volevo solo sopravvivere al mio stesso potere. La mia irresistibilità, quel dono maledetto che piegava le menti, stava trasformando il soggiorno in un’arena. Sentivo il peso dei pensieri di Tiffany, un’onda di lussuria e calcolo che mi nauseava: “Se questa mocciosa pensa di portarmelo via, si sbaglia. Ernesto è mio. Il suo fuoco, la sua voce… potrei usarlo per liberarmi da Veronica, per costruire un impero. E se devo sedurlo per averlo, lo farò. È sbagliato, ma chi se ne frega? È troppo potente per lasciarlo andare.” Micaela, invece, era un mistero. La sua immunità alla mia telepatia mi rendeva vulnerabile, ma anche vivo. Nei miei giorni come Giulemme, avevo sedotto dame con un solo sguardo, ma con Micaela… era lei a sedurre me, con la sua autenticità, il suo coraggio.
Decisi di porre fine a quella tortura. “Madre,” dissi, la voce chiara e tagliente come una spada sguainata, “la vostra ospitalità è squisita, ma temo che il sole non attenderà i nostri comodi. La signorina Micaela mi ha onorato della sua presenza, ed è mio dovere ricambiare tale cortesia con una passeggiata che renda giustizia alla sua compagnia.” Mi avvicinai a Micaela, porgendole la mano con un gesto che apparteneva a un’altra epoca, un cavaliere che offre il braccio a una dama. Lei la prese senza esitazione, le sue dita calde e forti che si intrecciavano alle mie, un gesto possessivo ma rassicurante. Il contatto mi fece tremare, un’eco di quel pomeriggio di fuoco nel suo dormitorio, quando i suoi ricci mi avevano sfiorato il viso e i suoi occhi mi avevano guardato come se fossi l’unico uomo al mondo.
Tiffany si alzò di scatto, il sorriso tirato che svelava una rabbia malcelata. La sua vestaglia ondeggiò, rivelando un lampo di pizzo nero e una gamba così tonica che sembrava scolpita nel marmo, un’esibizione di potere che avrebbe fatto impallidire una cortigiana veneziana. “Certo, tesoro,” sibilò, la voce un coltello avvolto in seta. “Andate pure. Ma tu,” disse, rivolgendosi a Micaela con uno sguardo che avrebbe potuto sciogliere il piombo, “prenditi cura di lui. È molto… fragile.” Era un ultimo, disperato tentativo di sminuirmi, di piantare un seme di dubbio nella mente di Micaela. I suoi pensieri erano una dichiarazione di guerra: “Fragile un cazzo. Quella se lo porta a letto, lo sento. Ma non finisce qui. Ho visto come lo guarda, come lo tocca. Vuole la guerra? L’avrà. E con l’aiuto di Veronica, io non perdo mai. Potrei farla sparire, farla pentire di aver messo piede in casa mia.”
Micaela non rispose a parole. Si limitò a stringere più forte la mia mano, il suo pollice che accarezzava il dorso delle mie dita in un gesto che era al tempo stesso sfida e promessa. Poi, con un sorriso breve e indecifrabile, si voltò verso Tiffany, i suoi occhi castani che brillavano di una luce che diceva: “Non mi spaventi.” Insieme, ci dirigemmo verso la porta, lasciando Tiffany a bollire nella sua rabbia.
Appena fuori dalla casa di Tiffany, l’aria fresca di Milano ci accolse come un respiro di libertà. Il peso dei pensieri tossici di mia madre svanì, sostituito dal profumo di caffè dei bar di via del Corso e dal rumore lontano dei clacson. Micaela, al mio fianco, espirò profondamente, i suoi ricci castani che danzavano sotto il sole mattutino. “Tua madre è…” iniziò, cercando la parola giusta, il suo sguardo che brillava di ironia.
“Complicata,” conclusi, con un eufemismo che la fece ridere, un suono che scaldava la mia anima antica. Camminammo verso i giardinetti, ma lei si fermò di colpo vicino a un’impalcatura accanto al palazzo, un intreccio di tubi d’acciaio che si ergeva come un altare moderno. Con un guizzo felino, si arrampicò su una barra, agile come una danzatrice, e si sporse verso di me, i suoi occhi castani ardenti di un fuoco che mi colse impreparato. “Ernesto, condottiero,” sussurrò, la voce un miele caldo, “ora sei mio.”
Prima che potessi rispondere, si lanciò, le sue gambe che si avvolgevano intorno alla mia vita, il suo corpo sospeso nell’aria, tenuto solo dalla mia presa istintiva. Le sue labbra trovarono le mie in un bacio appassionato, un’esplosione di calore che sapeva di agrumi e promesse antiche. Le sue mani affondarono nei miei capelli, il suo respiro contro il mio viso, un ritmo che echeggiava battaglie e amori di epoche perdute. Io, Etius, che avevo conquistato re, fui travolto, il cuore di Ernesto che batteva come un tamburo di guerra. Micaela si staccò, sorridendo, i ricci che le incorniciavano il viso come una corona. “Pronto per la prossima battaglia?” chiese, maliziosa. La guerra con il mondo era appena iniziata, ma con lei al mio fianco, ero invincibile.
Dopo il bacio con un salto agile, Micaela scese dalla barra su cui si era seduta e tenendomi per mano ci inoltrammo nei giardinetti, nei quali nella settimana trascorsa avevo corso innumerevoli volte.
All'improvviso, si fermò e squadrandomi con un sorrisetto malizioso, e aggiunse “Cazzo, Ernesto, in una settimana sei diventato un figo pazzesco, quei muscoli… non vedo l’ora di lasciarmi portare a letto da te!” disse, gli occhi che brillavano di desiderio e stupore. Non le risposi, ma mi lasciai sfuggire una risata musicale, compiaciuto del complimento. Mentre camminavamo come una coppietta di innamorati, dal nulla il telefono di Micaela vibrò, emettendo un suono che sembrava il lamento di un gatto elettronico. Lo tirò fuori dalla tasca, ridendo. “Oh, no, è il gruppo WhatsApp della Bocconi. Sempre loro, con le meme di Clara Moretti che brandisce Nietzsche come un’arma.” Mi mostrò lo schermo, e un’immagine surreale apparve: la professoressa Moretti, con il suo chignon severo, photoshoppata su un corpo da bodybuilder, con in mano un libro di Nietzsche e la scritta “Volontà di potenza o niente!” Scoppiai a ridere, un suono raro per Etius, ma liberatorio. “Questo secolo è un circo,” mormorai, e Micaela rise, appoggiandosi al mio braccio. “Benvenuto nel 2025, condottiero. Ti ci abituerai.”