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L'oscurità era spessa, avvolgente, e poi, d'un tratto, si dissipò. Non lentamente, ma come un sipario che si alza di scatto su un palcoscenico illuminato a giorno. Un lampo di dolore mi trafisse la testa, acuto e penetrante, seguito subito da una sensazione di vuoto, come se quel dolore non fosse mai esistito. Aprii gli occhi.
Mi tornò in mente quello che era successo, come una cascata fredda del North Yorkshire: il fango ghiacciato sotto di me, il grido del cannone che squarciava l'aria gelida di Sebastopoli, il sapore amaro del sangue nella mia bocca. La baionetta russa che mi aveva trafitto il ventre, un dolore lancinante che aveva spento la luce negli occhi dell'uomo che ero stato: il conte Frederick Lansdowne. Era il 1855, la Guerra di Crimea. Poi il buio. Ero morto lì, accoltellato durante una guerra che non c'entrava nulla con me, freddo e solo, in mezzo a un campo di battaglia.
Mi sarei messo a ridere se solo avessi potuto…
Un lampo di intuizione mi attraversò la mente: ero tornato… di nuovo…
Una violenta luce proveniente dal soffitto irruppe nei miei occhi. La prima cosa che vidi fu un soffitto bianco, troppo bianco, con luci fluorescenti che ronzavano flebilmente. Erano troppo luminose ed erano fatte di materiali a me sconosciuti. L'aria sapeva di disinfettante e di qualcosa d'altro, vagamente ferroso. L'ambiente, con i suoi strani macchinari luccicanti e il ronzio costante, era inconfondibile: un ospedale.
Ma probabilmente non era più lo stesso tempo in cui ero morto. Di solito ritornavo a nuova vita ogni duecento, duecentocinquant'anni. Chissà che anno era adesso?
Era successo di nuovo…
Mi ero reincarnato, e se la mia memoria non mi ingannava, questa era la trentaseiesima volta.
La prima risaliva al 1245 a.C., a Roma, quando ero solo uno schiavo di nome Etius. Quella volta, all'età di 17 anni, ero stato strangolato a mani nude dal mio padrone che mi aveva trovato a letto con sua moglie!
Tentai di muovermi, ma un dolore sordo mi bloccò. Il mio corpo era pesante, come se fosse di piombo, e ogni singolo muscolo sembrava urlare.
Ero immobilizzato.
Davanti a me, c'era un'infermiera, carina, dai capelli scuri e ricci, con una divisa azzurra e un sorriso professionale. Si chinò su di me.
«Signor Rossi? Mi sente? Come si sente?» chiese, la sua voce squillava in una lingua a me incomprensibile.
Non capivo nulla di quello che diceva. Le sue parole, per me, erano solo suoni senza senso, in una strana lingua che non comprendevo. Ma mentre la guardavo, mentre la mia mente tentava disperatamente di afferrare il significato, accadde qualcosa.
Non erano solo suoni.
Erano… pensieri.
Una valanga di immagini e sensazioni mi investì.
Oh, è sveglio! Che bel ragazzo, anche con quella fasciatura. Che occhi! Spero non abbia danni permanenti. Chissà se ha una ragazza… Ah, ma cosa vado a pensare? Sono al lavoro! Dovrei controllare le flebo… ma guarda come mi guarda… e quelle labbra… Sono sposata! Sono sposata!
Le parole dell'infermiera – «Signor Rossi», «sente», «sente» – si legarono ai pensieri, come se la mia mente le stesse decodificando in tempo reale. Era come se un traduttore automatico si fosse acceso nella mia testa.
In pochi istanti, la nebbia cominciò a diradarsi.
Capii.
Quella strana lingua era l'italiano. Non ero mai stato prima in un corpo che parlasse questa lingua. Avevo parlato Latino, Greco, Arabo, Francese e ovviamente Inglese, ma mai l'italiano…
E stavo capendo anche qualcosa di molto più intimo.
La donna mi trovava attraente. Molto attraente.
«U-uhm…» mormorai, la mia voce mi sembrò strana, più giovane, meno profonda.
Tentai di parlare in inglese, la mia lingua madre, quella della mia ultima vita, ma le parole mi morirono in gola, soffocate da una sensazione di irrealtà.
L'infermiera mi si avvicinò ancora di più, il suo sorriso si fece più caldo, quasi civettuolo. Sentii la pressione delle sue dita sulla mia mano, un tocco quasi complice.
«Che voce roca… Oh, mi sta guardando. Vuoi vedere che ci prova con me? Che uomo affascinante, anche se è un paziente. Non potrei mai, sono un'infermiera… Ma magari un caffè, fuori… O anche dentro, qui nessuno ci vede… No! Sono una professionista. Però… ha delle mani così belle… mio marito non ha queste mani…»
Sgranai gli occhi: erano di nuovo i suoi pensieri?!
Non potevo muovermi, non potevo scappare da lei, da quei pensieri così... espliciti.
Era la stessa cosa successa, qualche vita fa, in Grecia, ma questa volta sembrava enormemente più potente.
Di nuovo l'irresistibilità. Mi ricordai la fatica di quella vita: ero stato a letto con migliaia di donne, e altrettante ne avevo rifiutate.
Ma adesso… adesso ero anche in grado di leggere nella mente!
Il panico cominciò a serpeggiare, misto a un'assurda incredulità.
Pochi istanti dopo, un uomo alto in camice bianco entrò nella stanza. Era il dottore. Si avvicinò al letto con un'espressione seria, ma i suoi pensieri erano un'altra storia.
«Accidenti, che gran pezzo d'uomo. E io che pensavo di averle viste tutte. Quegli occhi… Forse potrei parlargli della palestra, o invitarlo a cena, dopo il turno… Ma che diavolo mi prende? Sono un medico. E un uomo. Questo è assurdo. Non dovrei sentirmi così attratto da un paziente, da un… maschio. Ma è così maledettamente affascinante. Devo chiedere a Monica cosa diavolo sta succedendo qui.»
Ecco un altro peggioramento: questa volta ero irresistibile anche per gli uomini!
Il dottore si raddrizzò di scatto, la sua espressione un misto di professionalità e profonda perplessità. Si rivolse all'infermiera. «Monica, la situazione del paziente… è stabile?»
L'infermiera Monica annuì, un po' troppo rapidamente. «Sì, Dottore, si è appena svegliato. È... stabile.»
In quel momento, i miei sensi erano così travolti dai pensieri caotici e confusi di entrambi – l'imbarazzo del dottore, il desiderio represso di Monica – che le parole che lei pronunciò ad alta voce si persero completamente nel frastuono mentale. Non riuscii a cogliere la risposta, solo le ondate di emozioni travolgenti che emanavano da loro.
Mi sentii travolto. Ero immobilizzato nel corpo di qualcun altro, completamente impotente di fronte a queste attenzioni non richieste. Il nome del ragazzo che ora ero mi balenò in testa, un'eco amara dalle carte che l'infermiera aveva vicino al letto: Ernesto. Un nome che già mi sapeva di sfortuna, di un peso indesiderato. Ma era l'unica cosa che sapevo di questo nuovo corpo, questa nuova vita, l'unica cosa che sapevo che Ernesto era un magnete per l'attrazione universale, uomini e donne che fossero.
E poi, una sensazione strana. Una scarica, come se una corrente elettrica mi attraversasse.
Il dolore che prima mi aveva bloccato svanì del tutto, sostituito da una strana, innaturale energia.
Sentii ogni muscolo rispondere, ogni fibra risvegliarsi.
Mi mossi.
Provai a piegare le ginocchia, a sollevare il busto.
Con un balzo leggero, come se non fossi mai stato ferito, mi tirai su, sedendomi sul letto.
Le bende sulla testa erano un lontano ricordo, la pelle intatta.
Non c'era più alcun segno del trauma.
Solo che a parte il camice ero nudo.
Monica sgranò gli occhi e mi si fiondò addosso, coprendomi e parlandomi, ma il dottore fu svelto a farla uscire dalla camera.
«Signor Ernesto… si rivesta,» disse, mentre cercava di guardare da un'altra parte, e pensava: «Non sono mai stato con un uomo… ma non sono mai stato nemmeno attratto da un uomo! Oddio che vado a pensare, questo ragazzo che fino a pochi secondi fa era paralizzato improvvisamente si alza in piedi e la prima cosa a cui penso è di andarci a letto?!»
Il dottore mi fissava, con la bocca spalancata. Il problema però era che avevo sentito i suoi pensieri e sapevo l'enorme rischio che stavo correndo. A quel punto, mi dissi: sarebbe stato meglio rimanere solo con Monica…
Che prontamente rientrò in camera non appena ebbi finito di vestirmi.
Non capivano, e nemmeno io, del resto. Ma sapevo una cosa: ero di nuovo in piena forma.
Il dottore, riprendendosi, con un'espressione confusa ma controllata, si schiarì la gola. «Bene, signor Rossi… Ernesto… uhm… Ci porti il suo portafoglio, Monica. Dobbiamo controllare i suoi documenti.»
Monica, ancora un po' intontita, frugò in una borsa accanto al letto e me lo porse. Lo presi. Non avevo idea di cosa fosse. Un pezzo di cuoio ripiegato, con delle carte all'interno. La mia vita, quella di Ernesto, racchiusa lì dentro? La aprii. Un labirinto di tessere e banconote. E poi la sua foto, e un documento con il nome: Ernesto Rossi. Un volto sconosciuto, non il mio. Non il Conte, non Etius. Il volto di uno "sfigato colossale".
«Ecco anche il suo telefono, signor Rossi,» disse Monica, mettendomi in mano un rettangolo scuro e lucido. Lo guardai con sospetto. Era freddo, liscio. Cos'era quell'aggeggio? A che serviva? Un ennesimo mistero in questa nuova, assurda, vita.
Il rettangolo scuro e lucido mi squillò improvvisamente in mano, vibrando e emettendo una melodia acuta che mi trapassò i timpani. Sgranai gli occhi, il suono così alieno e forte mi fece sobbalzare. Non avevo la minima idea di cosa fare con quell'aggeggio infernale.
«È sua madre, signor Rossi!» esclamò Monica, quasi balzando in avanti per afferrare il telefono. I suoi pensieri erano un turbine: Oh mio Dio, è la mia occasione per essere un eroe! Devo rispondergli io! Magari poi mi chiede il numero… Ma sono al lavoro! E poi il dottore mi sta guardando male.
«Lo dia a me, Monica, sono io il medico!» intervenne il dottore, la sua voce più ferma ma con un'ombra di frustrazione. Anche i suoi pensieri erano un putiferio: No, Monica, non ti ci mettere anche tu! Questo è il mio paziente. E poi, devo parlargli io, devo capire cosa sta succedendo… e non so perché, ma voglio che mi guardi con quegli occhi.
Li guardai entrambi, immobile. Il telefono continuava a squillare, un richiamo insistente. Le mani di Monica si protendevano, i suoi occhi brillavano di un misto di desiderio e professionalità. Il dottore, con il camice bianco leggermente spiegazzato, era a sua volta teso, la sua espressione un misto di competenza e una palese, imbarazzante attrazione che percepivo distintamente.
«È semplicissimo, Signor Rossi, basta…» iniziò Monica, cercando di prendere il telefono.
«No, no, Ernesto, aspetti!» la interruppe il dottore, bloccando Monica con uno sguardo. Si avvicinò di più a me, cercando di guidarmi la mano. «Deve solo scorrere il dito qui…»
Sentivo le loro emozioni, una cacofonia assordante. Il desiderio represso di Monica di toccarmi, la sua voglia di apparire indispensabile. E poi l'imbarazzo del dottore, la sua incredulità per la propria attrazione, ma anche la sua determinazione a essere lui, e non Monica, a "salvarmi" da quella macchina infernale. Era come se stessero lottando per la mia attenzione, per il diritto di essere la mia guida in quel mondo folle.
Il telefono smise di squillare all'improvviso, lasciando un silenzio quasi assordante nella stanza. Un'occasione persa, o forse, un piccolo respiro di sollievo per me.
«Oh,» disse Monica, delusa, «ha smesso di squillare.»
«Bene,» concluse il dottore, cercando di ricomporsi. «Riprenderà. Nel frattempo, Ernesto, direi che è il momento di spiegarti un po' di cose.» Si voltò verso Monica, che ancora indugiava con un'espressione delusa. «Monica, per favore, potresti prendere un bicchiere d'acqua per il signor Rossi? Deve essere disidratato dopo tutto questo.»
Monica annuì, un po' troppo rapidamente. Acqua? Adesso? Ma io volevo rimanere qui! Forse vuole solo rimanere da solo con lui… Geloso! I suoi pensieri erano un misto di frustrazione e una punta di fastidio per il dottore. «Certo, dottore,» rispose a voce alta, con un tono fin troppo professionale, prima di uscire dalla stanza, lanciandomi un ultimo sguardo furtivo.
Rimasi solo con il dottore. La porta si chiuse con un lieve clic, e il silenzio calò, rotto solo dal ronzio delle luci fluorescenti. Il dottore si schiarì la gola, ma i suoi pensieri erano un libro aperto per me: Finalmente soli. Maledizione, non capisco cosa mi prenda. È un paziente. È un uomo. Ma… quegli occhi. Devo capire cosa gli è successo. E magari, solo magari, trovare il coraggio di… No! Concentrati, devi essere professionale. Ma è così maledettamente affascinante.
Mentre ero seduto su quel letto d’ospedale, il materasso che scricchiolava sotto di me, il portafoglio di questo Ernesto Rossi aperto come un libro di enigmi.
Tessere di plastica, banconote strane, un volto che non era il mio.
Il telefono, quel dannato rettangolo nero, vibrava tra le mie mani sudate, un demone che non capivo.
Le luci fluorescenti ronzavano, il loro ronzio mi trapassava il cranio, e l’odore di disinfettante mi dava la nausea. Il dottor Bianchi, col suo camice stropicciato, continuava a blaterare di moduli, ma i suoi pensieri mi distraevano. Quegli occhi… potrei invitarlo a un caffè… no, concentrati, sei un medico!
Mi veniva da ridere, se non fossi stato così terrorizzato.
La porta si spalancò, e Monica, l’infermiera, rientrò con un bicchiere d’acqua. Il suo sorriso, però, non era più quello di prima: era… predatorio, come quello di un lupo che fiuta la preda. «Dottore!» squillò, troppo entusiasta. «Emergenza in corsia 3! La chiamano subito!» Bianchi si accigliò, e i suoi pensieri mi colpirono come un pugno: Emergenza? Non mi hanno chiamato… vuole restare sola con lui!
Esitò, mi lanciò un’occhiata, poi uscì borbottando: «Torno subito.» La porta si chiuse con un clic, e il mio stomaco si annodò.
Monica si avvicinò, i ricci scuri che le cadevano sul viso. I suoi pensieri esplosero nella mia testa, un’onda che mi fece accapponare la pelle: Via il dottore, ora è mio! Che uomo… devo toccarlo… gli insegno a usare quel telefono… sono un genio!
«Non c’è nessuna emergenza,» dissi, la voce roca, quasi un ringhio.
Lei si bloccò, il sorriso che tremava. «C-cosa?» balbettò, ma si riprese subito, sedendosi sul bordo del letto, troppo vicina. «Oh, signor Rossi, si rilassi! Ci penso io a lei!» Quelle mani… potrei fargli scorrere il dito… altrove…
Ho affrontato baionette a Sebastopoli, ho sentito il freddo del fango sotto di me mentre morivo, ma un’infermiera con un piano? Questo era peggio.
«Ehm, forse il dottore dovrebbe…» iniziai, ma lei mi ignorò, gli occhi che brillavano di un’intenzione che non volevo decifrare.
Poi il telefono squillò, vibrando così forte che quasi mi cadde di mano. Lo schermo lampeggiava: Mamma. Il cuore mi balzò in gola, un misto di sollievo e terrore. Monica si lanciò: «Oh, lasci che l’aiuti, signor Rossi! È facilissimo!» Perfetto, gli tocco la mano… sarò la sua eroina!
Prima che potessi fermarla, mi strappò il telefono, sfiorandomi la mano con un tocco che sembrava calcolato.
Si chinò su di me, il suo profumo che mi soffocava, e volontariamente spinse il suo petto contro il mio e sentii il morbido tocco del suo seno, mentre i suoi occhi mi fissavano lascivi. «Vede,» disse nel mio orecchio con voce suadente, «Deve solo scorrere qui… così…» Che pelle morbida… potrei farlo per ore!
Il panico mi strinse il petto. «Grazie, ma… ce la faccio!» balbettai, tentando di ritrarmi, ma lei premette il tasto verde, e la chiamata si attivò. Sollevai il telefono come fosse un’arma sconosciuta, gridando: «Pronto? Chi è?» Monica scoppiò a ridere, e i suoi pensieri mi travolsero: È così goffo… lo voglio ancora di più!
Una voce stridula esplose dall’altoparlante, facendomi sobbalzare. «Ernesto, razza di idiota, dove diavolo sei? Ti rendi conto di quanto mi fai perdere tempo? Ho un cliente tra un’ora, muoviti!» Era Tiffany, la madre di quell'Ernesto, la sua voce un mix di veleno e teatralità che mi fece quasi ridere, se non fossi stato così sbalordito. «Madre?» balbettai. «Sono… in ospedale?»
«Ospedale?» ringhiò lei. «Ancora con le tue sceneggiate? Torna a casa, devo parlarti del tuo ultimo disastro! E porta del latte, sfigato!» I suoi pensieri, però, erano un caos: Questo ragazzo è una spina nel fianco! Sempre problemi! Ma… che voce… no, Tiffany, è tuo figlio! Il disagio mi strinse lo stomaco. Non solo mi odiava, ma il mio dannato potere la confondeva, rendendo tutto grottesco.
«Latte? Casa? Io… dove vivo?» chiesi, la voce tremante. «Via del Corso 23, idiota!» sbottò lei. «Un’ora, o vendo il tuo materasso su eBay!» La linea si interruppe, lasciandomi con un silenzio che pesava come piombo. Monica batté le mani. «Che emozione! Sua madre sembra… vivace!» Ora lo accompagno io… magari mi invita dentro…
La fissai, il cuore che martellava. «Vivace? È un mostro,» pensai. «E io sono nei guai.» Monica scribacchiò un indirizzo su un foglio, aggiungendo un cuoricino, e una serie di 10 numeri, con a fianco, ‘chiamami!’ ,che mi fece rabbrividire. «Ecco dove deve andare, signor Rossi. Magari la accompagno… sa, per sicurezza!» Non lo lascio andare! Potrei portarlo a casa mia… chi se ne frega del turno!
Afferrai il foglio, il portafoglio, il telefono, e scattai in piedi. «Grazie, ma… corro!» borbottai, schizzando fuori dalla stanza. Nel corridoio, mi fermai, ansimando. Il telefono vibrò di nuovo, una notifica che lampeggiava: Tinder: Nuovo match - BigBoss69. Sgranai gli occhi. Trentasei vite, e ora devo affrontare una madre che mi odia e un mondo che mi vuole… troppo. È una maledizione?
Alzai lo sguardo verso l’uscita, le porte automatiche che si aprivano su un mondo sconosciuto. Una figura in fondo al corridoio, un’infermiera con un sorriso troppo sapiente, mi fissò per un istante prima di svanire dietro un angolo. Un brivido mi corse lungo la schiena. Stringendo il telefono, pensai a Via del Corso 23.
Tiffany mi aspettava.
E io non ero pronto.