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18 - Il Corpo
La settimana che seguì fu una forgia, un crogiolo in cui cercavo di rifondare il guscio fragile di Ernesto nel tempio che la mia essenza, quella del condottiero Etius, meritava. Ogni alba mi trovava in strada, un’ombra solitaria che fendeva l’aria umida di Milano. Correvo, o meglio, arrancavo con la goffaggine di un fenicottero ubriaco, il fiato corto e le gambe che imploravano pietà. Nella mia mente, però, rievocavo i giorni della Spagna del 1630 d.C., quando ero Giulemme de Gaspar, secondo figlio del Conte-Duca di Olivares. All’epoca, il mio corpo era un tempio: spalle larghe, addominali scolpiti, gambe che potevano correre per ore o sostenere il peso di un duello infinito. Brandivo una spada con la grazia di un danzatore e la ferocia di un leone, corteggiando dame e spezzando cuori con un solo sguardo alla corte di Filippo IV.
Qui, invece, i passanti dei giardinetti intorno a casa di mia madre Tiffany, in via del Corso, mi fissavano come se fossi un fenomeno da baraccone. La mia irresistibilità, quella maledizione che piegava le menti, trasformava ogni corsa in un corteo grottesco. Una ragazza in tuta da yoga, con un caffè in mano, mi seguì per mezzo chilometro, i suoi pensieri un miagolio: “Chi è questo tizio? Sembra un relitto, ma… dio, voglio corrergli dietro!” Un uomo con un cane al guinzaglio inciampò sul marciapiede, e il suo cervello farfugliava: “È magro come un chiodo, ma ha un’aura da re! Devo stargli vicino!” Persino il cane abbaiò, inseguendomi con la lingua penzoloni, come se il mio sudore fosse un feromone divino. “Per gli dèi!” borbottai, accelerando per seminarli, ma ogni passo attirava nuovi seguaci, un’orda di gatti in calore inebriati dal mio profumo immaginario. Una vecchietta con un carrello della spesa mi gridò: “Ragazzo, rallenta, che ti porto un biscotto!” Ridicolo, ma anche snervante.
Il pomeriggio era dedicato agli allenamenti nella “palestra” di Tiffany, un antro polveroso che sembrava un deposito di relitti meccanici. Un tapis roulant coperto di ragnatele e una panca sepolta sotto scatole di Louboutin mi sfidavano come antichi strumenti di tortura. Tiffany, convinta di essere una guru del fitness, mi aveva imposto un’app chiamata “GymPro”, un labirinto digitale più ostico delle tavolette cuneiformi. Premetti un’icona a caso, sperando in una lezione di pesi, ma una voce stridula esplose: “Zumba Caliente, livello principiante!” Una salsa assordante riempì la cantina, e sullo schermo una donna in leggings fluo agitava i fianchi come una danzatrice del tempio di Ishtar. “Per il cielo!” imprecai, schiacciando il display con dita sudate. L’assistente vocale, come un demone beffardo, cinguettò: “Allora sarai un vero uomo, quando saprai fare come si deve, il twerk, capito!?” Disse, usando termini di cui ignoravo completamente il significato e che mi sembravano un insulto alla mia dignità. “Silenzio, macchina infernale!” ringhiai, mentre il telefono vibrava con notifiche: “Batteria al 15%! Unisciti al gruppo WhatsApp ‘Bocconi Party’!” Lo lanciai su una scatola, deciso a sollevare manubri senza l’aiuto di quel marchingegno.
Ma se l’allenamento fisico era una battaglia, Tiffany era una guerra psicologica. Le sue avance, sempre più sfacciate, crescevano come una muffa tossica nei suoi pensieri, alimentate dalla mia irresistibilità. Una mattina, rientrato dalla corsa, sudato e con il fiato corto, la trovai nel soggiorno. La sua vestaglia leopardata era slacciata, rivelando un reggiseno di pizzo nero e troppa pelle abbronzata. “Ernesto, tesoro,” canticchiò, la voce un miele velenoso, “mi aiuti con questo reggiseno? Non riesco ad allacciarlo.” Era appena uscito un cliente, l’aria densa di profumo stucchevole e fumo. Mi avvicinai con la cautela di un soldato in un campo minato. Mentre mi chinavo, evitando i suoi occhi che bruciavano di desiderio, il reggiseno le scivolò di mano, cadendo con un tonfo. I suoi pensieri erano un urlo: “Guarda, Ernesto, guarda cosa ti perdi! È magro, ma ha un fuoco che mi fa tremare. È mio figlio, ma… dio, lo voglio. Veronica mi tiene al guinzaglio, ma lui… potrebbe liberarmi.” Afferrai il reggiseno come fosse un aspide e glielo porsi con un gesto secco. “Madre,” dissi, la voce un coltello, “assicuratevi che i vostri indumenti restino al loro posto.” Mi voltai, il suo sguardo che mi trafiggeva la schiena come una freccia.
Un altro giorno, mentre cercavo di decifrare il tostapane – un congegno più enigmatico delle campagne di Teglath contro i Medi – Tiffany urlò dal bagno: “Ernesto! Portami il bagnoschiuma al cocco!” Il cuore di Ernesto batteva come un tamburo di guerra. La porta era socchiusa. La spalancai e la trovai nella vasca, la schiuma che copriva a malapena il suo corpo. I suoi occhi languidi erano un invito osceno. I suoi pensieri, un coro depravato: “Vieni, Ernesto. Guarda me, non quella sciacquetta di Micaela o quella saputella di Giulia. Sono la tua regina.” Lasciai cadere il bagnoschiuma, l’odore di cocco che si spandeva come un gas tossico. “Madre!” sbottai, girandomi verso il muro, il viso paonazzo. “Esistono limiti alla decenza, persino in questo secolo! Chiudete la porta, per gli dèi!” Fuggii, lasciandola a crogiolarsi nella sua vasca di schiuma e perversione.
Ogni sera, quando Milano si quietava, mi rifugiavo nella meditazione, una pratica appresa nel 1630 d.C. quando ero Giulemme de Gaspar e una sacerdotessa di Inanna mi aveva insegnato a domare la mente. Ricordavo il profumo di incenso, il suono dei sistri, il calore della sabbia sotto i piedi nudi. “Respira il tuo potere,” mi sussurrava, “e lascia il caos al mondo.” Sul pavimento freddo della mia stanza, ricostruivo quel muro mentale, scacciando i pensieri di Tiffany come sciacalli, proteggendo la mia volontà dalla sua corruzione.
Le giornate non erano solo sudore e disgusto.
Purtroppo, Ernesto era anche uno studente universitario, esperienza che non avevo mai vissuto prima e che a suo modo era anche interessante.
Seguivo le lezioni di psicologia all’università Bocconi; le lezioni della Professoressa Clara Moretti erano un’oasi di razionalità, seppur a distanza. Le seguivo online, dal laptop di Ernesto, un congegno infernale che era stata Tiffany, tra una sfacciata avance e l’altra, a spiegarmi come usare. Per me, che avevo vissuto la mia ultima vita in Inghilterra 250 anni fa, era un'esperienza traumatica: seguire la lezione attraverso uno strano quadro luminoso dal quale uscivano figure e suoni era una cosa magica e paurosa allo stesso tempo. Per fortuna, c'erano sempre i ricordi di Ernesto ad ancorarmi a quello strano presente.
Quel mattino, la lezione iniziò con un crepitio improvviso nell'audio, segno che la professoressa era entrata in scena. E che scena. Sullo schermo, la Professoressa Moretti apparve in grande stile, i capelli castani raccolti in uno chignon severo che incorniciava un viso dall'espressione autoritaria e carismatica. Il suo tailleur nero, impeccabile, non riusciva a nascondere una grazia felina, mentre le unghie curate tamburellavano sul tavolo, quasi in attesa del silenzio assoluto. Si chinò sul microfono, e la sua voce profonda e melodiosa, già di per sé uno strumento di seduzione, riempì la stanza virtuale. La Moretti parlava di Nietzsche, esaltando il concetto di superuomo e volontà di potenza, con una passione che mi ricordava i filosofi di Alessandria. Le sue lezioni erano intense, teatrali, quasi pompose, e i suoi occhi, velati di malizia, sembravano trafiggere lo schermo, quasi cercassero una preda invisibile anche tra gli studenti collegati. “Il nostro cervello,” diceva, gesticolando come se brandisse una spada, “è un mosaico di istinti antichi e adattamenti moderni. La vostra attrazione per il carisma? È un retaggio di quando seguivamo il capo che ci garantiva la sopravvivenza!” Il suo sorriso, che mescolava seduzione e sfida, sembrava indugiare un istante più del dovuto prima di proseguire. I suoi pensieri non potevano raggiungermi in quel momento, ma avrei scommesso sulla loro natura: "Oh, chi abbiamo qui? Un Adone in carne e ossa… questo semestre sarà delizioso.” / “Dio, quel sorrisetto… sembra sapere qualcosa che io non so. E voglio scoprirlo. Ora.” / “Cazzo, quel corpo… potrei mangiarmelo qui, davanti a tutti. È mio, lo voglio.” Mi ritrovavo a sorridere, pensando a come la mia irresistibilità fosse più di un istinto: era una forza che piegava il mondo. Ma le sue lezioni mi davano anche un’ancora, un modo per capire il mio potere attraverso la lente della scienza.
Micaela, che frequentava lo stesso corso, si collegava in videochiamata con me, con quei ricci che mi ricordavano ancora il nostro pomeriggio di passione e la sua voce che tagliava il monotono brusio delle lezioni online. “Ernesto, ma tu l'hai vista la Moretti stamattina?” mi punzecchiava un giorno, mentre scarabocchiava sul quaderno un disegno di un condottiero con casco e spada. “È entrata come se dovesse conquistare una passerella! Tutta Nietzsche e sguardi da femme fatale.” scoppiando in una risata, “Non si accorge che si rende ridicola così... sbattendo una mano sul tavolo, facendo vibrare l'inquadratura. «Mmh... mi dà un fastidio!»” Era molto diversa rispetto alla ragazza timida e riservata conosciuta solo qualche giorno prima.
“Non proprio,” risposi, il tono basso, “la Moretti parla di scienza, io di battaglie.” Lei rise, un suono che mi scaldava il petto. “Battaglie, eh? Tipo quella con Alexis l’altra sera? Dio, quella pazza e la sua amica Chloe che le teneva il guinzaglio!” Il ricordo della zuffa al neon mi fece sorridere: Alexis, paonazza, legata al palo da Micaela; Chloe, con i suoi capelli viola, che la slegava con un misto di imbarazzo e rabbia. “Chloe sembrava più furiosa di Alexis,” aggiunsi, e Micaela scoppiò a ridere.
“Chloe è solo una groupie di Alexis,” disse, roteando gli occhi. “Pensa di essere la sua guardia del corpo, ma è solo una drama queen con tacchi troppo alti.” Si sporse verso lo schermo, con gli occhi con un'espressione che diceva tutto: “Ma tu, insomma Erny, eri… pazzesco. Hai orchestrato tutto senza muovere un dito. Come fai?” I suoi occhi castani cercavano risposte, e i suoi pensieri erano un fuoco: “Non è normale. È come se il mondo girasse intorno a te. Voglio capirlo.”
“Un trucco antico,” risposi, evasivo, ma il suo sguardo non mollava. “Dimmi la verità, Ernesto,” insistette, abbassando la voce. “C’è qualcosa di… diverso in te. L’ho sentito quella sera, e lo sento ora.” La mia irresistibilità la stava avvolgendo, e dovevo combatterla. “Micaela,” dissi, la voce grave, “ci sono cose che è meglio non sapere. Non ora.” Lei sbuffò, ma non insistette, limitandosi a darmi una gomitata scherzosa sullo schermo. “Sei proprio un mistero, Erny.” Ancora quel soprannome, però, dovevo ammettere che non mi dava fastidio.
Il suo telefono, quel congegno infernale, vibrava ogni giorno con i suoi messaggi: “Enry, sei vivo? 😜” oppure “Non mi starai mica ghostando, vero? 😉”, usando termini di cui ignoravo il significato. Rispondevo con frasi elaborate, un lessico che la divertiva ma nascondeva la mia paura. “Mia cara Micaela, la mia essenza è impegnata in un’ardua opera di ricostruzione corporea, onde renderla degna della vostra compagnia. Perdonami, ma oggi sarei un’offesa alla vostra bellezza.” Le sue risposte erano un misto di ironia e frustrazione: “Sempre in palestra, eh? Guarda che ti trascino fuori, mi manchi, mi manca quello che abbiamo fatto l'altro pomeriggio!” La verità era che bramavo vederla. Il suo calore, il suo sorriso, la sua parziale immunità al mio potere erano un faro in mezzo alla depravazione di Tiffany e al caos di Alexis. Ma non potevo rischiare di consumarla con la mia irresistibilità. Ogni ripetizione, ogni passo, ogni respiro era un passo verso la rinascita di Teglath. Il corpo di Ernesto, pur ancora fragile, iniziava a rispondere. Presto sarei stato pronto per Micaela, per Alexis e la sua corte di Chloe, per le ombre del mio passato che si agitavano in questo presente. Ma prima, dovevo vincere la guerra contro me stesso.