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← Ernesto... ancora?

Creato il 15/07/2026, 16:22 · Aggiornato il 15/07/2026, 16:22

Capitolo 17: Allenamento

@bergadavideDavide
MaturoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Contenuto sessuale esplicito
  • Copertina AI
  • Gaslighting / Manipolazione psicologica
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Mi svegliai nel mio letto, solo, il corpo avvolto da un lenzuolo bianco e sottile, leggero. La testa mi pulsava, un battito insistente che richiamava alla mente gli eventi della notte precedente: la zuffa al neon tra Micaela e Alexis. O, per essere più precisi, la vittoria schiacciante di Micaela su quella pazza di Alexis. Ma al di là della contesa tra le due donne, ciò che mi preoccupava di più era il prosciugamento improvviso di ogni energia dal corpo di Ernesto, un effetto collaterale dell'uso smodato dei miei "talenti" durante il giorno.

Non ricordavo affatto come fossi arrivato lì, né il tragitto dalla fermata del tram 24 fino a casa. La mia coscienza era svanita, lasciando un buco nero di trenta minuti. Micaela, con la sua regale determinazione, doveva avermi lasciato davanti alla porta, ma il pensiero di Tiffany che mi accoglieva – e che aveva avuto la possibilità di farmi ciò che voleva – era un'idea che preferivo soffocare. Sollevai il lenzuolo, trovando il mio corpo coperto solo da un paio di boxer neri, logori e attillati, che riportarono subito alla memoria un pomeriggio di fuoco nel dormitorio di Micaela. I suoi ricci castani, il suo profumo di agrumi, i suoi occhi che bruciavano di una passione che sembrava appartenere a un'altra epoca... Scossi la testa, cercando di scacciare quel ricordo così vivido.

Ma una domanda continuava a martellarmi: chi mi aveva spogliato la sera prima, una volta rientrato a casa? Speravo con tutto me stesso che non fosse stata opera di Tiffany.

Un forte bussare alla porta mi strappò dai miei vaneggiamenti. “Allora, quanto cazzo hai intenzione di poltrire, Ernesto!?” La voce di Tiffany, roca e sgraziata, squarciò l’aria come un colpo di frusta. “Muovi il culo, non ho tutto il giorno per stare dietro ai tuoi comodi!” I suoi pensieri, che la mia telepatia captava come un ronzio osceno, erano un vortice di disprezzo e desideri contorti: “Sembra un relitto, ma ieri sera… cazzo, aveva un fuoco negli occhi. Quella voce, quel modo di muoversi… potrei portarlo a letto, sentire quel corpo magro contro il mio. Oddio, Tiffany, è tuo figlio, smettila! Ma… se non fosse mio figlio, lo vorrei su di me, sudato, dominante. Altro che OnlyFans, questo è personale.”

Mi alzai, il corpo di Ernesto che protestava a ogni movimento. Le ossa sembravano fragili come ramoscelli, i muscoli molli come cera sciolta. Questo guscio era un insulto alla mia essenza, un vascello malconcio che non poteva contenere il condottiero Etius, che aveva piegato re e conquistato città. La zuffa della sera prima, aveva dimostrato che il mio potere – la mia irresistibilità, la mia capacità di orchestrare il caos – drenava questo corpo come un vampiro. Dovevo temprarlo, renderlo degno di me. Pensai a Micaela, al suo tocco possessivo, ai suoi occhi che vedevano oltre la mia facciata. Pensai a Giulia, alla sua mente affilata che cercava risposte. E ad Alexis, il cui arrivo aveva riacceso il caos. Dovevo essere pronto, per loro e per le ombre del mio passato che si agitavano in questo presente.

“Arrivo, madre!” risposi, la voce ancora roca ma intrisa di un’autorità che non apparteneva a Ernesto. Mi infilai una maglietta grigia, sgualcita e trovata su una sedia, e un paio di jeans che pendevano larghi sulle mie gambe scheletriche. Ogni movimento era una sfida, ma anche un giuramento: avrei forgiato questo corpo, lo avrei reso un’arma.

Aprii la porta, trovando Tiffany appoggiata allo stipite, le braccia incrociate e un sopracciglio alzato. Indossava una vestaglia di seta leopardata, aperta quel tanto che bastava per esibire un reggiseno di pizzo nero e un lembo di pelle abbronzata, scolpita dalla chirurgia. I suoi capelli biondo platino erano raccolti in una coda disordinata, come studiata per un servizio fotografico. I suoi occhi verdi mi squadrarono, un rasoio che catalogava ogni imperfezione, ma anche un’ombra di desiderio che mi fece rabbrividire. “Cazzo, Ernesto, sembri uno zombie uscito da un film di serie B,” sbottò, il tono tagliente. “Che hai fatto ieri, ti sei scolato una discoteca intera o ti hanno usato come punciball?” I suoi pensieri, però, erano un fuoco oscuro: “È un disastro, ma… cazzo, c’è qualcosa in lui. Quella maglietta attillata, anche se è un cencio, gli dà un’aria… selvaggia. Lo voglio. Non come figlio, ma come uomo. Potrei prenderlo ora, qui, su quel letto. È sbagliato, ma chi se ne frega? È Ernesto, ma non è lui. È… un dio travestito da relitto.”

“Madre,” esordii, mantenendo un tono calmo, ignorando la sua volgarità. “Prima di procedere con le vostre… istruzioni mattutine, v’è una questione che necessita di delucidazione.” Il suo sopracciglio si alzò ancora di più, un misto di fastidio e curiosità per il mio lessico insolito. “Ieri pomeriggio, al Mediaworld, ebbi modo di incontrare una vostra conoscente. Una certa Veronica. Ella affermò di essere una vostra… ‘collega’.”

Tiffany impallidì leggermente, la sua espressione un lampo di sorpresa. “Merda! Veronica ha incontrato Ernesto? E cosa gli ha detto quella stronza? Non può sapere! Se scopre…!” I suoi occhi verdi si sgranarono, la maschera di superiorità che si incrinava appena. “Veronica? Al Mediaworld? E cosa ti ha detto quella... quella pazza? Ti ha infastidito?” Il suo tono era più acuto del solito, una punta di allarme che traspariva.

“Alcun fastidio, madre,” replicai con un sorriso quasi impercettibile, rassicurandola con un’ondeggiamento della mano, un gesto che avrebbe calmato i più turbolenti cortigiani. “Le sue proposte furono alquanto… pittoresche, ma ho saputo gestire la situazione con la dovuta fermezza. Ciò che mi incuriosisce, tuttavia, è la sua menzione di un vostro ‘legame professionale’. Mi pare di comprendere che questa Veronica rivesta per voi un ruolo… superiore. È forse una sorta di vostra… sovrintendente?”

Tiffany sgranò gli occhi, e i suoi pensieri si scatenarono in un turbine di incredulità e, stranamente, di ammirazione. “Ha gestito Veronica?! Ernesto? Il mio fesso figlio ha tenuto testa a Veronica?! Porca puttana, è incredibile! Che gli è successo? E quella parola… ‘sovrintendente’? Sembra quasi un professore. Cazzo, è sexy quando parla così. Un uomo così… potrei fare milioni con lui. E forse… forse potrei anche averlo. Sbagliato, ma che me ne frega!” La sua espressione si ammorbidì per un istante, un lampo di eccitazione che le fece brillare gli occhi. Ma subito dopo, la maschera tornò al suo posto, più dura e volgare di prima.

“Ah, Veronica! Quella rompicoglioni!” sbottò, agitando una mano con fare disinvolto, cercando di minimizzare. “Sì, è… una sorta di capo, ecco. Una che decide un po’ tutto, ma non sono affari tuoi, Ernesto. E comunque, non ti preoccupare di lei. Io gestisco le mie cose, non c’è bisogno che tu ti metta in mezzo. Ora, piantala con queste domande da intellettuale da quattro soldi e muovi il culo! Non ho tempo da perdere con le tue fisime filosofiche.”

Il suo tono era un dardo, ma i suoi pensieri, così chiari nella mia mente, erano un inno alla mia ritrovata forza. Non ero solo il suo giocattolo, ma una potenziale fonte di eccitazione e persino di profitto per lei. Questo disgustoso pensiero rinforzò la mia risoluzione.

Rimasi impietrito, il respiro bloccato. I suoi pensieri erano un abominio, una violazione che nemmeno io, che fui Giulemme de Gaspar, spadaccino e seduttore della Spagna del VII secolo, potevo tollerare. Era mia madre, per tutti gli dèi! Ma la mia irresistibilità, quella maledizione che piegava ogni mente, aveva scavato un solco anche nella sua anima corrotta. “Madre, il mio stato è il risultato di una serata… intensa,” dissi, mantenendo lo sguardo fisso nel suo, un gesto che la fece trasalire. “Ma intendo rimediare. Questo corpo ha bisogno di disciplina, di forza. Ho deciso di allenarmi, di forgiare ciò che è debole in qualcosa di degno.” Le mie parole, cariche di una solennità che apparteneva alla corte di Filippo IV, la colsero di sorpresa. I suoi pensieri esplosero: “Allenarsi? Questo scheletro? Però… quella voce, quel portamento… cazzo, è sexy. Se si mette in forma, lo voglio ancora di più. Immaginarlo sudato, con i muscoli tesi, che mi guarda con quegli occhi… oddio, Tiffany, calmati!”

Tiffany scoppiò in una risata aspra, gettando la testa all’indietro. “Tu? Allenarti? Ernesto, non riesci nemmeno a portare il latte senza sembrare un naufrago! Ma sai che c’è? Mi piace questa tua… grinta improvvisa. Vediamo quanto duri.” Si voltò, i tacchi ticchettavano sul parquet lucido, e mi fece cenno di seguirla. “Vieni, genio. Ho una palestra in cantina. Non che la usi, ma magari tu puoi farci qualcosa di meno patetico di te.” I suoi pensieri, però, erano un vortice di lussuria e calcolo: “Se si allena davvero, potrei filmarlo per un video, ma non solo. Lo voglio su di me, quel corpo magro che si muove, sudato, forte. Potrei sedurlo, farlo cedere. È sbagliato, ma… cazzo, è troppo intenso per resistergli. Ieri sera quando l'ho trovato svenuto davanti alla porta di casa, e poi nel metterlo a letto quando l'ho spogliato è stata dura non aspettare di lui…”

Scesi le scale dietro di lei, mentre leggevo la sua mente e lei involontariamente stava rispondendo alla domanda che m’ero pochi istanti fa’.

La “palestra” in cantina era un angolo polveroso, un’arena dimenticata con un tapis roulant coperto di ragnatele, un paio di manubri arrugginiti e una panca inclinata sepolta sotto scatole di scarpe firmate. L’odore di muffa e vernice vecchia pizzicava le narici, ma per me era un campo di battaglia.

Nella mia mente, si accese un ricordo: la Spagna del 1630 d.C., quando ero Giulemme de Gaspar, secondo figlio del conte-duca di Olivares. Il mio corpo allora era un tempio: spalle larghe, addominali scolpiti, gambe che potevano correre per ore o sostenere il peso di un duello infinito. Brandivo una spada con la grazia di un danzatore e la ferocia di un leone, corteggiando dame e spezzando cuori con un solo sguardo. Quel corpo era stato un’arma perfetta, e ora dovevo ricostruirlo.

“Ecco… non è super attrezzata,” disse Tiffany con un ghigno, appoggiandosi al muro con una posa che metteva in mostra ogni curva. “Ma le vedi queste,” aggiunse, indicando le sue cosce, “non sono così toniche stando seduta sul divano, ma sono il risultato di continui allenamenti, sai?!” Mi fece l'occhiolino, poi aggiunse: “Non romperti niente, ok? Non ho tempo di portarti in ospedale di nuovo.” I suoi pensieri erano un’onda di desiderio: “Se si allena, potrebbe diventare… appetibile. Un po’ di muscoli su quel telaio magro, sudore che gli cola sul petto… cazzo, lo voglio qui, ora, su questa panca, a fare cose che non dovrei nemmeno pensare. Ma è così… vivo. Non è più Ernesto, è… altro.”

Ignorai il suo tono e mi avvicinai al tapis roulant, spazzando via la polvere con un gesto deciso. Lo accesi, il ronzio elettrico che rompeva il silenzio. “Madre, vi ringrazio,” dissi, iniziando a camminare lentamente, il ritmo che si allineava al battito del mio cuore. “Ma in questa battaglia intendo dare tutto me stesso! Non per voi, né per altri, ma per la dignità che si confà a un uomo degno di tal guisa." Le mie parole erano un giuramento, e per un istante vidi un lampo di rispetto nei suoi occhi, subito soffocato dal suo cinismo.

“Fai come ti pare, Ernesto,” sbuffò, ma non si mosse, restando lì a osservarmi, le braccia incrociate e un sorriso ambiguo sulle labbra. I suoi pensieri continuavano a tormentarmi: “Guardalo, tutto sudato, con quella maglietta che gli si incolla alla pelle. È ancora magro, ma… cazzo, ha un’energia che mi fa tremare. Potrei avvicinarmi, sfiorarlo, vedere se cede. Lo voglio, anche se è sbagliato. Soprattutto perché è sbagliato.” Si avvicinò di un passo, la vestaglia che scivolava leggermente, rivelando più pelle di quanto fosse decente. “Sai, Ernesto, un po’ di allenamento potrebbe farti bene. Potresti… sorprendermi.” La sua voce era un sussurro suadente, ma i suoi pensieri erano un urlo: “Voglio toccarlo, sentire quel corpo sotto le mie mani. È mio figlio, ma non lo è più. È un uomo, un fuoco che brucia. Lo voglio ora.”

Mi fermai, il tapis roulant che rallentava con un gemito. La guardai, il mio sguardo affilato come la spada di Giulemme. “Madre, il mio fuoco non è per voi,” dissi, ogni parola un colpo calcolato. “Non sono il vostro giocattolo, né la vostra preda. Questo corpo sarà forgiato per battaglie che voi non potete comprendere.” Ripresi a correre, ogni passo un tentativo di scacciare la sua presenza, ma il suo sguardo mi bruciava la schiena, un misto di desiderio e frustrazione che mi faceva ribollire di disgusto e rabbia.

Tiffany rise, un suono stridente che echeggiò nella palestra. “Oh, Ernesto, sempre così drammatico,” disse, avanzando di un altro passo, i tacchi che ticchettavano sul pavimento di cemento. Si appoggiò al telaio del tapis roulant, il suo profumo di vaniglia e ambra che mi avvolse come una nebbia tossica. “Sai, potresti fare di più con quel… fuoco che hai dentro. Non devi sprecarlo in questa cantina schifosa.” I suoi pensieri erano un vortice osceno: “Cazzo, guardalo, tutto sudato, con quella maglietta che gli si incolla al petto. È magro, ma… cazzo, ha un’aura che mi fa venire i brividi. Lo voglio. Potrei prenderlo qui, su questa panca, farlo mio, sentire quel fuoco che ha dentro. È sbagliato, ma chi se ne frega? È Ernesto, ma non è lui. È… un dio travestito da relitto.”

“Madre, vi prego,” dissi, la voce fredda come l’acciaio, fermando il tapis roulant. “Lasciatemi proseguire. Questa è la mia battaglia.” Mi voltai verso i manubri, sollevandone uno con fatica, visualizzando i duelli di Giulemme sotto il sole di Castiglia. Ogni ripetizione era un dialogo tra il mio spirito antico e questo corpo debole. Immaginavo di parare colpi, di affondare con precisione letale, il sudore che mi colava sul viso come allora, quando la folla inneggiava al mio nome.

Tiffany si allontanò, ma non prima di lanciarmi un ultimo sguardo, i suoi pensieri un ultimo assalto: “Non finisce qui, Ernesto. Ti avrò, in un modo o nell’altro. Quel fuoco è troppo per lasciarlo andare.” I suoi tacchi svanirono su per le scale, lasciandomi solo con il ronzio del tapis roulant e i miei ricordi.

Un altro ronzio interruppe i miei pensieri. Il telefono, abbandonato su una scatola di scarpe, vibrava come un insetto impazzito, il display che si illuminava con un bagliore alieno. Era un messaggio di Micaela: “Condottiero, sei vivo? 😜 Ieri eri uno straccio, ma oggi ti voglio in forma. Passo da te stasera, preparati per un’altra battaglia.” Un sorriso mi sfuggì, caldo e involontario, al pensiero del suo fuoco, dei suoi ricci che danzavano sotto le luci del parco. Ma il mio corpo non era pronto per un’altra “battaglia”, non ancora. Dovevo riposare, raccogliere le forze, e soprattutto proteggere Micaela dall’effetto ipnotico della mia irresistibilità, che rischiava di consumarla come aveva fatto con Tiffany.

Rispondere, però, si rivelò un’impresa degna di un cavaliere alle prese con un drago. Il telefono, questo congegno infernale del 2025, era un enigma più ostico di un trattato di alchimia. Lo afferrai, il display che esplodeva in un caos di colori e icone che sembravano rune di una civiltà dimenticata. “Per tutti i santi,” mormorai, ricordando le pergamene e i messaggeri della mia vita come Giulemme. Toccai lo schermo, e un’esplosione di suoni – un “bip” stridulo seguito da una musichetta allegra – mi fece sobbalzare. Il telefono vibrò, sfuggendomi quasi di mano e finendo pericolosamente vicino a un manubrio arrugginito. “Maledetto marchingegno!” sibilai, stringendolo come se fosse una granata sul punto di esplodere.

Provai a premere l’icona del messaggio, ma invece di aprirsi, il telefono lanciò una voce metallica: “Chiama Micaela?” “No, no, no!” esclamai, agitando l’apparecchio come se potessi zittirlo con la pura forza di volontà. La voce continuò, imperturbabile: “Attivazione assistente vocale. Dimmi, cosa vuoi fare?” “Silenzio, demone digitale!” ringhiai, premendo a caso sullo schermo. Una foto di Ernesto con un cappello da cowboy – un’immagine ridicola che non ricordavo di aver scattato – apparve, seguita da un’altra raffica di notifiche: “Aggiornamento disponibile!” “Batteria al 20%!” “Unisciti al gruppo WhatsApp ‘Bocconi Party’!” Il panico mi assalì. Come aveva fatto Giulemme a conquistare cuori e duelli con una spada, mentre io, Etius, lottavo contro un rettangolo di plastica e vetro? Premetti un’icona a caso, e una tastiera virtuale apparve, finalmente. Con dita tremanti, digitai: “Mia cara Micela, ti ringrazio per la tua preroga, ma il mio corpo richiede riposo. Perdonami, ma stasera devo declinare il tuo invito. Sarò pronto per la prossima battaglia.” Rilessi il messaggio, accorgendomi di aver scritto “Micela” e “preroga”. Imprecai sottovoce, correggendo con fatica, e infine premetti “Invia”, pregando che il messaggio raggiungesse il suo destino.

Il messaggio, per grazia divina, partì. Micaela rispose quasi subito: “Ok, condottiero, riposati. Ma non pensare di sfuggirmi a lungo. 😘 Domani ti voglio pronto!” Il bacio digitale mi fece sorridere, ma anche tremare. La sua passione era un fuoco che rischiava di bruciarci entrambi, e io dovevo imparare a controllare non solo il mio corpo, ma anche il mio potere.

Ripresi gli esercizi, spingendo il corpo di Ernesto oltre i suoi limiti. Ogni ripetizione era un passo verso la rinascita di Giulemme de Gaspar. Questa settimana sarebbe stata la mia forgia, sette giorni per trasformare un relitto in un guerriero. Ogni giorno, avrei corso, sollevato, combattuto, rievocando la forza di Giulemme. E quando Micaela sarebbe tornata, quando Alexis avrebbe cercato di colpire, quando Giulia avrebbe provato a decifrarmi, sarei stato pronto. Non solo un condottiero di parole, ma un uomo di carne e acciaio, degno del mio passato e del mio futuro.

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