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16 - La Zuffa al Neon
Il locale, un mix di luci al neon e bassi pulsanti in zona Bocconi, si ergeva su due piani come un colosso di eccessi e desideri. Al piano terra, un mare di corpi si muoveva al ritmo di una techno martellante, i drink che scintillavano sotto le luci stroboscopiche viola e blu rifrangendosi come caleidoscopi impazziti. I tavoli, di vetro opaco, riflettevano volti alticci e sorrisi sbavati, mentre il bar – un’isola di acciaio e specchi – era preso d’assalto da una folla di ventenni disinibiti, con risate sguaiate e abiti che gridavano attenzione: crop top scintillanti, jeans strappati, tacchi vertiginosi e giacche di pelle. Il secondo piano, accessibile da una scala a chiocciola illuminata da led rossi, era un caos ancora più sfrenato: divanetti di velluto nero affollati da gruppi che si scambiavano shot di tequila, ragazze che ballavano su tavoli rialzati sfidando l'equilibrio, ragazzi che urlavano brindisi sopra la musica assordante. L’aria odorava di gin, sudore e profumi costosi, con una nebbia di vape che aleggiava come un’aura tossica ma invitante. Ogni angolo vibrava di energia, come se il locale fosse un organismo vivo, alimentato dalla frenesia inesauribile dei suoi abitanti.
Alexis si materializzò al nostro tavolo come una pantera a caccia, i capelli rosa shocking a caschetto che incorniciavano un viso di porcellana perfetto e crudele. I suoi occhi neri, abissi di follia magnetica, saettavano da me a Micaela con un disprezzo affilato e inequivocabile. Il suo abito di seta nera, con uno spacco vertiginoso che non lasciava nulla all'immaginazione, urlava audacia, e il profumo di zucchero filato e incenso bruciato invadeva l’aria attorno a lei, soffocando l'odore del locale. Le sue amiche la seguivano come una scuderia pronta alla battaglia, disposte a far scudo al loro capo: Chloe, capelli viola e abito metallizzato smeraldo, aveva l'andatura tesa di un felino; Maya, bionda in salopette strappata e bikini arancione fluo; Sarah, con una canotta dei Ramones e pantaloni cargo, l’aria cupa e i pugni già serrati.
Sebbene la mia telepatia fosse silenziosa in quel momento, non avevo bisogno di leggere i pensieri per percepire l'effetto travolgente che la mia aura scatenava nella stanza. Luca, il cameriere barbuto, si avvicinò per posare il mio Spritz; le sue mani tremavano leggermente di reverenza, e si inchinò in un gesto quasi involontario, incapace di distogliere lo sguardo da me, come soggiogato da un'autorità invisibile. Al bancone, una ragazza con un choker smise improvvisamente di parlare con le amiche, il suo corpo proteso inconsciamente verso il nostro tavolo, gli occhi spalancati e fissi sulla mia figura come se fossi l'unica fonte di luce nel locale. Un tizio poco distante, con un taccuino in mano, lasciò cadere la penna, completamente rapito, scrutando ogni mio respiro. Ovunque volgessi lo sguardo, coglievo persone che interrompevano le loro conversazioni, catturate dalla mia gravità, in attesa di un mio cenno, di un mio movimento, inconsapevoli schiavi del mio carisma latente.
Alexis si avvicinò fino a sfiorare il bordo del tavolo, la voce tagliente come un coltello fatto scivolare sul vetro. “Ernesto, caro,” esordì, calcando su un tono mieloso ma saturo di veleno, “non ti facevo tipo da… compagnie così scialbe.” Il suo sguardo si posò su Micaela, abbozzando un sorrisetto crudele che non raggiungeva minimamente gli occhi scuri. “Non credi di meritare di più?”
Micaela, appoggiata allo schienale con un'aria sorniona e incredibilmente rilassata, alzò un sopracciglio perfetto. “Oh, Alexis, sempre a caccia di riflettori. Ma il tuo show è trito e ritrito. Cambia copione, dai.” La sua voce era calma, pacata, ma ogni parola era un dardo scagliato con precisione, affilata da un’ironia che colpiva duro e dritto all'ego dell'avversaria.
Alexis strinse gli occhi, il suo sorriso prefabbricato che si incrinava come ceramica colpita. “Copione? Parla quella che sembra uscita da un mercatino hipster. Dimmi, ti ha pescato in un negozio di roba usata?”
“Almeno non sembro un cartellone pubblicitario in crisi d’identità,” ribatté Micaela, il tono basso e profondamente divertito. “Tu, sempre a fare la diva. Ma il tuo palco è un po’… instabile, no?”
Alexis inclinò la testa, sfoderando un ghigno feroce sulle labbra dipinte. “Instabile? Tesoro, io sono il palco. Tu sei solo una comparsa che si illude di rubarmi la scena.”
Micaela rise, un suono breve, cristallino e insopportabilmente affilato. “Rubarti la scena? Non c’è gara, Ale. Io sono il plot twist, tu sei solo il sipario che sbatte.”
La tensione tra le due crepitava come un cavo elettrico scoperto gettato in una pozza d'acqua. Alexis, con un gesto calcolato e infido, afferrò fulminea il mio Spritz appena servito, inclinando il bicchiere pesante verso il viso di Micaela. “Ops, che sbadata. Questo potrebbe rovinarti quel… cos’è, un maglioncino da nonna?”
Micaela non batté ciglio, ma in quell'istante qualcosa si ruppe e si ricompose dentro di lei. I suoi occhi castani si assottigliarono, l’allegria beffarda svanì all'istante, sostituita da una determinazione fredda, quasi disumana. Il suo potenziale, sopito sotto strati di normalità quotidiana, stava per esplodere, risvegliando un istinto marziale di inaudita precisione. Con un movimento fluido, aggraziato ed eccezionalmente rapido, deviò il polso di Alexis sferrando un colpo secco e calcolato dal basso verso l'alto. Il bicchiere ruotò in aria, sfuggendo alla presa dell'avversaria, e l'intero liquido arancione, ghiaccio compreso, si rovesciò rovinosamente sulle scarpe lucide di Alexis, schizzando irrimediabilmente l’abito di seta.
Un’onda di shock attraversò il locale, ma l'attenzione generale non era su di loro, bensì su di me. I volti della folla si voltarono all'unisono nella mia direzione. I loro occhi dilatati cercavano la mia approvazione, la mia reazione. Ero l'epicentro immobile della tempesta, il burattinaio invisibile che tutti veneravano senza comprenderne il motivo.
Mentre Alexis, paonazza e tremante di rabbia, perdeva ogni briciolo di compostezza urlando “Tu! Brutta provinciale!”, io iniziai a orchestrare il caos intervenendo in modo impercettibile ma assoluto. Alexis alzò la mano per sferrare uno schiaffo furibondo, ma io deviai il suo gomito con una spinta microscopica della mia spalla, spostando il suo baricentro quanto bastava per farla sbilanciare. Quando un cubetto di ghiaccio volò via dalla presa di una delle amiche, lo intercettai con la punta della scarpa, calcolando l'angolo perfetto per mandarlo a rimbalzare con forza contro la rotula di Chloe, bloccando la sua imminente carica. Ogni mio movimento era celato, un invisibile gioco di ombre e geometrie che esaltava la danza marziale tra Alexis e Micaela, mantenendomi saldamente ancorato alla sedia, signore assoluto dello scontro.
Micaela, supportata dai miei invisibili aggiustamenti, era una visione di pura letalità. Schivò la manata di Alexis con un lieve e scattante spostamento del capo, fluida e imprevedibile come l'acqua di un torrente. “Sul serio, Ale? Sei più prevedibile di un filtro Instagram,” disse, la voce squillante da ragazza del 2025 fusa a una sicurezza marziale fuori dal comune. “Punta più in alto, dai.”
Alexis, cieca di collera, si lanciò in avanti cercando di afferrarle i capelli, sfoderando le unghie finte come artigli. Ma Micaela, con una piroetta elegante e sbalorditiva, degna delle migliori coreografie acrobatiche, usò lo slancio dell'avversaria per farla barcollare in avanti. Con gesti rapidi e ipnotici da prestigiatore, le sfilò la sciarpa di seta nera dal collo, la avvolse in un lampo attorno ai polsi di Alexis e, tirandola verso di sé, annodò i lembi al grosso palo di ottone che reggeva il tavolo rialzato. Alexis si ritrovò brutalmente immobilizzata e legata al palo nel giro di due secondi, scalciando goffamente nel vuoto con i tacchi alti, il volto deformato da un'umiliazione cocente. Chloe, Maya e Sarah rimasero impietrite, paralizzate dalla facilità disarmante con cui Micaela aveva neutralizzato la loro leader, mentre lanciavano occhiate incredule e terrorizzate verso il nostro tavolo.
Nel trambusto generale, Marco si fece largo a fatica e si avvicinò a Giulia, che osservava la scena senza sbattere le palpebre. La voce del ragazzo, tesa e ferita, tagliò il frastuono dei bassi. “Giulia, ma che cazzo succede? Non mi calcoli da mezz’ora, sei ipnotizzata da questo Ernesto! Mi spieghi che ti prende?” Giulia, colta alla sprovvista ma palesemente riluttante a distogliere lo sguardo da me, balbettò: “Marco, non è… non è quello che pensi! È solo… guarda, è pazzesco, no?” Ma la postura del suo corpo, protesa in avanti, e lo sguardo vitreo e adorante tradivano un’ossessione morbosa, un richiamo irresistibile verso la mia figura, lasciando Marco a stringere i pugni, frustrato dalla mia evidente influenza sulla mente della sua ragazza.
Era giunto il momento di chiudere il sipario. Decisi di intervenire con la mia arma migliore, dispiegando il mio ascendente in modo plateale. Mi alzai in piedi lentamente. Bastò questo semplice gesto perché una buona parte della sala ammutolisse, gli sguardi di decine di sconosciuti si incollarono su di me, zittendo il loro stesso respiro.
“Signore!” pronunciai. La mia voce non fu un urlo, ma risuonò chiara, profonda e autoritaria come un campanello d’argento, fendendo la techno e il brusio residuo, imponendo un silenzio quasi reverenziale. “Amabili damigelle! Questa contesa, per quanto vivace ed eccezionalmente coreografica, non rende giustizia alla vostra grazia. Che ne dite di un duello di parole, anziché di… sciarpe e Spritz?”
L’ironia calibrata del mio discorso fece scoppiare risate soffocate e ammirate tutt'attorno, rompendo la tensione. Micaela, col petto che si alzava e si abbassava appena, mi lanciò un sorrisetto carico di complicità e adrenalina. Luca e Lorenzo, gli amici di Marco, emersero dalla folla guardando Alexis legata con un misto di imbarazzo e malcelato divertimento. “Ragazzi, la slegate voi?” chiese Luca, incapace di trattenere una risata. L'intera sala pendeva dalle mie labbra, incantata dalla mia capacità di spegnere un incendio con poche sillabe aristocratiche.
Alexis, slegata frettolosamente dalle amiche, si sistemò i capelli con un gesto furioso che celava male la sua sconfitta. I suoi occhi neri, però, anziché concentrarsi su Micaela, tornarono a cercare i miei, tradendo un’ammirazione riluttante, quasi viscerale. ‘Non finisce qui, Ernesto,’ sibilò a mezza voce, prima di voltare i tacchi e sparire, inghiottita dalla folla del locale.
La rissa si era placata, ma il costo di quella manipolazione silenziosa era stato vertiginoso. Una strana fiacchezza si impadronì delle mie membra, una spossatezza diversa dalla fatica del campo di battaglia, molto più insidiosa, simile a un lento prosciugamento dell'anima. L'uso eccessivo del mio potere passivo per orchestrare le traiettorie e piegare la volontà della sala aveva drenato senza pietà il corpo mortale di Ernesto. Mi accasciai pesantemente sulla sedia. Con mani leggermente tremanti, afferrai il mio Spritz rovesciato a metà, fingendo un'elegante noncuranza. Il corpo che abitavo era un guscio fragile, un vascello mal equipaggiato per contenere l'imponenza della mia vera essenza e delle mie infinite esistenze.
In un attimo, due ombre si materializzarono al mio fianco. Giulia, spingendo letteralmente via un Marco sempre più sbigottito e ignorando le sue proteste ("Ancora?! Non può essere! Che gli succede?!"), si piegò quasi addosso a me, gli occhi azzurri sbarrati e lucidi di preoccupazione adorante. "Ernesto, stai bene? Sembra che tu stia per svenire! Che succede?" domandò, la sua voce vibrante di un bisogno ossessivo di accudirmi e comprendermi.
Micaela, però, fu molto più rapida e decisa. Aveva già preso posto sull'altro lato della sedia, piazzando una mano salda sul mio braccio. Si sporse in avanti, il viso vicinissimo al mio, e i suoi ricci profumati mi sfiorarono la spalla. Il suo sguardo era intenso, carico di una preoccupazione calma ma profondamente radicata. "Giulia, spostati! Non vedi che è stanco?" ringhiò Micaela, affrontando l'altra ragazza con un tono basso ma tagliente, intriso di una possessività feroce che non ammetteva repliche. "Non fare domande stupide, è evidente che ha bisogno di riposo."
"Riposo?" ribatté Giulia, la voce che si alzava di un'ottava, isterica. "È un momento critico! Potrebbe essere il sintomo di qualcosa di… trascendente! Non puoi semplicemente ignorarlo!"
"Trascendente o no, ha l'aria di uno che è stato a cavallo per tre giorni senza sella!" rispose Micaela senza pietà, tenendo i suoi occhi incollati ai miei, riducendo Giulia a un fastidioso rumore di fondo.
La mia mente, abituata a prendere decisioni fulminee sui campi di battaglia che decretavano la vita o la morte di imperi, operò in un istante logico. Tra l'infatuazione quasi folle e mistica di Giulia e la silenziosa, primordiale lealtà di Micaela, la scelta era ovvia. Mi voltai verso Micaela, il mio sguardo spogliato della finzione moderna, antico di secoli.
"Mia cara signora," dissi, in un sussurro rauco che risuonò solo per le sue orecchie, "la mia anima, ancorché resistente a secoli di contese e intrighi, si sente ora come un'antica fortezza che ha retto un assedio troppo lungo. Necessito di ritirarmi, di riposare le mie spoglie mortali da questa… vibrante modernità. Ti sarei grato se volessi onorarmi della tua compagnia fino al mio modesto giaciglio." Era un'iperbole studiata, intrisa della dignità di un condottiero sfiancato che si affida al suo secondo in comando.
Un'ombra di profonda comprensione attraversò gli occhi di Micaela, e un leggero rossore di trionfo le tinse le guance. Un sorriso sottile, quasi impercettibile, sbocciò sulle sue labbra. Per un istante, il tempo smise di scorrere. I suoi occhi incontrarono i miei, riconoscendo tacitamente il peso di epoche passate. Poi, spinta da un impeto inaspettato, si sporse annullando le distanze e mi baciò. Fu un bacio appassionato, disperato e profondo, che mi tolse l'ultimo filo di fiato e mi fece vacillare per l'intensità inattesa. Sapeva di millenni, di promesse infrante, di guerre combattute spalla a spalla e di patti di sangue. Quando finalmente si staccò, i suoi occhi brillavano di un fuoco inarrestabile. Si voltò lentamente e lanciò un'occhiata letale a Giulia, un avvertimento muto ma inequivocabile: Lui è mio. Giulia arretrò, a bocca aperta e con i pugni stretti, devastata dalla gelosia ma incapace di staccare gli occhi dalla mia figura allontanatasi.
"Certo, condottiero," mormorò Micaela, il tono insolitamente dolce e sottomesso, ma incrollabile. "Sarei lieta di accompagnarti." La sua mano cercò la mia, le dita si intrecciarono con una forza confortante; il suo calore era un giuramento silenzioso.
Senza attendere ulteriori reazioni, mi alzai faticosamente. Il braccio di Micaela si intrecciò saldamente al mio, offrendomi un pilastro che trascendeva il semplice supporto fisico. Ci voltammo e ci dirigemmo verso l'uscita, attraversando il locale che si apriva davanti a noi come il Mar Rosso, la folla che si scostava silenziosa per lasciarci passare. Il trambusto, le risate, la musica assordante, tutto sfumò in un ronzio distante mentre lasciavamo quel caos al neon.
L'aria fresca e leggermente umida della notte milanese ci accolse come un balsamo. In un silenzio quasi sacro, protetti dall'oscurità, ci incamminammo verso la banchina del tram 24, proprio di fronte all'imponente e severa sagoma dell'università Bocconi che si stagliava contro il cielo notturno. Nonostante avessi dominato il locale con una presenza quasi divina, la biologia di Ernesto non era altrettanto indulgente.
Un improvviso e violento giramento di testa mi colpì a tradimento, facendomi barcollare in avanti. Il marciapiede sotto i miei piedi sembrò scomporsi come l'onda di una mareggiata, la visione periferica si offuscò e una forte fitta di nausea mi serrò lo stomaco. Micaela scattò con la stessa prontezza istintiva mostrata nella rissa. La sua presa sul mio braccio divenne una morsa d'acciaio e, facendo leva col proprio corpo, mi sostenne di peso impedendomi di crollare al suolo.
La guardai negli occhi, vicino al suo volto. Vi lessi una devozione incandescente, una preoccupazione che mi scaldò l'anima, ma che al contempo mi generò un brivido di autentico terrore. Sapevo perfettamente che quella non era pura affezione; era l'effetto tossico della mia irresistibilità latente, che esercitava su di lei una pressione ipnotica. Desideravo per lei una vita tranquilla, al riparo dalla dannazione della mia essenza. L'idea che potessi rovinarla, soggiogandola involontariamente col mio potere, era un coltello conficcato nel petto. Dovevo allontanarla, recidere quel filo prima che si stringesse troppo.
Attinsi all'ultima riserva di formalità aristocratica che mi restava, ergendo un muro di parole. "Mia carissima signorina," iniziai, calibrando la voce per conferirle l'autorevolezza malinconica di un conte bizantino. "Sebbene il privilegio della vostra compagnia sia per la mia anima un balsamo più prezioso dell'oro, e la vostra devozione un faro in questa notte oscura, temo che la mia attuale condizione non mi permetta di onorarvi con la presenza che meritereste. Il mio corpo è un vascello fin troppo fragile per contenere l'impeto di questa serata."
Presi un respiro profondo e doloroso. "Vi scongiuro, pertanto, di non privare il vostro nobile spirito del gaudio che questa notte ancora offre. Tornate al locale, mia signorina, e concedetevi il divertimento tra i vostri coetanei. Perdonate questo mio inopinato ritiro, ma la necessità mi impone di cercare riposo da solo. La vostra amicizia è un tesoro, e non potrei sopportare di vederla offuscata dalla mia infermità."
Speravo che la magniloquenza la respingesse. Ma Micaela mi fissò con la serietà assoluta e la cocciutaggine disarmante di una ventenne in ansia, le sue dita che affondavano nella stoffa della mia giacca.
"Ma che dici, Ernesto?" sbottò, spazzando via la mia cortesia con un pragmatismo brutale che non ammetteva repliche. "Stai male, si vede! Non ti lascio qui da solo a barcollare sui marciapiedi. Che figura ci faccio se ti abbandono così? E poi, che divertimento c'è là dentro se tu non ci sei? È un casino e basta." I suoi occhi ostinati inchiodarono i miei. "Non fare lo stupido, vieni. Ti porto a casa e ti coccolo tra le mie braccia tutta la notte se necessario! E non provare a dirmi di no." Appoggiò il palmo aperto sul mio petto, una barriera invalicabile alla mia fuga.
La sua fedeltà era un'arma a cui non potevo oppormi. In quel momento di assoluta vulnerabilità, non avrei saputo respingere il suo calore, ma non potevo permetterle di passare la notte con me. Provai a deviare il corso degli eventi, cercando una scappatoia che fosse accettabile per entrambi.
"Va bene, mia signora," capitolai, la voce incrinata dalla fatica. "Accetto il vostro magnanimo accompagnamento, a una condizione. Mi accompagnerete da mia madre, Tiffany."
Avrei potuto usare la persuasione mentale per farle cambiare idea con un semplice tocco, ma mi resi conto con sgomento di aver disperatamente bisogno della sua presenza reale, non manipolata.
La luce vivida nei suoi bellissimi occhi marroni si attenuò di un grado, tradendo una rapida, pungente ombra di delusione amorosa. Annuì lentamente, incassando il colpo. "Ma certo," sospirò, con un rammarico che non riusciva a nascondere il suo desiderio. "Avevo sperato di poter ripetere il balletto di oggi pomeriggio... peccato."
Si sedette al mio fianco sotto la fredda luce della pensilina, appoggiando docilmente la testa sulla mia spalla. Insieme, avvolti in un silenzio intimo che sovrastava l'eco lontana del locale, aspettammo il tram nel cuore della notte, mentre il piccolo led luminoso sopra di noi scandiva inesorabile i quindici minuti di attesa.