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Il parcheggio del Mediaworld si stendeva davanti a noi come una pianura desolata, illuminata dai lampioni che proiettavano ombre tremolanti sull’asfalto. Una Fiat Panda parcheggiata, un relitto che avrebbe fatto rabbrividire i fabbri di Samarcanda, sembrava quasi ridicola accanto a Micaela, che era appoggiata al cofano con una posa che evocava le dee di marmo dei templi antichi. I suoi ricci catturavano la luce del tramonto, e i suoi occhi, accesi di un fuoco che sembrava più antico di lei, mi scrutavano con un’intensità che mi faceva vacillare. Matthias, ancora avvinghiato alle sue due Switch 2 come un cavaliere al suo stendardo, borbottava di "grafica 4K" e "tempi di caricamento ridotti", ignaro della tempesta che si stava addensando.
"Allora, condottiero," disse Micaela, la voce un sussurro seducente che tagliava l’aria fresca della sera, "pizza, drink… o torniamo nel mio dormitorio per un’altra battaglia?" Si scostò una ciocca dal viso, un gesto lento, quasi rituale, che mi ricordò Elena che danzava tra i campi di grano. Ma c’era qualcosa di diverso in lei, una regalità nei suoi movimenti che non apparteneva alla ragazza spensierata che avevo conosciuto. Era come se il mio tocco, la mia presenza, stesse risvegliando frammenti di vite passate, stratificate nella sua anima come le mura di Troia.
Prima che potessi rispondere, Matthias, con uno sguardo febbrile e il corpo che già fremeva per l'impazienza, mi interruppe. "Ernesto! Non resisto più! Devo assolutamente correre a casa a provare la nuova macchina! Questa," disse, indicando una delle Switch 2 con un gesto quasi sacro, "è troppo importante per aspettare! La tua, te la tengo io in custodia, finché non sarai pronto a usarla!" Detto questo, senza attendere risposta, partì con una corsa goffa e tutta ingobbita attraverso il parcheggio, le due console strette al petto come tesori inestimabili, sparendo nell'ombra.
Un tintinnio di braccialetti ruppe il silenzio, seguito da una voce squillante che sembrava portare con sé una ventata di primavera. "Micaela! Eccoti, finalmente!" Mi voltai, e il mio sguardo incontrò una figura che non aveva la bellezza abbagliante di Micaela, ma un fascino sottile, come un dipinto che rivela la sua profondità solo a chi lo osserva con attenzione. Era una ragazza sui vent’anni, con capelli castani lisci raccolti in una coda disordinata, occhi azzurri che sembravano contenere l’infinito, e un sorriso che oscillava tra dolcezza e audacia. Indossava un top nero aderente e una gonna a vita alta, e il suo braccialetto d’argento scintillava mentre si avvicinava. Il suo nome, come avrei presto scoperto, era Giulia.
"Giulia!" esclamò Micaela, staccandosi dal cofano per abbracciarla. Il gesto era caldo, ma i suoi occhi tradivano una tensione sottile, come se percepisse un pericolo che non sapeva ancora nominare. "Che ci fai qui?"
Giulia rise, un suono che sembrava danzare nell’aria come il rintocco di una campana. "Ero al centro commerciale per un caffè con delle amiche, ma ho visto il tuo messaggio! Dicevi che eri al Mediaworld per una… crociata tecnologica?" Il suo sguardo si posò su di me, e per un istante il mondo parve fermarsi. I suoi occhi si spalancarono, le pupille dilatate come se avessero intravisto un mistero antico. I suoi pensieri, che la mia aura passiva captava come un’eco, mi travolsero: "Chi è quest’uomo? È… diverso. I suoi occhi sanno troppo, come se avessero visto il tempo stesso. Devo parlargli, capire cosa nasconde." Un rossore le colorò le guance, e il suo sorriso si fece più timido, ma non meno deciso.
"Lui è Ernesto," disse Micaela, il tono improvvisamente più affilato, come una lama nascosta sotto un mantello di seta. Si avvicinò a me, posando una mano sul mio braccio con una possessività che non le avevo mai visto. "Il mio… condottiero, diciamo. E quello era Matthias, il nostro paladino dei videogiochi." Indicò il punto in cui Matthias era sparito.
"Piacere, Ernesto," disse Giulia, allungando una mano. Il suo tocco era caldo, le dita sottili che tremavano leggermente, come se temesse di sfiorare qualcosa di troppo grande. "Micaela mi ha parlato di te, ma… non mi aveva detto quanto fossi… interessante." La sua voce era morbida, ma le sue parole avevano un peso, come se ogni sillaba fosse stata scelta con cura. I suoi pensieri continuavano a riversarsi nella mia mente: "È come se portasse il peso di mille vite. È un enigma. Voglio sapere tutto di lui."
Micaela si irrigidì, il suo sguardo che saettava tra me e Giulia. Ma c’era qualcosa di nuovo in lei, una forza che sembrava montare come una tempesta. "Giulia, sempre la solita poetessa," disse, ridendo, ma la sua risata aveva un’intonazione diversa, più profonda, quasi regale. Si sistemò i ricci con un gesto che sembrava appartenere a un’altra epoca, e per un istante ebbi la visione di Elena, in piedi tra le colonne di un tempio, il vento che le agitava i capelli. "Ernesto è speciale, sì, ma non è qui per essere studiato come uno dei tuoi filosofi greci, sai?" Le sue parole erano scherzose, ma il tono tradiva una gelosia che sembrava radicata in qualcosa di più antico, come se una regina di un’altra vita stesse reclamando il suo diritto.
Giulia non si lasciò intimidire. "Oh, Micaela, non essere così territoriale," ribatté, inclinando la testa con un sorriso che era un misto di dolcezza e sfida. "Un uomo come Ernesto merita… una conversazione profonda, no? Qualcosa che vada oltre le console e le pizze." Si voltò verso di me, i suoi occhi azzurri che cercavano i miei con un’intensità che mi fece quasi dimenticare il caos del Mediaworld. "Ernesto, che ne dici di unirti a noi per un drink, sono con alcun…amici? Magari potremmo parlare di… cos’è l’anima, o il senso del tempo?" I suoi pensieri esplosero di nuovo: "Se potessi passare un’ora con lui, solo a parlare, potrei capire tutto. È come se fosse la chiave di ogni domanda che mi sono mai posta."
Micaela strinse la sua mano sul mio avambraccio, quasi segnandolo con le sue unghie laccate, il suo sguardo era fisso su Giulia. "Un drink va bene," disse, la voce ora più bassa, quasi un ringhio. "Ma non pensare di rubarmi il condottiero, Giulia. Non stasera." Le sue parole avevano una forza che non le apparteneva del tutto, come se una regina di un’epoca lontana stesse parlando attraverso di lei. I suoi occhi, per un istante, sembrarono brillare di una luce che non era solo quella dei lampioni, e io, Etius, sentii un brivido corrermi lungo la schiena. Era lei, Elena, ma non solo. Era un mosaico di tutte le donne che era stata, e quella forza antica si stava risvegliando, forse a causa della mia presenza.
Decisi di intervenire prima che la tensione esplodesse. "Signore, vi prego," dissi, la voce calma ma autoritaria, come quando placavo le dispute tra i miei generali. "Non vi è bisogno di contese. La serata è giovane, e il bottino che abbiamo conquistato merita una celebrazione degna. Accetto l’invito per un drink, ma solo se possiamo goderne tutti insieme, come alleati, non come rivali." Il mio tono era quello di un condottiero, ma il cuore di Ernesto batteva forte, intrappolato tra il fuoco di Micaela, che sembrava bruciare di una passione antica, e la mente di Giulia, che mi chiamava come un enigma da risolvere.
Giulia sorrise, un sorriso che era un misto di rispetto e sfida. "Alleati, per ora," disse, con un occhiolino che prometteva guai. "Ma non sottovalutami, Ernesto. Ho letto abbastanza Platone da sapere che ogni idea ha il suo momento." I suoi pensieri, che continuavo a captare, erano un vortice di curiosità e desiderio: "Non è solo un uomo. È… qualcosa di più. Devo scoprire cosa lo rende così."
Micaela mi prese sottobraccio, il suo tocco caldo e deciso, come per ricordarmi a chi apparteneva il mio cuore. "Andiamo, condottiero," mormorò, un sorriso che tornava a illuminarle il viso, ma con una nota di possessività che non potevo ignorare. "Facciamo vedere a Giulia che non è l’unica a sapere come catturare l’attenzione."
Mentre ci incamminavamo verso il bar, Matthias era ormai lontano, ma nella mia mente, un’ombra si faceva strada. Micaela non era più solo la ragazza del campus: qualcosa in lei stava cambiando, un’eco di vite passate che si intrecciava con il presente. E Giulia, con la sua mente affilata e i suoi pensieri che risuonavano con le mie domande eterne, era un nuovo enigma, una sfida che minacciava di complicare tutto.
Ci incamminammo verso il bar, un locale alla moda nella zona della Bocconi, con un'aria vivace che mal si conciliava con la solennità dei miei pensieri. L'interno era un turbinio di risate, musica e chiacchiericcio, l'odore di spritz e stuzzichini che si mescolava a quello di profumi costosi. Era un luogo che, nella mia ultima vita, avrei definito chiassoso, ma ora lo trovavo solo… vibrante. Micaela mi teneva saldamente sottobraccio, il suo tocco caldo e possessivo che mi ancorava alla realtà.
Appena entrammo, un gruppetto di ragazzi seduti a un tavolo rialzato ci notò. Due di loro, un biondo spilungone con un cappellino all'indietro e un moro robusto con tatuaggi sulle braccia, salutarono Micaela e Giulia con ampi gesti. Ma il terzo, un ragazzo più grande, sui venticinque anni, si alzò di scatto non appena vide Giulia. Aveva capelli castani, occhi marroni e il viso cosparso di lentiggini, proprio come lei. Era un tipo dall'aria piuttosto anonima e gracile, ma la sua mente, che mi raggiunse con sorprendente chiarezza, rivelava un'intelligenza acuta e una cultura notevole. Si presentò come Marco, e seppi subito che era l'assistente della docente Moretti alla cattedra di Psicologia, un ruolo che aveva saputo sfruttare a suo vantaggio in università.
I suoi pensieri erano un misto di sollievo per la vista di Giulia e una immediata, cocente gelosia per la mia presenza: "Finalmente! Ma chi è questo tipo? No, non può essere. Giulia, la mia Giulia! Cosa ci fa con lui?!" E poi, come per incanto, la mia aura lo colpì. "Cielo! Che... che uomo! Un fascino così potente... non l'ho mai provato. Voglio capire cosa c'è dietro questi occhi. Potrebbe essere un caso di studio eccezionale!" Anche nella sua mente così razionale, si stava manifestando una nuova, inaspettata ammirazione.
"Ciao ragazzi!" esclamò Giulia, il suo sorriso luminoso che però era rivolto quasi esclusivamente a me, un'intensità che non sfuggiva nemmeno ai miei sensi meno acuti.
Marco si avvicinò, gli occhi ancora fissi su di me, mentre con una mano cercava goffamente la schiena di Giulia. "Giulia, amore! Ero preoccupatissimo! Chi è il tuo amico?" La sua voce era un po' troppo acuta, e la sua mano rimase sospesa a mezz'aria, completamente ignorata da Giulia che aveva occhi solo per me.
"Marco, ciao," disse Giulia con una distrazione quasi imbarazzante, rivolgendo a lui solo un rapido sguardo prima di tornare a me. "Lui è Ernesto. L'ho incontrato ora, è l'amico di Micaela."
Marco tese la mano verso di me, ma i suoi occhi dicevano ben altro, nonostante il nascente rispetto. "Piacere, Marco," pronunciò, la sua mente che strillava: "Allontanati da lei, subito! Ma allo stesso tempo... vorrei stargli più vicino. È affascinante!"
"Il piacere è interamente mio, signore," risposi, con un inchino leggero, cercando di mantenere la compostezza di un gentiluomo del Cinquecento di fronte a una situazione decisamente moderna. "Mi scuso se la mia presenza ha in qualche modo turbato la vostra quiete. Sono qui per accompagnare la signorina Micaela."
La mia risposta, così formale e inaspettata, lasciò Marco leggermente sbigottito. I suoi amici al tavolo, Lorenzo, il biondo spilungone, e Luca, il moro robusto, si scambiarono sguardi incuriositi, i loro pensieri che si divertivano della situazione. "Ma che tipo è questo? Sembra uscito da un film storico! E Marco è già fuori gioco!"
Micaela, notando l'imbarazzo di Marco e godendoselo apertamente, mi strinse ancora di più il braccio. "Ernesto è il mio condottiero personale, Marco," disse con un sorriso furbo, che si allargava quando mi guardava. "E a quanto pare, anche un filosofo. Ci darà consigli sull'anima e sul tempo, vero, condottiero?"
Giulia si intromise subito, i suoi occhi azzurri che brillavano di sfida. "In realtà, Mica, l'invito era rivolto principalmente a Ernesto per una conversazione più... elevata. Non è una cosa per tutti, sai."
"Oh, cara Giulia," ribatté Micaela con un finto sospiro, un'espressione quasi regale che le passò sul viso per un istante, "non sottovalutare il mio condottiero. È molto più profondo di quanto tu possa immaginare. E poi, un vero gentiluomo non si nega a nessuna delle sue dame, non trovi, Ernesto?" Il suo sguardo su di me era un invito, una provocazione.
Marco, nel frattempo, era completamente ignorato, e la sua frustrazione cresceva. I suoi pensieri erano un lamento: "Non mi stanno ascoltando! Ma sono il suo ragazzo! E perché sento questa strana attrazione per... lui?!"
"Miei signore," dissi, alzando leggermente le mani in un gesto di pacificazione, cercando di mantenere l'aplomb di un diplomatico rinascimentale di fronte a due regine rivali. "Ogni conversazione è un dono, e ogni compagnia è un privilegio. Sarebbe per me un onore partecipare a ogni disquisizione che le vostre menti brillanti vorranno intavolare. Quanto alla scelta della compagnia più indicata," aggiunsi, con un sorriso discreto che speravo fosse rassicurante per entrambe, "ritengo che la fortuna sia già dalla mia parte, avendo l'opportunità di godere della presenza di entrambe. La vera sapienza, del resto, risiede nella capacità di apprezzare ogni fiore nel suo giardino."
Le due ragazze si guardarono, un lampo di competizione e divertimento che danzava nei loro occhi. Marco, confuso dalla mia elaborata risposta, si limitò a mormorare: "Che cosa...?" I suoi amici al tavolo scoppiarono in risolini soffocati.
Micaela mi strinse ancora, un sorriso trionfante. "Hai sentito, Giulia? Il mio condottiero sa come lusingare una dama! E preferisce il mio giardino, a quanto pare."
Giulia alzò un sopracciglio, ma il suo sorriso non vacillò. "Vedremo, Mica. La filosofia richiede tempo e dedizione. Non basta un bel discorso per vincere una battaglia."
Ci dirigemmo verso il tavolo degli amici, la tensione tra le due ragazze che fluttuava nell'aria, un misto inebriante di gelosia, sfida e un sottile, antico richiamo. E io, Etius/Ernesto, mi ritrovavo al centro di questa nuova schermaglia, ancora una volta tra la mia antica natura e le complessità di un mondo che continuava a sfidare ogni mia comprensione.
Ma non avevo ancora visto tutto, proprio in quell'istante, un coro di risate acute e un fruscio di tessuti sintetici si avvicinò dal lato opposto del locale. Sentii un'ondata di pensieri fastidiosi e superficiali che mi colpì, come il clamore di un mercato rionale. Alzai lo sguardo e vidi un gruppo di tre ragazze farsi strada tra i tavoli, guidate da una figura alta e slanciata, i capelli di un biondo quasi platinato e un sorriso che tradiva più calcolo che allegria. I suoi occhi, appena mi notarono, si fermarono, e i suoi pensieri risuonarono con un'arroganza inconfondibile: "Ernesto... ma guarda un po' chi si rivede. Con Micaela. Perfetto. Sarà divertente rovinarle la serata."
Era Alexis, seguita dalle sue inseparabili amiche, pronte a gettare benzina sul fuoco della serata. La scena era pronta per un nuovo, inatteso scontro.