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Il lenzuolo scivolò via dal corpo di Micaela come una nuvola che si dissolve al vento, rivelando la perfezione tonica delle sue forme. Si mosse con grazia, poi si bloccò. Il suo sguardo vagò per la stanza, alla ricerca di qualcosa nel caos ordinato del dormitorio. I suoi occhi castani, solitamente così sicuri, si strinsero un poco, e un lieve broncio si formò sulle sue labbra piene.
Si chinò leggermente, scrutando sotto il letto, poi nel mucchio di vestiti sulla sedia. Un sospiro appena udibile. Con una mano portò i ricci dietro l'orecchio, e per un istante la sua posa assunse un'aria quasi comica, come una dea alla ricerca del suo sandalo smarrito. Non c'erano. Le sue labbra si arricciarono in un mezzo sorriso rassegnato, e con un'alzata di spalle quasi impercettibile, recuperò le mutandine da un angolo inaspettato della stanza, forse cadute durante i nostri... esercizi del mattino.
Il piccolo contrattempo non intaccò minimamente la sua grazia. Infilò le sue gambe lunghe e affusolate nei jeans con un gesto fluido e controllato. Ogni movimento era un inno alla vitalità che pulsava nella sua pelle dorata, una pelle che sembrava brillare sotto la luce fioca della lampada del dormitorio. Le sue braccia, sottili ma scolpite, si distesero con eleganza mentre cercava una maglietta dal mucchio disordinato sulla sedia. La infilò con un gesto rapido, il tessuto scivolò sul suo torso come acqua su una statua di marmo, aderendo alle curve dei fianchi e del seno.
Ero ancora sdraiato sul letto, godendomi la visione di lei che si rivestiva. Poi i miei pensieri presero il volo. Quel corpo, che il povero Ernesto non avrebbe mai avuto la fortuna di ammirare se non fosse stato per la mia comparsa, si intrecciava ora, nella mia mente, con l'immagine remota e struggente di Elena. Un ricordo che mi tormentava con una nuova intensità, da quando avevo sondato la profondità delle sue reincarnazioni. La sua figura era un paradosso: terrena, eppure intrisa di un'energia che sembrava trascendere il tempo.
Come poteva un corpo così perfetto, così vivo, contenere l'abisso di vite che avevo intravisto nella sua anima? Era Elena, sì, ma anche qualcosa di più grande, un enigma che mi sfidava a comprenderlo. Mi chiesi se non fosse la stessa cosa per ogni altro essere umano: se era così per lei e per me, era logico aspettarsi che ogni essere umano avesse al suo interno innumerevoli vite vissute. Era strano, in tutti questi tremila anni non avevo mai fatto questa riflessione, e mai avevo incontrato la reincarnazione di una mia vecchia conoscenza. L'ultimo pensiero che mi sovvenne fu che, finora, ero l'unico ad avere memoria di ogni sua vita passata…
All'improvviso, Micaela batté le mani in una sorta di applauso, uno schiocco forte e rapido che aveva lo scopo di attirare la mia attenzione. Fui di nuovo distratto dalla sua bellezza, ignara di quello che mi suscitava. Ogni curva del suo corpo, ogni suo movimento, mi faceva tornare alla mente la mia amata Elena. E io, Etius, un'anima che vagava su questo mondo da tremila anni e che aveva vissuto ogni genere di esperienza, mi trovavo disarmato di fronte a tale stretta al cuore.
Mentre la maglietta le scivolava addosso, notai un dettaglio che mi lasciò perplesso, quasi scandalizzato nella mia mente abituata alle vesti stratificate delle donne inglesi di fine Ottocento della mia ultima vita come conte Frederick. I contorni del suo seno, pieni e sodi, erano chiaramente visibili sotto il tessuto sottile, senza alcun sostegno.
"Micaela," dissi, la voce grave e forse troppo formale, come si conveniva a un condottiero di un'epoca lontana, "perdona la mia curiosità, ma come mai non indossi quel… sostegno pettorale che le dame di quest'epoca sembrano prediligere? Non temi che tale… libertà possa recarti disagio?"
Micaela si voltò, chinandosi leggermente per cercare le scarpe sotto il letto; il movimento le faceva tendere i muscoli delle cosce con una grazia felina. Un sorriso sornione le incorniciò le labbra, e i suoi occhi castani brillarono di una malizia giocosa. "Oh, Ernesto, mio nobile condottiero," disse, con una voce che era un misto di scherno e seduzione, mentre si rialzava con una scarpa in mano, il corpo che si inclinava in una posa che accentuava la curva dei suoi fianchi. "Non lo sai? Quando arriva la bella stagione, noi ragazze lasciamo il reggiseno nell'armadio. E poi, guarda qui," aggiunse, indicando con un gesto teatrale il proprio seno, che si ergeva fiero sotto la maglietta, "queste stanno su da sole, senza bisogno di sostegni!"
Facendomi l'occhiolino, scoppiò in una risata piena di allegria. Gettando la testa all'indietro, i ricci le danzarono come un'aureola ribelle, mentre si infilava la scarpa con un movimento rapido, quasi provocatorio.
Le sue parole mi colsero alla sprovvista, e per un istante mi sentii un viandante smarrito in un mondo che non comprendevo. Eppure, la sua sicurezza e il modo in cui il suo corpo sembrava celebrare la propria forza, mi riportavano a Elena, alla sua danza tra i campi di grano, alla sua vitalità che sfidava ogni destino. Ma questa Micaela era anche altro: una donna che giocava con il mio disagio, che trasformava la mia domanda arcaica in un’occasione per brillare. "Hai ragione, mia signora," risposi, forzando un sorriso che mascherava il mio tumulto interiore. "La natura, a quanto pare, è più potente di ogni artificio."
"E… ahimè è arrivato il momento, anche per me, di vestirmi," aggiunsi con la voce ridotta a un lamento. Il ragazzo impacciato che ancora viveva in me era poco incline ad abbandonare quella stanza, ma Etius sapeva cosa fosse giusto fare. "Andiamo," dissi risoluto, "non possiamo lasciare Matthias a combattere da solo le sue… battaglie," come se fosse una questione di vita o di morte, ma non sapevo ancora quanto mi sbagliassi…
Mi infilai rapidamente i miei boxer, come fossero il gambeson che innumerevoli volte avevo indossato sotto una delle mie tante armature. I miei occhi scandagliavano la massa di vestiti sparsi ovunque nella stanza alla ricerca delle mie povere vesti.
Micaela mi osservò, con una malizia e una astuzia nuove. Poi si alzò dal letto; il suo corpo si muoveva con una fluidità e una flessuosità che avrebbero fatto invidia a una étoile che conobbi in Francia all'inizio del ventesimo secolo. Mi si avvicinò con passi leggeri e con quella sua vicina ironia disse: "Ci tieni ai tuoi amici, eh?". Il tono era affettuoso ma con una nota interrogativa, mentre si chinava per raccogliere una seconda scarpa, i muscoli della schiena che si flettevano sotto la maglietta. "Strano… pensavo che il tuo unico interesse fosse conquistare ogni ragazza del mondo… o almeno del campus." Il suo sorriso era un’arma, dolce e tagliente, che mi inchiodava.
Non risposi, concentrandomi sul trovare i miei vestiti sparsi per la stanza. Era una giovane donna astuta e intuitiva, ma soprattutto molto gelosa. Uscimmo dalla stanza, il corridoio del dormitorio ora silenzioso e semi-deserto, un’oasi di calma rispetto al fiume di corpi di qualche ora prima. Il sole del tardo pomeriggio tagliava le finestre, illuminando la polvere danzante nell’aria, un riflesso che sembrava quasi un’eco delle scintille che la presenza di Micaela accendeva in me.
Il Mediaworld era un tempio: fu l'unico paragone che mi sovvenne subito alla mente. Una cattedrale del consumismo tecnologico, con pareti di vetro e acciaio che pulsavano di un’energia aliena. L’interno era un alveare brulicante: luci accecanti, musica pop assordante, l’odore metallico dell’elettronica nuova che si mescolava a quello di pizza e popcorn. Una massa informe di persone si muoveva tra scaffali scintillanti e display luminosi, i loro pensieri un muro di desideri amplificati. "Voglio quella TV", "Devo avere quel nuovo smartphone", "Se non compro quella console, la mia vita non ha senso". Una cacofonia di brama che mi martellava la mente, un fastidio quasi fisico. La mia aura passiva era come un’antenna che amplificava ogni minima corrente di desiderio in quel luogo, rendendo ogni sguardo, ogni pensiero, un’eco del mio potere.
Micaela mi affiancò fermandosi, la sua mano scivolò sul mio braccio e le sue dita si strinsero appena, facendomi fremere. Si avvicinò all’orecchio, la sua voce un sussurro languido che si mescolava al frastuono del negozio. "Ernesto," mormorò, i suoi occhi sognanti che incontravano i miei, "scusami se te lo dico, non sono solita fare certi commenti, ma oggi pomeriggio, a casa mia… mi hai fatto cose che pensavo fossero impossibili."
Il mio respiro si bloccò per un istante, il ricordo vivido della nostra intimità che mi avvolgeva. Mi voltai verso di lei, il suo sguardo intenso che mi assorbiva. "Mia signora," risposi, cercando di mantenere la compostezza di Etius, anche se il mio cuore batteva forte, "se ho avuto l’onore di mostrarvi nuove vette di piacere, allora la mia giornata è già completa," come un templare che fa rapporto al suo Magister Templi.
Non rispose al mio commento, ma rimase a fissarmi con occhi famelici mentre si mordicchiò un labbro. Poi lo vidi. "Ecco il nostro paladino della giustizia videoludica," mormorai a Micaela al mio fianco, il cui corpo si avvicinava al mio, la spalla che sfiorava la mia con una familiarità che mi faceva tremare. Lei, incredula, lo indicò con un cenno del capo, i ricci che oscillavano come un pendolo, rise apertamente e tra un singhiozzo e l'altro riuscì solo a dire: "Lui!? Veramente!?"
Lì, in mezzo a una fila che si snodava come un serpente tra gli scaffali di console, c’era Matthias. Stava quasi lievitando, gli occhi iniettati di sangue, i capelli arruffati come un profeta impazzito. Indossava una maglietta di un improbabile anime giapponese e reggeva un cartello fatto a mano che recitava: "La Switch 2 è un diritto! No ai Reseller!". Sembrava un oracolo in un deserto di plastica, pronto a sacrificarsi per la sua causa.
"Matthias!" lo chiamai, cercando di sovrastare il baccano.
Si voltò di scatto, i suoi occhi che si spalancavano in un misto di sollievo e rimprovero. "Ernesto! Finalmente! Credevo mi avessi abbandonato alla mercé di questi… speculatori della gioia ludica!" Poi, il suo sguardo cadde su Micaela, e la sua bocca si aprì in una "O" perfetta. I suoi pensieri, un ciclone di immagini tratte da un archivio segreto di fantasie, esplosero nella mia mente: "Non è un’illusione! È reale! Una ragazza! Con Ernesto! E che ragazza! È meglio di Netzuko (la sorella di Tanjiro Kamado in Demon Slayer)! Il mondo è impazzito! Come ha fatto Ernesto, a conquistare una Dea del genere?!"
"Ma… ma tu… tu sei… la voce?! La, la ragazza di prima al telefono!" balbettò, la sua mente in cortocircuito.
"Ciao, Matthias, lei è Micaela," dissi battendogli una mano sulla spalla, pensando che fosse un saluto consono di questo tempo. Poi colsi l’occasione per presentarli. "Micaela, questo è Matthias, il mio… compagno di avventure digitali."
Micaela sorrise, un sorriso che era un mix di divertimento e malizia, e consapevole dell'espressione esterrefatta del mio amico, si presentò con una nota di civetteria nella voce: "Piacere, Matthias. E sì, sono io la ‘distrazione’, la ‘variabile impazzita’, a quanto pare." Allungò una mano verso di lui, ma Matthias era di sasso con ancora la bocca aperta dallo stupore, di vedere una ragazza in carne e ossa rivolgergli la parola. Ripensai all'effetto che doveva aver fatto alle orecchie del mio povero compagno d'arme l'espressione di lei poco prima al telefono, quando ancora eravamo nudi nel suo letto. Mi scappò un sorrisetto che mi affrettai a nascondere per rispetto di Matthias.
Micaela, vedendo il mio amico incapace di muoversi, ridacchiò ritraendo la mano con un gesto fluido, il corpo che si rilassava in una posa che sembrava accentuare ogni curva. "Piacere… mio…," disse al vuoto che si era materializzato negli occhi del mio amico, mentre il suo sguardo si posò su di me, un’occhiata complice che mi fece arrossire, mentre si sistemava i ricci ribelli, scomposti dopo la risata ai danni del povero Matthias.
L’aura passiva di Etius era come un faro in quel mare di persone. Ogni passante si girava, con espressioni che andavano dal desiderio alla confusione. Una commessa, una ragazza con i capelli a spazzola e un badge lucido, si materializzò al mio fianco, gli occhi che brillavano di una sollecitudine eccessiva. "Signore! Posso aiutarla? Desidera un consiglio sulla nostra gamma di prodotti? Sono a sua completa disposizione!" con un'espressione esageratamente disponibile. I suoi pensieri erano un flusso servile: "Devo aiutarlo. È… magnifico. Gli regalerei anche il mio rene!"
Matthias, immerso nella sua ansia, sembrava non notare nulla. "Vedi, Ernesto?! È il caos! La gente è impazzita per il caldo, per le offerte… o forse è l’effetto della sua aura destabilizzante!" borbottò, indicando Micaela.
Dal canto suo, Micaela non si limitò a osservare, fulminando la malcapitata con uno sguardo, un misto di gelosia accesa e sfida dichiarata. Si fece avanti di un passo, interponendosi quasi tra me e la commessa, il suo corpo teso come una molla. Ma la mia mente era un turbine. Quella che per Matthias era "follia", per me era la prova della mia maledizione che si amplificava in quel tempio del desiderio. Ogni commesso, ogni cliente che mi fissava, era un’eco di Alexis, ma senza la sua follia.
"Ernesto, abbiamo un problema!" esclamò Matthias, indicando la fine della fila. "C’è un’altra fila, una fila segreta! Per l’edizione limitata con la custodia firmata! Dobbiamo dividerci! Tu vai lì, io resto qui!"
In quel momento, una figura massiccia si fece largo tra la folla, un uomo sulla quarantina con una barba incolta e una maglietta macchiata. Aveva tre scatoloni della Switch 2 sotto le braccia, un sorriso sardonico sul volto. I suoi pensieri rimbombavano: "Questi nerd, così ingenui. Tre console, un affare d’oro!"
Matthias lo vide, gli occhi spalancati di orrore. "Il… Re dei Reseller!" sussurrò. "È lui! Quello della barba sospetta! Ha preso le nostre console!" La sua voce si fece un grido. "Ernesto! All’attacco! Per la gloria della Switch 2!"
Una risata melodiosa e profonda risuonò alle nostre spalle, sovrastando il baccano. Mi voltai, e accanto a un espositore di cuffie da gaming, vidi una donna. Alta, con lunghi capelli rosso fuoco che le cadevano a cascata sulle spalle, indossava un abito nero attillato che non lasciava nulla all’immaginazione. I suoi occhi verde smeraldo brillavano di malizia, le labbra piene curvate in un sorriso enigmatico. La sua aura era un mix di disinibizione e professionalità. I suoi pensieri mi colpirono: "Che gran pezzo di ragazzo! Un’aura così potente… I miei clienti impazzirebbero per un’esclusiva con lui. Un vero stallone! Mi chiedo se sia interessato a esperienze… particolari. Stargli vicino fa ribollire il mio sangue, mi sento come se potessi fare pazzie con lui…"
Si avvicinò con passo felino, gli occhi fissi su di me, ignorando il dramma della Switch 2. "Scusate l’intrusione, ma non ho potuto fare a meno di notare tanta… energia intorno a te, bellezza," disse, la voce roca e seducente. Il suo sguardo mi fece sentire più nudo di quanto fossi stato nel letto di Micaela.
Matthias, invece, era paralizzato, i suoi pensieri un turbine di imbarazzo e attrazione repressa: "Una… donna così! Reale! Non posso guardare il suo… scollo! Devo concentrarmi sulla missione!"
"Chi… chi sei?" balbettò Matthias. "Sei una dea fatta persona, per distrarmi dal sacro compito di comprare l'ultima console Nintendo?!" Le sue parole sembravano strane e confuse; probabilmente l'essere così vicino a due femmine in carne e ossa gli aveva fatto perdere del tutto quel poco di equilibrio mentale che aveva, esacerbato dal momento in cui si trovava, viste le esigue scorte di Switch 2.
La donna scoppiò a ridere, un suono cristallino. "Oh, caro, la vita è molto più di console e videogiochi, credimi!" Mentre gli accarezzava la testa come si farebbe con un bimbo al parco che è appena caduto sbucciandosi un ginocchio, e aggiunse: "Potrei mostrarti un genere di divertimento più adulto…" schioccandogli pure un bacio volante che bruciò letteralmente il cervello di Matthias. Ma non aveva ancora finito, il suo sguardo squadrò Matthias da capo a piedi, valutandolo con un’espressione quasi predatoria. "Se vuoi un’esperienza che ti liberi da ogni ansia, sono qui per questo. Possiamo parlare di come rendere la tua vita… più interessante, in privato."
Poi, rivolgendosi a me in un lampo di riconoscimento, disse: "Aspetta… ma tu, tu devi essere Ernesto, il figlio di Tiffany, giusto?" Girandosi verso di me e dedicandomi tutta la sua attenzione.
Il sangue mi si gelò. Tiffany, mia madre… come si conoscevano? Anche questa donna è una meretrice?, pensai.
Matthias era sull’orlo di un collasso. Micaela, un attimo prima tranquilla, prese in mano la situazione: "Tiffany? La madre di Ernesto? Cosa sta succedendo? Chi sei tu?" indicando l'ultima arrivata con aria di sfida.
"Conosci mia madre?" chiesi, la voce bassa e la compostezza vacillante, non badando alla minaccia velata di Micaela.
Veronica sorrise, maliziosa. "Guarda quella furbacchiona di Tiffany," pensò. "Mi ha tenuto nascosto suo figlio, una miniera d’oro!" Poi, ad alta voce, disse: "Diciamo che siamo… colleghe. Condividiamo la passione per l’arte. Tiffany è incredibile. E tu, Ernesto, sei il degno figlio di tua madre. Forse meglio." Leccandosi letteralmente le labbra, voluttuosamente. Il suo sguardo scivolò verso Micaela, promettendo scintille.
Nella sua mente si materializzarono all'istante, una serie di scene così sconce che nemmeno nella mia vita da Alarico nel suo harem aveva mai assistito, ed ebbi la conferma che fosse identica a Tiffany.
Nel cuore del Mediaworld, tra la crociata per la Switch 2 e l’ira del "Re dei Reseller", un nuovo elemento di caos si era inserito, rendendo la mia vita ancora più intricata.