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Sentivo il respiro lento e caldo di Micaela sul mio petto. Dormiva beata, il viso sereno e rilassato tra le mie braccia. Eravamo nudi e sudati sotto le lenzuola bianche del suo letto, nella sua stanza del dormitorio, di fronte all'università.
Sì, avevamo fatto l'amore. E così tante volte da perdere il conto. Per Ernesto, con la sua evidente difficoltà nel relazionarsi con altri esseri umani, era stata la prima volta con una donna, e probabilmente sarebbe morto vergine se non mi fossi reincarnato nel suo corpo. Per Etius, invece, nel lungo arco di tempo in cui avevo calcato il suolo di questo martoriato pianeta, avevo giaciuto con innumerevoli donne: dolcemente, violentemente, in gruppo, in ogni bordello, in ogni nazione, con donne di ogni colore e nazionalità – cinesi, turche, ebree, africane. Ma questa volta, con Micaela, fu qualcosa di nuovo anche per me.
Dopo la scena con Alexis, Micaela mi aveva trascinato nella sua camera. Io, ovviamente, sapevo cosa sarebbe successo e l'avevo assecondata. Avevo bisogno di una pausa dal mondo, di lasciarmi andare, di un po' di calore umano. Era un bisogno primordiale, qualcosa che risuonava nelle mie ossa stanche di millenni.
Mentre facevamo sesso, l'interconnessione con Micaela, accresciuta dal mio potere telepatico che superava la barriera della sua mente grazie al tocco sulla sua pelle, fu incredibile. Non sapevo dire dove finivo io e dove iniziava lei; sentivo tutto: le sue sensazioni, i suoi pensieri, il nascere dei suoi orgasmi che si fondevano con i miei. Sapevo come e dove toccarla, sentivo nascere ed esplodere il suo piacere, in una sinfonia di sensi che mi travolgeva. Era come bere miele caldo, denso e dolce, che mi riempiva l'anima e il corpo, un piacere che trascendeva la mera fisicità, un'estasi condivisa che annullava il tempo e lo spazio. In quel momento, la mia maledizione divenne una benedizione, un ponte verso un'intimità che mai avevo conosciuto. Ogni gemito di piacere, ogni sussulto del suo corpo, risuonava dentro di me, amplificato, moltiplicato. Il suo godimento era il mio, e il mio era il suo, in un circolo virtuoso che non volevo finisse mai.
Ma mentre mi rilassavo in quel caldo abbraccio, un'immagine si fece vivida nella mia mente, prepotente e chiara come se stesse accadendo proprio ora. Nonostante la dolcezza del momento presente, l'eco di Elena, la mia Elena ai tempi di Costantinopoli, quando ero Basilio, non abbandonò mai la mia mente. La rividi come un'ombra persistente nel tempo, la stessa donna che mi aveva trascinato mano nella mano, allora come adesso, in un disperato tentativo di fuga.
Le mie dita si strinsero più forte intorno a quelle di Elena. Non c'era nulla di sensuale in quel tocco, solo la disperazione di due anime che lottavano contro un destino crudele. La sua mano era piccola e calda nella mia, il sudore freddo della paura che ci imperlava la pelle. Correvamo, con il cuore in gola, attraverso i campi di grano che avevo coltivato con tanta cura, ora testimoni silenziosi della nostra rovina. Il sole era tramontato da poco, tingendo il cielo di Costantinopoli di un rosso cupo, un presagio sinistro.
«Più veloce, Basilio! Li sento!» ansimò Elena, i suoi ricci biondi che le sferzavano il viso, gli occhi azzurri spalancati dal terrore. Le sue lunghe gambe, solitamente così agili nel danzare tra le spighe, ora vacillavano per la stanchezza e la paura. Non era più la bellezza rustica e spensierata del villaggio; era una donna braccata, e il suo terrore era palpabile, un'onda fredda che mi penetrava l'anima. La mia preveggenza mi aveva mostrato la fine, ma l'istinto mi spingeva a lottare, a negare l'inevitabile.
Il suono degli zoccoli dei cavalli si avvicinava, un tamburo minaccioso nella notte. Erano le guardie del Conte, il cui desiderio per Elena era un fuoco che bruciava ogni dignità. Il ricordo del suo sguardo, intriso di brama e possesso quando l'aveva vista, mi fece serrare la mascella. Non l'avrei concessa. Mai.
Ci tenevamo per mano, le nostre vite intrecciate in una corsa folle contro il tempo e la violenza. L'erba ci frustava le caviglie, la terra scivolosa sotto i nostri piedi scalzi. Ogni passo era un tentativo di sfuggire all'inevitabile, ogni battito del mio cuore un grido silenzioso di defiance. Non eravamo più il contadino e la sua sposa; eravamo due esseri primordiali, spinti dalla furia e dall'amore, pronti a morire piuttosto che cedere.
Un singhiozzo le sfuggì dalle labbra, mentre una lacrima le rigava il viso sporco di terra. «Non ce la faremo, vero?» sussurrò, e la sua voce era un sussurro rotto dal vento. Non risposi. Non potevo. Il suo tocco era la mia unica speranza, la sua presenza l'unica cosa che mi teneva ancorato a quella realtà che stava per svanire. Ma sapevo, con la fredda certezza della mia preveggenza, che quella fuga era solo un'illusione. Il sangue che aveva macchiato la terra, la speranza infranta, erano già scritti nel destino.
Micaela si mosse, strappandomi da quell'eco doloroso. I suoi occhi si aprirono, e la lucentezza febbrile in essi mi disse chiaramente che era preda della mia irresistibilità. Un impulso irrefrenabile mi attraversò la mente: se potevo sentirla così profondamente, se era davvero lei la mia Elena, forse potevo sondare più a fondo il suo essere. Con un gesto quasi disperato, appoggiai una mano sulla sua testa, lei mi guardò con un'espressione che ricordava quella di una gatta in calore.
Quello che seguì fu un'onda incontenibile, non un'immagine isolata, ma un fiume in piena di vite che mi travolse. Rivissi molte delle vite di Micaela, flash rapidissimi e vertiginosi che superavano di gran lunga le mie stesse reincarnazioni. Tra quel caos di sequenze, riuscii a cogliere, finalmente, il ricordo che cercavo: quello chiaro e inconfondibile di Elena. Il viso, le sensazioni, l'amore, la paura. Non c'erano più dubbi: era lei.
Ma quello sforzo fu immane, un'agonia mentale che superava ogni tormento mai provato in tutte le mie esistenze. Compresi con una vertiginosa chiarezza: Micaela non era "più vecchia" di me in termini di tempo assoluto, ma si era reincarnata con una frequenza assai maggiore. Io tornavo ogni duecentocinquant'anni dalla mia morte; lei, invece, ogni cinquanta-sessant'anni. Un'anima che danzava tra le esistenze con una frenesia che la mia stessa non conosceva. La mia Elena era qui, ma portava con sé un numero di memorie e di vite che superava persino le mie.
Mi ritrassi di scatto, come se la sua pelle mi avesse bruciato. Un'ondata di nausea mi attanagliò lo stomaco e la testa mi pulsava violentemente, come se mille martelli stessero picchiando contro le mie tempie. La mia vista si appannò per un istante, le palpebre mi si fecero pesanti. La forza di quelle visioni mi aveva prosciugato, lasciandomi tremante e disorientato.
Micaela si mosse, stringendosi maggiormente a me, con un sospiro di puro contento. «Ernesto... stai bene?» mormorò, la sua voce impastata dal sonno,mentre il velo nei suoi occhi si dipanò restituendomi la sua abituale lucentezza.
Era di nuovo la solita Micaela, non la versione gatta in calore di poco fa, mi baciò con enfasi e sentì il suo corpo nudo strofinare il mio.
Non c'era traccia di consapevolezza nel suo tono, nessuna memoria di ciò che avevo appena visto. a differenza mia, era ignara del turbine di vite che le scorreva dentro, un passato più vasto e complesso del mio.
La sua mente tornò invalicabile alla mia telepatia, e dovevo ammetterlo era un gran sollievo.
Non c'era il vuoto di prima, ma un silenzio riposante, un'oasi di calma dopo la tempesta delle sue memorie. Era come se la mia incursione avesse sbloccato una porta, permettendomi di "sentirla" senza il frastuono dei pensieri, una connessione profonda e inesplicabile.
Ma la domanda rimaneva: come poteva essere così inconscia del suo stesso passato, di tutte quelle esistenze? Era una protezione della sua mente, un meccanismo di difesa per non essere sopraffatta?
E poi c'era un'altra, più inquietante, verità. Se Elena, la mia Elena, aveva vissuto così tante vite, cosa o chi era stata tra una Basilio e l'altra? Quanti amori, quante gioie, quanti dolori aveva accumulato in quelle frenetiche reincarnazioni? E, soprattutto, la sua immunità alla mia telepatia a distanza e la sua peculiare reazione al contatto... erano forse collegate a questa sua straordinaria storia? Era la sua anima, stratificata da innumerevoli esperienze, a renderla diversa da ogni altra donna che avessi mai incontrato? Il miele di quel piacere si tinse di un'amarezza improvvisa. Questa Elena era più di quanto potessi comprendere, un enigma che la rendeva infinitamente più preziosa e, al contempo, spaventosa.
Ma Micaela ancora mi strappò dalle mie riflessioni, mossa da una passione che ben conoscevo, una fame ardente che l'aveva spinta tra le mie braccia innumerevoli volte quel pomeriggio. Sentii la sua piccola mano scendere lungo la mia pancia, lenta, una carezza che prometteva di infiammarmi. Piano, con una delicatezza voluta, le sue dita si avvicinarono al mio sesso, mentre i suoi baci, piccoli e appassionati, mi inondavano il collo. Nel frattempo, il suo corpo nudo si stringeva al mio, una fusione che toglieva il respiro.
Sapevo fin troppo bene che se mi fossi concesso di nuovo, avremmo passato tutta la notte a fare l'amore. Erano le diciannove, e il mio orologio interno ricordava perfettamente che eravamo arrivati nella sua stanza alle tredici. Micaela non aveva ancora chiuso bene la porta alle sue spalle che era già mezza nuda, mossa da una passione accentuata dal mio potere attrattivo latente. Era essenziale, un bisogno quasi primordiale in mezzo a quel vortice di scoperte e domande irrisolte, frenare quella deliziosa escalation.
Con un gesto deciso ma infinitamente tenero, le presi la mano "esploratrice", bloccandola prima che potesse raggiungere la sua meta. La fermai con fermezza, e con un tono dolce che celava la mia urgenza di chiarezza, dissi: «Che ore sono? Non hai fame?». Intervallavo le domande con baci appassionati, assaporando la dolcezza delle sue labbra, quasi a compensare il freno che le stavo imponendo. Lei fece le fusa, come una gatta sazia e beata, e stiracchiandosi pigramente prese il mio telefono dal comodino, porgendomelo.
Volevo fermare quella travolgente orgia di sensi; avevo bisogno di un momento per respirare, per connettere la mia mente con la sua, per tentare di conoscerla meglio, la donna che in un istante era diventata la mia antica Elena. Mentre afferravo il telefono, il display si illuminò, mostrando un messaggio inaspettato. Era da sua madre, Tiffany, salvata in rubrica con il nome alquanto eloquente di "Strega". Il testo recitava: "Come va all'università? Ti sei fatto menare ancora come ieri? Torni per cena? ❤️".
Un brivido freddo, quasi di nausea, mi percorse la schiena. A memoria di Ernesto, Tiffany — quella Tiffany, la Claudia ossessionata dal denaro e con pensieri che Etius trovava abominevoli — non gli aveva mai scritto per chiedere come andasse all'università, né tantomeno per sapere se tornava a cena. L'ultima parte, poi, "Ti sei fatto menare ancora come ieri?", era un pugno nello stomaco. Quella mattina, prima di reincarnarmi nel corpo di Ernesto, lo avevo trovato sul punto di essere picchiato da due bulli. Il messaggio di Tiffany, con quel cuore finale, era stridente e quasi surreale, un dettaglio troppo specifico per essere una coincidenza. C'era qualcosa di profondamente sbagliato, qualcosa che non quadrava affatto con ciò che sapevo della vita passata di Ernesto, o meglio, con l'orrore che Etius provava per la donna che ora era sua "madre". Era un nuovo, nauseabondo tormento che si aggiungeva alla sua già complessa esistenza.
Micaela si mosse, il suo sospiro di piacere si trasformò in un soffio leggero mentre mi sottraeva il telefono. I suoi occhi, prima velati di desiderio, si posarono sul display, poi si sollevarono per incontrare i miei, un misto di curiosità, divertimento e un pizzico, appena percettibile, di gelosia. Si girò sul fianco, scostando pigramente il lenzuolo bianco che le copriva i fianchi e rivelando il suo bellissimo corpo nudo in tutta la sua statuaria perfezione, un'opera d'arte scolpita dalla passione.
«Chi ti scrive, Ernesto? Una delle tue numerose ammiratrici?» la sua voce era un sussurro giocoso, ma con una nota affilata che non mi sfuggì. Poi, con un movimento fluido e sensuale, si mise a sedere a gambe incrociate sul letto, fissandomi intensamente. Il suo sguardo era penetrante, la sua espressione un mix affascinante di ironia e una quasi impercettibile provocazione.
«Allora, facciamo il conto, eh?» continuò, la voce ora un tono a metà tra il sensuale e l'ironico, mentre il suo indice si muoveva in un immaginario elenco nell'aria. «In tre ore all'università... prima la Prof... poi Serena, l'inavvicinabile da tutti ma non dal signorino,» e mentre pronunciava "signorino", affondò l'indice direttamente sui miei pettorali, che non erano proprio scolpiti, ma che sentivano il calore della sua pelle. «Poi vediamo... ah, la pazza e le sue amiche, Alexis...» concluse con un'esplosione di risate, chinando la testa all'indietro, come se avesse appena raccontato la barzelletta più divertente del mondo.
La sua risata era contagiosa, e per un attimo, il peso delle mie scoperte su Elena e il fastidio per Tiffany si alleggerirono. Micaela era attenta, acuta e, a modo suo, incredibilmente affascinante. Sapeva molto più di quanto Ernesto avesse mai saputo, e la sua percezione delle "conquiste" di quella mattinata era sorprendentemente accurata. Il suo divertimento era palpabile, ma sentivo anche la sottile sfida nella sua voce: era una dichiarazione implicita di possesso, un modo giocoso per ricordarmi chi era davvero al centro della scena.