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Nella vastità oscura del regno dei demoni, il Palazzo Nero di Vorrath era immerso in un silenzio pesante, rotto solo dai passi furiosi di Lapis. La sua figura, elegante e letale, si aggirava tra i corridoi illuminati da torce che emanavano un bagliore sinistro. Ogni servitore che incrociava il suo cammino tremava, abbassando lo sguardo, ma non era abbastanza. Lapis aveva bisogno di un avversario, qualcuno che potesse almeno darle una scintilla di sfida.
«Patetici insetti,» sibilò, lanciando un servitore contro una colonna con un movimento appena accennato della mano. Il corpo si accasciò senza vita, un altro sacrificio inutile alla sua crescente frustrazione. «Nessuno è degno. Nessuno è all’altezza.»
Le sue mani stringevano l’elsa della sua spada, e i suoi occhi bruciavano di una luce spietata. Lapis non si era mai allenata seriamente per secoli, convinta che nessuno nel regno dei demoni o al di fuori potesse minacciarla. Ma ora, con la morte di Xarthas, con la comparsa di Xaltara e la crescente forza di Arlene, il suo orgoglio le imponeva di prepararsi. Eppure, ogni servitore che tentava di opporsi a lei veniva annientato in un solo colpo.
«Non c’è nessuno,» mormorò tra sé, la sua voce tagliente come la sua lama. «Nessuno che possa nemmeno farmi sudare. Vorrath è un codardo se pensa di potermi controllare con questi miserabili esseri.»
Nel frattempo, nella sala del trono, Vorrath sedeva, immobile come una statua. Il Re Demone era il simbolo stesso del terrore, ma dentro di lui un’ondata di preoccupazione cresceva. La furia di Lapis e la sua decisione di allenarsi lo mettevano in una posizione delicata. Era consapevole che Lapis limitava intenzionalmente il suo potere non per rispetto, ma per conservare le energie necessarie per un giorno sfidarlo.
«È sempre stato così,» pensò Vorrath, i suoi occhi rossi scintillanti di una luce minacciosa. «Lapis non si muove mai senza uno scopo. Se ha deciso di allenarsi, significa che vede un’opportunità. O un pericolo.»
Poi c’era Xaltara, un nome che non avrebbe mai voluto risentire. La Custode del Crepuscolo era una leggenda tra i demoni, una minaccia che aveva affrontato generali e regni interi senza mai essere sconfitta. Vorrath sapeva bene che la sua presenza poteva destabilizzare tutto ciò che aveva costruito.
«Xaltara è tornata,» disse a voce alta, il tono freddo ma colmo di preoccupazione. «E si è unita agli eroi. La loro forza cresce, mentre i miei generali si indeboliscono.»
Chiamò Seraphis, l’ultimo dei suoi generali rimasti, nella sala. La figura sinuosa e rettiliana si avvicinò con grazia letale, inginocchiandosi davanti a lui.
«Seraphis,» iniziò Vorrath, «ho un compito per te. Non posso permettere che Xaltara o Arlene continuino a vivere. Trova un modo per ucciderle entrambe, o almeno una di loro. Non importa come.»
Seraphis alzò lo sguardo, i suoi occhi gialli brillavano di malizia e astuzia. «Sarà fatto, mio signore. Ma... Xaltara non è un’avversaria comune. Né lo è Arlene. Con il mio potere attuale, non sarebbe altro che un suicidio.»
Vorrath fissò Seraphis, il suo sguardo penetrante. «Allora allenati. Se hai bisogno di un avversario, Lapis sta distruggendo metà del palazzo per trovarne uno. Lei ti mostrerà cosa significa essere un vero generale.»
Seraphis trattenne un sibilo di disappunto. Allenarsi con Lapis significava camminare sulla linea sottile tra vita e morte. Ma se voleva crescere, non aveva altra scelta.
Lapis si trovava in un’arena privata, una vasta distesa di pietra nera circondata da fiamme eterne. Decine di cadaveri di servitori giacevano sparsi intorno a lei, corpi carbonizzati o spezzati da colpi impossibili da evitare. La sua spada brillava di un’aura oscura, e il suo respiro era calmo, come se non avesse fatto alcuno sforzo.
Seraphis entrò nell’arena, osservando il massacro con un misto di cautela e ammirazione. «Mi avete convocata, Lapis?»
«Sei venuta di tua volontà,» rispose Lapis, senza voltarsi. «E sei coraggiosa, per quanto stupida. Spero che tu sia più interessante di questi sacchi di carne.»
Seraphis si mosse con cautela, la sua lunga coda serpeggiava dietro di lei. «Ho bisogno di crescere, di diventare più forte per compiere l’ordine di Vorrath. Sei l’unica che può spingermi al limite.»
Lapis si girò lentamente, i suoi occhi erano freddi come il ghiaccio. «Oh, Vorrath ti manda da me, vero? Sempre a mendicare il mio aiuto. Ma va bene. Ti darò ciò che cerchi... o morirai provandoci.»
Con un movimento rapido, Lapis sferrò il primo colpo. La sua spada colpì l’aria con una forza tale da creare un’onda d’urto, costringendo Seraphis a schivare agilmente. L’elfide rettiliana lanciò un incantesimo di veleno verso Lapis, ma quest’ultima lo annullò con un gesto della mano, ridendo.
«Patetico. Devi fare meglio di così.»
Il combattimento continuò, con Seraphis che sfruttava ogni risorsa a sua disposizione per sopravvivere. Sebbene Lapis la sovrastasse in potenza, la generale riuscì a resistere più a lungo di quanto chiunque avrebbe pensato. Con ogni attacco schivato e ogni contrattacco tentato, sentiva il suo potere crescere, il suo istinto affinarsi.
Lapis, invece, sembrava divertirsi. «Sei tenace, Seraphis. Magari non sei completamente inutile.»
Dopo un’ora di combattimento, Seraphis si accasciò a terra, esausta ma viva. Lapis si fermò, osservandola con un misto di rispetto e disprezzo.
«Non sei pronta per Xaltara o Arlene,» disse Lapis, voltandosi. «Ma forse, un giorno, potresti diventare qualcosa di interessante. Continua ad allenarti, Seraphis. Se morirai, Vorrath dovrà solo trovarsi un altro idiota da sacrificare.»
Nella sala del trono, Vorrath osservava dalle sue visioni magiche i progressi di Seraphis e le distruzioni causate da Lapis. La sua mano si strinse sul bracciolo del trono, le unghie che graffiavano il metallo oscuro.
«Xaltara... Arlene...» mormorò, il suo sguardo perso nell’oscurità. «Non lascerò che tu distrugga ciò che ho creato. Il mio regno non cadrà. Non importa cosa dovrò fare.»
Ma nel profondo, anche il Re Demone non poteva negare la paura che serpeggiava nel suo cuore. Xaltara non era solo una leggenda tornata alla realtà: era la prova vivente che il caos poteva essere rovesciato. E se si fosse unita davvero alla Compagnia dell’Eroe, l’impero demoniaco avrebbe affrontato la sua più grande minaccia.