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← Arlene: Fatebreaker

Creato il 24/05/2026, 11:34 · Aggiornato il 24/05/2026, 11:34

Capitolo 27: Quando La Luce Vacilla

@alter_riderAlter_Rider
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  • Morte
  • Sangue
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Arlene stava lottando con ogni fibra del suo essere. Il raggio nero di Lapis premeva contro la sua barriera magica, minacciando di spezzarla e devastare tutto ciò che le stava dietro. Le mura della città, già in rovina, tremavano sotto le esplosioni causate dai raggi che filtravano dalle crepe della barriera. Ogni impatto distruggeva edifici, mieteva vite, e ogni secondo che passava avvicinava sempre di più Aetherion alla distruzione.

Lapis, sospesa sopra di lei, osservava con un ghigno crudele, gustandosi lo spettacolo. La sua risata agghiacciante si propagava nell'aria come una maledizione. «Guardali,» disse tra un riso e l’altro, «lottano contro l'inevitabile. È divertente vedere come si aggrappano alla speranza quando sanno che non c'è scampo.»

La barriera di Arlene, un tempo luminosa e solida, iniziava a cedere. Crepe profonde si formavano lungo la sua superficie, e attraverso di esse, raggi di pura oscurità penetravano, colpendo il suolo con violenza. Ogni volta che un raggio nero toccava il terreno o le mura, esplosioni devastanti squarciavano l’aria, e le urla dei soldati riempivano l'aria insieme al fumo.

Il suo corpo, ormai esausto, stava per cedere. Sentiva il mana scivolare via, come sabbia tra le dita, e non importava quanto si sforzasse di mantenere la barriera: il potere di Lapis era semplicemente troppo grande. Ogni respiro che prendeva era un’agonia, ogni movimento era una tortura. Le sue mani, strette intorno alla spada di Elara, tremavano senza controllo, incapaci di mantenere la stabilità della magia.

Le lacrime iniziarono a scendere sulle guance di Arlene. Non poteva fermarsi, ma sapeva che non avrebbe potuto resistere ancora a lungo. I suoi pensieri, ormai offuscati dalla fatica e dal dolore, si volsero a coloro che aveva cercato di proteggere. Non solo il suo popolo, ma anche le persone a lei più care.

Pensò a Elara, la coraggiosa spadaccina che aveva sfidato il destino per difendere il suo villaggio, e alla madre di Elara, che aveva perso una figlia troppo presto. «Mi dispiace,» sussurrò Arlene tra i singhiozzi, il suo cuore spezzato. «Non sono stata in grado di onorarla come meritava.»

Immagini di Elion, l'uomo che le aveva fatto da guida e mentore, apparvero nella sua mente. Il suo volto, segnato dalla saggezza e dall'affetto paterno, si sovrapponeva a quello del suo amico morto, che si era sacrificato per proteggerla. «Mi dispiace,» ripeté, con la voce rotta dal dolore. «Non sono stata abbastanza forte per salvarvi.»

Pensò a Lysara, la sua amica elfa, che aveva obbedito al suo ordine e si era ritirata per salvare il suo popolo. E poi pensò a Myra e Gareth, i suoi due compagni dispersi sulle mura, ancora intenti a difendere la città, inconsapevoli del pericolo imminente.

«Non sono stata in grado di proteggervi,» mormorò, con le lacrime che le bagnavano il volto. «Mi dispiace tanto…»

La sua vista cominciava a sfocarsi. Le crepe nella barriera si allargavano sempre di più, e il raggio nero di Lapis premeva con forza inarrestabile. Le sue gambe tremarono, e il peso dello sforzo divenne insopportabile. Arlene sentiva il mondo scivolare via da lei, come se stesse cadendo in un abisso senza fondo. La disperazione la avvolse completamente, e sapeva che non avrebbe potuto resistere ancora a lungo. Stava per svenire.

Ma proprio quando stava per cedere del tutto, nel silenzio della sua mente confusa, sentì una voce. Una voce potente e profonda, ma allo stesso tempo familiare, che chiamava il suo nome.

«Arlene…»

Il suono era lontano, come un'eco che riecheggiava nelle profondità della sua anima, ma chiaro. Era una voce che aveva udito nei suoi sogni, una presenza che l’aveva accompagnata nelle notti più oscure. Sollevò lo sguardo, cercando di vedere oltre il velo della stanchezza.

«Arlene…» chiamò di nuovo la voce, più forte, più vicina.

In quell’istante, Arlene lo capì. Era lui. Il drago dalle fiamme blu, la creatura leggendaria che aveva visto solo nei sogni. Stava chiamando il suo nome, come un’ancora a cui aggrapparsi, come un faro di speranza in mezzo alla tempesta.

Arlene, con le forze residue che riusciva a raccogliere, si aggrappò a quella voce, a quella speranza.

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