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Il campo di battaglia era diventato un teatro spettrale. Il vento gelido trasportava il suono delle urla lontane e il clangore delle armi, mescolato al respiro affannato di chi era ancora vivo e lottava. Il cielo sopra Aetherion era un mosaico di nubi nere e dense, quasi a riflettere l’oscurità che si stava per scatenare sulla terra. Arlene, con la spada di Elara scintillante tra le mani, fissava la figura di Lapis mentre toccava terra con una grazia innaturale, ogni suo movimento impregnato di potere e malvagità.
Le ali demoniache di Lapis si piegarono con eleganza dietro di lei, ma la sua figura esprimeva una minaccia incombente. Era una manifestazione vivente del caos e della distruzione, e chiunque la guardasse non poteva evitare di sentire un brivido freddo correre lungo la schiena. Gli occhi della generale del Re Demone si fissarono su Arlene, non con il solito disprezzo che riservava agli umani, ma con una sorta di riconoscimento, una consapevolezza che l’avversaria davanti a lei non era come gli altri.
«Sii fiera, mortale,» sibilò Lapis, con quel tono mellifluo e velenoso che faceva gelare il sangue, «perché stai per morire per mano di un generale del Re Demone.»
Le parole di Lapis, così cariche di minaccia e di potere, pendevano come una condanna sopra la testa di Arlene. Ma l’umana non vacillò. Il suo respiro si stabilizzò, il suo cuore trovò un ritmo regolare. Aveva già affrontato l'oscurità e non si sarebbe piegata ora. Guardava Lapis negli occhi, stringendo con forza la spada, sentendo il legame con Elara pulsare attraverso la lama. Quel momento era inevitabile, il confronto tra la luce e l'oscurità più profonda.
Un silenzio innaturale calò sul campo di battaglia mentre i soldati, umani e demoniaci, osservavano la scena con il fiato sospeso. Nessuno osava muoversi. Persino il vento sembrava essersi fermato, aspettando l’inevitabile esplosione di potere che avrebbe deciso il destino di tutti.
Il sorriso di Lapis, che aveva mantenuto finora un certo distacco, si trasformò in un ghigno malvagio. I suoi occhi si spostarono verso il cratere lasciato dalla spada di Arlene, dove un tempo c’erano le sue preziose bestie e la sua slitta decorata di morte. Le sue parole successive erano taglienti come una lama di ghiaccio.
«Ah, il mio caro carro… e i miei preziosi animaletti.» La sua voce era carica di un disprezzo velenoso, ma sotto c'era qualcosa di più oscuro: la promessa di una vendetta implacabile. «Non pensare che me ne sia dimenticata, Arlene. Per aver distrutto ciò che era mio, ti ritornerò il favore. Distruggerò ogni cosa a cui tieni… e inizierò con te.»
Le sue parole riecheggiarono sul campo di battaglia come una sentenza. Gli occhi di Lapis brillarono di una luce maligna mentre, con un semplice battito d’ali, si sollevava di nuovo in cielo, fluttuando sopra la terra come una dea oscura pronta a scatenare il caos. Le sue ali nere si spiegavano maestose, proiettando un'ombra cupa sul campo di battaglia, come se l’intero paesaggio fosse avvolto dall'ombra stessa della morte.
Mentre fluttuava a mezz'aria, Lapis sollevò lentamente la sua lancia nera. La lama della lancia sembrava quasi viva, pulsando con un'energia oscura e maligna. La sua superficie rifletteva appena la debole luce del sole che riusciva a filtrare tra le nubi, ma era intrisa di qualcosa di molto più profondo: un potere che non apparteneva al mondo dei vivi, un potere che derivava dalle stesse profondità dell'Inferno.
Lapis puntò la lancia verso Arlene. Il suo sguardo non lasciava spazio a dubbi: stava per scatenare qualcosa di devastante.
«Hai dimostrato di essere forte, Arlene,» disse con voce bassa e minacciosa, «ma ora vedrai cosa significa affrontare una forza che tu non potrai mai comprendere.»
La lancia di Lapis cominciò a brillare, ma non con una luce normale. Intorno alla sua punta si formò una sfera di energia nera, così densa e opprimente che sembrava risucchiare la luce stessa intorno a lei. Era un'oscurità così profonda da far sembrare le tenebre precedenti banali in confronto. La sfera cresceva lentamente, e mentre lo faceva, scariche di fulmini neri cominciavano a crepitare intorno alla lancia, illuminando il cielo con lampi di pura oscurità.
Il potere che Lapis stava concentrando era palpabile. Persino i soldati più lontani sul campo di battaglia potevano sentire l’aria diventare più pesante, come se qualcosa di inimmaginabile stesse per accadere. Le creature demoniache sul terreno si fermarono, inchinandosi inconsapevolmente di fronte alla manifestazione di quel potere oscuro. Anche gli uomini più coraggiosi tremavano, mentre gli elfi e gli gnomi, nonostante la loro forza e resistenza, sentivano la disperazione serpeggiare nei loro cuori.
La sfera di energia continuava a crescere, alimentata dall’immenso mana di Lapis. Ogni fulmine che si sprigionava dalla sfera era come un colpo di frusta nell'aria, creando spaccature temporanee nel cielo che sembrava lacerarsi sotto la pressione di quel potere incommensurabile. Il ruggito silenzioso della magia malefica si intensificava, e le nubi sopra di loro si facevano sempre più scure, avvolgendo il campo di battaglia in un crepuscolo eterno.
Arlene osservava ogni movimento di Lapis, i suoi occhi non mostravano paura ma una concentrazione assoluta. Sentiva il potere della generale demoniaca, la pressione schiacciante di quell'energia oscura che si stava accumulando sopra di lei. Ma non si lasciò sopraffare. Aveva già affrontato l’oscurità, e anche questa volta, avrebbe trovato il modo di resistere.
Lapis, con un ghigno soddisfatto, alzò la lancia un po’ più in alto, la sfera di energia nera ormai grande come il suo stesso corpo. Il fulmine scuro che la circondava crepitava furioso, e l’oscurità sembrava pronta a esplodere in ogni direzione.
«È arrivato il momento,» disse Lapis, con voce calma ma carica di una minaccia inarrestabile. «Senti la disperazione, Arlene. Non c'è scampo.»
La lancia di Lapis tremava sotto la pressione dell'energia accumulata, e con un movimento lento e deciso, puntò la sfera di energia verso Arlene, preparandosi a scagliare un colpo che avrebbe cancellato tutto ciò che si trovava sul suo cammino.